lunedì 4 maggio 2026

Il ritratto di Gerty

James Joyce
Ulisse, 1922
traduzione di Giulio De Angelis
13. Nausicaa

È ormai sera e Bloom decide di andarsi a riposare sulla spiaggia, dove trova una fanciulla, Gerty McDowell, che sorveglia dei bambini. Gerty è consapevole dello sguardo lascivo di Bloom alle sue gambe, e sornionamente si presta al voyeurismo dello sconosciuto («Nausicaa»).

Il pronto senso materno di Cissy indovinò cos'è che non andava e sussurrò a Edy Boardman di portarselo lì dietro la carrozzina dove i signori non avrebbero potuto vedere e di stare attenta che non si bagnasse le scarpe nuove marrone chiaro. Ma chi era Gerty?
Gerty MacDowell, seduta vicino alle amiche e persa nei suoi pensieri, scrutava distante in lontananza ed era invero il più bell'esemplare di attraente giovinezza irlandese che si potesse sperare di incontrare. La riteneva bella chiunque la conoscesse anche se, come commentava spesso la gente, aveva preso più dai Giltrap che dai MacDowell. La sagoma era snella e aggraziata, quasi incline a sembrare gracilina, ma quelle pasticche gelatinose al ferro che prendeva di recente le avevano fatto un mondo di bene molto meglio delle pillole per donna Widow Welch e non soffriva più tanto per le perdite che era solita avere e per la sensazione di spossatezza. Il cereo pallore del volto appariva quasi spirituale nella sua purezza d'avorio ma la bocca a bocciolo di rosa era un vero e proprio arco di Cupido, perfezione greca. Le mani di alabastro finemente venato, con le dita affusolate e bianche come solo il succo di limone e le migliori pomate potevano rendere ma non era poi vero che usasse portare guanti di capretto a letto o farsi pediluvi di latte. Bertha Supple una volta l'aveva raccontato a Edy Boardman, mentendo volutamente, quando lei e Gerty erano ai ferri corti (le amiche avevano ovviamente piccoli screzi di tanto in tanto come il resto dei mortali) chiedendole di non rivelare a nessun costo che fosse stata lei a dirglielo o non le avrebbe più rivolto la parola. No. Onore al merito. C'era in Gerty un'innata raffinatezza, una languida e regale hauteur impossibile da non notare nelle sue mani delicate e nel collo del piede lungo e arcuato. Se solo la buona sorte avesse voluto farla nascere nobildonna d'alto rango con tutte le carte in regola e se soltanto avesse usufruito dei benefìci d'una buona istruzione Gerty MacDowell avrebbe potuto senza dubbio stare al fianco di ogni altra dama del paese mostrandosi squisitamente vestita con la fronte adorna di gioielli e pretendenti dal sangue blu ai suoi piedi che avrebbero fatto a gara tra loro per porgerle i propri omaggi. Magari sarà stato questo, l'amore possibile, a donare talvolta a quel volto dai lineamenti dolci un aspetto carico di significati inespressi che conferiva ai suoi occhi bellissimi una strana velatura di desiderio, un fascino a cui in pochi potevano resistere. Perché hanno occhi così ammalianti le donne? Quelli di Gerty erano d'un intensissimo azzurro irlandese, esaltati da ciglia lucide e sopracciglia scure ed espressive. Ci fu un tempo in cui non erano così seriche e seducenti. Era stata Madame Vera Verity, direttrice della rubrica Belle Donne della Princess Novelette, a suggerirle per prima di provare quella matita per le sopracciglia che dava ai suoi occhi un'espressione così penetrante, come si addice a chi detta legge in fatto di moda, e lei non se ne era mai pentita. E poi c'era la cura scientifica contro l'arrossire e come diventare alte crescete in altezza e se avete una bella faccia però il naso? Sarebbe la cosa giusta per Mrs Dignam con quel suo naso a patata. Ma il supremo splendore lo conferiva a Gerty la sua vistosa capigliatura. Era castano scuro naturalmente ondulata. S'era tagliata i capelli la mattina stessa per via della luna piena e questi le avvolgevano il capo grazioso in una profusione di riccioli folti, si era persino tagliata le unghie, giovedì porta ricchezze. E proprio ora alle parole di Edy mentre una vampata rivelatrice, delicata come il più tenue fiore di rosa, s'insinuava tra le sue guance, appariva tanto graziosa in quella timidezza dolce di ragazza che certamente la divina e bella terra d'Irlanda non poteva possederne di eguali. (traduzione di Enrico Terrinoni e Carlo Bigazzi, 2012)

Ma Gerty chi era?

Gerty MacDowell che era seduta vicino alle compagne, perduta nei suoi
pensieri, lo sguardo fisso nelI’infinito, era a vero dire il più bell’esempio
che si potesse desiderar di vedere di giovane bellezza irlandese. Era
riconosciuta come una bellezza da tutti quelli che la conoscevano benché,
come la gente soleva dire, fosse più una Giltrap che una MacDowell. La
sua figurina era svelta e graziosa, un tantino esile se vogliamo ma quelle
pastiglie di ferro che stava prendendo da qualche tempo le avevan fatto
un mondo di bene molto meglio delle pillole per la donna della vedova
Welch e stava molto meglio riguardo a quelle perdite che era solita
avere e a quel senso di stanchezza. Il pallore cereo del volto aveva un
che di spirituale nella sua eburnea purezza, per quanto la bocca a bocciolo
di rosa fosse un vero arco di Cupido, di perfezione greca. Le sue mani
erano di un alabastro finemente venato con dita affusolate bianche quanto
avevano potuto renderle il sugo di limone e la regina delle pomate, però
non era vero che si mettesse i guanti di camoscio quando era a letto o
facesse i pediluvi di latte. L’aveva detto una volta a Edy Boardman
Bertha Supple, mentendo spudoratamente, quando era ai ferri corti con
Gerty (le amichette avevano naturalmente le loro questioncelle di tanto
in tanto come tutti gli altri mortali) e le aveva detto di non far sapere
qualsiasi cosa succedesse che gliel’aveva detto lei sennò non le avrebbe
più rivolto la parola in vita sua. No. Rendiamo onore al merito. C’era
un’innata raffinatezza, una languida regale hauteur in Gerty, di cui erano
prove inequivocabili le sue mani delicate e il collo del piede inarcato.
Se solo il fato benigno avesse voluto che nascesse gentildonna di alto
rango al suo giusto posto e se solo avesse usufruito d’una buona
istruzione, Gerty MacDowell sarebbe stata tranquillamente alla
pari accanto a qualsiasi altra gran dama e la si sarebbe vista adorna
di vesti preziose, con gioielli sulla fronte e nobili adoratori ai piedi
in gara I’uno con l’altro a renderle devoto omaggio. E chissà che non
fosse questo, I’amore che avrebbe potuto essere, a donare talora al
suo volto dai lineamenti cosl dolci, quella intensità dai mille taciti
significati, e a impartire uno strano senso di vaga nostalgia ai begli
occhi quel fascino cui pochi sapevano resistere. Perché le donne
hanno occhi così maliardi? Quelli di Gerty erano del più puro
azzurro irlandese, messo in risalto da ciglia lucenti e nere
sopracciglia espressive. Ci fu un tempo in cui quelle ciglia non
erano così seriche e seducenti. Fu Madame Vera Verity, direttrice
della Rubrica della Donna Bella di 
Novelle della Principessa, che per
prima le consigliò di provare la ciglioleina che dava quell’espressione
penetrante agli occhi, che stava tanto bene alle signore che dettavano
legge in fatto di moda, e lei non aveva mai avuto da lamentarsene.
Poi il sistema di guarire scientificamente dalla tendenza ad arrossire
e come diventare più alte aumentate la vostra statura e avete un bel
visetto ma il naso? Quello andava bene per Mrs Dignam che ce I’aveva
a patata. Ma ciò di cui Gerty andava a buon diritto più orgogliosa era
l’abbondanza dei suoi meravigliosi capelli. Erano di un castano scuro
con onde naturali. Se li era tagliati proprio quel giorno perché c’era
la luna nuova e le ricadevano attorno alla testolina in una profusione
di riccioli lussureggianti e poi si era tagliate le unghie, il giovedì porta
abbondanza. E proprio ora alle parole di Edy, come un rossore rivelatore,
delicato come il più tenue petalo di rosa le imporporava le guance, ella 
appariva così graziosa nella sua dolce pudicizia virginale che di sicuro in
tutta l’Irlanda bella, benedetta da Dio, non v’era di lei l’uguale.
(traduzione di Giulio De Angelis, 1991)

https://palomarblog.wordpress.com/2016/05/09/nausicaa/

In particolare è indimenticabile la scena che avviene sulla spiaggia di fronte al mare. Vi sono le madri con i bambini che giocano sulla spiaggia. Leopold Bloom con il viso atteggiato a malinconia e tristezza, mentre una pena interiore gli procura angoscia e una sofferenza inconsolabile, nota una giovane che lo osserva con ostinazione. La giovane Gerty Macdowell comprende che Bloom ha delle ferite interiori, che solo l’amore è in grado di lenire. Mentre sulla spiaggia avviene questo scambio di sguardi tra Bloom e Gerty, risuonano i canti che provengono dalla chiesa, dove è in corso di svolgimento una cerimonia religiosa. In questa parte del libro l’incontro casuale tra Bloom e Gerty diviene il pretesto per una profonda analisi sui sentimenti umani e sull’amore che può unire in un sodalizio, fatto di tenerezza e complicità, una donna ed un uomo. Sono tra le pagine più belle e profonde del libro. (Giuseppe Tallarico)

Johann Wolfgang von Goethe
I dolori del giovane Werther, 1774

versione italiana di Riccardo Ceroni, 1873

Io era smontato, in quel mezzo; ed una fantesca ch’era venuta al portone, ci pregò d’aver pazienza per alcuni minuti che la signora Carlotta sarebbe tosto discesa. Traversai il cortile, salii le scale, ed eccoti, nell’aprir l’uscio, affacciarsi a’ miei sguardi uno degli spettacoli più seducenti ch’io m’abbia mai scòrti in vita mia. Ero nell’anticamera: sei fanciulletti, dai due agli undici anni, s’affaccendavano intorno ad una giovinetta di bella persona e di mezzana statura, che vestiva un abito bianco, semplicissimo con un nastro di color rosso pallido, al braccio e sul petto. Aveva tra le mani un pan bigio, e andava distribuendone in giro le fette a quei piccini, ognuno in ragione dell’età sua e dell’appetito, e v’era tanta grazia in quel porgere della giovinetta, ch’era un incanto. Intanto ciascuno de’ ragazzi strillava, alla sua volta, il suo Grazie! con tutta l’espressione della natura, dopo essere stato lungamente colle manine in alto, prima che gli toccasse la porzione; e se n’andava poscia, tutto contento, colla merenda in mano, incamminandosi chetamente, o a saltelloni, a seconda del carattere suo, verso la porta del cortile, per vedere i forestieri e la carrozza, in cui doveva assidersi la loro Carlotta.

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