Ian Bremmer
Il nuovo disordine globale
Corriere della Sera, 12 maggio 2026
La guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran non si è limitata a destabilizzare il Medio Oriente, a far schizzare verso l’alto il prezzo del petrolio, del gas e di altri prodotti, e a sconvolgere l’economia globale. Ha anche costretto tanto gli alleati che i rivali degli Usa a improvvisare una risposta affrettata a una superpotenza imprevedibile e inaffidabile, innescando un riallineamento geopolitico di portata storica che comprometterà gli equilibri globali del potere nell’arco del prossimo decennio.
Le ripercussioni della guerra appaiono più immediate e devastanti, ovviamente, nella regione in cui viene combattuta. Il conflitto ha spinto molti Stati arabi del Golfo a considerare ormai inefficace e superato il Consiglio di cooperazione del Golfo (GCC), un accordo diplomatico, economico e difensivo piuttosto approssimativo, da sempre travagliato da conflittualità interne. Per gli Emirati Arabi Uniti, che il 28 aprile hanno annunciato di voler ritirarsi dall’opec, dopo quasi sessant’anni di partecipazione, la guerra ha aggravato le rivalità con i sauditi. Gli Emirati hanno deciso di avvicinarsi a Israele su questioni di intelligence, tecnologia e sicurezza, nella speranza di paralizzare il regime di Teheran. L’Arabia Saudita, dal canto suo, punta a rafforzare i legami sul piano militare con una potenza nucleare come il Pakistan, ma anche con Egitto e Turchia, e a gettare nuovi ponti con la Cina. Entrambi questi blocchi intendono conservare stretti rapporti di sicurezza con gli Usa, anche se ben presto vedremo slittare gli sforzi di coordinamento nei processi decisionali in tutto il Medio Oriente.
Poi ci sono i rapporti problematici con gli alleati europei. Nel momento in cui la guerra scatenata dalla Russia contro l’Ucraina continua ad alimentare ansie e tensioni in tutta Europa, la decisione del governo Trump di concentrare l’attenzione della superpotenza americana sul conflitto con l’iran — criticando aspramente i leader europei per il rifiuto di schierarsi al suo fianco — ha generato un nuovo impulso verso la creazione di una difesa comune europea al di fuori della Nato a guida statunitense. Per il momento, è assai improbabile che il presidente Trump si ritiri dall’alleanza atlantica. Ma l’annuncio emanato il primo maggio, che gli Usa rimpatrieranno 5.000 dei 36.000 effettivi americani stanziati in Germania, ha innalzato i livelli di allerta da un capo all’altro del Continente. Trump ha inoltre ignorato le obiezioni europee all’idea di sospendere in parte le sanzioni contro la Russia. Ne consegue una crescente frammentazione in seno all’alleanza occidentale, accompagnata dal timore, in Europa, che la Casa Bianca possa prima o poi stringere accordi di sicurezza con la Russia.
Nel continente asiatico, la chiusura dello Stretto di Hormuz sta infliggendo pesanti danni economici agli alleati degli Stati Uniti. Alla stregua dei partner storici dell’america in Europa, anche questi Paesi si dibattono nell’incertezza per quel che riguarda gli impegni economici e difensivi a lungo termine assunti dal governo Trump. Costoro, inoltre, sono soggetti alle pressioni esercitate dalla potenza economica e tecnologica, oltre che militare, della Cina.
Dal canto suo, Xi Jinping, con ogni probabilità, sfrutterà l’imminente visita di Trump a Pechino per invitarlo a consolidare le sue credenziali di artefice di pace rinnegando esplicitamente l’indipendenza di Taiwan. In cambio, potrebbe assicurare il forte impegno cinese al rilancio dell’economia americana, con una massiccia campagna di acquisti di materiali made in Usa.
Ma c’è un’altra svolta importante nei riguardi della Cina, innescata dalla guerra americana in Medio Oriente. I leader iraniani e il mondo intero hanno capito quanto sia facile e poco oneroso chiudere quell’arteria strategica chiamata Stretto di Hormuz. La guerra ha suonato il campanello d’allarme per altri nodi nevralgici, come lo stretto di Bab al-Mandab, che separa lo Yemen dalla costa africana, e persino lo Stretto di Malacca nel Sud-est asiatico. La Cina è oggi il leader mondiale nelle energie sostenibili, auto elettriche e batterie, come pure nei minerali e nei processi industriali per la loro lavorazione. Lo spostamento storico verso le energie rinnovabili ha trasformato Pechino in un partner commerciale molto più interessante per i principali importatori mondiali del settore. Siamo tutti a caccia di nuovi approvvigionamenti energetici, e questo si traduce in un vantaggio a breve termine per gli Stati Uniti, il maggior produttore mondiale di idrocarburi, e per il dollaro americano. Ma il perdurare dell’insicurezza e della vulnerabilità nelle forniture di gas e petrolio, evidenziate dal conflitto in Medio Oriente, crea enormi opportunità a lungo termine per la Cina.
Sotto tutti questi aspetti, gli sconvolgimenti in Medio Oriente saranno la leva che servirà a scompaginare le alleanze internazionali e a riorientare gli equilibri globali del potere, più di qualsiasi altro conflitto dalla fine della Guerra fredda ad oggi.

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