Consumismo, spinte competitive, individualismo sono esempi di come la cultura dei nostri giorni ha rinforzato la glorificazione di sé che spinge al narcisismo. Benché lo spirito competitivo faccia parte della natura umana, in alcuni può tradursi in un tratto totalizzante del carattere. Costoro vedono il mondo quasi esclusivamente in termini di “vincenti” e “perdenti”, e perdere è inaccettabile. Muovendo da una approfondita analisi del mito di Narciso, Manfred F.R. Kets de Vries, studioso della leadership di fama mondiale, evidenzia le varie forme in cui si esprime il narcisismo. Successivamente, esplora differenti strategie per la gestione delle persone narcisistiche. Vengono introdotti concetti come l’alleanza di lavoro, l’altalena emotiva, la tattica del sandwich e il bisogno di essere empatici. Inoltre, riferendosi al cambiamento in un contesto di gruppo, viene presentata l’importanza delle dinamiche psicologiche del gruppo nel suo insieme. Il testo di de Vries offre un metodo unico e originale per esplorare le ramificazioni della leadership narcisistica. (presentazione editoriale)
Massimiliano
Panarari
Il
leader ha sempre ragione
La Stampa, 13 luglio 2019
Da
sempre la figura del «N. 1» conta tanto, in politica e in economia.
Ma mai come nella nostra postmodernità la leadership è diventata
oggetto di attenzione collettiva, e viene considerata un attributo
indispensabile per governare processi e organizzazioni. E, così,
assistiamo all’irrompere, e al rapido consumarsi, di leadership
«intermittenti», che durano magari soltanto «lo spazio di un
mattino». Leadership conquistate, sempre più spesso, sui social e a
colpi di like, anziché sul campo. E vediamo il dilagare, dopo il
marketing politico, dello storytelling, al punto che il successo di
queste leadership «liquide» si gioca molto sulla costruzione di
narrazioni seduttive (come mostra Sofia Ventura nel suo ultimo
libro, I
leader e le loro storie,
il Mulino, pp. 312 €26, presentato in anteprima a febbraio su La
Stampa). E per abbagliare e inebriare, in questa fase storica, paga
sempre di più la postura populista e anti-establishment, quella dei
tanti leader – da Marine Le Pen a Nigel Farage, fino a Matteo
Salvini – raccontati dal giornalista e studioso Carlo Muzzi
in Euroscettici (Le
Monnier, pp. 178 €14).
E la leadership è anche, naturalmente,
tematica di studio per la psicologia, che l’ha affrontata in modo
copioso in questi anni specialmente sul versante aziendale. Ecco
perché si rivela una lettura opportuna il volume di un’autentica
autorità in materia, Manfred F. R. Kets de Vries, psicanalista e
docente di Gestione delle risorse umane all’Insead di Fontainebleau
(una delle principali business school del mondo). In Leader,
giullari e impostori (Raffaello
Cortina, pp. 269 €16), sulla scorta di Sigmund Freud, l’autore si
dedica a smontare la visione della razionalità manageriale applicata
alla leadership.
Un assunto che de Vries ritiene valido per
qualunque tipo di impresa, tanto economica che politica, e che
sviluppa, da psicoterapeuta, in chiave clinica, sottolineando quanto
le motivazioni inconsce e la realtà intrapsichica giochino un ruolo
decisivo anche nella testa di chi prende decisioni. Insomma, non
siamo dalle parti delle «sorti magnifiche e progressive» della
«leadership trasformazionale» sviluppata nel 1985 dallo studioso di
modelli organizzativi Bernard Bass (1925-2007), quella basata su
un’alleanza autentica tra leader e follower, dove la fiducia viene
costantemente rinnovata e coincide, per citare (e parafrasare) Ernest
Renan, con una sorta di «plebiscito di tutti i giorni». No, lo
psicanalista – che fa iniziare gli studi sulla questione con
la Repubblica di
Platone – preferisce esporre il dark side della problematica per
mettere in guardia i lettori (e i cittadini), documentando quanto si
riveli faticosa, se non impervia, la strada che conduce
all’affermazione di una leadership equilibrata e positiva. Ancor
più in questi nostri giorni di trionfo della disintermediazione,
dove la propensione biologica al comportamento gregario si sposa con
l’imperialismo della comunicazione.
Ecco perché l’autore
punta, invece, ad «andare ai fondamentali», e alle radici
psicologiche della leadership. Freudianamente, de Vries interpreta la
relazione tra il leader e il gregario nei termini di un «transfert
idealizzante», una proiezione per cui il secondo, per sentirsi più
protetto (analogamente a quello che fa il figlio con il padre),
sovraccarica il primo di talenti, qualità e poteri. Questa
identificazione, fondata su una forma di rispecchiamento personale,
la si ritrova oggi abbondantemente in politica, ed è alla base della
creazione di universi fittizi e aspettative illusorie che permangono,
nonostante attraverso il dato di realtà si manifesti il contrario di
quanto affermato dal leader.
Un’altra patologia, in questo
caso interamente del leader, viene da un’infanzia e un’età
evolutiva in cui il futuro capo abbia avvertito una difformità tra
il suo bisogno di protezione e il livello delle cure parentali: ne
deriveranno una fame inesauribile di potere e una serie di «fantasie
consolatorie di onnipotenza».
La tipologia è quella del leader
narcisistico, agli antipodi di un altro personaggio molto
problematico quando arriva al potere, che l’urbanista William H.
Whyte descrisse già nel 1956 nel libro L’uomo
dell’organizzazione.
Ossia il dirigente grigio e noioso, indispensabile al funzionamento
organizzativo, ma affetto da alessitimia come indica de Vries,
l’«incapacità di esprimere sentimenti». E, quindi, vocato a
soffocare la creatività altrui per evitare il benché minimo rischio
di conflitto, e a convertire qualunque cosa in procedura e
routine.
Poi ci sono la «legge del taglione», che viene
applicata dal leader sulla via del ritiro, e il «complesso
dell’edificio» di chi, sul viale del tramonto, rimane attaccato al
potere il più a lungo possibile. E le distorsioni non finiscono qui.
Con un solo antidoto all’arroganza del potere: l’umorismo.
Servono, sostiene de Vries, delle figure di «giullari
organizzativi», anche se oggi non hanno vita facile.

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