Danilo Paolini
Da
Sangiuliano a Giuli, perché la cultura per la destra italiana resta
un nervo scoperto
Avvenire, 12 maggio 2026
Prima Evola e poi Tolkien, passando per neoconservatorismo e futurismo: sono stati diversi i tentativi dell'attuale classe di governo di cercare un profilo "altro" rispetto alla parabola del post-fascismo. Il desiderio di imporre una nuova egemonia, senza avere le idee chiare, e la sindrome del frazionismo stanno però costando caro a Fratelli d'Italia
Vicende giudiziarie a parte, è emblematico che i maggiori scossoni politici per un Governo stabile e longevo come quello di Giorgia Meloni - il primo della storia repubblicana a guida destra-destra - abbiano avuto l’epicentro in via del Collegio Romano 27, sede del ministero della Cultura. Perché la cultura è stata da sempre il nervo scoperto (e c’è chi dice il tallone d’Achille) della destra italiana. Le cui radici storiche, si sa, non affondano nella Resistenza al nazismo del generale De Gaulle come in Francia, né nel conservatorismo liberale come nel Regno Unito. Ci sono voluti anni, alla destra italiana, la cosiddetta “destra sociale” (come Movimento sociale, a sua volta come Repubblica sociale), per cercare un profilo culturale che fosse proponibile anche fuori dalla cerchia classica del neo-fascismo.
Fu un grande lavoro di ricerca e d’inventiva, svolto dai giovani militanti di qualche decennio fa, soprattutto tra la fine degli anni ‘70 e i primi anni ‘80 del secolo scorso. Quelli che oggi ritroviamo in buona parte al Governo del Paese o nella maggioranza che lo sostiene. Il primo Campo Hobbit è del 1977. Appena tre anni prima era morto Julius Evola, teorico di una destra esoterica e del cosiddetto “razzismo spirituale”, figura che aveva esercitato una grande fascinazione in quegli ambienti politici. I giovani di allora cercarono, se non di rottamare i labari, i teschi e i gagliardetti dei padri, di ammantarli almeno di qualcosa di diverso, a suo modo di moderno: un’idea di eroismo che si affrancasse (anche se non del tutto) dall’ideale di “bella morte” che fino a quel momento era stato prevalente nella destra italiana.

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