Chiara Saraceno
I ragazzi di periferia e lo sguardo degli altri
La Stampa, 21 maggio 2026
«Servirebbero più parchi e meno pregiudizi sul mio quartiere». Così dichiara un tredicenne coinvolto nella ricerca di Save the Children sull’esperienza dei bambini e adolescenti che crescono nelle periferie urbane dei comuni capoluogo delle aree metropolitane (Luoghi che contano) presentata nei giorni scorsi. Periferie che non sono state individuate con un criterio geografico, ma utilizzando la mappatura realizzata dall’ISTAT in base ad un nuovo indice di disagio socio-economico elaborato sperimentalmente dall’ISTAT, che ne ha individuate 172 in tutto il paese, il 73% delle quali tuttavia si trova a Roma, Milano, Napoli, Torino e Palermo. Periferie quindi non in senso geografico, ma in senso sociale, perché presentano sia una forte concentrazione di gruppi socio-economicamente svantaggiati, un’alta incidenza di dispersione scolastica, di microcriminalità e disagio psicosociale, sia una carenza di servizi, opportunità e infrastrutture essenziali, quali servizi educativi e sanitari di qualità, dotazioni culturali e sportive, spazi verdi, trasporti pubblici efficienti e connettività digitale. Sono a maggiore densità di bambini e adolescenti delle aree non deprivate, eppure sono oggetto di scarsi investimenti, quando non di vero e proprio abbandono. Chi cresce in questi contesti, non solo ha minori opportunità di sviluppare appieno le proprie potenzialità, rischia tassi di dispersione scolastica esplicita e implicita molto superiori a quelli di chi vive in altre zone della stessa città e di perdere per via persino la capacità di aspirare. Spesso soffre anche lo stigma associato al luogo in cui vive, che diventa anche uno stigma sulle persone che lo abitano, riducendo ulteriormente la possibilità di essere riconosciuti e valorizzati per quello che si è e si può essere. Come ha detto una quindicenne, “io per esempio ho vari amici che ho conosciuto da poco e quindi mi sono presentata. Appena gli ho detto che ero del rione (…) avevano già dato dei cattivi sguardi su di me perché pensavano che siccome ci sono persone così, magari posso esserlo pure io”.
Tra dati noti e meno noti ne emerge un quadro della difficoltà che incontrano troppi bambini e adolescenti nel loro percorso di crescita, e di quanto esse non siano imputabili solo a fragilità familiari o a particolari sfortune biografiche, ancor meno ad una cattiva disposizione dei bambini e adolescenti stessi. Conta l’incuria, indifferenza di politiche pubbliche che troppo spesso lasciano sguarniti di beni essenziali proprio i luoghi a maggiore concentrazione di povertà economica, bassa istruzione, difficoltà lavorative; salvo interpretarne i problemi in modo esclusivamente securitario quando succede qualcosa che disturba l’ordine pubblico. Il dato più nuovo su cui vorrei soffermarmi è l’ambivalenza con cui gli adolescenti intervistati considerano il luogo in cui vivono: luogo di mancanza di cose indispensabili – trasporti pubblici efficienti, servizi sanitari e sociali, spazi verdi, spazi in cui potersi incontrare e divertire in sicurezza e senza dover spendere, pulizia delle strade e svuotamento tempestivo dei cassonetti - ma insieme luogo di appartenenza, in cui si può stare con amici, tra pari, senza essere giudicati e guardati dall’alto in basso, luogo in cui si sono fatte e fanno anche cose belle (e per questo brucia lo sguardo negativo che sentono dall’esterno). Sarà perché hanno meno possibilità di uscire dal loro quartiere dei loro coetanei che abitano in zone meno, o non deprivate, sembra anche che abbiano una conoscenza, e identificazione, maggiore della zona dove vivono e delle persone che la abitano. Desiderio di andarsene per trovare occasioni migliori e invece che a migliorare sia il contesto in cui attualmente vivono per consentire loro di scegliere se rimanere o andarsene, convivono anche nella stessa persona. Una ambivalenza che è anche un interrogativo per i policy maker e un potenziale terreno su cui lavorare non solo per, ma con questi fin troppo consapevoli bambini e bambine, ragazzi e ragazze.
Utili indicazioni in questo senso si trovano nel capitolo conclusivo del rapporto di ricerca, a partire da quella che è necessario definire una strategia nazionale per le politiche urbane orientata all’infanzia, unitaria e stabile nel tempo, che assuma i contesti urbani più fragili come ambiti prioritari di intervento, al fine di garantire una tutela effettiva dei diritti di bambini, bambine e adolescenti. Ne dovrebbe fare parte, come una componente stabile e qualificante dei processi decisionali. Anche il coinvolgimento strutturato e continuativo di bambini, bambine e adolescenti nei processi di rigenerazione urbana.

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