Massimo Raffaeli
Leo Spitzer, il critico stilista che faceva cantare le idee
il manifesto, 17 maggio 2026
Esistono libri necessari e lo è Leo Spitzer Un profilo intellettuale (Carocci editore «Lingue e letterature», pp. 243, € 27,00) con il quale Riccardo Donati copre il vuoto monografico che da sempre caratterizza la ricezione italiana di Spitzer nonostante da noi il suo nome fosse un tempo di senso comune e legato alla vicenda di non pochi studiosi (Contini, Fubini, Schiaffini, Orlando, Mengaldo, Ceserani, Lavagetto) e di alcuni poeti quali Franco Fortini e specialmente Pier Paolo Pasolini che lo elesse a nume critico di «Officina» e dei saggi raccolti in Passione e ideologia (1960).
Spitzer fu un filologo nella accezione primaria e insieme metadisciplinare del termine, il suo raggio d’azione valicò largamente il recinto della filologia romanza in cui pretendeva di recluderlo la scansione accademica perché spaziava libero e felicemente asistematico dai testi della eredità medievale (celeberrimo è il suo L’amour lontain de Jaufré Rudel edito nel 1944) a quelli della cultura rinascimentale (egli era un lettore squisito di Racine ma allo stesso tempo un patito di Rabelais) fino ai più aspri contenziosi del moderno, di cui reca ampia traccia il volume che ne svelò anche in Italia l’originalità di critico letterario: Marcel Proust e altri saggi di letteratura francese, comparso da Einaudi nel ’59 a cura di Pietro Citati.
Di questo individuo cosmopolita e naturaliter poliglotta come può esserlo chi scriverà alternativamente nelle cinque lingue (tedesco, francese, spagnolo, italiano, inglese) che segnalano tanto l’integrale conoscenza della propria disciplina quanto le dislocazioni di una vita forzatamente errabonda, Donati traccia il diagramma nel primo dei tre capitoli in cui si divide un libro che, sia detto per inciso, non è la sommatoria di saggi distinti e raccordati dall’interno ma l’esito di un’unica intenzione saggistica, suffragata dalla limpidezza analitica e da uno spoglio bibliografico pressoché esaustivo.
La parabola giovanile di Spitzer muove dunque da Vienna dove nasce nel 1887 in una famiglia di ebrei benestanti e lì si forma all’Università con il principe dei grammatici, Wilhelm Meyer-Lübke, per approdare paradossalmente all’ufficio censura negli anni della Grande Guerra da cui fa uscire comunque un capolavoro, Lettere di prigionieri di guerra italiani 1915-1918 insieme con la Perifrasi del concetto di fame. La lingua segreta dei prigionieri italiani nella Grande Guerra (proposto, per la cura di Claudia Caffi, dal Saggiatore e ne scrisse per «Alias D» del 12 maggio 2019 una eccellente recensione Corrado Bologna).
Professore
a Marburgo e Colonia, con l’ascesa di Hitler è costretto, come
Auerbach e Curtius, all’esilio prima a Istanbul poi dal ’36
definitivamente a Baltimora, point de repère continentale
per una maturità fitta di incarichi accademici, sia in America sia
in Europa, di incontri e di viaggi fino alla morte che lo coglie
proprio in Italia, sul mare prediletto di Forte dei Marmi, il 16
settembre del 1960: le ultime istantanee italiane sono di
un’affollatissima conferenza alla Sapienza e del pranzo successivo
in una trattoria del centro storico di Roma quando si ritrova davanti
Pasolini, il «romanziere comunista» come lo definisce in una
lettera.
Nel capitolo centrale del suo studio Donati interroga
il senso della prassi critica di Spitzer, che se è estranea da un
lato a qualunque dogmatismo metodico che non sia la buona fede del
lettore e appunto la capacità di lettura integrale del testo,
dall’altro è individuabile in alcuni automatismi ricorrenti e
presto passati in proverbio: innanzitutto il principio di
individuazione letteraria quale «scarto» linguistico-stilistico da
una «norma» data o da uno standard (laddove sottotraccia sembra
fermentare la diade langue/parole di Saussure, ma
Donati non lo richiama), insomma il luogo di patente significazione
che solo a una lettura intensiva si rivela con il comparire di una
spia, il fin troppo celebre Clic cui però lo
snobissimo Spitzer preferisce il francese e più raro Tiens!
Ma a chi e a cosa, infine, va la sua preferenza? Qui soccorre meglio l’esempio dei poeti, senz’altro Leopardi ma in primo luogo Paul Valéry nel cui vibrante nitore Spitzer vede un connubio di pulsione ed esattezza che Donati ascrive infatti a sua sola metafisica. E c’è un verso dello stesso Valéry che ne testimonia appieno il gusto poetico e l’attitudine critica, faire chanter des idées, «far cantare delle idee». Ciò spiega l’amore infinito per Racine, i cui versi gli paiono citare i sentimenti per non lasciarsene travolgere o, al contrario, la freddezza nei confronti della produzione d’avanguardia e surrealista in particolare in cui, evidentemente, vede pullulare la pulsione senza più il freno dell’arte. Detto in altri termini, nel secolo del Caos disgregatore il grande studioso cerca un ultimo principio ordinatore, vale a dire un Cosmo che non sia il semplice ripristino di un ordine perduto per sempre ma lo specchio, viceversa, del suo moderno antagonista: Spitzer sa che l’unico corrispettivo alla Commedia dantesca può essere al presente solo The waste land di Eliot o i Cantos di Pound. Non è un caso l’amore per la grandiosa architettura delle Cinq grandes odes (1907) scritte da un poeta che pure sembrerebbe ai suoi antipodi, il cattolicissimo Paul Claudel, come non è un caso che uno dei saggi più smaglianti e più rivelatori della sua indole di critico continui a essere L’enumerazione caotica nella poesia moderna la cui pubblicazione (1945) segna la piena maturità dello studioso.
Nell’amore di quanto Spitzer chiama «la cornucopia dell’Essere» (due altri massimi testimoni ai suoi occhi ne sono Victor Hugo e Marcel Proust) si intravede l’oroscopo intellettuale di chi Donati definisce nel terzo capitolo «campione di un umanesimo disilluso e ben temperato». E, si potrebbe aggiungere, estremo esemplare di quella che nell’Etica Nicomachea Aristotele chiama megalopsychìa e Alberto Magno traduce con magnanimitas e poi Dante, finalmente, con magnanimitade. (Sul fatto che Spitzer avesse un pessimo carattere, permaloso e litigioso specie coi colleghi ma che fosse anche molto generoso nei riguardi dei propri studenti esiste una letteratura il cui titolo maggiore in italiano è il bel volume di Dante Della Terza, Da Vienna a Baltimora. La diaspora degli intellettuali europei negli Stati Uniti d’America, Editori Riuniti 1987: qualche anno dopo, nel ’99 al seminario estivo di Bressanone, se è lecito introdurre una nota personale, Della Terza che lo aveva conosciuto quarant’anni prima a Seattle ne imitò, con l’ironia affettuosa che era soltanto sua, la cadenza espressiva, l’aria bohèmien e la mimica inconfondibile). È proprio per la ricerca di una armonia nella differenza, nella nativa pluralità delle scritture e delle voci, in queste parzialità che invocano la redenzione nella totalità espressiva, si caratterizza un altro dei saggi capitali, risalente ’44-’45, L’armonia del mondo. Storia semantica di un’idea (il Mulino 2009).
Qui Riccardo Donati ne isola il lascito testamentario: «La logosfera è la chiave d’accesso a una verità decisiva, riguardante il valore poetico del mondo (…) Com-prendere, com-porre la frammentata fenomenicità dell’esistente così da condurla direttamente al cospetto di un senso unico e universale è una vocazione profonda di Leo». Si potrebbe anche dire che questa è la vera legittimazione della sua grande opera di studioso.

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