venerdì 8 maggio 2026

Il soliloquio colpevole

Ruggiero Corcella
"Parlare da soli è un modo per gestire ansia e stress"

Corriere della Sera, 8 maggio 2026

L’audio attribuito ad Andrea Sempio è stato interpretato dagli investigatori come un elemento potenzialmente significativo. Ma che cosa accade davvero nella mente di una persona quando verbalizza pensieri, ricordi o ipotesi senza interlocutori? E soprattutto: un soliloquio può essere considerato una confessione? Lo abbiamo chiesto a Giancarlo Cerveri, psichiatra e vicepresidente della Società italiana di psichiatria.

Parlare da soli in auto o in un luogo percepito come «sicuro» è davvero così comune?

«Il dialogo interiore o “inner speech” è una specie di voce interiore che abbiamo nella nostra testa, un’esperienza soggettiva di verbalizzazione silenziosa dei pensieri che spesso ci serve come dialogo con noi stessi. Non è un’allucinazione. Si ha la percezione che il contenuto provenga dal nostro cervello, in alcuni casi viene percepito solo come pensiero, in altri viene percepito con la qualità della voce. È conosciuto come una sorta di “pensiero in parole” che funziona per la pianificazione, per la regolazione e la memoria. Un’esperienza che, secondo diverse ricerche, coinvolge con una certa frequenza circa un terzo della popolazione. Non è però un’esperienza uguale per tutti. Per molti è frequente, per altri è sconosciuto. Per qualcuno, sotto stress, diventa molto più intenso fino a costruirsi in forma dialogica».
Che differenza c'è, da un punto di vista psichiatrico, tra un "dialogo interiore esternalizzato" e un vero cedimento psicologico emoyivo?

«Il dialogo interiore non è un disturbo psichiatrico, non è un fenomeno allucinatorio in cui il soggetto perde di vista la capacità di comprendere cosa sta accadendo nella sua esistenza non rendendosi più capace di distinguere la realtà dai propri pensieri. Pur avendo un comportamento che i più giudicherebbero folle, viene mantenuta una adeguata adesione al principio di realtà. Alla valutazione psichiatrica appare molto semplice distinguere il fenomeno del dialogo interiore da fenomeni allucinatori in cui il soggetto risponde a stimoli uditivi percepiti come reali ma inesistenti, espressione di condizioni psichiatriche più complesse spesso gravi forme patologiche».

Quando un individuo coinvolto in un’indagine parla da solo di un delitto o di dettagli collegati al caso, quel comportamento può essere interpretato automaticamente come una confessione?

«Assolutamente no, il dialogo interiore è frutto di un tentativo di gestire la tensione, l’ansia, in un pensiero libero nel suo fluire che non necessariamente mantiene le caratteristiche di aderenza ai fatti realmente accaduti. Molto spesso si sovrappongono ricordi, fantasie, ipotesi, sensi di colpa e paure irrazionali. È un momento di rilettura di tutti i contenuti del nostro pensiero nel tentativo di ricostruire un ordine».

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