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sabato 7 marzo 2026

Una tabella di marcia per Teheran

Ali Larjani

Luca Miele
Perché Trump ha parlato di "resa incondizionata" per l'Iran (e cosa lo preoccupa veramente)

Avvenire, 7 marzo 2026

"Una settimana fa gli iraniani erano potenti, e ora sono stati davvero neutralizzati». Nella nuova raffica di iperbole lanciate ieri dal presidente Usa Donald Trump  – e tra le ipoteche fantasiose avanzate sul futuro dell’Iran – sembra emergere (per ora) un punto fermo: «Nessun accordo senza una resa incondizionata dell’Iran». Parole, quelle pronunciate dall’inquilino della Casa Bianca, indirizzate apparentemente al presidente iraniano Masoud Pezeshkian che, sempre ieri, aveva parlato di «iniziative di mediazione avviate da alcun Paesi».

Trump – che ha una nuova versione dello slogan Maga “Make Iran Great Again!” – avrebbe già in mente un futuro per l’Iran. Ma quale? Il tycoon ha stilato una sorta di tabella di marcia per Teheran, dicendosi certo che si ripeterà «quanto accaduto in Venezuela». Dopo «la resa incondizionata», sarà la volta – ha sostenuto – «della selezione di un leader grande»: quindi si potrà lavorare «per salvare il Paese dall’orlo della distruzione, rendendolo economicamente più forte che mai». In Iran si replicherà «quanto è successo in Venezuela». Si tratta dunque di un’apertura verso nuove figure? Il presidente Usa si è sbilanciato, dicendosi disposto ad accettare ad avere «un’altra figura religiosa alla guida dell'Iran». Una “narrazione” da setacciare alla ricerca di una traccia delle intenzioni Usa sulla durata (e sulla finalità ultima) della guerra. Obiettivi “oscillanti”. Con l’Amministrazione Usa che continua a fornire versioni non sempre coincidenti. Ieri il segretario di Stato Marco Rubio ha detto ai suoi omologhi arabi che «l’obiettivo perseguito non è il cambiamento di regime»: la Casa Bianca «vuole che persone diverse gestiscano il Paese». Quindi la “precisazione” arrivata dalla Casa Bianca: sarà Trump a determinare quando «l'Iran non costituisce più una minaccia per gli Stati Uniti, che lo dicano o no». Una cosa sembra certa: il costo della guerra è destinato a lievitare. Per il Penn Wharton Budget Model, la guerra potrebbero costare fino a 210 miliardi di dollari. Un fardello pesante su una nazione già gravata da un debito nazionale, che ora sfiora i 39.000 miliardi di dollari.
Sul terreno la guerra, giunta ormai al suo settimo giorno, sembra rimanere inchiodata al drammatico copione che ha scandito i primi giorni del conflitto. Con il “fuoco”, americano e israeliano, che continua impietoso su Iran e Libano. Non solo: secondo la Reuters, Israele ha colpito l'Iran occidentale per aiutare i gruppi curdi a prendere il controllo del territorio. L’escalation non ha risparmiato i caschi blu dell’Unifil, in Libano. Alcuni peacekeeper ghanesi sono stati feriti - 2 in modo grave -, dopo che il quartier generale del battaglione è stato colpito. Ancora da precisare l’origine dell’attacco.
Il martellamento continuo. Il Comando Centrale Usa ha fatto sapere che sono stati colpiti circa 200 obiettivi, tra cui lanciatori di missili balistici e navi militari. A sua volta, Israele ha distrutto il bunker militare sotterraneo nel centro di Teheran usato «come centro di comando per le emergenze». L'Iran “risponde”: la Guardia rivoluzionaria ha fatto sapere di aver lanciato un attacco combinato con droni e missili su Tel Aviv e sulle aree centrali di Israele. Diverse le esplosione registrate nella capitale iraniana. Il regime ha accusato gli Usa di aver colpito una scuola elementare nella capitale, mostrando un filmato delle aule scolastiche. «Ecco come gli Stati Uniti sta aiutando il popolo iraniano!», ha dichiarato su X il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei. I pasdaran hanno rivendicato l’attacco alla base Usa negli Emirati arabi uniti dalla quale sarebbe partito l'attacco alla scuola femminile di Minab, sabato scorso, nel quale sono morte di almeno 150 studentesse.
Si fa sempre più drammatica la situazione in Libano. Il bilancio delle vittime è di 217 morti e 798 feriti. Israele ha colpito duramente anche ieri, in particolare nell'area di Dahieh, prendendo di mira – ha fatto sapere l’Idf – «le infrastrutture terroristiche di Hezbollah». Sull’altro fronte sono stati lanciati, solo nella giornata di ieri, almeno 70 razzi. Secondo Tel Aviv, Iran e Hezbollah lancerebbero attacchi «simultanei e coordinati» allo scopo di sovraccaricare le forze di difesa aerea israeliane. Resta aperta la domanda sulle capacità di fuoco dell’Iran. Sono state “azzerate”, come sostengono gli Stati Uniti, per i quali gli attacchi missilistici iraniani sono diminuiti del 90%? Oppure si tratta, invece, di una “modulazione” imposta al regime da un conflitto destinato a prolungarsi ancora?

Altro fronte acceso è quello della guerra “sotterranea”. Secondo il Washington Post, Mosca sta fornendo al regime di Teheran informazioni di intelligence con l’obiettivo di aiutarlo a colpire le forze americane in Medio Oriente. Rispetto alla guerra in Ucraina, dove l’intelligence Usa “guida” di fatto Kiev, le parti si sono rovesciate. Il Cremlino si è limitato a puntualizzare: «Siamo in dialogo con la leadership iraniana».

lunedì 12 gennaio 2026

Il diritto e la forza


Tommaso Greco
Chi prende atto della forza e chi difende il diritto

Avvenire, 11 gennaio 2026

Anche di fronte ai fatti del Venezuela, nei commenti che ne sono seguiti si è riprodotta la spaccatura, che conosciamo già da troppo tempo, tra chi proclamandosi “realista” prende atto, accetta, o addirittura elogia il ruolo della forza nello scenario internazionale, e chi rifiutando questa logica sottolinea la violazione delle regole del diritto internazionale, facendo notare che nemmeno un fine auspicabile, come quello della fine di una dittatura, può essere raggiunto in spregio alle regole che garantiscono il mantenimento di rapporti pacifici tra gli Stati.
La prima posizione ha il vantaggio di essere semplice e per così dire “nuda”, nel suo mettere in risalto il ruolo della forza e la capacità di questa di essere efficace: di costituire anzi l’unica risorsa che efficace può esserlo davvero in un contesto internazionale segnato dai rapporti tra potenze, come ripete costantemente anche la nostra presidente del Consiglio Giorgia Meloni. La seconda posizione ha lo svantaggio contrario. Cercando argomenti che possano arginare la forza, in un mondo in cui non sembra esistere altro che la forza, coloro che la sostengono vanno incontro a critiche che oscillano tra l’accusa di difendere qualcosa di “inutile”, come sarebbe oggi il diritto internazionale, e l’accusa ancora peggiore di essere “amici dei dittatori”. Le due critiche spesso convergono, ma tenderei qui a distinguerle per poter avanzare alcune osservazioni, a difesa non solo del diritto internazionale ma anche di un approccio meno ideologico alle sfide di questi tempi tanto problematici.

Cominciamo dalla seconda accusa, per poi arrivare alla prima. Chi impiega l’argomento dell’”alleanza col nemico” tende a giustificare l’azione messa in atto da Donald Trump con l’efficacia e la bontà del risultato. Si sarebbe trattato di un’azione che ha finalmente liberato un Paese dal suo oppressore interno, e avrebbe quindi riportato la libertà dove essa era sistematicamente violata. Dunque, poiché ci sarebbe solo da ammirare e ringraziare colui che ha ordinato e compiuto questo atto di liberazione, chiunque avanzi qualche critica diventa - coscientemente o meno - difensore del dittatore deposto.
La questione, ovviamente, è ben più complessa. Difendere il diritto internazionale non ha nulla a che fare con la difesa o la giustificazione di un regime tirannico. E non perché l’ordinamento interno e quello internazionale siano separati e indipendenti, oppure in nome di un principio assoluto e intangibile di sovranità (né l’una né l’altra di queste affermazioni sono infatti coerentemente difendibili). Ma per un principio più generale. Quando si proclamano e si perseguono fini che hanno una loro plausibilità - come può essere quello di difendere la libertà e la democrazia - con mezzi che palesemente vi contrastano, l’effetto è di inquinare alla radice il percorso che si vuole costruire, condizionando pericolosamente anche i passaggi successivi. Come aveva mostrato Sant’Agostino criticando Roma, ciò che poniamo all’origine si ripercuote poi nel prosieguo della storia e diventa difficile, per non dire impossibile, liberarsene. Un nuovo ordinamento giuridico e politico, costruito sulla base di un violento intervento esterno, rischia di essere perennemente condizionato dalla presenza incombente e ingombrante di quel primo intervento, non solo perché sempre potenzialmente reiterabile (per quanto in forme differenti), ma anche perché inevitabilmente presente nelle dinamiche politiche interne (come già stiamo verificando).
Si tratta, in fin dei conti, di prendere sul serio il rapporto stretto che sempre esiste tra i mezzi e i fini. Agire attraverso la violenza, e in spregio ad ogni regola stabilita  - affermare addirittura che si ha un “diritto al golpe”, come pure è stato scritto - non può essere giustificabile in nome dei valori e del fine che si dice di voler perseguire. Viene quindi il sospetto che dietro alla difesa dell’azione compiuta in nome della libertà ci sia altro: e non mi riferisco alle “vere” ragioni dell’Amministrazione americana (ammesse persino dal Presidente Trump), ma alle ragioni di chi le commenta, e che mostra semplicemente di adeguarsi alla legge del più forte, in questo caso più accettabile perché imposta da un Paese considerato nostro amico. Ma come opporsi, allora, in futuro a ciò che molti hanno già paventato, e cioè ad una possibile azione della Cina su Taiwan e della Russia, oltre che sull’Ucraina anche su altri territori che essa ritiene di sua pertinenza? O come opporsi alle pretese americane sulla Groenlandia, se vale il principio dello stato di natura, in base al quale ciascuno ha tanto diritto quanta ha di potenza? Si rischia in altre parole di innescare una spirale infinita di violenze e di atti di forza.
A partire da queste domande possiamo rivolgerci perciò, per rigettarla, alla prima critica, quella di chi accusa di moralismo le posizioni di chi invoca — «inutilmente», va da sé — il rispetto delle regole. Questa critica sa di ideologismo oltre che di una certa mancanza di consapevolezza su come funziona il mondo del diritto. Quel che si dimentica è che il diritto è un meccanismo di regolazione che si basa, prima che sulla forza istituzionalizzata (sanzioni, costrizioni, ecc.), sul riconoscimento della sua validità e sul comportamento conseguente degli attori coinvolti. Se i primi ad affermare che «il diritto internazionale non conta» sono i soggetti che sarebbero chiamati ad attuarlo, non siamo di fronte ad una amara e sconsolata constatazione, ma ci troviamo invece davanti ad un atto di vero e proprio sabotaggio del diritto medesimo, esattamente come lo sarebbe quello di un giudice o di un poliziotto che, all’interno di un qualsiasi ordinamento, si rifiutassero di fare ciò che devono, usando l’argomento che «tanto il diritto non serve a molto, dal momento che la violenza domina la realtà».
Il diritto vive nella lotta, ci ha spiegato Rudolf von Jhering, in quel grande classico che è La lotta per il diritto (1872, da poco ripubblicato a cura di Pasquale Femia e Francesco Mancuso, per l’editore Castelvecchi). E questo vale sempre, anche all’interno degli ordinamenti. Se smettiamo di difenderlo, allora vuol dire che non ci interessa più tutto ciò che esso può garantire. Chi punta il dito contro i difensori del diritto internazionale, anziché nei confronti di chi lo viola, dovrebbe tenerlo a mente. La posta in gioco è davvero molto alta.

sabato 10 gennaio 2026

Il petrolio non attira

Nicolas Chapuis
Di fronte a Donald Trump le principali compagnie petrolifere americane stanno mostrando un interesse molto limitato per il petrolio venezuelano 

Le Monde, 10 gennaio 2026

Di tutti gli incontri di Donald Trump di quella settimana, quello di venerdì pomeriggio, 9 gennaio, è stato probabilmente il più importante. Sei giorni dopo il rapimento del leader venezuelano Nicolás Maduro da parte delle forze speciali statunitensi nel cuore di Caracas, il presidente ha incontrato alla Casa Bianca i rappresentanti delle principali compagnie petrolifere su cui fa affidamento per sfruttare le risorse di idrocarburi del Venezuela. Ma l'incontro non ha soddisfatto tutte le sue aspettative.

Le autorità statunitensi intendono assumere il controllo completo della produzione petrolifera del Paese. Il regime chavista di Caracas, sotto la minaccia di ulteriori interventi, avrebbe già accettato di trasferire 50 milioni di barili agli Stati Uniti come gesto di cooperazione. Per riavviare le operazioni di trivellazione, Washington ha bisogno dell'impegno delle principali compagnie petrolifere.

All'inizio della tavola rotonda, Donald Trump si è rivolto alle telecamere, indicando gli amministratori delegati: "Il piano prevede che spendano almeno 100 miliardi di dollari [86 miliardi di euro] per ricostruire le infrastrutture necessarie" per la gestione dei pozzi. Secondo il presidente, le aziende finanzieranno interamente questi investimenti in cambio di una garanzia di protezione e sicurezza da parte del governo degli Stati Uniti, che fungerà da intermediario. Come avvertimento, ha detto loro: "Se non volete andare, ditemelo, perché ci sono 25 persone pronte a prendere il vostro posto".

Da importatore a produttore leader

Mentre i massimi dirigenti elogiavano Donald Trump, applaudendo alla sua decisione di catturare Nicolás Maduro, il tono era molto più misurato quando si trattava di impegni concreti. Molti hanno affermato di essere pronti a "muoversi molto rapidamente" in Venezuela, una delle ossessioni del presidente degli Stati Uniti, poiché desidera vedere progressi durante il suo mandato. Ma nessuno ha fornito cifre. "I nostri beni lì sono stati sequestrati due volte, e potete immaginare che tornare una terza volta richiederebbe cambiamenti piuttosto significativi ", ha dichiarato Darren Woods, CEO di ExxonMobil, la più grande compagnia petrolifera statunitense, aggiungendo che " oggi è impossibile investire lì".

Le aziende americane non hanno dimenticato che, ad eccezione della Chevron, hanno dovuto abbandonare il Paese negli anni 2000, spinte dalla volontà dell'allora presidente Hugo Chavez, per rinegoziare i contratti a favore dello Stato venezuelano.

Da allora, le infrastrutture si sono deteriorate e richiederebbero investimenti molto ingenti. Secondo diverse stime, ci vorranno diversi anni per rimettere in carreggiata la produzione. Inoltre, le riserve del Venezuela, concentrate nella fascia dell'Orinoco, sono costituite da petrolio pesante e viscoso che richiede processi di raffinazione specifici.

Ancora più importante, la situazione è cambiata radicalmente dopo la loro partenza dal Venezuela negli anni 2000. Nel frattempo, gli Stati Uniti hanno autorizzato la fratturazione idraulica e iniziato a sfruttare vaste riserve sepolte in profondità nel proprio territorio, trasformando questo importante importatore di petrolio nel principale produttore mondiale. Per le major petrolifere, la situazione attuale è di sovrapproduzione, con un barile di petrolio che si aggira intorno ai 58 dollari.

Relazione speciale

Secondo il Wall Street Journal , Donald Trump ha dichiarato ai suoi consiglieri di voler portare il petrolio a 50 dollari al barile. Per la Casa Bianca, si tratta di una questione di politica interna di primaria importanza. I prezzi della benzina alla pompa sono già scesi dell'8% in un anno, attestandosi a 2,80 dollari al gallone (l'equivalente di 0,70 euro al litro, rispetto agli 1,75 euro al litro in Francia). Questa è una delle leve più efficaci per abbassare visibilmente il costo della vita negli Stati Uniti, che è diventato il tema più caldo in vista delle elezioni di medio termine di novembre. Per le aziende, 50 dollari al barile sono considerati una soglia critica di redditività, al di sotto della quale non è più redditizio continuare a trivellare.



Donald Trump mostra la sua nuova spilla durante un incontro con i dirigenti delle compagnie petrolifere americane alla Casa Bianca a Washington, D.C., il 9 gennaio 2026. ALEX BRANDON/AP

Lo stretto rapporto tra Donald Trump e la lobby petrolifera si è finora rivelato molto proficuo per entrambe le parti. La campagna del repubblicano ha ricevuto milioni di dollari da donatori dell'industria, nella speranza di vedere sconfitti i democratici e le loro politiche di transizione energetica. In cambio, le major petrolifere non sono rimaste deluse: in un anno, Donald Trump ha spianato loro la strada in termini di normative e tasse, consentendo più trivellazioni, in particolare offshore, ed eliminando i programmi di aiuti per le energie rinnovabili e i veicoli elettrici.  Il One Big Beautiful Bill Act , la "grande e bella" legge di bilancio approvata nell'estate del 2025, è stata una delle leggi più favorevoli all'industria petrolifera da molto tempo. Il presidente ora attende qualcosa in cambio.

Durante il suo insediamento, Donald Trump ha promesso alle compagnie petrolifere il suo sostegno incondizionato, incarnato dallo slogan "Drill, baby, drill ". "Torneremo ad essere una nazione ricca, ed è questo oro liquido sotto i nostri piedi che ci aiuterà a farlo ", ha dichiarato. Questo programma ora si estende alle riserve situate sotto i piedi dei nostri vicini.

Durante l'incontro alla Casa Bianca, le volontà del Venezuela sono state appena menzionate. Nella retorica di Donald Trump, il petrolio del Paese appartiene agli Stati Uniti, come risarcimento per l'espropriazione degli anni 2000. Indipendentemente dal governo al potere, finché questo collabora, l'operazione "Absolute Resolve" appare più come un rapido tentativo di appropriarsi delle risorse di un altro Paese che come un rovesciamento del regime chavista.

https://www.lemonde.fr/economie/article/2026/01/10/face-a-donald-trump-les-majors-americaines-montrent-un-interet-plus-que-mesure-pour-le-petrole-du-venezuela_6661230_3234.html

L' ultima intervista di Maduro

Ignacio Ramonet

Simon Blin  Adrien Franque
Ignacio Ramonet, intervistatore surrealista di Nicolas Maduro
Libération, 10 gennaio 2026

 È un'intervista in stile Paris Dernière, durante una passeggiata per le strade di Caracas. Il 31 dicembre, Nicolás Maduro concesse la sua ultima intervista da uomo libero – anche se forse non lo sapeva ancora – a Ignacio Ramonet. Come ha fatto ogni anno negli ultimi dieci anni, il giornalista spagnolo ottantaduenne, noto per aver diretto Le Monde diplomatique, un mensile di sinistra anti-imperialista in Francia, e per aver co-fondato l'organizzazione anti-globalizzazione Attac, si sta recando nella capitale sudamericana per parlare con il leader chavista. L'"intervista mobile", che avviene nell'auto del capo di stato, al volante, viene filmata per la televisione locale. Nel retro del veicolo ci sono Cilia Flores, moglie di Nicolás Maduro, e Freddy Náñez, vicepresidente della Cultura e della Comunicazione. Sul banco c'è un berretto rosso su cui lo slogan "Make America Great Again" è stato sostituito da "No guerra, sì pace".

L'atmosfera è complice. Il contenuto e la forma della conversazione di oltre un'ora sono più che compiacenti, le domande di Ignacio Ramonet relative al "miracolo economico" del Venezuela o all'"originalità" del suo modello politico. Nicolás Maduro spiega con calma che il suo popolo "pratica la democrazia diretta" ispirato al Libro Blu del Comandante Chávez. Si tratta di "riformulare la democrazia attraverso un processo popolare di costituitori, costruire una democrazia quotidianamente, una democrazia permanente. Una democrazia del popolo". L'esercizio è perfettamente calibrato in modo che l'inquilino del Palacio Miraflores esponga i suoi principi senza l'inizio di un'obiezione da parte del suo interlocutore, mentre il paese vive sotto un mantello di piombo. Sul sedile del passeggero, Ignacio Ramonet annuisce, a volte sembra persino commosso.

Una sorta di visitatore serale di Hugo Chávez

Col senno di poi, la scena ha qualcosa di crepuscolare. Era come un ultimo ballo per il capo di stato che amava ballare in pubblico per dimostrare al suo popolo che andava tutto bene. Alla fine del 2025, il dittatore 63enne è più che mai messo alle strette dall'esercito statunitense che, con il pretesto di combattere il traffico di droga, opera al largo della costa venezuelana. Nelle ultime settimane, i Marines hanno silurato barche nelle acque venezuelane che considerano appartenenti a trafficanti di droga.

L'escalation tra Donald Trump e il regime di Nicolás Maduro è aumentata quando un drone ha preso di mira un sito portuale nel paese latinoamericano alla fine di dicembre, il primo attacco americano su suolo nemico. Di fronte a Ignacio Ramonet, Nicolás Maduro ripete ripetutamente che vuole la "pace". Il 2 gennaio, il giornalista ha pubblicato la versione francese dell'intervista sul suo sito Mémoire des luttes: "Nicolás Maduro: 'Al popolo americano dico: qui, in Venezuela, hanno un popolo amichevole.'"» All'alba del 3 gennaio fu catturato dagli americani.

Come ha vissuto Ignacio Ramonet il rapimento di Nicolás Maduro, due giorni dopo il loro incontro? Qual era il contesto di queste interviste esclusive tra il columnist di estrema sinistra e l'autoproclamato erede della rivoluzione bolivariana? Quali legami avevano i due uomini? Ignacio Ramonet non ha voluto rispondere alle richieste di commento di Libération e ci ha semplicemente condiviso l'ultimo episodio del suo podcast El Mundo Segun Ramonet ("Il mondo secondo Ramonet") in cui torna all'"aggressione militare" del Venezuela da parte degli Stati Uniti, "un atto che rappresenta una violazione del diritto internazionale e della sovranità di uno stato indipendente."

"Bisogna sapere che Ignacio Ramonet ha avuto un'immensa notorietà in America Latina per molto tempo," afferma un buon intenditore del personaggio. Nel 1992, quando Hugo Chávez fu imprigionato dopo un tentativo di colpo di stato, riuscì comunque ad accogliere giornalisti. Dopo aver incontrato Le Monde diplomatique, invitò Ramonet, un importante incontro per entrambi. Ramonet diventerà un interlocutore abituale di Chávez quando diventerà presidente." Una sorta di visitatore serale che aiuterà il leader venezuelano a comprendere meglio le questioni geopolitiche del momento. Il rapporto di Ignacio Ramet con Maduro negli ultimi anni è un'estensione di questo legame con Chávez.

Profonda contraddizione

L'analista internazionale ha sempre denunciato con asprezza gli eccessi giornalistici e "oligarchici" della stampa occidentale nei suoi libri o nelle colonne dei giornali che gli aprivano le pagine dei "Dibattiti", incluso Libération negli anni 2000. Sotto il colpo della "globalizzazione liberale", "questo 'quarto potere' è stato svuotato del suo significato, ha gradualmente perso la sua funzione essenziale di contropotere", scriveva Ignacio Ramonet su Le Monde diplomatique nel 2003. Dopo la sua uscita da Diplo nel 2008 e la pubblicazione del suo ultimo libro, L'Impero della sorveglianza (Galileo, 2015), il prolifico saggista scomparve dal radar francese.

Ma il giornalista francofono continua le sue avventure venezuelane il più possibile vicino a un potere che impoverisce i suoi cittadini e imprigiona i suoi oppositori: continuando queste lunghe interviste di fine anno, Ignacio Ramonet, anche autore della biografia definitiva di Fidel Castro co-scritta con il Lider Maximo, sembra non aver mai davvero risolto la profonda contraddizione tra il suo impegno per il giornalismo libero e il suo impegno per il giornalismo libero. impegnato nella democrazia e contro l'"abuso di potere" e il suo sostegno intransigente a un regime dittatoriale.

Una contraddizione che non è solo sua ma che si applica in Francia nelle posizioni internazionali di Jean-Luc Mélenchon, la cui dottrina di "non allineamento" gli impedisce di condannare chiaramente le svolte autoritarie di Hugo Chávez e Nicolás Maduro. Il leader ribelle e Ignacio Ramonet, che fa parte del consiglio scientifico dell'Istituto La Boétie, il think tank di La France Insoumise, convergono così nella stessa visione delle relazioni internazionali, dettata da un antiamericanismo incrollabile.

giovedì 8 gennaio 2026

Le risposte a Trump

Dominique de Villepin

Paul Quinio
Quali sono le risposte a Trump?

Libération, 8 gennaio 2026


Il peso delle tensioni internazionali sarà al centro dei dibattiti del 2027. “Libération” ha intervistato tre grandi personalità politiche per cercare di comprendere la posta in gioco del nuovo ordine globale.uesto articolo

Le elezioni presidenziali francesi sono ancora lontane, ma l'intervento militare americano in Venezuela ci ricorda chiaramente quanto la situazione internazionale peserà su questa campagna. È un ritornello ricorrente prima di ogni elezione. Tuttavia, non è sempre così, o addirittura raro. Le questioni economiche e sociali hanno generalmente la precedenza. Nelle ultime elezioni, la guerra in Ucraina, scatenata dalla Russia nel febbraio 2022, ha naturalmente giocato un ruolo significativo. Questo particolare contesto ha favorito il presidente in carica, Emmanuel Macron, e ha certamente ostacolato Marine Le Pen e la sua posizione filo-Putin, per citare solo i due candidati che hanno raggiunto il secondo turno.

È altamente probabile che il contesto internazionale sarà ancora più centrale nei dibattiti tra un anno e mezzo. Dobbiamo sperarlo, data l'entità dei cambiamenti in corso. Come ci collocheremo di fronte alle dichiarazioni di Trump? Difficile dirlo. Le prossime elezioni di medio termine, che si preannunciano rischiose per Donald Trump, limiteranno gli eccessi americani sulla scena mondiale? Nulla è meno certo.

Ma questo primo anno del secondo mandato di Trump dimostra già – tra le minacce alla Groenlandia , la crisi tariffaria, la gestione erratica della questione ucraina, l'intervento in Iran e il sostegno inequivocabile a Benjamin Netanyahu – anche se il cessate il fuoco ottenuto sotto la pressione americana va riconosciuto – che il tempo delle osservazioni incredule del Presidente degli Stati Uniti è finito; ora è il momento di prepararsi al peggio. Si tratta di anticipare, non di aspettare di vedere di che colore uscirà il fumo dallo Studio Ovale su questa o quella questione.

Questa è senza dubbio la principale conseguenza dell'intervento militare americano in Venezuela: la consapevolezza che tutto può succedere. Con questa operazione, Donald Trump ha dato una duplice dimostrazione: quella della superpotenza militare americana e quella che questa superpotenza potrebbe essere usata, al di fuori di qualsiasi quadro giuridico internazionale, contro praticamente chiunque sia abbastanza sciocco da opporsi agli interessi statunitensi, in particolare quelli economici. Questo è ovviamente il caso dell'Europa.

Il futuro dell'Europa e il ruolo che la Francia avrà nel plasmarne il destino saranno quindi al centro dei dibattiti del 2027. Queste domande sono almeno al centro delle tre interviste che Libération ha realizzato con François Hollande, ex Presidente della Repubblica, Yaël Braun-Pivet, Presidente dell'Assemblea Nazionale, e l'ex Primo Ministro Dominique de Villepin.


Ex Primo Ministro e Ministro degli Esteri sotto Jacques Chirac, Dominique de Villepin fu colui che, al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite nel 2003, difese il "no" della Francia a un'operazione americana in Iraq. Oggi, chiede una risposta urgente da parte degli europei alle rinnovate ambizioni imperialiste di Washington.

L'operazione americana in Venezuela segna una rottura nell'ordine internazionale?

Si tratta di una svolta storica, geopolitica e ideologica. Sappiamo di entrare in una nuova era, visto il modo in cui stanno agendo gli Stati Uniti. Gli interventi americani in America Latina sono stati numerosi dalla fine del XIX secolo, più di quaranta. Tuttavia, le circostanze dell'intervento che ha portato al rapimento di Nicolás Maduro sono molto particolari. Anche la sua principale giustificazione, la lotta al narcotraffico, è insolita. Se l'operazione militare ha successo , la parte più difficile rimane per gli americani: confrontarsi con la realtà. Come si fa a governare un Paese di cui si è catturato il presidente e ad avviare una transizione che non è stata ancora annunciata, definita o delineata e, chiaramente, senza un'idea precisa di come si intende operare, il tutto dimostrando la propria volontà di impossessarsi delle risorse petrolifere? L'incertezza è totale . Da qui l'immensa importanza della reazione internazionale. Il resto della storia dipenderà in larga misura da ciò che dirà e farà l'Europa. Per questo sono stato duro con le prime parole di Emmanuel Macron , pur tenendo conto della correzione che è stata apportata .

Nel 2003 avete detto no all'intervento in Iraq. Oggi, con quello che sono diventati gli Stati Uniti, possiamo ancora dire di no?

Molte occasioni sono state perse dal 2003 , anno in cui la Francia ha formulato una chiara dottrina che condannava ogni intervento unilaterale con la forza, nonché i principi del multilateralismo come unica via per organizzare la società internazionale. Rispettare questa dottrina significa evitare lo scontro di civiltà in cui Donald Trump ci sta conducendo. Da un anno a questa parte, il presidente americano detiene il controllo completo della narrazione internazionale, ora per ora. Una narrazione dettata da un cinismo che non si preoccupa più nemmeno di mascherare il suo interventismo con una parvenza di volontà democratica, guidata da imperialismo, estrattivismo e ambizione sfrenata.

Come definiresti il ​​regime di Trump e la direzione che stanno prendendo attualmente gli Stati Uniti?

Questa è una democrazia che scivola verso l'illiberalismo e non mostra alcuna preoccupazione per lo stato di diritto o il funzionamento dei sistemi di pesi e contrappesi. Possiamo vedere chiaramente che sta emergendo una mappa del potere trumpiano, il che dovrebbe allertarci su due prossime scadenze: le elezioni di medio termine, qualora dovessero andare male a novembre, e le elezioni presidenziali del 2028. Non dimentichiamo il tentato assalto al Campidoglio di cinque anni fa . La questione delle scadenze diventerà sempre più cruciale perché non esiste un successore naturale di Donald Trump, che si presenta sempre più come un uomo dal destino manifesto. È tempo che gli europei dimostrino che un'altra narrazione è possibile.

Tuttavia, molti venezuelani vorrebbero vedere un barlume di speranza nella caduta di Nicolás Maduro.

In Iraq, gli Stati Uniti hanno spazzato via i due pilastri del potere: l'esercito e il partito Ba'ath. Sembrano voler imparare da questo fallimento non cercando di cambiare il regime venezuelano, ma piuttosto cambiando la persona al comando. Questa scelta è rischiosa, poiché milioni di venezuelani sono ansiosi di voltare pagina sulla dittatura, sulla catastrofe umanitaria e sulle sofferenze economiche e sociali. Il Paese rimane storicamente segnato da un antimperialismo e un antiamericanismo che precedono Hugo Chávez, datano almeno dal tempo di Marcos Pérez Jiménez, e la cui causa principale sono le sue risorse petrolifere, costantemente ambite nel corso della sua storia. Nella reazione all'intervento americano, è necessario considerare il fatto che questo nazionalismo venezuelano rischia di esacerbarsi. Tuttavia, nell'immediato, gli americani non sembrano determinati a ricostruire il Paese, ma piuttosto a rilanciare la sua obsoleta industria petrolifera . Tutto ciò richiederà tempo e si troveranno di fronte a gruppi armati strutturati che operano in tutto il Paese e sono guidati da potenti ideologie. Gli americani rischiano di deludere e di riaccendere un forte sentimento anticoloniale in tutta l'America Latina. Nel frattempo, devono assolutamente occupare il territorio e controllare il calendario politico. Per questo promettono ulteriori successi.

Donald Trump ha quindi promesso la caduta di Cuba.

Rovesciare il castrismo è un'ossessione americana di lunga data e sarebbe un successo laddove, nel 1961, John F. Kennedy fallì alla Baia dei Porci. Per Trump, tutto questo sta accadendo a pochi mesi dalle elezioni di medio termine , quando il suo bilancio economico è tutt'altro che stellare e il caso Epstein continua a inasprirsi. Ha quindi bisogno di risultati rapidi. Cuba è il modo migliore per ottenerli. L'imperialismo di Trump è sia mercantile, guidato dal petrolio, sia ideologico. Quest'ultimo si estende al desiderio di conquistare territori. Si tratta di raggiungere il dominio geografico del mondo. Questa è quella che lui chiama la geopolitica dell'emisfero occidentale. Gli Stati Uniti coprono poco meno di 10 milioni di chilometri quadrati. Questo dà a Trump un complesso di inferiorità, rispetto alla Russia, che ne ha quasi 20 milioni. La Groenlandia è anche il ponte tra l'Artico e l'Atlantico. Questa è l'opportunità di segnare un punto decisivo contro Russia e Cina. Sarebbe una svolta nel dominio globale. E non dimentichiamo che la nuova dottrina strategica americana si basa sull'uso di tattiche shock. Per Trump, la nuova arma nucleare è la tattica shock.