Viviana Mazza
Dubbi, sondaggi a picco e "pressioni dal Golfo": Donald in retromarcia
Corriere della Sera, 19 maggio 2026
NEW YORK I negoziati sono in stallo da settimane e Trump ha ripetuto più volte che potrebbe ordinare un nuovo attacco a meno che l’Iran non faccia maggiori concessioni e ponga fine al suo programma nucleare. Ieri sembrava ancora una volta che un attacco americano fosse imminente, dopo una telefonata con Netanyahu domenica, voci di preparativi congiunti con Israele, e la spinta di «falchi» come il senatore repubblicano Lindsey Graham a riprendere le operazioni militari perché «il blocco dello Stretto ci danneggia tutti e rafforza l’iran».
Ma dopo le minacce, il presidente ha fatto marcia indietro ancora una volta, spiegando che i suoi alleati del Golfo — Qatar, Arabia Saudita, Emirati — gli hanno chiesto di rimandare gli attacchi pianificati per oggi perché i negoziati si stanno facendo «seri». Trump aggiunge che i suoi alleati sono convinti che sarà possibile «arrivare ad un accordo molto accettabile per gli Stati Uniti e i Paesi del Medio Oriente», un accordo che preveda che l’iran non abbia «armi nucleari». Gli alleati della regione preferiscono a questo punto una soluzione diplomatica, poiché temono di essere bersagliati dall’iran se salta il cessate il fuoco già fragile.
Gli americani vedono il fatto che l’Iran abbia fatto ieri una nuova proposta come un segnale che sono preoccupati da una possibile ripresa dei bombardamenti. Ma resta il fatto che la proposta non era sufficiente per Trump: l’Iran aggiungeva nuove parole nella sezione in cui si impegna a non cercare di costruire un’arma nucleare ma mancavano impegni precisi sulla sospensione dell’arricchimento dell’uranio e sulla consegna delle riserve di uranio arricchito al 60%. Teheran ha ripetutamente rifiutato di piegarsi alle richieste americane e non ci sono almeno in apparenza segnali che qualcosa sia cambiato.
Trump è sempre più frustrato dallo stallo nei negoziati: una frustrazione che ha espresso ai suoi consiglieri anche a proposito della chiusura dello Stretto, che ha portato all’aumento del prezzo del petrolio (in media 4,50 dollari al gallone negli Stati Uniti). Negli ultimi giorni il presidente avrebbe preso sul serio una effettiva ripresa della guerra, secondo i media americani. Il Pentagono gli ha presentato diversi possibili piani. Molti analisti però dicono che i bombardamenti da soli non costringeranno l’Iran ad accettare le richieste americane. Stati Uniti e Israele potrebbero lanciare un’operazione delle forze speciali per cercare di prendere le riserve di uranio arricchito al 60% che temono possa essere usato per costruire un’arma nucleare; ma una missione del genere metterebbe a rischio le vite di soldati americani.
Tutto questo accade nel contesto di sondaggi che continuano a mostrare che la guerra è impopolare. Quasi due terzi dei 1500 americani interpellati in un sondaggio New York Times/siena, affermano che iniziare questo conflitto è stato un errore e il 52% si dice contrario a riprendere gli attacchi anche nel caso in cui non si riuscisse ad arrivare ad un accordo. Ma resta una forte polarizzazione: il 70% dei repubblicani ritiene infatti che la guerra sia giusta e il 73% afferma che dovrebbe essere continuata fino ad accertarsi di aver eliminato il programma nucleare iraniano.
Il tasso di approvazione del presidente è al 37% (un record da 17 anni per un presidente nei sondaggi New York Times/siena): l’inflazione, il costo della benzina e i fattori economici sono fonte di preoccupazione crescente per gli elettori, anche repubblicani. La questione su cui il suo appoggio è rimasto pressoché invariato (al 41%) è l’immigrazione.
Nessun commento:
Posta un commento