venerdì 1 maggio 2026

Operaia Rivista

Luciana Cimino 
Operaia Rivista: raccontare il lavoro nell'era della disgregazione

il manifesto, 1 maggio 2026

“Uno svenimento ha interessato l’occidente. La dimenticanza dei suoi figli più numerosi ci lascia senza parole. È per questo che vogliamo offrire dei sussurri. Parleremo della casa di questi figli, della Fabbrica” si legge nel manifesto del numero 0 di Operaia Rivista, pubblicazione bimestrale iniziata nel dicembre 2024 da Lorenzo Gasparini e Domenico Mangiacapra con raro coraggio: creare una rivista che parli esclusivamente di lavoro è una sfida non da poco. Ma è anche un esempio. “Ho deciso di iniziare questo progetto soprattutto per la mia provenienza sociale e personale – spiega Gasperini – mio padre fa l’operaio da 40 anni. Ha iniziato a 16 anni a lavorare in una delle aziende dell’agro pontino, poi si è stabilito in una cava di sabbia. Vedevo in casa, tutti i giorni, gli effetti di un lavoro del genere e, contemporaneamente, un grande vuoto rispetto a queste tematiche, sia nella politica che nella produzione letteraria, ma anche nelle cronache. Il lavoro è una parte fondamentale di ogni società eppure ne parlano poche testate, tra cui il manifesto. Ci siamo resi conto che questo vuoto sistemico andava riempito.

Perché in Italia è scomparsa la questione operaia?

Ci facciamo questa domanda ogni volta che parliamo con i lavoratori. Il sistema è volto alla disgregazione di ogni possibile forma di unità, è orientato verso l’individualismo. Gli operai ci raccontano che non esiste più la mensa, che era un importante luogo di aggregazione e di confronto. I giovani sono tutti interinali, arrivano da altri posti di lavoro o da altri paesi e stanno pochi mesi, molti hanno contratti a tempo determinato, per cui sono persone di passaggio. Quando ero piccolo c’era un orgoglio di classe nell’essere operaio. Prima la fabbrica era una madre, adesso uno spazio infernale in cui non ci si riconosce nemmeno tra compagni. La precarizzazione ha distrutto anche la capacità di organizzarsi e poi quando un imprenditore si mangia i soldi e scappa all’estero licenziando, ad esempio, è difficile trovare persone disposte a mobilitarsi.

La rivista non parla solo di operai ma anche dello sfruttamento tipico dei lavori di oggi.

Il lavoro non è solo quello in fabbrica, diamo la parola a braccianti, precari, insegnanti, partite iva, rider, camerieri ma il titolo è un omaggio alle stagioni di lotta degli anni 70 in cui gli operai erano il carro trainante delle proteste ottenendo diritti sul lavoro per tutti.

Il riferimento a quegli anni è evidente anche nella grafica e nella scelta iconografica.

Volevamo ricostruire quell’immaginario. Le foto sono quasi tutte le nostre, scattate in analogico principalmente quando andiamo a parlare con i lavoratori.

Vi aspettavate di avere da subito un piccolo seguito, anche sui social?

Tutti noi per riuscire a produrre questo bimestrale dobbiamo fare altri lavori ma c’era evidentemente bisogno. La sinistra non riesce più a parlare con queste persone, a usarne il linguaggio. Non sono animali strani, qualcuno in passato ci ha parlato ma non possiamo continuare a pensare a Berlinguer come una cosa mitologica. Se qualche politico volesse ricominciare a farlo, qualcosa si scuoterà.


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