Flavia Perina
Pannella dieci anni dopo, quel "nemico perfetto" che tutti i partiti ora rimpiangono
La Stampa, 20 maggio 2026
Il Signor Wood è il galantuomo che, a dieci anni dalla morte, tutti vorrebbero ancora e ancora come amico o come nemico, fa lo stesso. Lo rimpiange monsignor Vincenzo Paglia, voce nobile della Chiesa contro la quale Marco Pannella ingaggiò formidabili corpo a corpo sui diritti civili («Abbiamo bisogno di uomini e di donne con idee universali come lui, che le testimonino anche a costo di pagare»). Ne ha nostalgia Pier Ferdinando Casini, cresciuto in una Dc che per Pannella era fanfascismo e nemico principale («Ha avuto il merito di obbligare al dialogo anche i più lontani dalla sua idea»). Lo celebra Luciana Castellina, una vita nell’impegno comunista che Pannella bullizzò come rivoluzione fucilocentrica e pugnocentrica («Tra noi un’amicizia in cui si è litigato sempre»). Lo rievoca con affetto Gianni Letta, che negli anni del divorzio fu direttore del Tempo e lo fronteggiò ogni giorno («Si poteva non condividere le sue idee ma non si poteva non apprezzare il modo con cui le difendeva e le imponeva»). E a seguire tutti gli altri che ieri hanno dichiarato, parlato, manifestato, ricordato, promosso targhe e intitolazioni: lo rivorrebbero tutti, incluse ovviamente tre o quattro generazioni di radicali cresciuti alla sua scuola e nel suo mito, benché dispersi qua e là da una infinita diaspora.
Marco Pannella come nemico-amico perfetto, di cui si avrebbe un gran bisogno anche oggi perché – e nessuno lo ha detto meglio di Francesco De Gregori – il canestro di parole che la sua leadership indiscussa riversò sulla politica italiana, spiazzando ogni luogo comune, ha obbligato ognuno a salire di livello, a industriarsi nel tenergli dietro. Benedetto della Vedova, ieri alla Camera, durante la presentazione del libro di Piero Ignazi “Marco Pannella, la passione della politica”, di quel canestro ha fatto un elenco per titoli, e non sono neanche tutti: divorzio, aborto, obiezione civile, fame nel mondo, Gandhi, Enzo Tortora, Leonardo Sciascia, Tony Negri, Stati Uniti d’Europa, Satyagraha, iuguri, tibetani, pena di morte, amnistia, maggioritario, e in mezzo ci stanno pure la presidenza della Circoscrizione di Ostia, la Rosa nel Pugno, il partito transnazionale, la depenalizzazione delle droghe, le carceri, l’amnistia, Cicciolina, il diritto alla conoscenza, e ovviamente Radio Radicale, Nessuno Tocchi Caino, la Luca Coscioni e pure il dimenticato MIT, il Movimento Identità Trans che Francesco Rutelli ricorda con stupore retroattivo perché nel 1982 ottenne con voto unanime, compresa la Dc, compreso il Msi, la prima legge per regolamentare il cambio di sesso in Italia.
«È stata una personalità che ha impresso un segno nella storia della Repubblica», ha detto il presidente Sergio Mattarella inaugurando idealmente questo Pannella Day. E ancora: le sue campagne politiche sono state condotte quasi sempre da posizioni di minoranza, ma sono state capaci «di attivare percorsi di innovazione e riforma», tanto che la sua eredità «riserva valori anche a chi non ha condiviso tutte le sue battaglie». Frasi verissime. Col senno di poi le condividono tutti, ma col senno di prima non erano poi così scontate. Marco Pannella risultò per decenni un supremo rompiscatole per ogni maggioranza, al punto che nel 1983 il Parlamento a scrutinio segreto approvò le sue dimissioni, presentate per una questione di Rai e censura, anziché respingerle come era d’uso (e come lui era certo che sarebbe successo). No, Pannella non era uno che si muoveva «nella notte hegeliana dove tutti i gatti sono grigi», ricorda Claudio Martelli: era divisivo, urticante, una mina vagante che periodicamente terrorizzava la politica con i suoi estremi scioperi della fame, almeno un paio di volte arrivati al limite della sopravvivenza e dell’allarme rosso. «Rischiamo di passare alla storia come quelli che hanno ammazzato Pannella», rabbrividiva pure Silvio Berlusconi.
Il decennale porta con sé l’intitolazione dei giardini davanti al carcere milanese di San Vittore, della piazza davanti al carcere romano di Rebibbia, una targa a Roma a Palazzo Braschi ma anche sulla facciata della storica sede radicale di via Torre Argentina (è di cartone, omaggio dei militanti radicali che polemizzano con il Comune: la vogliono lì perché «casa sua era quella»), la richiesta di Più Europa per una seduta parlamentare straordinaria sulle carceri, una maratona oratoria a Piazza Capranica, l’annuncio di Ignazio La Russa di una rievocazione anche al Senato martedì prossimo. E infine, la voce roca di Emma Bonino, che in chiusura dei discorsi alla Camera col suo carissimo Pannella ci discute ancora, dice di non aver mai capito l’espressione “spes contra spem” diventata il motto di Marco e citata nella lettera a Papa Francesco scritta poco prima di morire. «Magari me lo spiegherà quando ci rincontreremo», dice.
Pannella elettore di Scalfaro
Carmine Fotia
Sul Quirinale la dura lezione del 1992
il manifesto, 28 gennaio 2022
Sul manifesto del 26 gennaio scorso Giangiacomo Migone ha opportunamente ricordato come la strage di Capaci, trent’anni fa, fu determinante nell’elezione al Quirinale di Oscar Luigi Scalfaro. Ovviamente, le circostanze sono molto diverse, ma anche oggi il sistema politico pare stremato e avvitato su sé se stesso mentre tra pandemia, crisi ucraina, e il rischio di una crisi sociale sono ben tre le emergenze che fanno da drammatico contesto all’elezione in corso.
Non so dire se ciò porterà come allora a un salto di consapevolezza e responsabilità. Però ricordare quei giorni può essere utile per comprendere il rischio che si corre quanto la politica e le istituzioni non sono in grado di trovare una risposta democratica all’emergenza.
Arrivai a Palermo quasi direttamente dai palazzi del potere romano dove, insieme ad altri colleghi, seguivo per il manifesto le votazioni per il nuovo capo dello stato che si avvitavano su sé stesse senza via d’uscita, dopo la trombatura di Giulio Andreotti tra le cui gambe era stato gettato, nel marzo di quello stesso anno, il cadavere del suo plenipotenziario in Sicilia, Salvo Lima, garante del patto tra la politica e Cosa Nostra.
Mentre vado sul luogo della strage di Capaci incrocio in senso opposto il corteo presidenziale che sta riportando a Roma il vicecapo dello Stato, Giovanni Spadolini, che si lascia alle spalle la Beirut italiana e torna nei Palazzi in disfacimento. In quanto presidente del senato è capo dello stato supplente perché Francesco Cossiga si è dimesso prima del tempo, lanciando una bomba lacerante: è tutto un sistema politico che sta cadendo sotto i colpi di Tangentopoli e la mafia sta perdendo i suoi vecchi punti di riferimento e ne cerca di nuovi.
L’odore, lì a Capaci, è quello ferrigno della morte, della polvere rossa che il vento di scirocco trascina con sé nell’aria che sa di esplosivo, di catrame ancora caldo. Per terra, pezzi di tela militare sbattuti dal vento, due mazzi di fiori di campo poggiati su un cumulo di terra.
Per duecento metri l’autostrada non esiste più, è stata cancellata, spazzata via. Ecco il grande cratere di terra rossa: qui sotto c’erano mille chili di tritolo, una potenza micidiale che ha sollevato l’asfalto che ora se ne sta ingobbito, dilaniato da quella forza devastante sprigionata dal suo stesso ventre.
La macchina sulla quale viaggiavano Giovanni Falcone e sua moglie Francesca Morvillo, è ferma sul ciglio del cratere, con il muso stritolato dalla furia del primo impatto, tutti i suoi congegni elettronici sono lì sventrati, oscenamente esposti. Poco più dietro, un’altra macchina della scorta messa di traverso e più in là un’altra ancora che sembra come schiacciata da una mano potente che scende dall’alto.
Ecco. così sono morti Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Antonino Montinaro, Vito Schifani, Rocco Di Cillo.
Un cronista di Radiomontecarlo mi dice solo quattro parole :”It’s a war”.
Scrivevo allora, cercando di spiegare perché, dopo aver ucciso l’uomo del legame tra politica e mafia, Salvo Lima, Cosa Nostra avesse alzato il tiro sul suo nemico giurato: “Un atto di terrorismo mafioso…l’hanno fatto mentre il Palazzo viveva un passaggio delicatissimo: un’elezione presidenziale nel corso della quale si ridisegna l’equilibro del potere. Non c’è bisogno di pensare a complotti a trame oscure. Purtroppo è tutto tragicamente chiaro: un pezzo d’Italia che è Colombia e Libano. Con i piedi ben piantati qui, il potere mafioso alza la tesa e guarda in alto, alla ricerca del suo posto tra i poteri, oligarchia armata che vive del deficit di democrazia e a sua volta lo alimenta”.
Attraversando Palermo, tra l’odore delle stigghiole arrostite per strada e le ceste di pane, leggo su qualche rudimentale cartello la scritta “Falcone sei vivo ”.
Io c’ero, posso raccontare il dolore attonito di una città che poi si farà rabbia all’apparire dei vertici istituzionali, le lacrime che si confondevano con la pioggia.
Paolo Borsellino, che sarebbe stato assassinato poco dopo, era una maschera da tragedia greca avvolta in una perenne nuvola di fumo.
Il 25 maggio, due giorni dopo l’assassinio di Giovanni Falcone, le camere eleggono presidente della repubblica Oscar Luigi Scalfaro, un democristiano moderato, cattolicissimo (tanto da aver schiaffeggiato negli anni ’50 in un ristorante romano una signora che mostrava le spalle troppo scoperte) ma fuori dai giochi di potere.
Qualche tempo prima, lo avevo intervistato per il manifesto, scherzando anche su questo suo passato. A conferma dei paradossi di quella stagione fu proposto da due outsider della politica che sembravano il suo opposto: Marco Pannella, leader dei radicali e anticlericale per eccellenza e Leoluca Orlando, figlio ribelle della sinistra dc che aveva da poco fondato la Rete, e poi divenne, durante la sua presidenza, il principale avversario dell’ascesa politica di Silvio Berlusconi, e un’icona della sinistra.

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