venerdì 1 maggio 2026

Il monito di Odisseo: la misura


Odissea 
18, 124-149

traduzione di Ettore Romagnoli


«Proprio mi sembri, Anfínomo, pieno di senno: figliuolo
degno del babbo tuo, che tanto ne intesi dir bene:
Nisi di Dúlico, tanto dicevano, buono e opulento.
Tu sei suo figlio, dicono, e un uomo dabbene mi sembri.
E ti dirò per questo, se vuoi darmi ascolto e capirmi:
sopra la terra non v’ha creatura piú grama dell’uomo,
fra quante van rependo sovr’essa, traendo il respiro.
Sin che i Celesti gli dànno fortuna, e si regge sui piedi,
pensa che mai non gli debba toccar nel futuro un malanno:
se poi qualche sciagura gli mandano i Numi beati,
a malincuore s’adatta, mal tollera l’animo i pesi.
Tale è l’umor delle genti che vivono sopra la terra,
sin che li tiene in vita degli uomini il padre e dei Numi.
Vivere anch’io fra la gente felice potevo, ed usai
la prepotenza, il sopruso, commisi molti atti malvagi,
nel padre mio, nei miei fratelli fidando. Per questo
dico che nessun uomo dovrebbe mostrarsi malvagio,
bensí godersi il bene che i Numi gli mandano, in pace.
Ora veggio io, per esempio, i proci che ordiscono infamie,
consumano gli averi, rispetto non hanno alla sposa
d’un uomo che, ti dico, lontano dai suoi, dalla patria,
non resterà piú a lungo; ché anzi è vicino. Ma un Nume
te riconduca alla patria, che imbatter con lui non ti debba,
quando alla terra madre ritorno farà; ché giungendo
alla sua casa, farà giustizia dei proci anche Ulisse;
né, senza sangue sarà, per quanto credo io, la giustizia».

Davide Susanetti
La felicità degli antichi. Idee e immagini di una buona vita

Feltrinelli, Milano 2018

Si tratta del monito che Odisseo, tornato a Itaca, ma ancora travestito

come un irriconoscibile mendicante, rivolge a uno dei Proci che consumano

i beni della sua casa e attentano alla virtù di Penelope. Raccontando una

sorta di autobiografia fittizia, l’eroe avverte implicitamente il suo

interlocutore dei rischi di un comportamento ingiusto e tracotante. E, nel far

questo, dispiega una considerazione paradigmatica sulla vita umana.

L’uomo è un essere debole e vulnerabile, ma spesso lo dimentica e si illude

di essere immune dalla sofferenza, salvo doversi ricredere quando la

sventura travolge la sua esistenza, per conseguenza anche dei propri

personali errori. La mente dell’uomo – osserva Odisseo – è tale quale il

giorno che ad essi manda Zeus (ep’ emar agesi)”. I pensieri e i sentimenti

dell’uomo prendono il colore e il tono della singola giornata, felice o

dolorosa: ne sono determinati sia nella misura dell’inconsapevolezza

soggettiva (se non si riesce a vedere nulla al di là del presente e ci si illude

che nulla cambi in futuro) sia nella forma oggettiva di un’impossibilità di

mutare il corso degli eventi. Il passo omerico – nella formulazione adottata

da Odisseo – illustra la genesi e il significato primario dell’aggettivo

ephemeros, che, in tanta poesia greca, definisce la stirpe dei mortali: l’uomo

è “effimero” non tanto perché la sua vita è di breve durata, quanto piuttosto

perché è strettamente “dipendente dal giorno”, dall’emar o hemera, che

sempre può far mutare le condizioni dell’esistenza individuale, come anche

il Solone di Erodoto provvederà a spiegare.

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