una più libera coscienza di sé stessi
Tove Ditlevsen. Un viaggio dentro l’alienazione mentale dell’autrice che arriva a mostrare quanto sia malato il vivere abbarbicati al proprio io
Marta
Morazzoni
Il Sole 24ore, 3 maggio 2026
Di Tove Ditlevsen abbiamo parlato al tempo della pubblicazione della Trilogia di Copenaghen (Fazi). È un’autrice sostanziale nel panorama della letteratura danese del ‘900 e la sua caratteristica è la struttura autobiografica che diventa narrativa pura. Materia ne aveva da vendere! La sua fu una vita travagliata e controcorrente sempre, a cominciare dalla determinazione precoce ad essere scrittrice in tempi di ostracismo alle donne; il seguito del suo percorso si svolse tra complesse vicende sentimentali, fasi di depressione e alterazione che la portarono alla dipendenza da alcool e droghe: non una storia facile che si concluse con il suicidio nel 1976.
E ora il romanzo breve I volti: scritto nel 1968, è un viaggio nei meandri di una mente disturbata, ma sembra staccarsi per qualche scheggia di strana luce dal passo drammatico della Trilogia. È un azzardo parlare di luce nella narrazione di un tempo recluso in una casa di cura, dove la protagonista, una scrittrice di libri per bambini, è ricoverata dopo aver simulato un tentativo di suicidio. Lo ha messo in atto per sfuggire al pericolo di essere uccisa dal marito e dalla domestica, sua amante. Di questo pericolo l’hanno avvertita le voci che ha sentito salire dalle tubature dell’acqua. Verità o ossessione? Non è questa la domanda essenziale, anche se corre lungo tutto il romanzo. La domanda essenziale sta alla fine ed è la chiave di volta dell’intero edificio narrativo. Ma prima affrontiamo le traversie di una mente alterata e ipersensibile, che dà corpo alle voci e vede volti della consistenza di maschere di gomma che si indossano e si depongono come abiti di cui ci si spoglia la notte per riprenderli al mattino. Un’immagine che rimanda a certe inquietanti fisionomie di Francis Bacon.
La storia di Lise, della sua percezione della realtà, delle suggestioni frutto di paure e sfiducia, si dipana in un quadro che ha per sfondo la degenza in un ospedale psichiatrico, un luogo rifugio per sfuggire ai suoi persecutori. Il tema si sviluppa intorno al potenziale creativo della mente in questo tempo sospeso, in cui cresce e si impone una dimensione parallela, una linea di confine tra la realtà e la sua disturbata elaborazione. Allora le metamorfosi dei volti e l’ossessione delle voci, che arrivano dalle vie più disparate, allertano la protagonista a scoprire verità da cui rifuggire, mentre le diventano, per paradosso, necessarie. È la cronaca di un percorso dentro l’alienazione mentale, che si oggettiva nella più totale instabilità: caratteri che mutano, tratti somatici come calchi che si mettono e si smettono. Le suggestioni si accavallano, si scompongono, la percezione della realtà per Lise è labile, mentre le figure che avanzano e arretrano dallo sfondo prendono consistenza e mettono radici nella sua mente. È quasi una danza che si materializza ai suoi occhi, passi a cui corpo e mente si adeguano. Danza e pittura, perché il tema dei colori è a sua volta determinante e produce qualcosa di simile all’effetto di certe droghe.
Straordinariamente brava nel raccontare il tracciato della deriva mentale, di cui ha fatto esperienza e ne ha conosciuto la forza di opposizione alla realtà, Tove Ditlevsen mette nero su bianco la diversità delle immagini, dei suoni, l’interpretazione del presente e del passato in una persona temporaneamente disancorata dal senso comune, sempre che un senso comune esista! Per il lettore è un esercizio d’agilità passare dalle percezioni di Lise all’oggettiva condizione in cui lei si trova, un ospedale o un ricovero dove la sua alienazione si incontra con altre forme di perdita di coscienza, ed è un gioco pirotecnico il percorso delle impressioni visive, delle voci insinuanti che la raggiungono. Lo stile narrativo della Ditlevsen giostra i passaggi tra ragione e irrazionalità, con naturalezza fa confluire un mondo nell’altro. È un dato di qualità stilistica alta messo in campo dall’autrice, che tiene le fila di due azioni parallele: nel ruolo di narratore e in fondo di testimone di se stessa, passa attraverso le opposte dimensioni della mente, dal reale alle percezioni alterate che la psiche genera e di cui si alimenta.
Un frammento di luce, ho incautamente scritto all’inizio! Perché in effetti l’itinerario di questo tormentoso romanzo conduce a una inattesa indipendenza: c’è per Lise l’intuizione di una rinnovata, più libera coscienza di sé: domani torno a casa e comincio a scrivere un libro nuovo… un libro nuovo significa il progetto di un’invenzione, una vita cui dare forma a partire dalla scoperta che in fondo non si sa cosa sia vero e cosa no in questo mondo; e, visto da una diversa angolatura, non è forse una malattia che la gente viva abbarbicata al proprio io? …tutto questo caos di voci, volti, ricordi che le persone si lasciano sfuggire solo goccia a goccia? È una domanda inquietante, sovverte la nostra lettura del reale, ma per Lise è la domanda che rimette in moto la scrittura, quindi di nuove la vita.
Tove
Ditlevsen
I
volti
Fazi Editore, traduzione
di Alessandro Storti, pagg.136, € 17

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