venerdì 8 maggio 2026

Fallimento epico

Nathalie Tocci
Da Hormuz libero al regime change: è il fallimento epocale di Trump

La Stampa, 8 maggio 2026 

Doveva essere una “Furia Epica” quella che il presidente Usa avrebbe scagliato contro la Repubblica islamica dell’Iran. Dopo aver già «annientato» il programma nucleare iraniano nella guerra del giugno 2025, Washington lo avrebbe distrutto di nuovo. Ma non solo: avrebbe eliminato le capacità missilistiche iraniane, obbligato Teheran a rinunciare alle milizie filo-iraniane sparse per il Medio Oriente e, soprattutto, avrebbe rovesciato il regime. Indebolito dall’ultima ondata di proteste a gennaio, a quest’ultimo sarebbe bastata un’ultima spallata da parte di Israele e Stati Uniti, e il gioco era fatto.

Invece è stato un “Fallimento Epico”. Non c’è ancora completa chiarezza sul piano in 14 punti presentato da Washington ai mediatori pakistani: circolano diverse versioni e la confusione potrebbe far deragliare ancora una volta la trattativa. A far saltare il negoziato potrebbero essere le dichiarazioni roboanti e spesso campate in aria di Trump, una sua ennesima virata a favore di una nuova guerra, oppure l’intransigenza di un regime iraniano indurito e radicalizzato. Ma qualora dovesse essere raggiunto un accordo che ricalchi a grandi linee la proposta statunitense in circolazione in queste ore, è difficile non vedere la debacle strategica degli Stati Uniti.

Fallimento perché l’unico vero accordo immediato riguarderebbe la riapertura dello Stretto di Hormuz. Ed è bene ricordare che questo era l’unico problema a non esistere prima della guerra, quando lo Stretto era serenamente aperto. Con questo conflitto l’Iran ha dimostrato di poter controllare Hormuz, ed è ora impossibile riavvolgere il nastro. Se Teheran lo ha chiuso una volta, può farlo di nuovo: la leva strategica regalata dagli Stati Uniti e da Israele all’Iran non può essere facilmente eliminata. Lo Stretto può certamente riaprire ma solo attraverso un compromesso con il regime – che prevede probabilmente la fine del blocco navale Usa, lo scongelamento di asset iraniani detenuti all’estero e la sospensione di alcune sanzioni. Rimane inoltre da capire se verrà formalizzato un qualche sistema di pedaggio a vantaggio di Teheran.

Poi c’è il file nucleare. Laddove l’accordo prevedesse la sospensione totale dell’arricchimento dell’uranio per un certo numero di anni – gli iraniani premono per 5, Washington per 20 – questo sarebbe un miglioramento rispetto all’accordo del 2015, che consentiva all’Iran la capacità limitata di arricchire l’uranio al 3,67% per un periodo di 15 anni. Così come quel testo prevedeva una durata limitata, anche questo avrebbe un arco temporale circoscritto, riconoscendo implicitamente all’Iran il diritto all’arricchimento. Cosa più importante, mentre il Joint Comprehensive Plan of Action (Jcpoa) firmato da Obama conteneva un meccanismo iper-dettagliato e intrusivo di verifica internazionale, la bozza attuale lascia tutto questo ancora da studiare e concordare. Così come rimane da chiarire la sorte dei 440 chili di uranio arricchito oltre il 60%, soglia per la quale non c’è alcuna applicazione civile. In sintesi, le premesse di un eventuale accordo non sarebbero sostanzialmente diverse – né migliori – rispetto a quelle del Jcpoa, vituperato da Trump e poi violato dalla sua prima amministrazione nel 2018, soprattutto alla luce dei costi finanziari, politici e di sicurezza che il ritiro americano dal Jcpoa ha comportato negli anni seguenti – questa guerra, del resto, ne è a tutti gli effetti una conseguenza.

Di missili, nel frattempo, non si fa cenno. Eppure la guerra non ha distrutto tutte le capacità missilistiche iraniane, per non parlare dei droni: l’ultimo attacco a Fujairah, negli Emirati Arabi Uniti, ne è l’amara testimonianza. L’accordo non tratta nemmeno le milizie pro-iraniane nella regione. Hamas, nonostante una guerra genocida di Israele, rimane in controllo di quel che resta di Gaza; Hezbollah, pur indebolita, è in piedi e in grado di contrattaccare Israele dal Sud del Libano; gli Houthi in Yemen continuano a rappresentare un asso nella manica di Teheran, con la possibile chiusura dello Stretto di Bab al-Mandeb fra Golfo di Aden e Mar Rosso sempre pronta come potenziale leva di escalation.

Infine, il regime iraniano non solo rimane in piedi, ma è – come era prevedibile – una versione più militarizzata e incattivita di se stessa. Da metà marzo a oggi ben 28 cittadini sono stati giustiziati in applicazione di una nuova legge, ratificata alla fine dell’anno scorso, che inasprisce le pene per crimini di spionaggio allargando le maglie per la pena di morte. Più che una spallata alla Repubblica islamica, la guerra rischia di aver delegittimato i suoi oppositori – ora associati a un’aggressione straniera – dando paradossalmente sostegno insperato a un regime che, per la prima volta, aveva davvero iniziato a scricchiolare.

Tutto questo sullo sfondo di una guerra che, anziché rafforzare la posizione americana nella competizione con la Cina, ha ottenuto il contrario: Pechino diventa interlocutore sempre più privilegiato nel Golfo e in Iran, e cavalca la catastrofe nei mercati energetici per consolidare la sua leadership nelle tecnologie verdi. Un fallimento epico – o forse, dati i deliri messianici di Trump, diremmo di proporzioni bibliche.

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