Ezio Mauro
Il declino dello spirito del caos
la Repubblica, 17 maggio 2026
Come se la politica fosse ridotta a incantesimo — il nome che diamo alle grandi suggestioni di massa quando non le sappiamo spiegare — , improvvisamente il sortilegio che ha liberato lo spirito imperiale di Donald Trump sembra spezzarsi, rivelando la fragilità del progetto onnipotente, testimoniata dalla sua inconcludenza, dalla sproporzione tra gli annunci e i risultati, dalla debolezza strategica di un leader che apre una crisi dopo l’altra senza riuscire mai a chiuderle.
In realtà non è così semplice interpretare la deriva di un fenomeno politico che ha deviato il corso del secolo, e che può ancora tenere in scacco l’America e il mondo. Certamente il presidente degli Stati Uniti, nell’affanno dei sondaggi sfavorevoli con midterm che si avvicina, ha ridimensionato inconsciamente la sua leadership parlando di «declino» americano (anche se lo ha attribuito interamente all’eredità negativa di Biden) e soprattutto ha trasmesso l’impressione fisica, antropologica, di cercare nel vertice di Pechino con Xi Jinping qualcosa di più di un’intesa: quasi un appoggio, forse un sostegno a distanza. Addirittura una sponda.
Questa condizione di necessità denuncia la solitudine in cui si muove il capo della Casa Bianca dopo aver disarticolato la rete di alleanze internazionali costruite nel dopoguerra, e dopo aver disattivato il circuito occidentale che garantiva la persistenza attiva di una cultura della democrazia come risorsa permanente.
È una solitudine anche tecnica, perché le centrali operative dell’amministrazione americana sono state svuotate dall’alto dalla gestione personale e individuale di tutti i dossier da parte del presidente, e sono state esautorate dal basso con la discesa in campo dei suoi inviati speciali nelle aree di crisi, trasformati in plenipotenziari occasionali e mediatori improvvisati.
Un Trump indebolito, dunque, alle prese con tutti i segnali di una crisi che sconcerta, perché ribalta nel vuoto il titanismo autoritario di chi vuole tutto, non concede nulla, e si prende ciò che crede, solo perché gli serve. Ma leggere questo passaggio ricorrendo alle categorie extra-politiche della leadership trasformata in suggestione e dell’istinto convertito in carisma mitizza tutto e non spiega niente, perché accetta di mantenere l’esperimento Trump nel registro leggendario dell’eccezione, della rappresentazione e dell’illusione: mentre in realtà la politica può smontare l’epica e tornare alla realtà, spiegando il tutto.
Trump è in difficoltà perché il saldo tra il nuovo e il caos è diventato negativo. Il grande spettacolo del leader trasformato in performer non funziona più. Il suo continuo sfondamento del limite gli consentiva di spuntare ogni giorno in una zona imprevista del campo con una nuova pretesa, un’altra minaccia, un diverso nemico da colpire. Prometteva di esplorare l’inaudito, di conquistare l’impensabile, dunque di attraversare ogni volta la linea rossa del possibile e del consentito. La stessa destra nelle sue mani si trasformava andando oltre se stessa, spostando non solo il confine dell’estremismo, ma la sua natura identitaria.
È evidente che a questo punto Trump fuorusciva addirittura dalla politica in un continuo esperimento che evocava Marte e la Groenlandia, voltava le spalle a Zelensky e applaudiva Putin, trattava i nuovi imperatori come partner e i vecchi alleati come sudditi, imponeva i dazi e annunciava il superamento della democrazia, cercava il Nobel per la pace alzando in volo i bombardieri. Soprattutto demoliva i punti di resistenza del sistema (che coincidevano con gli istituti di garanzia democratica) spianandolo e preparandolo all’avvento della nuova era.
Questa era la vera cifra del trumpismo: trasformare la destra in quella che abbiamo chiamato «la fabbrica del nuovo» e coinvolgere in questo impeto l’intera società americana, anche la parte che non lo approvava politicamente, grazie alla forza dell’innovazione. È come se il presidente avesse individuato una sorta di nuova frontiera immateriale, qualcosa che esiste da sempre e per sempre nel profondo dell’anima dell’America e che la spinge a sporgersi oltre il confine, ad andare più in là, a esplorare forzando il limite.
E qui sta la vera ragione dell’adesione al progetto trumpiano da parte del capitalismo tecnologico della Silicon Valley, lo spettacolo indecoroso di un capitalismo innovatore e nello stesso tempo irresponsabile, che non sente il dovere di difendere dall’attacco del presidente la democrazia in cui ha prosperato: perché preferisce lucrare l’abbattimento del confine tra tecnica e politica, che consente di trasformare la tecnologia nell’ultima ideologia, partecipando direttamente alla re-distribuzione delle quote del potere, e addirittura alla riscrittura delle tavole della legge.
Oggi questi soggetti insieme americani e universali sono i primi a rendersi conto che il trumpismo non riesce a tenere il ritmo dell’accelerazione promessa e s’incaglia. Il meccanismo si è inceppato, rallenta, sfasa i tempi tra la distruzione — facile — degli assetti esistenti e la difficile ricostruzione di un nuovo ordine mondiale. Si misura il costo di questa distonia e di questo divario, si somma il prezzo del caos, si calcola il peso della nuova insicurezza americana, e si ottiene la cifra del vuoto di governo.
La fabbrica del nuovo, alla resa dei conti, produce più sganghero che innovazione. Il dispositivo è in atto, va avanti, ma la fase in cui stiamo entrando è la più pericolosa, perché l’innovazione che demolisce l’esistente senza realizzare se stessa rischia di produrre deformazione, e nient’altro. In più non sappiamo come reagirà il titanismo al fallimento, o almeno all’incompiuta, comunque alla mediocrità anonima dei risultati.
Quello che appare certo è che intanto si sono indeboliti i meccanismi democratici di salvaguardia, le istituzioni terze, gli organismi arbitri, che dovrebbero intervenire proprio nei momenti decisivi di reset del sistema. Rischiamo di assistere, come ultimo atto, a un corpo a corpo tra la forza declinante e la democrazia risorgente: con lo spirito del caos che difficilmente accetterà di rientrare da solo nella bottiglia da cui è fuoruscito stravolgendo il mondo.
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