giovedì 14 maggio 2026

Come nacque il Salone

Antonella Frontani
Pezzana mi parlò dell'idea, Cuccia non capì il progetto. E i librai all'inizio erano contro

Corriere Torino, 14 maggio 2026 

«Nacque nel momento in cui Angelo Pezzana entrò nel mio ufficio per parlarmi di questo formidabile progetto che si sarebbe svolto a Torino Esposizioni. Era il 1987. Lui disse: “A Managua (capitale del Nicaragua, ndr) esiste una fiera del libro. In Italia, no”…».

«Ci legava un’antica amicizia fondata sulla stima reciproca, elementi fondamentali per vincere le sue diffidenze».

Lei, persona colta, ma anche esperto di bilanci, immaginò subito il fabbisogno finanziario di un progetto così ambizioso?

«Certo. Mi parlarono di uno stanziamento di 400 milioni di lire, io rilanciai alzando a 4 miliardi con la previsione di spenderne uno e mezzo in pubblicità. Ma posi anche un’altra condizione».

«Il progetto non si sarebbe dovuto limitare alla costruzione di una fiera. Io sognavo un evento internazionale estremamente attrattivo per diverse fasce di pubblico: lettori, scrittori, librai, scuole, case editrici, distribuzione. Ho immaginato fin dall’inizio un luogo affascinante, un agorà, che favorisse l’incontro tra lettori e grandi (e piccoli) nomi della letteratura, oltre che l’istituzione d’un mercato editoriale che mettesse in contatto gli addetti ai lavori».
Il progetto fu subito chiaro a tutti?

«Sì, tranne qualcuno che all’inizio non capì, come Enrico Cuccia che definì il Salone una grande libreria. Giudizio decisamente riduttivo».

Lei si impegnò in prima persona?

«Certamente. Investendo personalmente un miliardo e accettando la carica di presidente».
Su cosa puntò?

«Sul marchio e sull’architettura degli allestimenti che avrebbero messo in risalto il protagonista: il libro».

Si confrontò con qualcuno per la scelta?

«Ovviamente. Sentii il parere delle menti più illuminate della città come Gianni Vattimo, Furio Colombo, Gian Luigi Beccaria, oltre al parere dei librai e degli editori».

«In brevissimo tempo parlai con Gianni Merlini, allora presidente di Ae e Utet. Poi, con tutti i principali editori. Fondamentale il parere prezioso di Giulio Bollati e Valentino Bompiani. Luigi Spagnol invece non aderì».
Perché?

«Al nostro stupore rispose che doveva occuparsi della sua azienda: non partecipando al Salone, sarebbe stata sicuramente la più citata dai giornali».

All’inizio, con chi fu scontro?

«Con i librai!».
Davvero?

«Sì, perché, erroneamente, percepivano il Salone come una realtà concorrente».

E Milano, come reagì?
«All’inizio bene, non furono sorpresi perché ne parlai personalmente con il sindaco Pillitteri e con tutti gli editori. Il problema si manifestò più tardi, quando Feltrinelli e Mondadori espressero il desiderio di spostare il Salone a Milano».
La città di Torino collaborò.

«Sì, sia la sindaca Magnani Noja sia tutti gli assessori che si susseguirono negli anni. La proposta di Torino presentata al Ministero ebbe la meglio rispetto alle proposte di Roma e Milano».

Perché vinse Torino? «Perché avevamo un vero progetto tra le mani».

A chi venne affidato il programma editoriale all’inizio?

«Ad Adalberto Chiesa, che aveva la forza di avvicinare i grandi nomi come Iosif Brodskij, Premio Nobel per la letteratura».
Quanto pesò la scelta del marchio?

«Moltissimo. Con Armando Testa facemmo infinite disquisizioni finché non mi colpì un’immagine che ricordava la Città Ideale di Pier della Francesca. Per me, appassionato di arte contemporanea, fu un colpo di fulmine».

Ma bocciò i colori…

«Sì, Testa aveva scelto il rosso e il nero, colori che non amo. Proposi il verde e il blu, colori simbolo della natura terrestre e marina».
Chi fu l'architetto a cui affidò il progetto?

«Eldo Ferrero, un giovane che scelsi dopo averne scartati tre».

C’è stato un momento in cui ha avuto davvero paura?

«Molti momenti. Il più drammatico, quando il Salone è stato trasferito al Lingotto. La direzione dimenticò di indicarci le linee di caduta dell’acqua dagli impianti di schiumogeni e le relative vie di fuga. Per rispettare le nuove norme, fummo costretti a smontare l’intero Salone per rimontarlo il giorno dopo. Rischiammo di non aprire».

Un sogno non esaudito?

«Il Salone della Musica».

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