Stefano Petrucciani
Una lente da detective su Marx
il manifesto, 14 maggio 2026
L’ultimo testo di Luciano Canfora, appena pubblicato da Feltrinelli (Comunismo. Un’altra storia, pp. 364, euro 22), torna a riflettere sulla vicenda storica del comunismo tra Otto e Novecento. Il metodo è quello tipico di questo notevole studioso: si parte da questioni specifiche e molto determinate, che vengono affrontate con un approccio investigativo quasi da detective. Ma non ci si ferma lì. Si muove dal particolare per giungere a misurarsi con i problemi della interpretazione di una intera epoca.
PER RAGIONARE sul comunismo, Canfora si concentra su due passaggi decisivi, che ne hanno determinato le due diverse ondate: la pubblicazione, nel 1848, del Manifesto del partito comunista di Marx ed Engels; e gli anni che seguono la presa del potere di Lenin, la fase tra il 1919 e il 1920. Da sagace detective, Canfora si accosta al Manifesto ponendosi un problema che potrebbe sembrare banale, ma in realtà non lo è affatto: in che data, esattamente, il testo è stato pubblicato? La questione è importante perché il 24 febbraio del 1848 è il giorno in cui scoppia a Parigi la rivoluzione quarantottesca, che abbatte la monarchia di Luigi Filippo, fonda la repubblica e contagia rapidamente il continente. Secondo la vulgata, avvalorata anche da Engels, il Manifesto sarebbe uscito o subito prima o in contemporanea con la rivoluzione di febbraio; secondo qualcuno avrebbe anche contribuito a innescarla. Ma Canfora mostra che le cose stanno diversamente: il Manifesto, stampato a Londra e scritto in tedesco, arriva a Parigi a rivoluzione già fatta, il 18 marzo 1848. Anzi, sembra implicitamente tenere conto del fatto che già Parigi si è mossa e dunque si dedica, nell’ultima parte, a ragionare sulla possibile rivoluzione tedesca.
Qui veniamo alla questione sostanziale. Lo schema teorico nel quale Marx ragiona, e che sarà ripreso da Lenin, è molto chiaro: prima si deve affermare la rivoluzione borghese, con il capitalismo e la democrazia formale, e solo a partire da qui la rivoluzione proletaria o socialista, con l’emancipazione dallo sfruttamento e la democrazia sociale. Ma quando Marx si accinge a riflettere sulla situazione concreta, lo schema si trasforma: la rivoluzione sociale potrebbe arrivare non nel Paese capitalistico più avanzato, l’Inghilterra (come Engels, ad esempio, pensava prima del 1848) ma in Germania. Perché? Perché la Germania, a differenza dell’Inghilterra e della Francia, non ha ancora conosciuto la sua rivoluzione borghese. Essa è dunque imminente, e nel momento in cui dovesse scoppiare, la rivoluzione socialista e proletaria potrebbe innestarsi in rapida successione sulla scia della prima.
LA PAROLA D’ORDINE, dunque, è di lottare prima insieme alla borghesia contro il retaggio aristocratico e feudale; dopo che la borghesia avrà vinto, lottare contro di essa per rovesciarne il potere. Ma questa strategia delineata dal Manifesto non funziona, perché la borghesia non è così scema da allearsi con il proletariato per poi farsi fregare da esso. Preferisce avanzare lentamente, facendo compromessi con l’aristocrazia. Marx si scaglia contro la pavidità della borghesia tedesca, ma il fatto è che la sua scommessa non si è rivelata vincente.
NONOSTANTE CIÒ, la Germania resta centrale nella dinamica politica innescata dal Manifesto di Marx. In Germania infatti nascerà, nel 1875, il primo grande partito dei lavoratori, la socialdemocrazia tedesca, i cui dirigenti più prestigiosi si richiamano all’insegnamento di Marx ed Engels (mentre altri seguono quello di Ferdinand Lassalle). Ma dopo la morte di Marx (1883), con la crescita del Partito e i suoi brillanti risultati elettorali, l’impostazione rivoluzionaria cederà progressivamente il passo a un orientamento socialdemocratico non solo nel nome ma anche nei fatti.
Nel 1895 l’ultimo Engels, scrivendo una famosa introduzione alle marxiane Lotte di classe in Francia, spiega che il tempo delle barricate è finito, e che tutto è cambiato ormai rispetto al comunismo del 1848. Engels non vuole certo passare per un riformista (e lo dice con nettezza). Non c’è dubbio però che il suo testamento spirituale, valorizzato più tardi da Togliatti, segni un punto di svolta. Netta è la conclusione che ne trae Canfora: l’esito della prima ondata del comunismo è la socialdemocrazia.
Ma col nuovo secolo si profila una seconda ondata. Nel 1905 il vento della rivoluzione ricomincia a soffiare, questa volta in Russia. E Lenin si ritrova in una situazione non molto diversa da quella di cui aveva parlato Marx per la Germania. La Russia zarista e feudale è alla vigilia della rivoluzione democratico-borghese; ma la borghesia russa è debole come quella tedesca; perciò il proletariato dovrà prima mettersi alla testa della rivoluzione borghese, e nel frattempo prepararsi a passare alla seconda fase, quella della rivoluzione sociale. La rivoluzione del 1905 viene sconfitta, ma lo schema sembra funzionare nella rivoluzione del 1917: prima, nel febbraio, la rivoluzione borghese liberale; poi in ottobre, nel vuoto di potere che si è determinato, la presa del Palazzo d’Inverno da parte dei bolscevichi.
Due rivoluzioni che dovrebbero segnare due epoche si succedono nel giro di pochi mesi. Ma, anche se si è preso il potere, non ci sono le condizioni materiali per costruire il socialismo. E infatti Lenin e i suoi pensano che la rivoluzione russa potrà svilupparsi positivamente solo se troverà una sponda in Occidente, nei paesi europei più progrediti. Le cose non vanno così, e la Russia si ritrova accerchiata e alle prese con la guerra civile interna, appoggiata da Francia e Inghilterra. Non le resta perciò, come spiega Canfora nella seconda parte del libro, che cercare una pacificazione con le potenze capitalistiche rinunciando alla speranza della rivoluzione europea. Il processo rivoluzionario, come Lenin aveva intuito prima della guerra parlando del «risveglio dell’Asia», non cammina verso Occidente ma verso Oriente. Anche in questo caso, però, il risultato non sarà il comunismo vagheggiato da Marx, ma qualcosa di molto diverso.
L’ESITO del comunismo leninista, scrive Canfora, è «il processo inarrestabile e contrastato della decolonizzazione, in lotta quotidiana contro la ricolonizzazione occidentale». Il comunismo, della prima e della seconda ondata, cambia certamente il mondo, ma in un senso molto diverso da quello previsto. Così viene alla luce un deficit profondo della teoria: l’idea che la storia dovesse marciare secondo la linea ascendente delle due rivoluzioni, prima quella borghese, poi quella proletaria e socialista, era affascinante, ma non afferrava il reale.
Nella realtà delle cose, i paesi che avevano fatto la rivoluzione borghese non hanno avuto la seconda rivoluzione, anche se il movimento operaio li ha trasformati in profondità. La rivoluzione «socialista», invece, si è sviluppata verso Oriente, dove non ha superato, ma piuttosto sostituito, quella borghese che non c’è stata. Per concludere con Canfora, dunque, «caotico, disordinato, distruttore di idoli» è il movimento permanente della storia, che non si lascia imbrigliare né anticipare dalle teorie, ma è pur sempre movimento.

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