Da molti anni le democrazie occidentali sono attraversate da mutamenti profondi e assalite da movimenti e partiti populisti variamente declinati, dai paesi nordici a quelli mediterranei dell’Europa, al vasto territorio degli Usa dove soffia un vento pesante che ancora non recede.

In Europa sembra che secoli di civiltà, di arte, cultura, bellezza cercata e realizzata si stiano sbriciolando e i voli della mente sembrano uccelli braccati in un cielo tempestoso. In Francia la destra estrema di Marine Le Pen, nonostante i guai giudiziari, rinverdisce i suoi slogan anti-immigrazione, ribadisce l’identità irrinunciabile dei “français de souche”, si scaglia contro l’assistenza sociale per i ceti più disagiati cioè un assistenzialismo da lei definito meccanismo clientelare; in Inghilterra la destra radicale Reform UK di Farage nelle elezioni municipali e regionali ha battuto i laburisti anche nelle regioni tradizionali del loro consenso elettorale, la marcia dei nazionalisti nel Galles ha dato i suoi frutti cambiandone la geografia politica e il premier Starmer ne esce molto indebolito.

E ancora in Germania l’Afd, partito di destra estrema, super il 27% nei sondaggi, mentre la popolarità del cancelliere cristiano-democratico Friedrich Merz sta sprofondando. Negli Usa di Trump la tracotanza, il potere della forza, l’assoluto arbitrio sembrano spazzare via una democrazia fra le più grandi del pianeta, insidiata da diversi gruppi razzisti e sovranisti che costituiscono la base del consenso al presidente, nonostante un’ampia parte della società civile esprima dissenso per le sue scelte politiche.

Ci chiediamo spesso se la barbarie si stia insediando nelle nostre società, una nuova barbarie col carico delle sue antiche radici e adesso travestita nelle convulsioni di questo XXI secolo. Nella Grecia antica i barbari erano coloro che non parlavano la lingua delle poleis e la parola bàrbaroi rendeva bene onomatopeicamente la voce che balbetta. In seguito, soprattutto dopo le guerre persiane, a questa parola venne dato un senso più culturale per indicare l’altro, lo straniero che non possedeva lingua e tradizioni elleniche e che era sinonimo di rozzezza e di violenza, quindi elemento da espungere per salvare la civiltà.

Questa connotazione negativa ha camminato nei secoli fino ad oggi nutrendo i populismi di ogni specie e riversandosi su nuovi “barbari”, i migranti, quelli che vengono da altri mondi insidiando la “meravigliosa” civiltà occidentale. La caccia al migrante ha attraversato tutto il ’900 e in varie forme continua oggi a nutrire l’alfabeto politico delle destre estreme che ritengono di essere gli unici difensori dell’identità nazionale nei vari paesi. Il problema è quello di come definire l’identità e qui cominciano i veri problemi poiché una identità non può che definirsi in rapporto ad un altro diverso da sé.

Questo vale per i singoli individui, sin dalla prima infanzia e per gli Stati ed i popoli. Lo studioso Tzvetan Todorov, purtroppo scomparso, già nel 2008 ha pubblicato un saggio anticipatore, La paura dei barbari, nel quale, contrapponendosi alle tesi di Huntington e al suo schema binario civiltà/barbarie, analizza il conflitto soprattutto fra l’Occidente e l’Islam sostenendo che la paura dei barbari produce in Europa intolleranza e comportamenti violenti tali da trasformare l’Europa stessa in una grande regione barbara che perde progressivamente i connotati della sua propria civiltà.

Egli sostiene infatti, e lo argomenta con molti esempi, che barbari non sono quelli di cultura diversa, ma quelli invece che si rifiutano di riconoscere l’altro, il diverso come persona della specie umana e conducono guerre furibonde alla cui base vi sono quasi sempre precisi interessi economici. Insomma «la paura dei barbari è ciò che rischia di renderci barbari», conclude Todorov sottolineando che solo società e culture plurali possono garantire il progresso e la stabilità di sistemi democratici poiché «la civiltà, è precisamente la capacità di vedere gli altri come altri e ammettere nello stesso tempo che sono umani come noi».

Allora Trump col suo frenetico minacciare e fare guerre a destra e a manca, Meloni con le sue velleità di ordine, cristianità, patria, Le Pen con il suo nazionalismo camuffato da patriottismo e tutti i leader che adombrano e rincorrono sistemi “sicuri” ma autoritari ed escludenti sono, lo sappiano o meno, gli agenti primi, i portatori di una barbarie che umilia e compromette proprio la tradizione occidentale nei momenti migliori della sua storia e tutto offusca.