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| François-André Vincent, Démocrite parmi les Abdéritains, 1791, Los Angeles County Museum of Arts |
Marco Belpoliti
Lucrezio, Camus e il senso della vita
la Repubblica, 2 dicembre 2020
Telmo Pievani, uno dei più interessanti e acuti studiosi italiani di scienza ha immaginato che Camus e Monod stiano lavorando a un libro comune in quella stanza d’ospedale. Molte cose li uniscono: hanno partecipato entrambi alla Resistenza contro il nazifascismo e nell’Europa postbellica, divisa dalla cortina di ferro che separa Est e Ovest, e perseguono un comune ideale di libertà. In realtà Camus è morto in un incidente il 4 gennaio 1960 e il libro comune non è mai stato scritto. Nel suo romanzo filosofico Pievani fa incontrare il letterato e lo scienziato, e li fa dialogare sui grandi temi dell’esistenza, sul destino ultimo del genere umano, sulla possibilità di superare la nostra limitatezza di esseri destinati a morire.
Monod legge le bozze del libro a Camus steso nel suo letto nella clinica dove è ricoverato, e insieme discutono in modo serrato ogni pagina del lavoro. Il tema centrale è quello della fine, o meglio della finitudine, ovvero la condizione di ciò che è finito, limitato. In termini filosofici si tratta del tema della finitezza, su cui si è esercitata parte della filosofia del Novecento, a partire da Martin Heidegger, e che presente in modo insistito nel pensiero poetante di Giacomo Leopardi. Si tratta di un tema d’origine romantica, tuttavia il testo guida del libro di Pievani non è né Lo zibaldone né Essere e tempo, bensì il De rerum natura di Lucrezio con il suo materialismo filosofico e la forza poetica. Ogni capitolo del libro immaginato da Pievani è preceduto da un brano tratto da quell’opera di filosofia naturale, che ha avuto una grande influenza nella letteratura e nella filosofia occidentale. Lo scenario su cui si apre il volume è immenso e sconcertante: La Terra è vecchia. Tra un miliardo di anni, ben prima della dissoluzione del pianeta il sole brillerà più di ora e di conseguenza gli oceani evaporeranno così che l’atmosfera della Terra sarà stravolta. Pievani racconta attraverso Monod il destino del corpo celeste che abitiamo in una prospettiva temporale enorme, eppure numericamente finita. La finitezza è dunque prima di tutto una misura calcolabile e un concetto filosofico, e poi anche un pensiero che occupa la mente di ogni donna o uomo che si misura con la propria morte.
Monod nel dialogo assume la prospettiva dell’uomo di scienza: razionale, informato, puntuale, a tratti distaccato, ma sempre coinvolto da quello che accade, in una parola: appassionato. Camus è il portatore di un punto di vista letterario e filosofico; è attento alle questioni etiche, catturato dal tema della libertà e da quello dell’autodeterminazione; è ancora un filosofo umanista. La discussione ruota intorno alla possibilità di sfidare la morte, la fine d’ogni esistenza singola. Lo fanno entrambi in modo laico, poiché sono dei non credenti. Contrastano il nichilismo contemporaneo, che pure Camus ha sfiorato nei suoi saggi. Come tenere insieme l’istinto alla ribellione e l’indispensabile solidarietà tra gli esseri umani? Senza dubbio Pievani s’identifica più con le ragioni di Monod che non con quelle di Camus, il quale rappresenta l’istanza umanistica che alberga nella vocazione d’ogni scienziato. Scienza e letteratura sono conflittuali oppure possono integrarsi e trovare un punto d’equilibro, o meglio ancora d’integrazione? L’idea di fondo del libro è quella di superare il conflitto tra scienza e letteratura attraverso una comune ispirazione etica. Non a caso Pievani è un acuto studioso del pensiero biologico, ovvero di ciò che riguarda il vivente in generale, e l’uomo in particolare. Il suo punto di vista è quello dello scienziato che s’ispira a Lucrezio e al suo poema; sa perfettamente che “le mura della finitudine biologica ci imprigionano e al contempo ci proteggono, dandoci una misura”.
Il tema della misura ritorna in tante pagine del libro attraverso figure di scienziati, ricerche e i punti d’approdo della scienza moderna. Camus appare come l’altro presente nella mente di Monod, a cui cerca continuamente di rispondere. Il biologo stigmatizza a tratti l’ispirazione antiscientifica di Camus; gli ricorda l’importanza della scienza e della sua verità relativa.
Scritto con grande eleganza, Finitudine è un’opera chiara, efficace, ricca di idee e di punti di vista affascinanti; aiuta i lettori ad ambientarsi con le questioni etiche sollevate dalla ricerca scientifica. Ma non è solo questo. La domanda radicale che pone è: se la scienza ha rivelato in modo incontrovertibile che tutto è destinato a finire, l’universo, la Terra e l’esistenza di ciascuno di noi, come possiamo dare un senso a quello che facciamo? Ma la finitudine non è solo un destino; appare una chance, un’opportunità, una probabilità e insieme un azzardo. La vocazione teatrale della scrittura di Pievani è sempre in primo piano nei dialoghi che si svolgono nella stanza d’ospedale dove giace Camus. La diversità di ogni singolo essere umano non è solo una risposta culturale e antropologica, ma innanzi tutto biologica, una forma di resistenza, che attraversa la storia della nostra esistenza sul Pianeta azzurro.
Teresa Simone
Siamo effimeri, e sappiamo di esserlo
Micromega, 2 aprile 2021
"Sa che la Terra è vecchia". Inizia così "Finitudine", il primo romanzo di Telmo Pievani, edito da Raffaello Cortina Editore. Il libro nasce da una finzione letteraria: un dialogo mai avvenuto tra uno scienziato, Jacques Monod, e un filosofo, Albert Camus. Accomunati dalla medesima tensione ideale, dalla volontà di combattere le ingiustizie e dalla necessità di concretarla nell’azione, con la forza di un’intelligenza che si fa etica e la coerenza di un impegno espresso anche nella lotta di Resistenza contro il nazifascismo – poetiche sono le pagine in cui è ricordato il martirio dei partigiani che, pur non credendo nella resurrezione, hanno sacrificato l’unica vita che avevano – questi due pensatori “meridiani”, grazie a un artifizio narrativo che altera tempi e accadimenti, sono accostati per consentire il progetto di un libro a due mani, “la fusione meticcia di due linguaggi diversi”.
Pievani immagina, infatti, che nel tragico incidente in cui in realtà persero la vita Gallimard e Camus, il secondo si sia salvato e che discuta in ospedale con l’amico scienziato. S’intravede il desiderio di raccontare il percorso di due compagni di viaggio, uniti da una profonda stima, che rappresentano la lettura umanistica, di un umanesimo che è scientifico, socialista ed esistenzialistico, di Pievani stesso. Non solo: il libro è intessuto di continui richiami filosofici che ne arricchiscono la trama e stemperano il rigore del linguaggio scientifico con cui si cerca di spiegare il difficile cammino dell’evoluzione e l’irrompere casuale della vita sul nostro pianeta.
Attraversato da un sotterraneo fiume speculativo che cresce sulle riflessioni, non tutte esplicitate, di un Democrito, di un Eraclito, di un Platone, di uno Schopenhauer, di un Bruno, di un Montaigne, di un Leibniz, di un Pascal, riprende, riassume e rilancia la visione filosofica epicurea nello sguardo laico e aperto di Lucrezio, che domina, da più di venti secoli, sulla struttura del mondo e sul destino dell’uomo, sottraendolo all’inganno di un finalismo inapplicabile e alla consolazione di una trascendenza inconsistente.
Il caso e la necessità, che è anche il titolo dell’opera che Monod pubblicherà undici anni dopo i tempi in cui è collocato il romanzo, reggono l’universo e sono all’origine della vita sulla Terra. Una vita caratterizzata dalla finitudine: implacabile, imprescindibile, inevitabile. Ma anche necessaria, dal momento che tale drammatica ineluttabilità è la condizione per apprezzare l’unicità e la dignità dell’esistenza umana. “Alla diade – propone Camus – manca un elemento, la libertà, e diventa la nostra triade, Jacques” (p. 63).
Tra il caso e la necessità si pone, dunque, la libertà, ontologicamente giustificata da una deviazione nella traiettoria degli atomi quasi impercettibile, sufficiente, comunque, a spezzarne il determinismo, secondo l’intuizione di Epicuro che la indicava con parénklisis e che Lucrezio traduce con clinamen.
Tale cambiamento di direzione, introdotto per consentire, sul piano fisico, l’incontro tra atomi e per salvare, sul piano etico, la libertà dell’uomo, diventa, nel superamento della ferrea necessità democritea, un elemento centrale anche nel dialogo tra il filosofo e lo scienziato. È il punto d’incontro e di raccordo che consente, da un lato, di conservare il rigore della teoria scientifica e, dall’altro, l’imprevedibilità dell’accidente “uomo”, riconosciuta dalla riflessione filosofica, la cui radice è nella consapevolezza peculiare dell’animale metafisico di schopenhauriana memoria. È il pensiero della morte che spinge a interrogarsi, a chiedersi quale sia l’essenza ultima della vita, ad avviare l’analisi. Dolorosa, ma imprescindibile.
La trama è intessuta di biologia e filosofia che s’intersecano e interagiscono continuamente, a dimostrare come, in fondo, l’essere umano, questo “impasto inestricabile di virtù e abiezione” (p. 249), non possa ridursi solo a natura o a cultura ma sia l’una e l’altra insieme, particella materiale percorsa, però, da qualcosa che la rende unica e irripetibile, e cioè la coscienza di sé, la consapevolezza di un essere finito in un universo infinito.
Scienza e filosofia si attraversano, dialogano tra di loro, superando steccati disciplinari inutili ed escludenti; d’altronde, ricorda Pievani, una volta la scienza si chiamava filosofia naturale.
La scienza, continua Pievani-Monod-Camus, è sovversiva perché, nello smontarle, si rivolta contro le certezze acquisite, contro la tradizione, contro i suoi stessi maestri. Il suo compito non è consolare ma spiegare. Lo scienziato ricerca, scompone teorie, prova e riprova, corregge e si corregge, in un estenuante ma connaturato bisogno di verità. È un eretico, un dissidente, un rivoltoso. È un distruttore e ricostruttore: il suo lavoro è fatica di Sisifo.
Certo, non è facile acquisire il dato di una finitudine che è del Sole, della Terra, di noi stessi. Nel caso dell’uomo, poi, c’è qualcosa che rende più dura la sua condizione: siamo effimeri, e sappiamo di esserlo.
Per noi dunque, la finitudine è insopportabile, se non speriamo in un altro viaggio: può bastare la fiducia nella ragione a superare il timore della morte, a permetterci di “lasciare questa vita come banchettanti felici dopo una festa”? In realtà, anche Lucrezio, ricorda Pievani, ammette che questa verità è troppo amara da accettare e che vada edulcorata: “L’acre assenzio di questa dottrina, che sembra troppo tetra per l’animo umano a chi non la pratica, va addolcito con il miele della poesia” (pp. 51-52).
Privi di speranze trascendenti, orfani di un dio che ci rassicuri, immersi nella nostra contingenza, sarebbe facile arrendersi oppure, di fronte allo spettacolo doloroso ma non meno ingiusto della nostra finitudine, avere uno scatto, “una presa di coscienza, un moto di insurrezione, un’impazienza, una resistenza che scopriamo dentro di noi irriducibile. Dunque, rivoltiamoci contro la nostra condizione, così come ci rivoltiamo contro un oppressore" (p.61). Assume valore umanistico la rivolta, che ci fa spezzare le catene di una condizione assurda e ci riporta, noi esseri fragili, in mezzo agli altri esseri fragili che abitano questo pianeta.
Come continuare a vivere? Come affrontare il peso della finitudine? Non col nichilismo né col cinismo e men che meno con la rassegnazione e il suicidio: l’unica via percorribile, propone Pievani, è nel farsi carico dell’assurdo e dell’inquietudine, nel sobbarcarsi “le fatiche di Sisifo della scienza, dell’etica e della convivenza umana” (p. 276), nel vivere fino in fondo la nostra comune condizione, nella libertà della solidarietà. La solidarietà della finitudine. La finitudine del Noi.
https://machiave.blogspot.com/2017/12/il-dolore-del-mondo.html

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