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domenica 31 agosto 2025

Italia avanti alla cieca


Concetto Vecchio
De Rita: Italia avanti alla cieca, in spiaggia manca il ceto medio, stanco di farsi sfruttare

la Repubblica, 31 agosto 2025

Giuseppe De Rita, 93 anni, presidente del Censis, lei studia la società italiana da sempre: la rivolta contro i balneari è una protesta contro il carovita?

«Ma più che di rivolta io parlerei di malumore. Che però non porta al conflitto, ma al disincanto: “Io da te non ci vengo più, perché tu mi vuoi sfruttare”».

Perché questo malumore si è indirizzato lì?

«Perché il balneare è visto come un approfittatore. Ma non è un nemico di classe. Infatti più che ingaggiare un conflitto, lo si vuole evitare».

Il ceto medio non si è impoverito?

«L’impoverimento del ceto medio è un tema che c’è da trent’anni. In realtà, se si guarda al lungo periodo, oggi è ben patrimonializzato: fa le vacanze nelle case di proprietà, o di multiproprietà, gode di eredità. Molto di più rispetto a un tempo».

Trova?

«Succede quel che era avvenuto a partire dagli anni Settanta, quando aveva cominciato a crescere grazie all’economia sommersa, il localismo, la piccola impresa e a un po’ di statalismo».

Lei che Italia vede?

«Non ci sono crisi enormi. Ma il Paese va avanti alla cieca, senza visione, infatti la premier tende a cavalcare quest’aurea mediocritas».

Senza visione?

«Sì, non ha idea di dove stia andando».

Chi dovrebbe indicare la rotta?

«Gli intellettuali, i profeti. Ma non ci sono più. Non li ha neanche la chiesa, che un tempo annoverava padre Balducci, don Milani, don Primo Mazzolari».

Non è colpa della politica?

«Potremmo assolverci così. Ma la colpa è mia, sua, di tutti noi».

Però anche la politica sembra priva di profeti.

«Sì, il che spiega per esempio l’esaurimento di una politica di sinistra, nata dall’antifascismo, dalla Resistenza. L’antifascismo, la Resistenza, erano profetici. Ma oggi l’antifascismo è diventato il corteo del 25 aprile».

Cos’altro era profetico per la sua generazione?

«L’Europa».

Non più?

«Chi dovrebbe essere profetica, Ursula von der Leyen? Non ne parliamo! Non ha nemmeno l’energia e l’ardore che un tempo avevano i più mediocri degli europeisti. E non c’è più nemmeno un’élite capace di pensare in nome di tutti».

Perché?

«Un tempo l’élite pensava le cose che erano necessarie. Il filosofo Angelo Camillo De Meis, citato da Giulio Bollati ne L’italiano, sosteneva che c’erano due popoli: un popolo che sfanga la vita del lavoro quotidiano e un secondo che pensa il sentimento del primo e quindi ne è il legittimo sovrano, proponendosi come egemonia».

La destra punta all’egemonia.

«È una pretesa ridicola. Dicono di volerla rivendicare rispetto alla cultura di sinistra, ma pensano di esercitarla nominando i sovrintendenti a loro graditi».

Non funziona?

«L’egemonia non si afferma con il potere, ma attraverso un lungo lavoro di cultura, e di dialogo vero con la gente».

Lei era amico di Pippo Baudo.

«Confermo».

La sua morte ha suscitato un’ondata di nostalgia. La nostalgia è un altro sentimento ricorrente di questo tempo.

«L’antropologo René Girard definiva la nostalgia “il lutto di qualcosa che non è avvenuto”».

Un rimpianto?

«Non esattamente. Nella nostalgia si naviga meglio del rimpianto. La cultura moderna ormai è tutta schiacciata sul presente, senza visione, e allora in questo presentismo un po’ di nostalgia ci sta bene».

Un atto consolatorio?

«Un modo per apprezzare ciò che è stato, riportandolo così nel presente».

Ma non dovremmo guardare avanti invece che indietro?

«Infatti non risolve niente, però ti aiuta a vivere meglio».

E l’improvvisa nostalgia della Dc, sorta con la morte di Baudo, come la spiega?

«È apprezzamento per uno stile e un modo di fare politica che oggi mancano. Non dimentichi che l’italiano medio è stato molto democristiano, e il ceto medio tutto deve alla Dc, il cui collateralismo ne ha favorito l’ascesa».

Giorgia Meloni ha promesso aiuti al ceto medio.

«Perché sta tentando una svolta moderata, nel tentativo di allargare così il proprio consenso».

Dopo tre anni di governo che giudizi dà di Meloni?

«Ha espresso una grande furbizia: cavalca l’onda».

Non è un po’ poco?

«Non si può chiederle di avere una visione. Non ce l’ha nemmeno la sua classe dirigente. È una campionessa nel cavalcare l’onda dell’opinione corrente. Credo che legga tutti i sondaggi. Infatti quando un argomento è spinoso, non ne parla».

Come definirlo?

«È opportunismo. Capisce dove va la realtà. Tuttavia ogni politico deve parlare al ceto medio se vuole consolidare il proprio consenso a lungo termine. È un problema che si porrà anche a Trump, prima o poi».

Non trova che l’Italia tratti male i suoi giovani?

«Questo è sicuro. Il loro lavoro è malpagato. Ho un nipote, laurea alla Luiss, con un master, che vuole lavorare nel mondo del cinema. È stato assunto da una società di produzione cinematografica, come stagista. Prende 600 euro».

Come si fa?

«Lo aiuta la famiglia, come per tanti, grazie alla ricchezza già accumulata. Il ceto medio in Italia ha scoperto un metodo di rendita che è tipico delle classi signorili».

Il lavoro c’è, ma è malpagato?

«Difatti la parte bassa del ceto medio è costretto a fare più lavori».

Che cosa ci rivelano i siti sessisti?

«Sono la conseguenza di un presente molto vuoto, dell’incapacità di provare emozioni autentiche. La società attuale ha eliminato le emozioni, quelle grandi le viviamo attutite. E la mancanza di profondità emotiva porta alle perversioni. Forse perché il sesso vero non emoziona più».

Non è drammatico?

«Infatti non basta indignarsi, occorre che questa indignazione sia accompagnata anche da un’azione concreta»

sabato 5 dicembre 2015

Un popolo di navigatori (a vista)

Marco Revelli
Limbo italiano
Siamo un popolo di navigatori (a vista) 
il manifesto, 5 dicembre 2015 









È «la società del resto». Una buona formula per fotografare l’Italia di oggi. «È come quando – scrive De Rita -, girando per il Paese, tu chiedi a qualcuno come va: lui ti dice che va tutto male, il lavoro, la macchina, la moglie. E allora tu chiedi: e il resto? E la risposta è sempre: il resto va bene».
Una risposta non propriamente rassicurante, perché «il resto» è ciò che sta fuori dall’asse centrale delle priorità assorbenti, dei pensieri dominanti, nella quotidianità privata come nella vita pubblica. In effetti, da questo ultimo Rapporto Censis, non escono propriamente squilli di fanfara per il governo, né conferme alla sua narrazione sull’«Italia che riparte». Emerge piuttosto l’immagine in bianco e nero di un Paese in difficoltà – «in letargo esistenziale collettivo», come consegnato in «un limbo».
Un Paese che cerca di difendersi come può, mettendo in campo strategie individuali o di piccolo gruppo, frammentate e locali, in assenza di un “progetto generale di sviluppo” che non si aspetta più da nessuno, men che meno da chi gli racconta di averlo e di pazientare perché presto si vedrà. Un Paese che comunque stenta a immaginare un futuro, subendo il proprio arretramento. O giocando mosse prevalentemente difensive (l’esatto opposto di ciò che si proporrebbero le terapie psicologiche dopanti somministrate dall’alto).
Lo dicono quei 3,1 milioni di famiglie che negli ultimi 12 mesi hanno dovuto intaccare i propri risparmi pregressi “per fronteggiare gap di reddito rispetto alle spese mensili”. Ma anche, paradossalmente, gli altri 10 milioni e mezzo (un po’ meno della metà delle famiglie italiane, che sono in tutto 24 milioni e 512 mila), che sono riuscite, anche negli anni della crisi, nonostante tutto, a mettere un po’ di fieno in cascina e a risparmiare qualcosa, ma lo tengono lì, disponibile – “a scopo cautelativo”, dice il Censis, “per finanziare la formazione dei figli, per i bisogni della vecchiaia, per paura di perdere il posto di lavoro” -, stoccato in contanti e depositi (che infatti sono saliti di più di sette punti tra il 2007 e il 2014, dal 23,6% al 30,9).O tutt’al più in assicurazioni e in fondi pensione (passati dal 14,8% al 20,9), anziché, “rischiarli”, come ai bei tempi della finanza creativa, in azioni e obbligazioni (crollate infatti di più di otto punti percentuali, dal 31,8% al 23,7).
Un popolo di navigatori a vista, dunque, preoccupati e ricondotti alla sobrietà e a una sacrosanta prudenza da un orizzonte percepito indubbiamente come incerto e non rassicurante. In primo luogo sul terreno – costitutivo di ogni progetto di vita – del lavoro, dal momento che l’unico, reale aumento dell’occupazione (un milione netto) si è registrato tra i “lavoratori anziani”, a cavallo dei sessant’anni, trattenuti “per decreto” nel recinto della “popolazione attiva” dall’innalzamento dell’età pensionabile.
Mentre per gli altri, soprattutto per i giovani, il quadro resta nerissimo, con quasi due milioni e mezzo di “scoraggiati”, e tre milioni e mezzo di sottoccupati e di part-time involontari. E con un welfare in costante restringimento (quasi otto milioni gli italiani si sono “indebitati o hanno chiesto un aiuto economico per far fronte a spese sanitarie private”, e un 68% di famiglie a basso reddito ha al suo interno almeno un membro che ha dovuto rinunciare alle cure per mancanza di mezzi).
Non stupisce che in un contesto strutturale così spaventosamente liquido e deprivato, l’azione collettiva scivoli fuori dall’orizzonte esistenziale. Che il “collettivo” stesso appaia come categoria obsoleta, d’altro secolo, d’altro universo sociale, e in primo piano domini, in un mondo di solitudini, l’istinto di sopravvivenza nella sua forma più elementare del “serba te ipsum”: ciò che don Milani, in un altro tempo, chiamava l’”avarizia” in contrapposizione con la “politica (uscire dai guai “tutti insieme” anziché “da soli”).
E’ questo, forse, l’elemento più inquietante del Rapporto Censis di quest’anno: quest’appassimento della fiducia nell’azione comune, che rende tutto più opaco e dimidiato: una società non più “di mezzo”, ricca di corpi intermedi, aggregazioni e gruppi coesi, com’era nell’idea deritiana di struttura virtuosa, ma una società “dimezzata” o, come scrive citando Turati, a “mezze tinte, mezze classi, mezzi partiti, mezze idee e mezze persone”… In cui la gente continua la propria vita quotidiana, fuori da un’emergenza conclamata: ha ripreso a consumare, a stipulare mutui, a pensare di comprar casa o cambiare l’auto. Ma a basso regime, lungo le infinite sfumature di grigio, nel segno di un piccolo cabotaggio. Cosicché si può dire che questa nuova lettura del Censis non è più da “tempo di crisi”. Sta già nel post: dice che questo tono basso sarà la normalità futura, perché la crisi non è stata una “parentesi” – dopo la quale si riparte alla grande, o come prima -, ma una metamorfosi il cui risultato è questo, qui fotografato.
E il “resto”, di cui si parlava all’inizio? Dove sta il resto, che evidentemente non è solo l’irrilevante. O il marginale inerte. De Rita conclude quella frase in questo modo: “Ecco, l’Italia è così: il resto ha dentro di sé un’energia misteriosa…”. E l’energia misteriosa è l’”ibridazione”: la rete lenticolare di saperi e di mestieri che le (finte) politiche di governo, o le atroci “leggi obiettivo”, o i famigerati “sblocca Italia” non vedono nemmeno, ma che lavora sotto traccia nell’iniziativa di una molteplicità di atomi laboriosi che coniugano “qualità, saper fare artigiano, estetica, brand”. O nel rianimarsi di quello “scheletro contadino” che sembra rinverdire nelle pratiche di “ritorno” e di “resilienza” di territori fino a ieri considerati “ai margini”. I segni, appena deboli tracce, di un possibile “collettivo” del futuro.

mercoledì 1 ottobre 2014

Pronostici di ieri al futuro: frasi memorabili

Giorgio Dell'Arti
Come sarà il 2014
Edizioni Clichy/La Stampa

Giuseppe De Rita

Del resto sa chi elegge il presidente della Repubblica?

Chi?

I tre giornali: Corriere della Sera, Repubblica, Stampa.

Giuseppe Galasso

Siccome io me la sono sempre presa con il vittimismo meridionale, passo per un napoletano antimeridionalista. Ma i primi responsabili della stato in cui si trova il Mezzogiorno siamo noi meridionali!

A proposito di magistrati, dica qualcosa sul futuro di Napoli e del suo sindaco De Magistris.

Io la pregherei di non farmi questa domanda.

Lucio Caracciolo 

Che vogliono gli americani?

Gli americani hanno paura che in Europa si saldi un asse russo-tedesco. Russi e tedeschi condividono parecchi interessi geo-politici.

sabato 21 dicembre 2013

Il capitalismo infinito: una lettura

Giuseppe De Rita 
Nella palude del lavoro liquido. Dal post-fordismo alla dispersione: una parabola discendente
Corriere della Sera, 20 dicembre 2013
a proposito di Aldo Bonomi, Il capitalismo in-finito. Indagine sui territori nella crisi, Einaudi 2013


Da antico sodale nella ricerca sulla composizione sociale del Paese, ho ritrovato nel recente volume di Aldo Bonomi su Il capitalismo infinito tanti richiami alla mia storia intellettuale e professionale, con le tante scoperte e le tante delusioni che ci ha dato la straordinaria decennale dinamica della nostra struttura sociale.
All’inizio, negli anni 60 tutto sembrava chiaro e solidamente proiettato in avanti: stava contraendosi fortemente la componente agricola, che ancora al censimento del ‘51 contava sul 54% della popolazione; aumentava e si compattava come «classe operaia» la componente «fordista» dei lavoratori dipendenti dell’industria; cresceva con passo inarrestabile la componente impiegatizia, specialmente concentrata nel lavoro pubblico e nelle attività bancarie e assicurative. Sembrava un mondo destinato a durare per decenni, anche perché esso trovava la sua corrispondenza nella articolazione delle forze politiche, attraverso il tipico fenomeno del collateralismo categoriale (del mondo agricolo, della classe operaia, del ceto medio impiegatizio).
E invece con l’inizio degli anni 70 cambia tutto, e radicalmente, pur se non tutti allora se ne accorsero, impegnati com’erano su altre impressive ma sovrastrutturali tematiche. Succede che in quegli anni esplode l’economia sommersa (3-4 milioni di «spezzoni di lavoro» non riconducibili ad alcuna rappresentazione statistica come di rappresentanza); con l’economia sommersa matura ed esplode la piccola e piccolissima impresa (solo per il settore industriale ci fu il raddoppio del numero delle imprese create nei cento anni precedenti); esplode nel settore terziario non la grande organizzazione dei servizi, ma il lavoro autonomo e individuale (per esempio nei trasporti scomparve il grande Istituto Nazionale Trasporti e dilagò il popolo dei proprietari di camioncini e di camion); il pubblico impiego si dilata in maniera importante, ma perde compattezza e identità a vantaggio della moltiplicazione di nuove figure professionali e più ancora della corrosione operata da milioni di «secondi lavoristi»; si affermava un enorme processo di cetomedizzazione segnato più da una antropologica propensione alla soggettività dell’agiatezza che da una seria potenziale maturazione di classe borghese.
Noi ricercatori ci ritrovammo a lavorare in una realtà senza più confini e schemi certi; e dovemmo prendere atto che tutto era cambiato, e che vivevamo in una realtà di «post-fordismo», coscienti da un lato che la dimensione organizzativa non funzionava più come facitrice di composizione sociale; e dall’altro che tutto il nuovo (economia sommersa, piccola impresa, lavoro autonomo, ecc.) aveva un motore immobile e profondissimo: il valore della soggettività e della libertà di essere se stessi, contro ogni vincolo sovraordinato, e non è un caso che gli anni 70 furono anche gli anni, sul piano sociale e valoriale, dell’accettazione referendaria del divorzio e dell’aborto).
Cavalcammo allora, specialmente Bonomi e io, la tematica del post-fordismo, impegnati però ad uscire dall’indistinto tipico di ogni «post». E i lettori di quegli anni ritrovarono testi, anche nostri, su definizioni meno indistinte: si parlò di capitalismo molecolare, di capitalismo personale, di «piccolo è bello», di primato del fai da te, della centralità della creatività individuale. Cercando di incardinare questo panorama di scelte in alcuni processi più solidi e concreti (del territorio, con il localismo, ai mercati internazionali con il made in Italy). È stata, parlo almeno per me, una cavalcata fenomenologica di grande interesse, e anche di soddisfazione, visto che vedevamo cose che gli altri non capivano. Ma sapevamo che non potevamo restare a goderci lo studio del post-fordismo, della molecolarizzazione, del primato della soggettività. Sapevamo, anche perché lo constatavamo ogni giorno nelle nostre ricerche, che i meccanismi della articolazione molecolare del sistema continuavano a operare, sottotraccia, ma con estrema potenza. E così oggi ci ritroviamo in un mondo di totale varietà, dove l’economia dei servizi e la società della conoscenza producono non solo piccoli imprenditori, lavoratori sommersi e lavoratori in proprio ma una miriade di altre posizioni di lavoro, come (cito Bonomi) «classe creativa, capitalisti personali, lavoratori della conoscenza, professionisti metropolitani e globalizzati, imprenditori, cognitivi, giovani e adulti esodati, precari, quarto stato» e si potrebbe continuare nell’elencazione, in una quasi orgia di identità e figure professionali «liquide».
Mi viene, rileggendo, un po’ di vertigine. E ho la sensazione che una tale frastagliata fenomenologia non permetta più di esercitare quel riconoscimento collettivo che è necessario in ogni società (in termini di ricerca, di rappresentazione mediatica, di rappresentanza sociale e politica). Gli schemi, anche i nostri, non servono più, non bastano più; la realtà e la dinamica quotidiana sono soverchiati, dovremo solo aspettare che si sedimentino. Ci resta solo la soddisfazione, sempre gratificante per chi fa fenomenologia, che la realtà è più forte di ogni sforzo di programmazione e organizzazione, anche intellettuale .

lunedì 4 marzo 2013

Non c'è vigore senza fede e coraggio

Sì, capisco, la fede non fa parte del vocabolario a cui siamo abituati. Esiste da ultimo la visione che ha preso il posto della teoria, e sono poi la stessa cosa, più o meno. Ma la fede, che c'entra? C'entra, perché, in un mondo in rapido mutamento, sei portato a fronteggiare altre coscienze, altri modi di essere, che non puoi né trascurare del tutto né incorporare come se nulla fosse. Sono coscienze e modi di essere che danno uno scossone alle tue certezze, vere o presunte. E allora devi sapere prima di tutto chi sei, avere una buona dose di fermezza ontologica. Insomma avere la fede, per usare un linguaggio di tipo religioso. Una cosa che il partito democratico non ha mai avuto in misura sufficiente, se è vero che ancora oggi, 4 marzo 2013, Ilvo Diamanti può scrivere: "Il centrosinistra, per ricominciare, non deve guardare gli altri, non deve guardare indietro. E neppure avanti. Deve guardarsi dentro" (L'illusione del Cavaliere e la "rismonta" del Pd, la Repubblica).  Che poi non vuol dire affondare nelle tenebre dell'introspezione, ma provare a rileggere il mondo a partire da una chiara idea di se stessi.
E qui veniamo a quanto ha scritto Giuseppe De Rita sul Corriere della Sera di oggi:
"Senza vigore non si campa e non si vince. E se uno non ce l'ha, non se lo può dare. [...] senza vigore nessun soggetto può pensare di affrontare il travaglio del "riposizionamento", unica strategia per sopravvivere e riprendere a crescere. Per riposizionarsi serve anzitutto intelligente conoscenza e accettazione della realtà, anche quando essa a prima vista non piace; e serve soprattutto cambiare, differire da se stessi, "esporsi all'altro della vita" come dice Derrida".
Poi De Rita dice anche un'altra cosa su cui non sarei tanto d'accordo. Dice: "E' la realtà in essere che è costituente, non i pensieri, le tradizioni, gli interessi, le identità di cui molti di noi fanno ritenzione securizzante". Non esageriamo. La realtà richiede una lettura, e per leggere ci vuole un lettore, insomma non si può fare a meno di un soggetto e di una coscienza soggettiva. E allora si torna al tema della fede, dell'ubi consistam, accennato in apertura.
Certo se il soggetto chiamato a interpretare il mondo non si sa aprire, e prima ancora non sa rimettersi in discussione, non c'è lettura che tenga, il mondo viene riportato sempre allo stesso ordine di categorie mentali, il gatto si morde la coda. Per questo in un post precedente avevo richiamato la metis greca, che ha a che vedere con la saggezza orientale. Bisogna avere il coraggio di lasciarsi andare senza avere troppa fretta di tornare in noi stessi: la metis (“fiuto”) è la capacità di trarre vantaggio dalle circostanze, di «scoprire i fattori “portanti” in seno alla situazione per lasciarsi trasportare da essi» (François Jullien, Ripensare l'efficacia in Cina e in Occidente, Laterza 2008, p. 15). Questo richiede prima ancora che vigore, fede e coraggio. Non bisogna aver paura di perdersi. Solo chi ha rischiato di perdersi ha la possibilità di ritrovarsi in una posizione più adeguata alla realtà che lo circonda.

giovanni carpinelli