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lunedì 2 febbraio 2026

Repole. Fermezza e dialogo



Giacomo Galeazzi

Repole: "Torino è una capitale della solidarietà e della carità. Chi devasta va denunciato"
La Stampa, 2 febbraio 2026

La guerriglia come ferita da ricucire. «Torino non è una città violenta, è una grande capitale della carità e della solidarietà sociale». Perciò «non può accettare di essere sfigurata in questa sua identità, di essere così manipolata dai cultori della violenza», afferma il cardinale Roberto Repole, arcivescovo di Torino e Susa, membro in Vaticano dei dicasteri della Dottrina della fede e dei Santi e in Cei della Commissione per l’educazione, la scuola e l’università. Da culla del cattolicesimo sociale Torino si trova ad essere laboratorio ecclesiale nelle tensioni della post-modernità e l’arcivescovo Repole, che per un decennio è stato presidente dei teologi italiani, prende di petto la sfida unendo dottrina e impegno concreto nella vita pubblica.

Così il cardinale lancia un accorato appello a «denunciare con forza chi ha scatenato la guerriglia sabato sera e siamo vicini alle vittime e ai feriti, alle forze dell’ordine». Contemporaneamente è necessaria un’attenta opera di discernimento per inquadrare correttamente quanto accaduto sabato a Torino: «Dobbiamo affrontare le radici delle sofferenze del nostro tempo, non confondendo le frange violente con le migliaia di persone che manifestano pacificamente». Il cardinale crede che «chi ha responsabilità oggi debba compiere proprio lo sforzo di non confondere gli inaccettabili eccessi di alcuni con il sentimento mite della maggioranza e con la sofferenza silenziosa di tanti che vivono la povertà e l’emarginazione». Zero alibi o semplificazioni che sviano l’analisi. «Torino ha sempre saputo chinarsi per curare le ferite prima di punire. Fermeremo la violenza, ma non si dovrà nascondere questa sofferenza e chi lavora per il dialogo», puntualizza Repole.

Quando due mesi fa era stata la redazione de La Stampa ad essere assaltata da frange violente di un corteo l’arcivescovo di Torino aveva richiamato l’attenzione sulla «degenerazione cominciata con lo sdoganamento di parole e linguaggi sempre più violenti».

Nel mirino dei «cultori della violenza» prima «un giornale di tradizionale liberal-democratica colpito come fecero i terroristi negli anni di piombo», poi l’intera città e le forze dell’ordine in un vortice di barbarie. In entrambi i casi «attorno al disagio sociale che i giovani purtroppo vivono davvero in questo tempo di grandi povertà materiali e culturali, stanno tornando a muoversi antiche spinte ideologiche, che cercano la destabilizzazione e scelgono simboli da attaccare».

Si tratta secondo il cardinale Repole di «segnali molto preoccupanti». Ed è «triste che la sofferenza di tanti giovani finisca per essere confusa con questa violenza». Come società «paghiamo anni di distrazione collettiva» rispetto all’escalation di violenza.

Dunque «si dovrebbe invertire questa deriva, ma adesso è diventata un’impresa dura, i social network moltiplicano l’effetto delle parole fuori controllo». Il porporato non pensa «solo a chi spacca le vetrine, penso a chi ha posizioni pubbliche e ruoli di influenza culturale: al di là degli schieramenti ci siamo abituati ad ascoltare valanghe di insulti, aggressioni verbali, diffamazioni di ogni tipo, che vengono spesso pronunciate con sfacciata arroganza. Invece sono reati, preparano il terreno alla violenza e non è giusto che restino impuniti».

Papa Francesco parlava al riguardo dello «spirito di Caino» che alimenta tensioni. Una minaccia per tutti. Sottolinea il cardinale Repole: «Rispetto a noi, penso che la guerra non sia solo quella che si combatte lontano: la guerra trova radici anche qui, nelle nostre strade, nelle nostre case e soprattutto nei nostri cuori se non troviamo alternative alle parole e ai gesti che ci dividono».

Perciò «è inutile che contestiamo le guerre che si consumano nel mondo se non siamo in grado di spegnere i germi di violenza che ci portiamo dentro». da qui l’esigenza di «riconnettere il più possibile il nostro tessuto sociale». Allo stesso tempo «non possiamo non dire che ogni atto o forma di violenza non può che essere bandita».

È infatti «troppo evidente che non si può vivere in una città dove devi avere paura che ci siano degli atti di violenza, in qualunque contesto», avverte l’arcivescovo di Torino. La risposta, sulle orme di Leone XIV, è una pace (anche sociale) «disarmata e disarmante» verso la riconciliazione.

lunedì 20 ottobre 2025

Un nome su un pullman

Alfio Sciacca
"Ha risposto in lacrime. Rintracciarla è stata dura. Quei sette minuti 
mi sono sembrati ore"
Corriere della Sera, 20 ottobre 2025

«Sono anche padre di due figli e questo ti porta a immedesimarti ancor di più di fronte a una ragazza terrorizzata che non faceva che piangere». La voce che al telefono, per sette interminabili minuti, ha sorretto la 19enne perseguitata dal suo ex ha il volto dell’assistente capo Andrea Milioni, 37 anni, dei quali 16 in Polizia.

Quali sono state le maggiori difficoltà?

«Avevamo solo la segnalazione di un nome su un pullman. Solo quando nel nostro sistema abbiamo trovato il numero di una donna che poteva coincidere con la 19enne ci abbiamo provato. Ma ho capito subito. Chi risponderebbe a un numero sconosciuto in lacrime? L’altro scoglio è stato rintracciarla. Lei non conosce la città e solo quando ha parlato di un ippodromo ho capito».

E poi?

«Le ho detto di non parlare fino a quando non vedeva una rotonda. Quando mi ha detto “ci sono” ho fatto intervenire le volanti».

Perché sul pullman lui stava a distanza?

«Penso per non destare sospetti. Se gli altri passeggeri l’avessero visto accanto a una ragazza che piangeva magari sarebbero intervenuti».

Lei all’inizio non voleva denunciarlo.

«Ma solo per paura. Diceva “non denuncio nulla”. “Ti prego no”. Ma poi si è convinta»

E all’arrivo dei suoi colleghi?

«È esplosa in un pianto liberatorio e ha abbracciato la collega Fiammetta Morelli» Cosa ha provato in quel momento?

«Un senso di liberazione. Erano passati sette minuti, ma mi sembravano ore».

Si era già trovato in situazioni simili?

«Ho affrontato altri casi alle Volanti, ma quando c’è il contatto fisico è più facile. Al telefono è decisivo saper infondere fiducia».

Ha incontrato la ragazza?

«No. Avrei voluto, ma non è stato ancora possibile. Non escludo di farlo nei prossimi giorni, mi farebbe tanto piacere».


Picchiata dall’ex, poi salgono sul bus La 19enne salvata dal blitz della polizia Ma lui è già libero

Varese, la drammatica telefonata con gli agenti Fontana: dal giudice una decisione assurda

«Sei da sola? C’è lui? Rispondi solo sì o no». Comincia così il serrato dialogo tra un poliziotto della Centrale operativa della Questura di Varese e una ragazza di 19 anni perseguitata dal suo ex, che grazie al tempestivo intervento della polizia è stato arrestato. Anche se dopo due giorni il Gip ne ha deciso la scarcerazione, con il solo divieto di avvicinamento. Forse l’unica nota stonata in una storia in cui, una volta tanto, non si arriva quando ormai è troppo tardi.

Sono le 19 di martedì, appena alcune ore prima che a Milano inizi il calvario di Pamela Genini. La 19enne e il suo ex, un uomo di 45 anni, salgono assieme su un pullman extraurbano. Lui poco prima l’ha aggredita a calci e pugni proprio alla fermata dei bus, poi l’ha costretta a seguirlo. Lei è terrorizzata. Ma questa volta chi ha visto non si gira dall’altra parte. A chiamare il 112 è infatti un conoscente della ragazza che segnala anche dove è diretto l’autobus sul quale sono appena saliti.

Dal nome della ragazza la polizia risale al suo cellulare. L’agente di turno in Centrale, Andrea Milioni, compone il numero e all’altro capo risponde una voce rotta dal pianto. Non ci sono dubbi: è lei. Comincia così un dialogo, durato sette minuti, per capire dove si trovi il pullman. L’uomo che la perseguita è in piedi a poche file di distanza. La 19enne non può parlare esplicitamente per paura che lui capisca. Risponde a monosillabi. L’agente continua a fare domande e quando la ragazza dice di vedere dal finestrino un ippodromo il poliziotto capisce dove inviare le volanti.

Sono minuti che sembrano interminabili. La ragazza è come paralizzata. Continua a piangere e smozzicare poche parole. L’agente cerca di tranquillizzarla e di conquistarne la fiducia. «Il pullman e alla rotonda. I colleghi stanno arrivando. Stai tranquilla, rimango io al telefono». La rassicura: «Adesso ci sono i colleghi. C’è anche una donna. Non la vedere come una poliziotta. È una tua amica. Ti daranno una mano. Sono volati per te. Stai tranquilla». E ancora: «Noi stiamo facendo di tutto per te. Però mi devi promettere una cosa. Dopo devi dirle tutto. Me lo prometti? Ti fidi di me?» «Sì», sussurra lei. «Noi sappiamo tutto — la rincuora l’agente —. Sappiamo che ti ha aggredita e altre persone l’hanno visto. Però se tu vuoi essere aiutata devi fare una piccola cosa: devi dire tutto ai miei colleghi quando siete in ufficio».

Qualche minuto dopo gli agenti bloccano il pullman e salgono a bordo. La ragazza in lacrime abbraccia la poliziotta e le dice «grazie», mentre i colleghi fermano il 45enne. In ospedale la 19enne (con una prognosi di 7 giorni) racconta tutto, presentando formale denuncia. Lo aveva già fatto a giugno per atti persecutori e revenge porn dopo che aveva postato delle sue foto intime.

L’uomo, con precedenti per droga, viene fermato e trasferito in carcere. Ma due giorni fa il Gip di Varese, Alessandro Chionna, nel convalidare il fermo lo ha rimesso in libertà. Per lui ha disposto solo l’unica misura cautelare del divieto di avvicinamento a meno di 500 metri. Neanche il braccialetto elettronico. Una scelta molto discutibile che ha suscitato l’immediata reazione del governatore della Lombardia Attilio Fontana: «È assurdo che l’aggressore sia già stato rimesso in libertà».

domenica 19 ottobre 2025

Pamela si poteva salvare

 


Pamela Genini e il referto ignorato di un anno fa: nonostante le violenze non scattò il codice rosso
Rai News 24

Dopo l'aggressione, in ospedale nel 2024

Il racconto dettagliato: “Picchiata dal compagno, colpita alla testa e trascinata per i capelli” 

Al pronto soccorso la ragazza spiega di essere stata aggredita dal compagno Gianluca Soncin ma nessuna segnalazione arriva alla Procura di Bergamo e a quella di Ravenna. Lo riportano il Corriere della Sera, la Repubblica, il Giorno, la Stampa e il Messaggero.

Dopo l'aggressione a Cervia, Pamela parte in macchina e decide di andare a dormire da un'amica, nella Bergamasca. Il giorno dopo si reca in ospedale per farsi visitare la mano che le faceva male. Qui la donna racconta di essere stata picchiata dal compagno, ma non sporge denuncia.  

Il suo racconto è dettagliato: “Riferisce ieri sera aggressione fisica da parte del compagno non convivente Gianluca Soncin (paziente psichiatrico in terapia) buttata a terra e colpita alla testa con pugni, trascinata poi per i capelli per diversi metri. Inoltre ha lanciato oggetti addosso provocandole un trauma al IV dito mano dx. Plurimi graffi agli arti inferiori. Le strappava una ciocca di capelli. Nega violenza sessuale in questa occasione, avvenuta però in passato”. 

“Intervenute le forze dell’ordine ma non effettuata denuncia — registra il documento riportato dal Corriere della Sera —. Il tutto è avvenuto presso la casa dell’accusato in altra regione a Cervia, dove la paziente si è recata autonomamente. Non primo episodio. Numerose minacce verbali e via sms. Mai effettuati precedenti accessi. Negli ultimi mesi frequenti episodi di violenza reiterata”.

Alla ragazza vengono sottoposte le cinque domande del protocollo di valutazione del rischio di violenze e lei rispose in modo affermativo ai quesiti sulla gelosia, sull'aumento dell'intensità delle violenze, sulle minacce con un'arma e appunto sulla possibilità che lui potesse ucciderla.

Quindi nonostante l'intervento dei Carabinieri, sia a Cervia chiamati per una lite domestica, sia a Seriate allertati dall'ospedale, non arriva nessun documento nelle questure e nelle procure di Bergamo e Ravenna e quindi non viene attivato il 'codice rosso' per Soncin o qualsiasi altra misura preventiva.

L'omicidio

È martedì 14 ottobre quando arriva una chiamata al 112: sono i vicini di casa, allarmati per le urla provenienti da un appartamento del civico 33 di via Iglesias. Era Pamela Genini, 29 anni che chiede disperatamente aiuto mentre il compagno, di 52 anni la aggredisce. Gianluca Soncin, 52enne di origini biellesi, la uccide con oltre 30 coltellate, quanto risulta dagli esiti dell'autopsia effettuata sul corpo della giovane donna. 

L'omicidio avviene attorno alle 21.30 di martedì scorso. Soncin entra nell'abitazione di soppiatto, con un doppione delle chiavi che aveva fatto di nascosto. Pamela, in casa con la sua cagnolina, è al telefono con il suo ex, diventato nel tempo amico: è stato lui a sentire le ultime parole di paura della ragazza e a dare l'allarme.

Chi era Pamela Genini

Un passato da modella, e un futuro da imprenditrice. Pamela Genini aveva 29 anni, martedì 14 ottobre è stata uccisa a coltellate in casa, un appartamento al terzo piano nel quartiere Gorla a MilanoIn un'intervista, aveva raccontato così i suoi inizi: “Ho iniziato a farmi fotografare quando avevo 8 anni con i primi book fotografici, mamma mi ha sempre appoggiato in questa mia passione. Così, quando a 16 anni ho deciso di buttarmi per trasformare questa passione in un lavoro, ho avuto massimo sostegno. Per me la fotografia deve essere semplice, naturale, spontanea: deve emergere la mia solarità”. Sono passati una decina di anni da quelle parole. All'epoca Pamela Gemini faceva la modella e partecipò al reality show "L'isola di Adamo ed Eva", programma tv all'epoca condotto da Vladimir Luxuria su Deejay tv. 

Poi, qualche anno fa, il marchio SheLux, fondato con l'amica Elisa Bartolotti , definito sul sito "un brand made in Italy che nasce dall’idea di due amiche molto creative con la passione per la moda e per il mare. Elisa Bartolotti, influencer di spicco e personaggio televisivo in grado creare nuove tendenze, esordisce nei concorsi di bellezza come modella di bikini, motivo che l’ha spinta a creare una linea beachwear insieme alla sua migliore amica Pamela Genini, modella e giovane imprenditrice alla quale piace mettersi in gioco pensando fuori dagli schemi". Sui social il nome della ventinovenne è associato anche a un'agenzia immobiliare di lusso, con dimore in affitto nelle più rinomate località balneari italiane: la giovane si occupava della filiale meneghina, in pieno Quadrilatero della Moda.

Sui social appariva sempre con la sua inseparabile cagnolina Bianca.

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Giusi Fasano
Il dovere di chi sa: quel diritto all’intrusione che può proteggere la vita
Corriere della Sera, 19 ottobre 2025

Ci sono molte ragioni per cui una donna non voglia o non possa denunciare l’uomo violento che la tormenta. Il senso di vergogna per essere caduta in una trappola da cui non riesce più a uscire; il terrore che lui possa fare del male a qualcuno a cui si vuole bene; la catena della dipendenza economica; la difficoltà del rimettere in discussione investimenti emotivi e di tempo; la paura per la sorte dei figli, quando ci sono... Ripetere gli appelli di sempre — «denunciate», «chiedete aiuto» — è necessario, certo, ma come sappiamo bene non sempre è sufficiente. E allora forse giova fare spazio a un altro appello troppo spesso dimenticato. E cioè: «Segnalate». Solo che stavolta l’invito non è per la donna che subisce violenza ma per tutti gli altri. Cioè chi, come nel caso di Pamela, ha assistito, chi sa, chi ha visto scene e chi ha sentito parole di violenza. I testimoni, in sostanza.

Dico a te che racconti di non esserti «intromesso» quella volta che tua sorella, la tua amica, la tua vicina, o chiunque fosse, è stata vittima di una palese violenza di genere davanti ai tuoi occhi. Quella volta che magari ci hai pure provato, a parlare con lei. Ma ti sei arreso subito perché lei ha sminuito tutto o non ha voluto andare in commissariato.

Dico a te che ascolti i litigi frequenti della coppia dell’appartamento accanto: se senti gridare lei mentre lui le urla «ti ammazzo», se le dà un ceffone mentre tu guardi verso il suo balcone, la cosa giusta da fare è chiamare le forze dell’ordine.

E dico anche a te che hai l’amica tenuta in scacco dal fidanzato da anni: le tue preghiere non l’hanno convinta ad agire? Fallo tu. Segnala tutto alle forze dell’ordine. A loro dovrai dare le generalità ma poi il tuo nome non risulterà da nessuna parte.

La legge ti garantisce l’anonimato e però nel frattempo la polizia o i carabinieri saranno obbligati a intervenire e ad aprire un’istruttoria sul tuo racconto. Che, in situazioni limite, può voler dire salvare la vita. Le norme lo prevedono. E allora sfruttiamolo, questo diritto all’intrusione. E pazienza se quell’amica poi ti toglierà il saluto. La vita vale di più.


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Può un terzo denunciare qualcuno per il rischio di femminicidio?

Al Overview


Sì, un terzo può denunciare qualcuno per il rischio di femminicidio, specialmente quando sono coinvolti reati come i maltrattamenti in famiglia, che sono procedibili d'ufficio. Chiunque sia a conoscenza di una situazione di pericolo può sporgere denuncia presso la Questura, i Carabinieri o la Procura della Repubblica. 
  • Chiunque può denunciare
    La denuncia è possibile da parte di chiunque, anche se non è una vittima diretta, se si viene a conoscenza di fatti che costituiscono reato. 
  • Reati procedibili d'ufficio
    Reati come i maltrattamenti in famiglia possono essere denunciati da chiunque perché sono procedibili d'ufficio, ovvero l'azione penale può essere avviata anche senza la querela della parte lesa. 
  • Dove denunciare
    La denuncia può essere presentata presso le stazioni dei Carabinieri, le Questure o la Procura della Repubblica. 
  • Contesto di rischio
    Se il terzo ha conoscenza di atti di violenza, minacce o comportamenti che indicano un rischio imminente, può e deve denunciare per attivare le procedure di protezione e le indagini.