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lunedì 29 giugno 2026

La remigrazione

Simona Forti
Il vero volto della remigrazione

La Stampa, 29 giugno 2026

C’è un lago in Germania dove, prima di fare il bagno, bisogna superare un esame. Non di nuoto: di lingua. All’Heidesee, una vecchia miniera a cielo aperto, oggi allagata, alle porte di Halle, da qualche settimana un addetto all’ingresso valuta se il tedesco dell’aspirante bagnante sia abbastanza buono — abbastanza, dice il regolamento, da capire le istruzioni di sicurezza. Chi non passa, resta fuori. Il gestore giura che è solo prudenza: l’acqua è profonda, la riva scende a picco, «e la morte non si può escludere». Potrebbe sembrare una delle tante cronache di questo caldo straordinario — un lido preso d’assalto, una regola in più al cancello. Ma in un Land che a settembre va al voto — la Sassonia-Anhalt, dove l’AfD è data oltre il 40% —, su quel divieto si allunga l’ombra della remigrazione.

La prospettiva del «ritorno al Paese d’origine» non mira soltanto a sanare le irregolarità. Allude all’espulsione, su base etnica, di milioni di persone — richiedenti asilo e stranieri regolari, ma anche, ed è il punto che la rende esplosiva, cittadini di seconda generazione: secondo i teorici del progetto, ogni straniero «non assimilato» sarebbe passibile di rimpatrio. Per quanto i suoi sostenitori la presentino come una tecnica giuridica, capace di sciogliere situazioni di conflitto e di rischio, la remigrazione è la «soluzione» pratica che la teoria della Grande Sostituzione — o «sostituzione etnica» — porta con sé: il vero collante della galassia della destra estrema globale.

Il testo che le ha dato nuova vita è Le Grand Remplacement (2012) di Renaud Camus: un autore colto e raffinato, capace di vestire di letteratura un’idea da pogrom. La sua tesi è che l’«uomo bianco» stia per essere sostituito da un tipo umano meticcio, «svuotato». Di quel libro, e della genealogia antisemita da cui discende, ho già scritto su queste pagine; qui mi basta ribadirne il presupposto, perché è il perno su cui tutto poggia: l’idea che esista un’identità pura, un’essenza data in origine, e che mescolarla significhi distruggerla. È una convinzione antica — premessa di tutte le teorie della razza — che oggi ritorna nel discorso pubblico con una leggerezza inquietante: fino a pochi anni fa slogan eversivo, essa circola ormai a grande velocità e con una legittimità nuova.

Saremmo tentati di liquidarla come una deriva tedesca; in realtà è la trama di una rete internazionale che dall’Europa arriva fino agli Stati Uniti e all’Australia. In poco più di due anni la remigrazione è passata da tabù impronunciabile a proposta da discutere nel Parlamento europeo. E l’Italia non è certo in seconda fila: nel maggio 2025 si è tenuto a Gallarate, organizzato dall’identitario Andrea Ballarati, il primo «Remigration Summit», con esponenti dell’AfD tedesca e della destra radicale francese; ne è seguito un secondo in Toscana, a settembre, alla vigilia delle Regionali. A quei summit Roberto Vannacci ha dato la propria benedizione: se nel 2025, da eurodeputato e vicesegretario della Lega, aveva definito la remigrazione «una battaglia per la libertà e la civiltà» e promesso di portarla «a Bruxelles», nel febbraio 2026, proprio intorno a quell’idea, ha lasciato la Lega e ha fondato il suo partito, «Futuro Nazionale».

Io credo che questo passo fuori dalla coalizione di governo, lungi dall’essere una rottura, possa rivelarsi, semmai, una mossa che la rafforza. Un partito di governo non può permettersi di pronunciare certe parole: quando, qualche anno fa, un ministro usò proprio l’espressione «sostituzione etnica», dovette correre a precisare che non intendeva ciò che pure aveva detto. Chi siede nei consessi europei e tratta con le cancellerie deve mantenere una faccia rispettabile: non può abbracciare apertamente un piano di deportazione su base etnica. E allora, a farsi carico delle posizioni impresentabili, dev’essere qualcun altro. Sganciandosi dal vincolo di governo e mettendosi a capo di un partito tutto suo, Vannacci — che dell’incorrettezza ha fatto un capitale politico — si è reso libero di fare esattamente questo: dare voce alle tesi impronunciabili, tenere salda la rete dei movimenti di estrema destra, spostare in avanti il confine di ciò che si può non solo pensare, ma anche progettare. È un lavoro opaco e insieme astuto, che risponde a una precisa divisione dei ruoli: prestare la voce agli estremisti — da CasaPound alla Rete dei Patrioti, dai Veneto Fronte Skinheads a Forza Nuova — e lasciare che la destra di governo incassi la radicalizzazione senza pagarne il prezzo; anzi, che si presenti come l’argine ragionevole rispetto a ciò che essa stessa ha contribuito a rendere pensabile.

Ma qual è il presupposto della «sostituzione etnica» che renderebbe necessaria la remigrazione? È la convinzione che esista un’identità pura — l’italiano, l’europeo, il bianco — la cui essenza, data in origine, si distruggerebbe per contaminazione. Com’è possibile credervi? Nessuna identità è incontaminata, perché nessuna identità è una realtà univoca. Ogni identità è un intreccio, una stratificazione, una sovrapposizione di altre identità e provenienze. Ciò che chiamiamo «italiano» è il sedimento di greci e arabi, longobardi e normanni, ebrei e spagnoli — di lingue, cucine, fedi, volti venuti d’altrove e diventati, nel tempo, «nostri». L’identità non è una sostanza che si conserva: è un processo che si fa, e si fa di continuo, per incontro e per mescolanza. Non esiste un’identità immobile, perché nessuna realtà vitale può restare identica a se stessa. Continuare a vivere — in qualsiasi Paese del mondo — significa differire di continuo da sé, diventare altro da ciò che si era: non un nucleo immutabile che resiste ai cambiamenti, ma il movimento stesso del cambiamento. L’italiano di oggi non è quello di un secolo fa, e non sarà quello di un secolo a venire; ed è precisamente in questo scarto da sé che una persona, un insieme di persone, un popolo rimane vivo.

In questo senso la «sostituzione etnica» accade ogni giorno. Accade ogni volta che un bambino impara una parola nuova, che una cucina adotta una spezia, che due persone provenienti da spazi lontani mettono al mondo qualcuno. È semplicemente il movimento che la storia porta con sé: un’identità le cui componenti smettessero davvero di essere «sostituite» — di trasformarsi, di contaminarsi, di accogliere — sarebbe un’identità morta. I custodi della purezza non difendono un popolo vivo: congelano un cadavere, e lo chiamano nazione.

Ecco perché non possiamo sorridere della storia del lago come di una bizzarria tedesca dell’estate. È, semmai, la prova di quanto sia facile far passare l’esclusione per buon senso, e farla fruttare come serbatoio di voti. Al cancello di un lido, come nei progetti di una politica nazionalista, si pretende di decidere chi appartiene e chi è di troppo, riducendo la cittadinanza a un fatto di sangue. La remigrazione non è una politica migratoria: è la pretesa di fondare, su un’identità che non esiste, il diritto di stabilire chi sia abbastanza umano da poter restare.

domenica 22 febbraio 2026

Lo scivolamento a destra in Francia

Dominique de Villepin

"Il paese assiste a una allarmante inversione dei valori" - scrive Paul Quinio nel suo editoriale per Libération, il 20 febbraio scorso. Ma proprio di questo si tratta? "Lavoro, famiglia, patria" - la triade petainista degli anni bui - sta sostituendo la repubblicana e gloriosa "libertà, eguaglianza, fraternità"? Non sembra proprio, non siamo a questo punto. Sta succedendo invece una cosa molto più banale ma non meno inquietante. Il fronte repubblicano - ossia la piattaforma comune dei partiti schierati a difesa dell'ordine democratico - sta cambiando campo. Una volta, fino a qualche mese fa, escludeva l'estrema destra. Adesso ha assunto una configurazione tale da escludere, di fatto, la sinistra radicale, ossia La France Insoumise, il partito di Jean-Luc Mélenchon.

Francesca Schianchi
La parata dell'ultradestra francese contro la sinistra: "Assassini"

La Stampa, 22 febbraio 2026

Dura appena una manciata di minuti, la sensazione di essere veramente, come annunciato dai promotori, a una marcia in ricordo di una vittima. Il tempo del minuto di silenzio, con qualche giovanotto in bomber scuro che lascia scivolare una lacrima silenziosa, e dell’omaggio iniziale al 23enne Quentin Deranque, militante di estrema destra ucciso una settimana fa qui a Lione: «Ci guarda da lassù ed è fiero di noi». Per il resto, gli interventi dal palco improvvisato su un camion e poi i cori che accompagnano la marcia, per il chilometro o poco più che separa la partenza da quella rue Victor Lagrange in cui è avvenuto il pestaggio di cui sono accusati giovani di estrema sinistra, certificano la natura tutta politica di una manifestazione che, nonostante l’invito alla preghiera e la corona di fiori bianchi, del cordoglio commosso ha ben poco. C’è piuttosto rabbia, revanscismo, orgoglio di parte, e la voglia di seppellire tutta la sinistra – non solo quella estrema, a meno di un mese dalle amministrative, e a un anno dalle fatidiche presidenziali – sotto questa bruttissima storia di violenza e brutalità.

C’era un allarme altissimo a Lione per la manifestazione di ieri pomeriggio, promossa da varie sigle di destra estrema. «Fate attenzione: musulmani e persone di colore sono particolarmente esposte, mettetevi in sicurezza, condividete le informazioni», recita un volantino sparso per la città e rimbalzato da un cellulare all’altro. Si temeva, e fino al termine del corteo continuava a girare la voce, una possibile contro-manifestazione dell’estrema sinistra. Tanto era preoccupato lo stesso sindaco, l’ecologista Grégory Doucet, che aveva chiesto di proibire la marcia: niente da fare, il ministro dell’Interno Laurent Nuñez venerdì ha dato il via libera. Ieri mattina, il presidente della repubblica Emmanuel Macron invitava tutti alla calma: ma più di lui forse hanno potuto le raccomandazioni della famiglia di Deranque, che, assente dalla piazza, ha fatto però arrivare il proprio auspicio che tutto si svolgesse senza incidenti. Straordinario dispiegamento di forze dell’ordine, droni sulle teste dei circa tremila manifestanti, controllo capillare in città che durerà fino a oggi, nel timore di disordini nella notte: ma, alla fine del corteo, nessuna violenza da registrare. Anche se ci saranno denunce, per saluti romani e insulti razzisti e omofobi scovati dalla Prefettura in alcuni video della sfilata postati sui social, e a una persona che è stata trovata in possesso di un coltello e un martello.

Anche il presidente del Rassemblement National Jordan Bardella aveva invitato i suoi eletti a non partecipare: nel pieno della sua campagna di «dédiabolisation» del partito, di ripulitura da tutte le scorie estreme per renderlo credibile nella sfida per l’Eliseo, troppo rischioso mischiarsi a gruppuscoli e frange non facilmente controllabili. Ma in fondo è un lavoro di squadra: lui, da Parigi, dichiara che il cordone sanitario per decenni destinato al suo partito – si vota chiunque pur di non vedere il Rn al potere - va oggi applicato all’estrema sinistra; loro, da Lione, attaccano tutto il tempo la gauche: «L’estrema sinistra uccide», srotolano un enorme striscione, mentre i manifestanti scandiscono lo slogan «antifascisti assassini, La France insoumise complice».

Perché è il partito di Jean-Luc Mélenchon il primo obiettivo di questa giornata, e tutto lo schieramento che, alle ultime legislative, ha fatto con lui accordi per fermare Marine Le Pen e il Rassemblement. Il leader di estrema sinistra è sul banco degli imputati da giorni, per i legami del partito con alcuni sospettati dell’aggressione mortale: tra i fermati, ci sono due assistenti parlamentari del deputato Lfi Raphaël Arnault, fondatore a Lione di un movimento antifascista, la Jeune Garde, sciolto dalle autorità l’estate scorsa per i metodi giudicati violenti. «Hanno responsabilità anche gli ecologisti, i socialisti, i macroniani che hanno fatto eleggere questa gente», aggiunge dal microfono uno dei giovani chiamati a intervenire, Raphaël Ayma, militante arrivato dal Sud della Francia, tra gli applausi dei presenti. Poi, a tu per tu, approfitta per aggiungere pure che, oltre al ricordo, la giornata serve per chiedere lo scioglimento di tutti i gruppi antifascisti: quelli fascisti curiosamente no, però, «non li metto sullo stesso piano». Ci sono molti giovani impegnati in sigle di area che arrivano a gruppi - dandosi la regola di nascondere simboli e appartenenze: difficile però quando hai un tirapugni gigante tatuato dietro all’orecchio – e poi semplici cittadini che, dall’ex poliziotto Jean-Luc all’impiegata Cécile, rifiutano l’etichetta di estrema destra, ma hanno in comune il fatto di detestare Mélenchon e apprezzare Bardella.

E, alla vigilia di municipali che riguardano tutti i comuni di Francia (il 15 marzo il primo turno) e della lunga maratona verso le presidenziali, l’ingombrante France insoumise sta diventando un grattacapo per la sinistra. C’è chi aspetta che passi la tempesta per decidere cosa fare con le alleanze, e chi, come l’ex presidente François Hollande, ha già chiesto di tagliare i ponti con Mélenchon e compagni. La pensa allo stesso modo l’eurodeputato di centrosinistra Raphaël Glucksmann: «Il cordone sanitario rimarrà valido per il Rn, perché può vincere le elezioni. Ma per impedire loro di prendere il potere, dobbiamo essere chiari nella nostra relazione con Lfi: è una questione etica ma anche politica».

Mentre la gauche si interroga, a Lione questa ultradestra che non vuole essere chiamata tale omaggia il suo giovane martire. Nell’angolo della strada grigia e anonima in cui è stato ucciso vengono messi fiori e cartelli per ricordarlo: arriva anche lo striscione gigante «Adieu camarade», dove la traduzione non è tanto camerata, ma compagno di lotta. Fiaccole, saluti, tre volte il presente come nella tradizione di estrema destra. E poi si defluisce, «mi raccomando in modo ordinato e senza problemi, facciamo vedere che siamo gente rispettabile», ripete una delle organizzatrici. Si spengono le fiaccole, «ma la fiamma del ricordo continuerà a ardere in ognuno di noi».

Eric Jozsef
Perché quel corteo è un favore a Le Pen

La Stampa, 22 febbraio 2026

... Il linciaggio di Quentin Deranque è una pietra miliare. Marine Le Pen e Jordan Bardella si sono spinti molto avanti nella campagna per normalizzare il partito. Bardella ha infatti invitato i dirigenti e e gli attivisti del Rn a non partecipare al corteo in onore dell'attivista di estrema destra convocato a Lione. Lo scopo è evidente, il Rn cerca adesso di presentarsi come il partito dell'ordine contro il salto nel vuoto. Un completo stravolgimento di narrativa e ruoli, raggiunto in pochi mesi attraverso la messa in atto in due fasi. 
La prima fase risale ai mesi successivi alle elezioni legislative del 2024, quelle che, al secondo turno, sbarrarono la strada al Rassemblement National con un "fronte repubblicano" allargato dalla destra moderata alla sinistra radicale, compresa quella La France Insoumise (Lfi) di Jean-Luc Mélenchon oggi sotto i riflettori. Lo slogan sintetizzava gli umori di allora: "Tutto tranne l'estrema destra". Nel giro di pochi mesi, con la radicalizzazione di del Lfi e la sua campagna antisionista al limite dell'antisemitismo, con le provocazioni del partito di Jean-Luc Mélenchon all'Assemblea Nazionale e il ricorso sistematico al conflitto, la parola d'ordine, sposata in particolare dal centro macronista, è diventata altro: "Tutto tranne gli estremisti di sinistra". 
La seconda fase è cronaca di oggi e segue alla morte di Quentin Deranque. Cavalcato dal Rassemblement National ma ripreso anche da una parte significativa del centro-destra il motto ha cambiato drasticamente verso, l'ha ribaltato: "Tutto tranne Lfi". In seguito al presunto coinvolgimento di attivisti antifascisti vicini al partito di Jean-Luc Mélenchon, si  moltiplicano dunque, opposte rispetto al passato, le richieste di un cordone sanitario contro La France Insoumise. Una sorta di "fronte repubblicano" al rovescio. 
... La vecchia lezione della storia secondo cui gli eccessi della sinistra radicale rafforzerebbero l'estrema destra, attirando tra le sue braccia una parte dell'elettorato moderato, si applicherà nel 2027 alla Francia, alle prese con le presidenziali?
Di sicuro. il Rassemblement National è parzialmente riuscito a oscurare le dichiarazioni razziste e antisemite emerse dai discorsi di molti suoi candidati e a minimizzare i legami passati di Marine Le Pen con le frange politiche di estrema destra in piazza ieri a Lione. Per questo, pur criticando l'ambiguità di Jean-Luc Mélenchon, il gollista ed ex-primo ministro Dominique de Villepin ha messo in guardia dalla demonizzazione de La France Insoumise che "distoglie l'attenzione dal pericolo principale (Lfi rappresenta solo il 10% dei voti, rispetto all'oltre 35% del RN, ndr) e contribuisce a normalizzare l'estrema destra". Al punto da lasciarla sfilare in massa nel cuore della Capitale della Resistenza.

martedì 29 gennaio 2013

La fortezza vuota del narcisismo


Quando i confini tra noi e gli altri si irrigidiscono ci troviamo a difendere una fortezza. Vuota

 
In psicoanalisi conosciamo l’importanza del rapporto dell’essere umano con lo specchio. Come Lacan ci ha insegnato si tratta di una tappa cruciale dello sviluppo psichico: il bambino che ancora non conosce la sua immagine, che non ha mai visto il suo volto, incontra, grazie allo specchio, la sua identità riflessa apprendendo a costruirsi e a riconoscersi come un Io. È la virtù dialettica dello specchio a rendere possibile il riconoscimento della propria immagine attraverso l’immagine di un altro. 

La pratica del tiro con l’arco nello Zen illustra in un altro modo questa stessa logica: l’autocoscienza si costituisce solo quando la freccia scagliata dal mio arco raggiunge il suo bersaglio. Ma lo specchio non è solo il luogo dove possiamo realizzare il riconoscimento positivo della nostra immagine. È anche un luogo che facilmente mobilita fascinazioni intensamente morbose. Da una eccessiva fissazione incantatoria allo specchio sorge, infatti, la figura mitologica di Narciso che per rincorrere la rappresentazione ideale di se stesso, riflessa nelle acque, perde la sua vita. La passione narcisistica è una passione smisurata per la propria immagine che genera solo distruzione. Non a caso Lacan metteva in stretto rapporto la passione narcisistica per la propria immagine con la tendenza aggressiva. Non sopportiamo di non essere quell’immagine ideale di noi stessi che lo specchio proietta davanti a noi. Aggrediamo chi ci pare abbia realizzato quel miraggio per noi impossibile da realizzare. Diventiamo, così, persecutori dei nostri ideali esteriorizzati.
Quando la passione narcisistica si accentua eccessivamente, il mondo che è apertura illimitata alla differenza rischia di restringersi, di ridursi sterilmente alla superficie asettica dello specchio. Il mondo perde la sua bellezza per irrigidirsi in una identità chiusa su se stessa. Da tappa fondamentale per la costituzione dell’autocoscienza, lo specchio si trasforma così in una prigione. Non è questa una cifra del nostro tempo? Non viviamo forse in un mondo che sembra assomigliare sempre più ad uno specchio? È qualcosa che vediamo tanto nella vita individuale quanto in quella collettiva. [...]
Ho spesso ricordato che quando utilizziamo la metafora della “società liquida” dobbiamo anche far notare una tendenza altrettanto forte: quella del raggruppamento solido, autoreferenziale, dei simili, dell’identico. L’assenza di confini, di binari simbolici saldamente costituiti, di criteri normativi condivisi, che caratterizza l’aspetto “liquido” del nostro tempo, tende a generare, come una sorta di reazione sintomatica, la spinta all’esclusione del diverso, dello straniero, della differenza. Tende a radicalizzare una nozione di identità chiusa su se stessa, ad esasperare la spinta ad una “identificazione a massa” che abolisce la differenza. La violenza del femminicidio, del razzismo, del fondamentalismo religioso ed etnico, hanno la loro matrice comune proprio nell’adorazione narcisistica della propria immagine ideale e onnipotente che esclude tutto ciò che risulta ad essa eccentrico.
La psicoanalisi ci insegna che l’arroccamento sulla nostra identità, resa falsamente solida, è sempre indice di malattia. Questo accade nei gruppi sociali, nelle istituzioni come nella vita individuale. Quando il confine – che ha il compito cruciale di delimitare la nostra identità (senza il quale vi sarebbe il caos totale, il disordine della schizofrenia) – si irrigidisce, si inspessisce, si ingessa, la vita si ammala, perde la ricchezza dello scambio. Il mondo si riduce a uno specchio uniforme, a una superficie piatta che si limita a riflettere la presunta immagine ideale di noi stessi. Quando il confine cessa di essere, come direbbe Bion, “poroso”, può solo diventare una fortezza. E, come spesso e tristemente accade, le fortezze alla difesa delle quali gli umani si prodigano, sono, in realtà, desolatamente vuote.






Massimo Recalcati
Narciso in trappola nello specchio della tecnologia
la Repubblica, 27 gennaio 2013

martedì 22 gennaio 2013

Comunicare in attesa di risposta


Qualche anno fa era uscito un bel film intitolato “Lavorare con lentezza” (mutuando uno slogan del movimento del ’77): si trattava in sostanza di un elogio della lentezza, intesa come recupero del gusto di fare le cose senza lasciarsi travolgere dalla smania del fare. Oggi vorrei tentare un elogio della leggerezza e lo vorrei fare dal mio particolare punto di vista: la comunicazione.
Partirei da un assunto molto semplice: tanto più una comunicazione è efficace quanto più è in grado di stimolare una risposta. Sembra una banalità, ma purtroppo non lo è, visto che gran parte dei messaggi che ci arrivano tutto fanno tranne che provocare un’interazione (peraltro né voluta né prevista).
Nell’era di internet 2.0 la tanto sbandierata “collettivizzazione del sapere” sembra quanto mai un’utopia. E se è vero che, come diceva McLuhan, che “il mezzo è il messaggio”, non dimentichiamo che il primo di tutti i mezzi è il linguaggio: non basta aprire una pagina fb o un blog per avviare un dialogo: la tecnologia serve ma non è tutto, ciò che può essere davvero inclusivo (o esclusivo) è il linguaggio e l’atteggiamento. Il fatto è – e qui vengo al punto – che siamo assuefatti a subire la comunicazione: di certi argomenti hanno il diritto di parlare solo quelli che sanno, che usano certe parole… Abbiamo paura di esprimerci perché temiamo il giudizio altrui o di essere trattati con condiscendenza.
Penso sia giunto il momento di ribellarsi a questi presunti signori della comunicazione, abituati a prendersi troppo sul serio: seppelliamoli con una risata. Non fraintendetemi, non sto dicendo di buttare tutto in burla, ma di ribellarsi ai toni tetri e ai linguaggi da conventicola, di recuperare insomma un po’ di quella leggerezza che permette di cogliere il senso delle cose al di là del velo delle parole complicate. Non esistono argomenti tabù come non esistono modi giusti per parlarne. Chiunque può parlare di qualunque cosa secondo quella che è la propria formazione, le proprie idee e modo di essere… l’unico vero tabù è il rispetto per il nostro interlocutore e per l’oggetto del discorso.
Allora facciamola questa rivoluzione: che ognuno si senta libero di dire quello che vuole come vuole e come ne è capace…
Ne guadagneremo di sicuro in termini di arricchimento di idee, nonché in soddisfazione personale: è molto più gratificante sapere di contribuire al dibattito, piuttosto che sentirsi solo spettatori passivi, non credete?