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mercoledì 5 marzo 2025

Cosa resta di Calvino

 




Marco Belpoliti

Ripensare Calvino oltre il cliché della leggerezza
A trent’anni dalla morte le Lezioni americane restano la sua opera meno compresa
La Stampa, 13 settembre 2015

Calvino? Le Lezioni americane. La leggerezza. Il brand dello scrittore, se così si può dire, è saldamente legato a quel libro postumo, all’idea del «togliere peso»; del resto, viviamo da vari decenni dentro il mondo dell’immateriale. E se, invece di lasciarci all’improvviso in quel settembre del 1985, Calvino avesse potuto terminare le sue conferenze a Harvard, scrivendo l’ultima, quella sulla Consistency, dedicata a Bartleby lo scrivano di Melville, quale immagine avremmo di lui? E se la sua idea di autobiografia senza Io, di cui ci resta l’abbozzo de La strada di San Giovanni, fosse stata portata a termine, come lo considereremmo?
Insieme a Pasolini e Primo Levi, Calvino è il più noto scrittore italiano della seconda metà del XX secolo. Certamente è ancora uno dei più letti, se è vero che nelle nostre scuole circola il Sentiero dei nidi di ragno, unico libro sulla Resistenza che i giovani hanno tra le mani, e anche la trilogia dei Nostri antenati che sembra reggere nel tempo, mentre non c’è architetto che non citi Le città invisibili, il suo capolavoro letterario, anche se sovente a sproposito. Non si può fare la storia con i se e con i ma, tuttavia le Lezioni americane hanno prodotto nella vulgata corrente una distorsione nella percezione del lungo, ampio e complesso lavoro di Calvino. Le citazioni prevalenti vanno alla lezione sulla Leggerezza, o al massimo a quella sulla Rapidità, mentre quasi nessuno richiama Visibilità o Molteplicità, ben più complesse, e certamente meno cool.
La lezione mai scritta
Il titolo americano delle Lezioni era più concreto e diretto: Six memos for the next millennium. Più un post it che una Bibbia del futuro. Calvino era intenzionato a riscrivere e sistemare i capitoli dei suoi interventi americani pensando ai lettori italiani. Inoltre, senza la finale lezione sulla «coerenza» (consistenza o compattezza) è difficile dare un senso a quello che viene passato come il suo testamento. A leggere gli apparati che Mario Barenghi ha allestito nel Meridiano dei Saggi, ci si rende facilmente conto che gli autori che Calvino avrebbe citato nella lezione mancante erano tutti personaggi, da Bartleby a Wakefield, che dicevano di no, che scomparivano, sottraendosi ai legami sociali: lavoro, matrimonio, residenza. Decisamente le Lezioni americane non hanno giovato alla comprensione di Calvino, non certo per colpa sua, ma per demerito di molti lettori, anche colti, che l’hanno eletto a profeta della leggerezza, là dove lui era invece il cantore da almeno venti anni del suo contrario: la pesantezza.
La pesantezza
Si è confuso, e si continua a confondere la leggerezza della scrittura di Calvino, frutto di un lavoro incredibile, come testimoniano gli autografi, con l’idea di leggerezza in generale. A partire dal 1968, Calvino ha cercato di contrastare la pesantezza che era entrata nel nostro mondo in modo forse definitivo. La nuova pesantezza, che egli cercava di diradare con l’utopia pulviscolare di Fourier, lascito del suo Sessantotto, gli era apparsa alla fine dei Sessanta più densa e consistente di quella degli anni di ferro del comunismo staliniano; con grande realismo il fantasioso autore del Barone rampante aveva cercato di contrastare la visione cupa subentrata allora mobilitando i suoi personaggi di carta, come il signor Palomar, un Marcovaldo redivivo, con tanto di occhiali, biblioteca di letture e pensieri da scrittore.
Calvino non può essere compreso se non si considera che è stato, oltre che uno scrittore, un intellettuale, il quale pensava il proprio lavoro letterario tarandolo sull’attualità sociale e politica, mediando continuamente tra questa e il suo talento e il suo carattere. Non c’è un libro di Calvino uguale all’altro, per quanto si continui a considerarlo uno scrittore unitario, o al massimo con due movimenti: primo e secondo Calvino. Come Levi, Calvino è un poliedro con tante facce. Certo, la coerenza era uno dei suoi problemi principali, ma non è solo su questo metro che possiamo oggi valutarlo.
Un doppio metro
Cos’è vivo e cosa morto del suo lavoro? Vivissimo è il suo libro d’esordio, Il sentiero, che ha guadagnato con il passare degli anni; anche i libri della Trilogia hanno una loro vitalità, Il barone rampante più di tutti. Le città invisibili sono un libro indecifrabile, misterioso e inafferrabile, che attende ancora i suoi lettori ideali. Meno efficaci sono invece i libri «realisti» come La speculazione edilizia o La giornata di uno scrutatore, per quanto sia uno dei suoi libri che amo di più. La vena favolistica continua a mantenere vive Le cosmicomiche, sebbene meno riuscite di altre parti della sua opera, tuttavia anche questi racconti contengono temi – la biologia ad esempio – che probabilmente torneranno utili in prossimo futuro.
Calvino non è stato solo un letterato; la sua valutazione non va compiuta tenendo conto del valore estetico dei suoi testi, o almeno non solo. Vale per lui, come per Pasolini e Levi, la considerazione su quanto la letteratura illumini aspetti decisivi della nostra esistenza, dalla psiche individuale ai grandi problemi sociali. La sua durata si misura su questo doppio metro.

https://machiave.blogspot.com/2025/02/calvino-la-leggerezza-abusiva.html
https://www.leparoleelecose.it/?p=29398

domenica 2 febbraio 2025

Manganelli e Calvino su Leopardi

 


Giuseppe Sandrini, Manganelli e Leopardi: un modello retorico e morale
Sinestesieonline, a. XI, n.36, maggio 2022

«A me pare che la noia sia della natura dell’aria: la quale riempie tutti gli spazi interposti alle altre cose materiali, e tutti i vani contenuti in ciascuna di loro». Da questa memorabile pagina leopardiana prende avvio l’articolo dedicato nel 1984 da Giorgio Manganelli alle Operette morali, un libro che – dichiara lo scrittore milanese – «non so quante volte ho letto». Il discorso di Tasso «recluso e demente» gli fa provare «una strana sensazione, in cui l’angoscia e la gioia, una lucida gioia teoretica, si mescolano inestricabilmente». Quel libro «fragile e inconsumabile», «che appartiene alla nostra descrizione di noi stessi» sembra un libro «concettoso ed anzi filosofico» – scrive Manganelli – eppure si può leggere «senza riportarne il graffio di una idea». Forse allora, per l’autore che ha teorizzato la letteratura come menzogna, le Operette morali valgono indipendentemente dal pensiero che le pervade, pur esposto «come per parabole»? No, il pensiero è necessario, perché «senza la disperazione filosofica» Leopardi non avrebbe potuto scrivere, non avrebbe potuto far dono della sua «gioia teoretica». Se la riflessione sulla noia del Dialogo di Torquato Tasso e del suo Genio familiare è per Manganelli «estatica e profondamente felice», perché vi si contempla «qualcosa di invisibile a tutti, ma non al misterioso, al martire eletto, cui è concesso di vedere anche l’aria», dire che in essa la disperazione filosofica è «concettualmente irrilevante» suona come una «verità menzognera»: nelle Operette morali la disperazione «agisce come figura retorica chiave», sottraendosi a ogni determinazione di «vero» o di «falso». Solo con un ossimoro («verità menzognera») si può dunque esprimere l’«arguta ed ironica alchimia» per la quale la disperazione leopardiana, prendendo forma letteraria, si fa «gioia verbale» oltre che «teoretica»: come Laura nella poesia di Petrarca è il «centro retorico» che salva dal rischio di un banale «parlare d’amore», così nelle Operette morali il deserto metafisico è la «figura» che traghetta lo scrittore verso «l’insondabile gioia» della sua prosa. È il «deserto felice» della letteratura (secondo ossimoro) ad accogliere Leopardi: il suo destino, condiviso con Pascal, è «l’impossibilità di essere disperati pur abitando il cuore della disperazione». La «terribile ironia» che c’è nel «lottare contemporaneamente con l’estasi e con il nulla» domina le Operette: e Manganelli conclude citandone uno dei momenti più alti, i versi del Coro di morti, dove la «profonda notte» evocata dalle mummie di Federico Ruysch riluce (terzo ossimoro) di «tenebre abbaglianti».

Italo Calvino a Giorgio Manganelli, 16 luglio 1984

Caro Giorgio,

l'articolo di ieri su Leopardi è bellissimo e sento il bisogno di dirtelo. Hai trovato la definizione esatta - come nessuno era riuscito a fare - del rapporto tra quello che Leopardi dice e il piacere che dà a leggerlo, la leggerezza con cui abita e filosofeggia la sua tristezza e noia. Tante volte ho pensato di non poter spiegare - per esempio a uno straniero - la grandezza di L. e che cosa rende le Operette un libro unico e perché non ci si sazia mai di leggerlo - e tu ci sei riuscito con un'evidenza di formulazione che ormai mi sembra diventata la sola cosa che si possa dire. E il parallelo con Petrarca mi pare calzi perfettamente - insomma leggendoti mi pareva d'essere stato a un pelo dall'aver pensato io tutte queste cose e di stare venendo in possesso di qualcosa di mio.
Un caro saluto e buona estate

                                                                                               tuo Calvino

https://machiave.blogspot.com/2015/01/lamore-per-la-vita-in-leopardi.html

domenica 14 aprile 2024

Calvino, il segreto della grazia

 



Com’è noto, Italo Calvino ha pubblicato articoli sull’Unità negli anni tra il 1947 e il 1956. Alcuni di questi sono stati riveduti e corretti dall’autore e ristampati in Ultimo viene il corvo (1949) e in Racconti (1956). Qui vengono presentati in versione originale quelli presenti già nelle due raccolte, ma usciti in un primo tempo sull’Unità di Torino.

Si tratta di racconti che hanno alcune caratteristiche comuni. I protagonisti sono in genere dei marginali; lo stile della scrittura mescola un realismo minuto alla fantasia; una grande attenzione è riservata alla natura e agli animali; il paesaggio sullo sfondo in molti casi appartiene alla riviera ligure di Ponente ed è ritratto con estrema precisione naturalistica. Sono stati aggiunti altri articoli di vario genere: un pezzo sul biologo Lysenko permette di mostrare quanto fosse profonda l’adesione dello scrittore al comunismo staliniano del suo tempo; altri articoli sono stati ripresi come pezzi di bravura letteraria ancor prima che giornalistica: due recensioni (una per Sartre, l’altra per Primo Levi), il resoconto di una partita di calcio vista dalla parte della città, il reportage sul set di Riso amaro e La gran bonaccia delle Antille, uscito nel 1957 su Città aperta; quest’ultimo è un racconto di tipo allegorico. Ha per oggetto la politica del partito comunista italiano nel dopoguerra e segna il distacco dello scrittore da quella esperienza.
La collaborazione di Calvino con l’Unità inizia nel 1946. L’anno dopo lo scrittore è assunto dalla casa editrice Einaudi dove si occupa dell’ufficio stampa e pubblicità. Alla fine di aprile 1948 diventa invece redattore dell’Unità con l’incarico di curare la terza pagina. Nel settembre 1949 c’è il ritorno all’Einaudi. Si chiude allora una fase della sua attività letteraria. Stando a ciò che afferma Domenico Scarpa, il 1948, il 1949, il 1950, il 1951 segnano per l’autore una “rarefazione della produzione narrativa”.
Ancora qualche parola sul rapporto con il paesaggio nei racconti di quel momento aurorale merita di essere spesa. Quello che nell’opera compiuta appare come un elemento di contorno è invece primordiale nel processo creativo. Si veda per questo la prefazione del 1964 al Sentiero dei nidi di ragno (1947): “Il mio paesaggio era qualcosa di gelosamente mio. (…) Io ero della Riviera di Ponente; dal paesaggio della mia città – Sanremo – cancellavo polemicamente tutto il litorale turistico – lungomare con palmizi, casinò, alberghi, ville – quasi vergognandomene; cominciavo dai vicoli della Città vecchia, risalivo per i torrenti, scansavo i geometrici campi dei garofani, preferivo le ‘fasce’ di vigna e d’oliveto coi vecchi muri a secco sconnessi, m’inoltravo per le mulattiere sopra i dossi gerbidi, fin su dove cominciano i boschi di pini, poi i castagni, e così ero passato dal mare – sempre visto dall’alto, una striscia tra due quinte di verde – alle valli tortuose delle Prealpi liguri. – Avevo un paesaggio. Ma per poterlo rappresentare occorreva che esso diventasse secondario rispetto a qualcos’altro: a delle persone, a delle storie “.
Infine, bisogna rendere conto della grazia che informa i racconti in particolare. Italo Calvino è uno scrittore che cambia periodicamente il suo stile. Due elementi permangono come dati immutabili: il linguaggio e la motivazione ultima della scrittura. Il linguaggio è limpido e preciso, assai leggibile. La motivazione ultima della scrittura è il bisogno inesausto di comprendere e di conoscere il mondo. Altre cose mutano da una fase all’altra della produzione letteraria. All’inizio prevale un realismo associato a una modalità fiabesca dell’invenzione. Già questo instaura una atmosfera di incanto che si perde tra le righe. Il lettore è coinvolto senza sapere bene perché. E poi c’è il lato rivelatore di un procedimento che serve a superare una difficoltà nascosta. Calvino in un primo tempo non riesce a rappresentare la realtà in modo frontale. Anche il riferimento alla sua biografia gli appare involuto e artificioso. Presto individua una via d’uscita nell’approccio indiretto al mondo e alle cose. Ed ecco lo scrittore da giovane, o prima maniera se si preferisce. Una naturalezza leggera, segnata dal distacco e al tempo stesso da una vicinanza in seconda battuta al senso della vita. Tutto questo viene chiarito e spiegato dall’autore nella già citata prefazione del 1964 al Sentiero dei nidi di ragno: “ogni volta che si è stati attori o testimoni d’un’epoca storica ci si sente presi da una responsabilità speciale… A me questa responsabilità finiva per farmi sentire il tema come troppo impegnativo e solenne per le mie forze. E allora proprio per non lasciarmi mettere in soggezione dal tema, decisi che l’avrei affrontato non di petto ma di scorcio. Tutto doveva essere visto dagli occhi di un bambino, in un ambiente di monelli e vagabondi. Inventai una storia che restasse in margine alla guerra partigiana, ma nello stesso tempo ne rendesse il colore, l'aspro sapore, il ritmo. (…) Il Sentiero dei nidi di ragno è nato da questo senso di nullatenenza assoluta, per metà patita fino allo strazio, per metà supposta e ostentata. Se un valore riconosco a questo libro è lì: l’immagine di una forza vitale ancora oscura in cui si saldano l’indigenza del “troppo giovane” e l’indigenza degli esclusi e dei reietti”. Ecco il segreto di una scrittura che lascia intravedere una segreta armonia. Segreta e nascosta. In questo momento aurorale della sua carriera lo scrittore ritrova l’impulso epico di altri tempi. In fasi e momenti successivi dell’opera calviniana la storia e il progresso lasceranno il posto a qualche filo residuo di speranza, come nelle Città invisibili (1972).  L'ultimo libro, le Lezioni americane, uscite postume (1988), sembra comportare tra le altre cose un bilancio dell’intero percorso compiuto dall’opera dello scrittore. Il primo capitolo del libro ha per titolo la leggerezza. L’ultimo ragiona della molteplicità. Su Calvino autore molteplice convergono le analisi di Domenico Scarpa e Marco Belpoliti, per non parlare delle conclusioni raggiunte dalla figlia Giovanna.   

giovedì 11 novembre 2021

Françoise Hardy, una canzone in forma di scioglilingua

Sous aucun prétexte Je ne veux Avoir de réflexes Malheureux Il faut que tu m'expliques Un peu mieux Comment te dire adieu Mon cœur de silex Vite prend feu Ton cœur de pyrex Résiste au feu Je suis bien perplexe Je ne veux Me résoudre aux adieux Je sais bien qu'un ex-amour n'a pas de chance, ou si peu Mais pour moi un explication vaudrait mieux Sous aucun prétexte Je ne veux Devant toi surexposer mes yeux Derrière un kleenex Je saurais mieux Comment te dire adieu Comment te dire adieu Tu es mis à l'index, nos nuits blanches, nos matins gris-bleu Mais pour moi une explication vaudrait mieux Sous aucun prétexte Je ne veux Devant toi surexposer mes yeux Derrière un kleenex Je saurais mieux Comment te dire adieu Comment te dire adieu Comment te dire adieu Source : Musixmatch Paroliers : Jack Gold / Arnold Goland https://www.youtube.com/watch?v=mwhX5V1Gn6w

lunedì 6 aprile 2015

Colette, La stella del vespro

Annalena Benini
Lettere rubate, il Foglio, 4 aprile 2015

A volte, di notte, è uno sconosciuto che si impegna a distrarmi, chiamando al telefono. Alle due, alle quattro del mattino… mi chiede se sono proprio io, se sono veramernte io, così glielo assicuro. E allora dice: “Vada a fanculo”, e riaggancia. Troppo presto, perché vorrei saperne di più sul suo male misterioso, sui motivi della sua insonnia, capire se dopo avermi mandato nottetempo a fanculo può finalmente buttarsi nel suo lettuccio libero e felice.
Colette, “La stella del vespro”
Del Vecchio editore


Era il 1946, Colette aveva settantatré anni e non usciva più di casa. Ferma nel suo letto-scrivania, truccata, con le unghie laccate, un tailleur e un foulard blu, sorrideva, riceveva persone in visita e scriveva racconti a puntate per i primi numeri di Elle: il sottotitolo era Souvenirs. Ricordava ciò che era stato, quanto aveva vissuto e il divertimento infinito di non invecchiare nonostante l’età. “Sono una graziosa ragazzina di ottant’anni… nessun miglioramento dell’artrite alle gambe. Ma l’acutezza del dolore è qualcosa di straordinario”. Non si lamentava, aspettava che il suo terzo marito, Maurice, “il mio migliore amico”, le portasse le notizie da fuori, le ordinasse i libri, le chiedesse come stava. Rispondeva sempre: benissimo. Chiamava il suo traduttore italiano, Angelo Molica Franco, che ha curato e tradotto questo volume, “mon ami”, e gli disse in una telefonata, infilata poi alla fine del libro, che era d’accordo con la distinzione di Alberto Arbasino sulla carriera degli scrittori: “Brillante promessa, solito stronzo e venerato maestro” e aggiunse che detestava la parola “intellettuali”: “Talmente concentrati sulla propria lettura delle cose da non riuscire a cogliere il vero scopo della letteratura, il vero e unico scopo di un animo che scrive, cambiare il mondo. Ma non nel senso di rendere il mondo un posto migliore, il mondo è quello che è. Ma nel senso di cambiare le regole del gioco dell’esistenza”. Colette ha cambiato le regole del gioco dell’esistenza non solo con i romanzi, anche con la sua stessa vita: si scopriva il seno sul palcoscenico nel 1908 senza farne una questione politica, senza definirsi coraggiosa o spiegare il senso di una ribellione. Ha fatto il mimo, l’attrice, la modella, la sceneggiatrice, la giornalista, l’imprenditrice, ha scoperto Audrey Hepburn guardandola scendere le scale. “Non ho niente della pioniera”: visse come le piaceva vivere, semplicemente. Anche quando ebbe un figlio a quarant’anni e descrisse, in questi Souvenirs, la beatitudine che provava e che cercava di nascondere per fingere di avere “una gravidanza da uomo”. Finché un amico le disse: “Devi essere più felice di così. Mettiti il cappello e vieni a prendere un gelato alla fragola”.
Insidiosamente, senza fretta, quella beatitudine la invadeva. Euforia, soddisfazione, un senso di protezione, di banale magnificenza. “Verso la fine, avevo tutta l’aria di un ratto che si trascina dietro un uovo rubato”. Colette ha riso di tutto, soprattutto di sé, e ha accettato di diventare vecchia, senza esserlo. “Una delle grandi banalità dell’esistenza, l’amore, si ritira dalla mia vita. Quando ne siamo usciti, ci accorgiamo che tutto il resto è allegro, variegato e ricco. Ma non se ne esce quando né come si vuole”. Uscendone a testa alta, come Colette, che ha lottato contro tutti i suoi mali, si trova tutto il resto. I bambini che andavano a trovarla, gli amici, i libri, i fogli, i ricordi di quando era il corpo a trionfare e tutto era possibile, tutto era primavera. Nella profonda leggerezza di Colette, resa più intensa e dolce dall’età, c’è una conquista fondamentale: niente è mai davvero grave. Nemmeno il crepuscolo, nemmeno il contrasto tra la giovinezza interiore e ciò che la vita fa agli anni. Quando era giovane e prendeva in mano ago e filo sua madre scuoteva la testa e diceva: “Avrai sempre l’aria di un maschio che cuce”. Adesso, nell’immobilità di quel letto, aveva semplicemente l’aria di Colette. Che alla domanda: quando invecchia una vita? rispondeva con la sua vita: mai.

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Giuseppe Scaraffia
Capote tra fiocchi di neve
Il Sole 24ore, 29 marzo 2015

Sotto i portici del Palais-Royal, Truman Capote andava su e giù, controllando nervosamente l'orologio. Aveva ventitrè anni, ma, come diceva Jean Cocteau, che gli aveva procurato quell'incontro con la leggendaria Colette, "sembra un angelo di dieci anni, ma è senza età e ha un'anima maliziosa".

Quando finalmente era scoccata l'ora, era entrato nell'appartamento della scrittrice e ne era rimasto folgorato. Tutto era esattamente come se l'era immaginato: i folti capelli crespi di Colette, gli occhi da "gatto delle periferie", il viso mobilissimo, le guance arrossate dal trucco e le labbra sottili rese scarlatte da un rossetto da prostituta.

GABRIELLE COLETTE 
Intimidito, il giovanotto non osava alzare gli occhi su quella divinità allungata su una cascata di cuscini con un gatto grigio ai suoi piedi. Ma aveva fatto in tempo a vedere le tende di velluto che schermavano la luce di quel giugno del 1947 e a sentire il profumo, "un misto di rosa, arancio, tiglio e muschio, che fluttuava tra le pareti tappezzate di seta.
Gli occhi del visitatore si soffermarono su "una visione magica", un'immensa collezione di antichi fermacarte di cristallo.

Quei "sulfures", gli spiegò la padrona di casa, erano il risultato di un collezione iniziata quarantanni prima. imprigionati nelle sfere di cristallo lucertole, salamandre, fiori e farfalle erano schierati su due tavoli. I più rari di quelli che la scrittrice chiamava affettuosamente i suoi "fiocchi di neve" erano stati fabbricati tra il 1840 e il 1860".

Quel che Capote non poteva sapere era che in quegli anni Colette stava raccogliendo altri "fiocchi di neve" salvandoli dall'oblio nel cristallo della memoria. Era il pulviscolo di ricordi che si presentavano alla scrittrice immobilizzata dall'artrite, una messe tardiva e generosa raccolta in "La stella del vespro", egregiamente curato e plasticamente tradotto da Angelo Molica Franco.

Colette covava quelle scintille del passato in una serena solitudine, interrotta dalle visite premurose del suo terzo ed ultimo marito, Maurice, di sedici anni più giovane di lei. Chi pensava che, inchiodata sul letto, si stesse annoiando si sbagliava di grosso." Siamo plasmati dalla malattia, dobbiamo accettarlo. ma è ancora meglio plasmare la malattia a nostro uso e a nostro vantaggio". Quel giaciglio era diventato un tappeto volante con cui esplorava il passato.

GABRIELLE COLETTE 
 
Non poteva fare a meno di sorridere ricordando la sua breve stagione teatrale. Interrogava le vecchie foto, in particolare quella in cui un attore dall'aria feroce stava per pugnalare il suo "bel seno" nudo che aveva tanto fatto scandalo.Non rimpiangeva troppo la sua agitata giovinezza. "Una delle grandi banalità dell’esistenza, l’amore, si ritira dalla mia vita. Quando ne siamo usciti, ci accorgiamo che tutto il resto è allegro, variegato e ricco. Ma non se ne esce quando né come si vuole."

Non le dava fastidio essere interrotta da chi veniva a trovarla. Accoglieva con la stessa curiosità le celebrità cerimoniose e il piccolo vicino di tre anni che, non riuscendo a suonare il campanello, si annunciava prendendo a calci la porta. Non temeva più la solitudine."C'è un gran silenzio intorno a me. quando sono sola, la casa si riposa. Si stira e fa scrocchiare le vecchie giunture... Invita il vento da fuori, perchè si prenda cura dei miei fogli che partono a volo d'uccello dall'altro capo della stanza."

GABRIELLE COLETTE 

Colette spiava dalla finestra lo scorrere delle stagioni nel giardino del Palais-Royal. La mattina presto osservava l'inserviente pulire le gabbie degli uccelli e rifornirli di becchime per poi sostare in un breve raccoglimento."Quando certi istanti di una giornata si fanno troppo belli, l'essere umano interrompe il lavoro o il gioco, venera ciò che intorno tace o canta."

A tratti si riaffacciava il ricordo dell'angoscioso periodo in cui Maurice, essendo ebreo, doveva spostarsi da un rifugio all'altro per sfuggire i nazisti. Ma poi la memoria la salvava, distraendola col ricordo del ricchissimo Daniel che, per non farsi notare, aveva fatto montare sul telaio di una Rolls-Royce nuova una logora carrozzeria.
 
Prima di congedarlo, l'anziana scrittrice offrì al giovane Truman un magnifico fermacarte sfaccettato con una rosa bianca. "Voglio che lei lo tenga per ricordo". Quando l'ospite perplesso le obiettò che non poteva accettare qualcosa cui lei teneva tanto, gli rispose: "Ragazzo mio, non ha senso offrire una cosa se non si è legati ad essa".

martedì 22 gennaio 2013

Comunicare in attesa di risposta


Qualche anno fa era uscito un bel film intitolato “Lavorare con lentezza” (mutuando uno slogan del movimento del ’77): si trattava in sostanza di un elogio della lentezza, intesa come recupero del gusto di fare le cose senza lasciarsi travolgere dalla smania del fare. Oggi vorrei tentare un elogio della leggerezza e lo vorrei fare dal mio particolare punto di vista: la comunicazione.
Partirei da un assunto molto semplice: tanto più una comunicazione è efficace quanto più è in grado di stimolare una risposta. Sembra una banalità, ma purtroppo non lo è, visto che gran parte dei messaggi che ci arrivano tutto fanno tranne che provocare un’interazione (peraltro né voluta né prevista).
Nell’era di internet 2.0 la tanto sbandierata “collettivizzazione del sapere” sembra quanto mai un’utopia. E se è vero che, come diceva McLuhan, che “il mezzo è il messaggio”, non dimentichiamo che il primo di tutti i mezzi è il linguaggio: non basta aprire una pagina fb o un blog per avviare un dialogo: la tecnologia serve ma non è tutto, ciò che può essere davvero inclusivo (o esclusivo) è il linguaggio e l’atteggiamento. Il fatto è – e qui vengo al punto – che siamo assuefatti a subire la comunicazione: di certi argomenti hanno il diritto di parlare solo quelli che sanno, che usano certe parole… Abbiamo paura di esprimerci perché temiamo il giudizio altrui o di essere trattati con condiscendenza.
Penso sia giunto il momento di ribellarsi a questi presunti signori della comunicazione, abituati a prendersi troppo sul serio: seppelliamoli con una risata. Non fraintendetemi, non sto dicendo di buttare tutto in burla, ma di ribellarsi ai toni tetri e ai linguaggi da conventicola, di recuperare insomma un po’ di quella leggerezza che permette di cogliere il senso delle cose al di là del velo delle parole complicate. Non esistono argomenti tabù come non esistono modi giusti per parlarne. Chiunque può parlare di qualunque cosa secondo quella che è la propria formazione, le proprie idee e modo di essere… l’unico vero tabù è il rispetto per il nostro interlocutore e per l’oggetto del discorso.
Allora facciamola questa rivoluzione: che ognuno si senta libero di dire quello che vuole come vuole e come ne è capace…
Ne guadagneremo di sicuro in termini di arricchimento di idee, nonché in soddisfazione personale: è molto più gratificante sapere di contribuire al dibattito, piuttosto che sentirsi solo spettatori passivi, non credete?