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mercoledì 22 aprile 2026

Alieni


Chiara Saraceno
Il confronto che serve al campo largo

La Stampa, 22 aprile 2026

Dal cosiddetto campo largo e in particolare dal Pd si ripete che per fare il programma occorre ripartire dai territori e dalla società civile. Buona idea in linea di principio, che tuttavia è anche una implicita confessione di aver perso il legame con la società che vorrebbe rappresentare, di non aver più gli strumenti che un tempo gli consentivano di avere il polso non solo degli umori, ma anche delle aspirazioni, difficoltà, cambiamenti. Probabilmente anche nel periodo d’oro del legame tra il Pd e il suo elettorato una parte dell’apparato politico viveva in una sorta di mondo separato e per molti versi auto-referenziale – un mondo di alieni, come ha scritto autoriflessivamente anni fa Laura Balbo, acuta sociologa prestata per un breve tempo alla politica negli anni Novanta, scomparsa proprio in questi giorni. Ma questa autoreferenzialità è aumentata sempre più specularmente al venir meno di una capacità, e disposizione, a conoscere contesti, pratiche, a instaurare relazioni e cercare alleanze non puramente strumentali.

La grande mobilitazione dell’Ulivo, ricordata su questo giornale da Prodi, probabilmente irripetibile non solo nella sua intensità, ma anche nei modi (ad esempio i molti comitati spontanei), che avrebbe forse potuto dare forma a nuove forme di partecipazione non legate esclusivamente ad una campagna elettorale, per altro fu affossata rapidamente dall’occupazione della scena da parte dei conflitti interni alla coalizione che aveva portato al governo. L’interlocuzione con la società civile, sempre più erratica e legata ai cicli elettorali, ha assunto sempre più spesso la forma di passerella ad inviti, in cui si chiamano gli ospiti più vari a dire la loro in cinque-dieci minuti, senza preoccupazione non dico per l’organicità, ma almeno per il principio di non contraddizione e comunque senza confronto, discussione, essa in comune di idee, punti di vista, esperienze.

L’apparente, anche ben intenzionata, apertura ad una molteplicità di idee e sguardi si risolve così vuoi in una lista, lunghissima e perciò ingestibile, di temi, vuoi in una cacofonia, non in un lavoro comune, tanto meno in effettiva partecipazione. Penso all’iniziativa “Piazza grande” di Zingaretti, o all’ “Agorà” di Letta ed ora agli incontri che il PD organizza in alcune grandi città. Anche le Leopolde di Renzi, pur organizzate in tavoli di lavoro, quindi con un minimo di confronto su singoli temi, erano forme di partecipazione (ad invito) per lo spazio di qualche giorno, non modalità di coinvolgimento sistematico e al di fuori dalla cerchia degli esperti e dei testimonials.

Queste formule possono forse gratificare gli e le invitate per la possibilità di avere una vetrina, se ne sentono il desiderio, ma la partecipazione alla definizione e costruzione di un progetto di società è un’altra cosa.

Temo che questa modalità di intendere l’ascolto e il coinvolgimento dei cittadini nasca non solo da una immagine superficiale di che cosa comporti davvero farlo sul serio, ma anche, se non soprattutto, dal fatto che manca un’idea strutturata della direzione che si vorrebbe prendere e in che modo. Anche lasciando da parte le questioni dei rapporti internazionali, che dividono non solo i partiti del possibile campo largo, ma anche il PD al proprio interno, in questi anni di opposizione non si è capito quali siano le proposte positive, strutturali, e da attuare con quali mezzi, per affrontare le sfide demografiche, economiche, tecnologiche, che ci stanno davanti. Salario minimo, congedo paritario, rafforzamento della sanità sono importanti, ma entro quale cornice complessiva? Va bene ascoltare le proposte che vengono “dai territori e dalla società civile”, ma a partire da quale proposta propria, eventualmente aggiustabile e modificabile nel confronto? Quale è la logica, la prospettiva di insieme, i punti fermi, in cui si valutano le idee e proposte che si raccolgono?

Anche per onestà verso i propri interlocutori i punti essenziali di questa cornice vanno chiariti. Ed invece di organizzare passerelle, suggerirei di andare a discutere questi punti e la cornice che li contiene in luoghi, con interlocutori che su quei punti hanno cose da dire e con il tempo necessario. Per gli intellettuali e gli esperti sarebbero utili incontri seminariali. Ma sarebbe anche utile farsi ospitare, non solo nelle grandi città, da case di quartiere, portinerie di comunità e simili, centri famiglia, sedi sindacali, associazioni, biblioteche – luoghi dove sia possibile incontrare cittadini nei loro contesti di vita e dove spesso si attuano sviluppano conoscenze e pratiche sociali interessanti e innovative, anche se pressoché invisibili alla politica (e agli intellettuali).



mercoledì 21 gennaio 2026

Democrazia alla prova

Filippo Barbera
C'è poco da difendere, la democrazia va ricostruita

il manifesto, 21 gennaio 2026

Sentiamo ripetere da anni, con toni sempre più allarmati, che la democrazia è in crisi. I sintomi non mancano e, anzi, sono così numerosi che la crisi è ormai simile a una sindrome cronica. Astensionismo crescente, polarizzazione estrema, erosione dei diritti, normalizzazione di pratiche autoritarie, disuguaglianze enormi. Del resto, alle diagnosi basate sulla «crisi» seguono inevitabilmente ricette imperniate sul «ci vuole più democrazia», partecipazione e valori. Ma poi non accade nulla e, anzi, la sindrome si aggrava.

Gli assunti e l’impianto generale del convegno pubblico Democrazia alla prova che si terrà dal 23 al 25 gennaio a Palazzo ducale di Genova, promosso dal Forum Disuguaglianze e Diversità con Fondazione Palazzo Ducale e curato da Fabrizio Barca e Luca Borzani, seguono una strada diversa. Non si parlerà di crisi della democrazia, assumendo piuttosto che questa sia in perenne cambiamento e adattamento. Di conseguenza, non si invocherà un ritorno a qualcosa di perduto ma si cercherà di mettere a fuoco cosa non funziona nell’adattamento in corso.

Oltre ai contenuti e all’impostazione generale, l’appuntamento si riconosce per un cifra originale anche nel formato e negli interventi che, accanto a ospiti noti come Nadia Urbinati, Lucio Caracciolo, Evgeny Morozov e Vincent Bevins, ha previsto voci e testimonianze di giovani donne e giovani uomini coinvolti in esperimenti collettivi e in organizzazioni che attuano democrazia quotidiana e radicata nei luoghi di vita e di lavoro.

Così, le ipotesi di soluzioni che emergeranno avranno la possibilità di affrancarsi dal quadro, rassicurante ma asfittico, degli ideali astratti da difendere, dei «valori perduti da restaurare» e della partecipazione che non c’è più. Una mossa del cavallo decisiva e coraggiosa, dal momento che nulla ci suggerisce che quella democrazia sia ancora recuperabile solo attraverso con uno sforzo di volontà indirizzato a ottenere più democrazia.

La crisi sempre invocata non è solo un declino istituzionale, una perdita di fiducia tra cittadini e rappresentanti politici o un rapporto capitale-lavoro che si sviluppa nell’alveo di una crescita e di un conflitto non più regolati. La democrazia si è adattata a una trasformazione strutturale del capitalismo, in cui la politica, anziché correggere le asimmetrie del mercato e garantire l’eguaglianza, finisce per incorporarle e riprodurle con una curvatura autoritaria. Lo vediamo bene oggi, dagli Stati Uniti all’Italia, dalla Germania al Regno Unito. Ed è precisamente questo intreccio che rende anacronistici tanto gli appelli morali alla «partecipazione», quanto le nostalgie per il ritorno ai partiti di massa del Novecento o l’appello fideistico alla crescita economica che tutto risolve.

Il Novecento non tornerà più perché la modernizzazione capitalistica, la concentrazione del potere nelle mani di oligopoli tecno-finanziari e la trasformazione dei partiti in macchine elettorali senza radicamento sociale hanno eroso la fisiologia della democrazia liberale.

Continuare a invocare «più democrazia» senza ricostruire le condizioni materiali e gli equilibri di potere che la rendono possibile è come prescrivere ginnastica a chi ha perso l’uso delle gambe.

Cosa serva davvero per una nuova fisiologia della democrazia, in realtà, nessuno lo sa. E chi proclama di saperlo mente o s’inganna, scambiando l’eleganza o la purezza delle soluzioni con l’astrazione concreta necessaria per attuarle. Le soluzioni sulla carta non mancano, ma rimangono modelli che funzionano in fase pre-clinica e non applicata al problema da risolvere. E il «cosa» senza il «come» fa poca strada.

Possiamo lanciare un sasso nello stagno e sostenere che se si vuole ricostruire il Novecento e la politica di massa occorre passare attraverso un nuovo Ottocento, anche se in una condizione diversa (perché il ‘900 c’è già stato). Le grandi infrastrutture democratiche del Novecento non sono nate dal nulla, come Venere che emerge adulta e completamente formata dalle acque, ma da decenni pregressi di costruzione molecolare, conflitti, sperimentazioni, costruzioni istituzionali e lotte sociali.

Con una differenza cruciale: oggi non possiamo permetterci quella sequenza e quella pazienza. Agiamo certamente in una situazione diversa da quella ottocentesca e, nel contempo, non ci è concesso il lusso del tempo per attendere l’arrivo di un nuovo secolo breve.

La democrazia non si difende invocandola. Si ricostruisce praticandola con urgenza in forme nuove, radicali e adatte al presente.

Il convegno di Palazzo ducale ha il merito di porre la domanda. Speriamo che serva anche a trasformarla in un nuovo cantiere politico.

martedì 22 gennaio 2013

Comunicare in attesa di risposta


Qualche anno fa era uscito un bel film intitolato “Lavorare con lentezza” (mutuando uno slogan del movimento del ’77): si trattava in sostanza di un elogio della lentezza, intesa come recupero del gusto di fare le cose senza lasciarsi travolgere dalla smania del fare. Oggi vorrei tentare un elogio della leggerezza e lo vorrei fare dal mio particolare punto di vista: la comunicazione.
Partirei da un assunto molto semplice: tanto più una comunicazione è efficace quanto più è in grado di stimolare una risposta. Sembra una banalità, ma purtroppo non lo è, visto che gran parte dei messaggi che ci arrivano tutto fanno tranne che provocare un’interazione (peraltro né voluta né prevista).
Nell’era di internet 2.0 la tanto sbandierata “collettivizzazione del sapere” sembra quanto mai un’utopia. E se è vero che, come diceva McLuhan, che “il mezzo è il messaggio”, non dimentichiamo che il primo di tutti i mezzi è il linguaggio: non basta aprire una pagina fb o un blog per avviare un dialogo: la tecnologia serve ma non è tutto, ciò che può essere davvero inclusivo (o esclusivo) è il linguaggio e l’atteggiamento. Il fatto è – e qui vengo al punto – che siamo assuefatti a subire la comunicazione: di certi argomenti hanno il diritto di parlare solo quelli che sanno, che usano certe parole… Abbiamo paura di esprimerci perché temiamo il giudizio altrui o di essere trattati con condiscendenza.
Penso sia giunto il momento di ribellarsi a questi presunti signori della comunicazione, abituati a prendersi troppo sul serio: seppelliamoli con una risata. Non fraintendetemi, non sto dicendo di buttare tutto in burla, ma di ribellarsi ai toni tetri e ai linguaggi da conventicola, di recuperare insomma un po’ di quella leggerezza che permette di cogliere il senso delle cose al di là del velo delle parole complicate. Non esistono argomenti tabù come non esistono modi giusti per parlarne. Chiunque può parlare di qualunque cosa secondo quella che è la propria formazione, le proprie idee e modo di essere… l’unico vero tabù è il rispetto per il nostro interlocutore e per l’oggetto del discorso.
Allora facciamola questa rivoluzione: che ognuno si senta libero di dire quello che vuole come vuole e come ne è capace…
Ne guadagneremo di sicuro in termini di arricchimento di idee, nonché in soddisfazione personale: è molto più gratificante sapere di contribuire al dibattito, piuttosto che sentirsi solo spettatori passivi, non credete?