Ritanna Armeni
Non stupitevi se la sinistra orfana del padre si accoccola su Francesco
Il Foglio quotidiano, 10 ottobre 2013
Dovete capirci, noi di sinistra, se ci piace Papa Francesco.
Non fate del sarcasmo, non diteci con ironica condiscendenza: “E che?
Ora sei diventato cattolico” quando diamo segnali di soddisfazione per
le parole del Pontefice. Dovete capirci, davvero. Ricordate quando
Francesco è stato eletto? Era il 13 marzo di quest’anno, in Italia
c’erano appena state le elezioni politiche e, mentre la sinistra dava
una delle peggiori prove di incertezza e inettitudine, la chiesa, che
aveva avuto lo choc delle dimissioni di Benedetto XVI, in quattro e
quattr’otto ha eletto un Papa che veniva dalla “fine del mondo”. Sapete,
malgrado tanti anni in cui anche noi siamo stati invischiati nel
pantano delle decisioni lente e burocratiche della gestione del governo e
dello stato, un po’ di sano gusto per l’efficienza ci è rimasto. E
quella elezione rapida da parte di una istituzione che era in crisi ci è
piaciuta. Sapete anche che abbiamo un passato terzomondista e quel capo
della chiesa che veniva dalla “fine del mondo” rinverdiva molti vecchi
sogni, ci faceva sperare in una nuova linfa vitale per la vecchia Europa
cristiana.
Ma queste sono state le prime reazioni, positive, ma limitate e, se volete, superficiali.
Poi c’è stato il seguito. Da tanto tempo noi di sinistra, non abbiamo
un padre o una madre. Qualcuno che ci dica con chiarezza e, magari anche
con qualche eccesso di semplificazione: questo è bene, questo è male,
questo si fa, questo non si fa. Presto probabilmente capo della sinistra
diventerà Matteo Renzi che – ammetterete – della figura paterna ha ben
poco. Al massimo somiglia a quegli amici dei nostri fratelli minori,
furbi e bricconcelli ai quali a nessuno di noi sarebbe venuto in testa
di chiedere consiglio sulle grandi domande della vita. Di una certa
autorevolezza sentiamo disperatamente bisogno. Di qualcuno che dica, per
esempio, “vergogna” di fronte alle morti nel Mediterraneo. Per anni in
molti – e non solo di sinistra – ricevevamo un pugno allo stomaco alla
notizia di quei barconi affondati, di quelle morti innocenti, ma si
doveva stare attenti a non dimostrarlo troppo altrimenti nel migliore
dei casi si era accusati di “buonismo” (ritenuto evidentemente di
caratura morale inferiore al “cattivismo”) e quindi di ignoranza delle
cose del mondo, di incompetenza sui flussi, sulle leggi, sulle
statistiche sulle compatibilità, sui pericoli per l’identità del paese
ecc. ecc.
Ci dovete capire. Quando il Papa, dopo aver abbracciato un
disoccupato e un cassintegrato, dice “Signore Gesù dacci lavoro e
insegnaci a lottare per il lavoro” abbiamo un sussulto, quasi
un momento di commozione. Davvero. La parola “lotta” l’avevamo
dimenticata, avevamo dimenticato che potesse avere un suono elevato,
nobile. In tanti l’hanno calpestata in questi anni, disprezzandola come
primitiva o usandola male, strumentalizzandola ai loro fini. Francesco
invoca Gesù perché sa che non si può avere un lavoro se qualcuno non ci
insegna anche come lottare per averlo. Ogni insegnamento, ogni regola,
ogni priorità sono andate evidentemente perdute. I sindacati, è chiaro,
hanno bisogno anche loro di qualche ripetizione. Come tanti di noi anche
il Papa pensa che si deve cominciare proprio tutto daccapo.
E allora, per favore, comprendeteci. Comprendete chi
per anni a sinistra, quando andava bene, ha sentito parlare di disagio
sociale, di crisi che ridimensiona i redditi e di soluzioni che alla
fine buttavano sempre ad aumentare quel disagio sociale e a
ridimensionare i redditi di chi aveva già poco. Poi abbiamo sentito un
Pontefice che vuole mettere al primo posto gli ultimi. Fino ad allora
nel dibattito pubblico erano apparsi lontani, lontanissimi, invisibili.
Le reazioni, infatti sono state di meraviglia e stupore. Le sue parole
sono suonate scandalose. Ma quello scandalo a noi è sembrato benefico.
Qualcuno finalmente squarciava un velo.
E poi di questo Papa ci è piaciuto anche qualcosa di meno nobile, ma di molto utile.
Una sorta di furbizia, qualcuno dice da parroco di campagna, che gli ha
fatto intuire immediatamente l’odio crescente nei confronti del
privilegio. Il Pontefice che porta la sua borsa da viaggio, il Papa che
telefona agli amici, il successore di Pietro che paga il conto in
albergo, il capo della chiesa che non abita negli appartamenti vaticani,
ma nel convento di Santa Marta. Non siamo così ingenui da pensare a
gesti che non siano ponderati e inviati come messaggi, ma ci siamo
chiesti perché tanti politici, anche di sinistra, non hanno sentito il
bisogno di mandare messaggi analoghi. Per furbizia, magari, se non per
convinzione. Ma quella furbizia avrebbe indicato una sintonia e un
rispetto, un senso dell’opportunità che ai nostri antichi padri e
antiche madri non mancava.
Ma la dottrina, direte, la dottrina? Quando questo
Papa parlerà di matrimonio gay, di aborto, divorzio, allora voi di
sinistra che direte? Sarete ancora così entusiasti, così “papisti”?
Probabilmente no. Probabilmente avremo molto da dire, da contestare, da
criticare. Per il momento abbiamo provato una certa consolazione quando
il Papa ha parlato degli omosessuali come “feriti sociali” e ha detto
che la chiesa è la casa di tutti, anche e soprattutto, degli irregolari.
E quando abbiamo constatato che dopo anni di affermazione di valori
“non negoziabili” questo Pontefice ci ha detto: “L’opinione della chiesa
su questi temi è nota e non c’è bisogno di parlarne sempre”. Per il
momento ci basta. E anche qui dovete capire: non ne potevamo più di
quella perdita di buon senso a cui sempre più spesso portano le
discussioni di dottrina. Non è inevitabile che sia così, ma così finora è
stato.
E allora per il momento attendiamo e pensiamo che non sarebbe male
cominciare a discuterne prima di litigare con la chiesa. E chissà perché
ci viene da pensare che, quando ne discuteremo con chi segue “la nota
dottrina”, troveremo orecchie più attente, una testa più aperta, e gli
steccati, anche quelli dei laici, potranno essere più fragili.
Sì, questo Papa ci piace. E chi alla chiesa ha
sempre creduto dovrebbe essere contento della possibilità di una nuova
fratellanza che si fonda su una fiducia reciproca. Di recente il mio
amico Fausto Bertinotti, anche lui “papista” convinto, mi ha passato un
numero del 2007 della rivista 30 giorni diretta da Giulio Andreotti.
Contiene una stupenda intervista a Papa Francesco allora cardinale di
Buenos Aires. Ne consiglio la lettura. Nell’intervista, nella quale con
assoluta coerenza c’è già tutto Francesco, il Papa parla fra l’altro
della necessità di “uscire dal recinto dell’orto dei propri
convincimenti considerati inamovibili se questi rischiano di diventare
un ostacolo, se chiudono l’orizzonte che è Dio”. “Questo vale anche per i
laici?”, chiede l’intervistatrice Stefania Falasca. E il cardinale
Bergoglio risponde: “La loro clericalizzazione è un problema. I preti
clericalizzano i laici e i laici ci pregano di essere clericalizzati… E’
proprio una complicità peccatrice”. E prosegue: “E pensare che potrebbe
bastare il solo battesimo. Penso a quelle comunità cristiane in
Giappone che erano rimaste senza sacerdoti per più di duecento anni.
Quando tornarono i missionari li trovarono tutti battezzati, tutti
validamente sposati per la chiesa, i loro defunti avevano avuto un
funerale cattolico. La fede era rimasta intatta per i doni di grazia che
avevano allietato la vita di questi laici che avevano ricevuto solo il
battesimo e avevano vissuto la loro missione apostolica in virtù del
loro battesimo. Non si deve aver paura di dipendere solo dalla Sua
tenerezza”.
Adesso è chiaro perché ci dovete capire? Perché
molti di noi di sinistra sono quelli che Karl Rahner definiva “cristiani
anonimi”, siamo fuori dal perimetro della chiesa, però ne possiamo
condividere idee e convinzioni. E questo – rassicuratevi – sempre per
dirla con Rahner “non rende superfluo il cristianesimo esplicito, anzi
lo reclama per la sua stessa essenza e per la sua specifica dinamica”.
Allora tranquilli. Niente di male se il Papa piace a sinistra. Se piace
ai laici, ai non credenti, agli atei e ai miscredenti. Abbiate un po’ di
comprensione. Anche noi abbiamo bisogno di un padre che abbia fiducia
in noi. Che poi sia santo, questo lo ammetto, è fatto che vi riguarda
quasi esclusivamente.
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giovedì 10 ottobre 2013
giovedì 19 settembre 2013
L'economia italiana vista da Marte
Da alcuni mesi a questa parte si è diffusa in Italia una vera e propria vulgata, alimentata da politici e opinionisti vari, secondo la quale la situazione economica del paese sarebbe in sensibile miglioramento, tanto che si comincerebbe addirittura ad intravedere la fatidica "luce in fondo al tunnel". L'articolo di Lucrezia Reichlin che pubblichiamo di seguito smonta pezzo per pezzo, con la fredda logica dei numeri, questa incomprensibile ventata di ottimismo, riportandoci alla realtà dei fatti.


CON LA TESTA SOTTO LA SABBIA
Lucrezia Reichlin
Corriere della Sera, 16 settembre 2013
Quasi sessant'anni fa Ennio Flaiano
immaginò la storia, divertente e malinconica, di un marziano atterrato a Roma e
poi ricevuto dalle maggiori autorità. Ma che cosa accadrebbe oggi, se un
inviato proveniente da Marte, terminato un viaggio di ricognizione nel mondo,
giungesse in Italia per incontrare ministri e banchieri, politici e
industriali, deciso a farsi un'idea del nostro Paese? Proviamo a
ipotizzarlo. Dopo avere intercettato grande ottimismo per la ripresa incipiente,
il nostro marziano torna in albergo e riguarda gli appunti preparati dai suoi
esperti. L'Italia ha oltre il 130 per cento nel rapporto debito-Pil, in
crescita: ben al di là delle previsioni di due anni fa quando i più sostenevano
che fosse stato raggiunto il picco. Le prospettive di rientro, sentenziano i
tecnici di Marte, sono inesistenti. La crescita del reddito potenziale è
infatti, nelle stime più ottimiste, appena sopra lo zero, l'inflazione presente
e attesa è al di sotto dell'uno e mezzo (1,3 in agosto), ma i tassi d'interesse
effettivi sono in rialzo. Dati poco incoraggianti per la sostenibilità del
debito. Dai giorni della crisi più profonda, precisano poi gli esperti, l'Italia non ha fatto niente per rilanciare la competitività. Né quella
intesa in senso stretto, determinata, cioè, dal tasso di produttività e dal
costo del lavoro; né quella più ampiamente considerata, determinata
dall'efficienza nelle dinamiche amministrativo-burocratiche e del sistema
giudiziario e dall'incidenza della corruzione. La conseguenza, nota il marziano
spulciando numeri e percentuali, si fa sentire sugli investimenti e sulle
esportazioni che, pur essendo cresciute più della domanda interna, non hanno
avuto un andamento dinamico quanto quelle di Madrid, capitale che ha appena
visitato. La disoccupazione è in crescita, l'occupazione in calo, mentre il
settore bancario resta fra i più fragili d'Europa, con la necessità potenziale
di capitali che sfiora i 30 miliardi, secondo le informazioni che gli esperti
di Marte hanno raccolto a Francoforte e Bruxelles. Se questo è il quadro, si
chiede il marziano con gli occhi sbarrati dopo una notte a far di calcolo,
perché le tante, eminenti personalità incontrate sono ottimiste? Perché non
avvertono un senso di urgenza? Non temono di perdere il controllo delle finanze
pubbliche, non li inquieta la prospettiva di dover chiedere aiuto all'Europa?
Se, invece, gli italiani fossero forzati a comprare titoli di Stato per evitare
questa prospettiva, non temono di scivolare lungo la via di un irreversibile
declino economico? È davvero motivo di gioia una previsione di crescita del Pil
che oscilla dal -1,3% al -1,7 nel 2013 e dal -0,5 al +0,7 nel 2014, visto che,
secondo gli esperti, alle stime del governo con il suo +1,3% nel 2014 non crede
nessuno? Come mai, infine, tanti si compiacciono del surplus primario, ma non
pensano che con questi dati macroeconomici, attuali e attesi (dal Pil
all'inflazione ai tassi d'interesse), è difficile che l'Italia possa arrestare
la dinamica perversa del debito? Essendo la
sua conoscenza degli esseri umani ancora molto superficiale, non fidandosi
completamente dei suoi esperti, consapevole che gli economisti hanno spesso un
approccio limitato ed eccessivamente tecnico, il nostro marziano decide di
chiedere aiuto a un guru di Marte, amico suo. Il guru gli risponde così:
«L'italiano è una specie particolare di essere umano. Ha età media elevata e,
nella media, è ricco. Forse per questo la sua propensione al rischio è scarsa,
un ricordo la voglia di emergere del dopoguerra. Si preoccupa soprattutto della
tassa sulla casa, ovvero la tassa che incombe sulla sua ricchezza». Poi il guru
aggiunge: «Non perdere troppo tempo a ragionare in Italia, ma goditela. È un
Paese di grande bellezza». Il nostro marziano è molto occupato e deve terminare
il suo viaggio tra gli umani: si ripropone di tornare e portarci suo marito in
vacanza (va da sé, si tratta di una marziana). Nel finale del suo rapporto
sull'Italia scrive: «Teniamo un occhio aperto. Quando tutte queste belle cose
italiane dovranno essere vendute per fare fronte ai debiti, le compreremo a
prezzo di saldo e ne faremo attrezzati luoghi di vacanza per i pensionati di
Marte e del mondo emergente. La prima idea potrebbe essere quella di mini
appartamenti al Colosseo. Bellissimo, nonostante i buchi».
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lunedì 26 agosto 2013
Generazione perduta
Maurizio Ricci
la Repubblica, 16 luglio 2013
È la recessione, si dice.
Laura ha 24 anni e, in tasca, una bella laurea in chimica. Per lei, il mondo dovrebbe cominciare ora. Invece, lavora a Madrid in uno Starbucks a servire caffè. Be', forse lavorare è un termine eccessivo: dieci ore a settimana e paga conseguente. All'altro capo della Spagna, a Barcellona, Aida, 27 anni, si è laureata sei anni fa come bibliotecaria, ma non ha mai visto una biblioteca. È riuscita a lavorare solo come cameriera in un ristorante.
Fino a un anno fa, quando l'hanno licenziata. Da allora, più nulla: è ferma a casa. Storie spagnole, che noi italiani riconosciamo subito.
Abbiamo anche noi, più o meno tutti, un parente, magari un figlio, o un amico o la figlia di un amico con un bel diploma o una brillante laurea in tasca, che è riuscito a trovare un lavoro precario per qualche mese, poi ha perso anche quello e adesso è a spasso.
Èla crisi, allora, che morde i Paesi deboli dell'Europa mediterranea, l'Italia come la Spagna? Anche, ma non solo. C'è sotto qualcosa di più. Linnea, 25 anni, una laurea in ecoturismoe storia culturale, il Mediterraneo lo vede, se va bene, solo d'estate. Vive a Stoccolma, in quello che a noi appare come il prospero Nord Europa. Ma Linnea, con la sua laurea, ha trovato solo un posto part time in un ente no profit. Gratis. Quando a dicembre le è scaduto il contratto, le hanno proposto di restare a tempo pieno, sempre gratis. Da allora, ha mandato in giro decine di domande di assunzione, ma, in sei mesi, ha collezionato in tutto due colloqui.
In tutto il mondo, i media si riempiono di storie di giovani che girano a vuoto. Una generazione - quella dei nati dopo il 1980 - che, confermano le statistiche, a Est come a Ovest, a Nord come a Sud, non è mai stata più preparata e istruita, ma non riesce a decollare. Neanche dove la logica economica sembrerebbe imporlo. Negli ultimi dieci anni, in Giappone il numero complessivo dei lavoratori è sceso del 7 per cento. Ma quello dei ragazzi fra i 15 e i 24 anni disoccupati è raddoppiato. Akigutsu, 27 anni, viene inquadrato dalla telecamera mentre, impeccabile nel suo vestito grigio, esce per l'ennesima volta da un'agenzia di collocamento, il cui nome suona, grosso modo, "Neolaureato, salve lavoro". Non è il caso di Akigutsu: fra due giorni, lascia la Waseda University, una delle migliori del Giappone, con una laurea in gestione pubblica. Ma il lavoro lo cerca già da due annie mezzo. Ha riempito almeno 100 formulari di assunzione e si è messo 40 volte quello stesso abito grigio per un colloquio. È stato anche all'università un anno in più, per guadagnare tempo. Tutto inutile: neanche una proposta.
È un dramma, forse una tragedia, quella che si sta consumando in questi anni. Milioni e milioni di ragazzie ragazze che escono da scuole e università, per impantanarsi subito e alzare, sempre più spesso, bandiera bianca.
Un fenomeno che le statistiche sulla disoccupazione, in realtà, non catturano. La notizia che il tasso di disoccupazione dei giovani sotto i 24 anni, in Europa, è del 24 per cento, del 40 per cento in Italia, quasi del 60 per cento in Grecia e in Spagna fa effetto, ma vuol dire poco. Per rientrare nella statistica, bisogna aver attivamente cercato lavoro (come Linnea e Akigutsu) nelle ultime due settimane. Pochi giovanissimi lo fanno. Secondo gli esperti, circa il 10 per cento di chi ha quell'età. Il 60 per cento di quel 10 per cento vuol dire che 6 giovani spagnoli sotto i 24 anni su 100 hanno cercato lavoro, senza successo, nelle ultime due settimane. Non parrebbe una catastrofe. Ma il problema sono gli altri. Quelli che hanno abbandonato o completato gli studi, ma non hanno trovato lavoro e neanche lo stanno cercando. Quelli che si sono arresi: né studio, né lavoro, i "néné". In Italia, sono passati dal 2007- prima della recessione- al 2011, dal 16 al 21 per cento dei giovani fra i 15 e i 24 anni. Un giovane italiano su cinque, insomma, non fa nulla. In misura minore, ma questo vale anche per i suoi coetanei d'Europa, dove i "né-né" sono cresciuti dal 10,8 al 13,2 per cento. Colpa loro che non hanno capito che solo studiando, aumentando le proprie competenze, centrando titoli di studio sempre più alti si può trovare il proprio posto nel mondo di oggi? Niente affatto. E qui sta il dramma. Il numero dei laureati "né-né" nei paesi dell'Ocse - l'organizzazione che raccoglie i paesi più ricchi del mondo - è cresciuto dal 10,6 al 14,8 per cento fra il 2008 e il 2011. L'Italia ha una sorta di record: i laureati che non studiano più e non lavorano ancora sono passati dal 18,6 al 21,8 per cento e qui parliamo di giovani fra i 24 e i 29 anni, condannati ad una sorta di animazione sospesa. Ma non sono i Paesi deboli del Mediterraneo a drogare la media Ocse. Germania e Svezia, grazie soprattutto al part time, molto spesso involontario, hanno visto un lieve calo delle loro quote di laureati fuori dal gioco. Ma in Francia sono saliti dal 7,5 al 10,4 per cento dei loro coetanei post universitari, in Giappone sono addirittura quasi raddoppiati, arrivando al 15,8 per cento. In Gran Bretagna e anche negli Usa, nel giro di quattro anni, sono aumentati di circa un terzo, arrivando, rispettivamente, oltre l'8 e il 12 per cento.
E quelli che un lavoro lo hanno trovato? Le notizie non sono buone neanche qui. I laureati che non sono disoccupati, i laureati che non hanno gettato la spugna si trovano spesso dove mai avrebbero pensato. In America, nel 1970, un tassista su 100 aveva una laurea in tasca. Oggi, sono il 15 per cento. Idem i pompieri: 2 per cento di laureati nel 1970, 15 per cento oggi. Non occorre una laurea per maneggiare un tassametro o un idrante. Tanti anni di studio non avrebbero dovuto consegnarli ad una vita piena, felice, gratificante? È la promessa che i giovani si sono sentiti ripetere decine di volte. Ma, a quanto pare, non vale più. Una recente ricerca di tre studiosi canadesi (Paul Beaudry, David Green, Benjamin Sand) osserva che la domanda di competenze legate ad una maggiore istruzione, negli Usa, è andata salendo fino al 2000, ma, da allora,è in calo.I laureati, comunque, aggiungono i tre canadesi, farebbero bene a non lamentarsi troppo: la laurea ha impedito che andasse peggio. Che succede? Questa volta, la globalizzazione c'entra poco.
Pesa di più la rivoluzione digitale, l'esplosione del software onnipresente. I dati, anche stavolta dell'Ocse, mostrano che esiste ancora, sul mercato del lavoro, un premio per il diploma e, ancor più per la laurea. Mediamente, nei paesi industrializzati, il 13 per cento di chi non ha finito la scuola media superiore è disoccupato, mentre solo il 5 per cento dei laureati lo è. Inoltre, un laureato guadagna, mediamente, una volta e mezzo lo stipendio di un semplice diplomato. Attenzione, però, avvertono i tre studiosi canadesi, le distanze restano, ma è una corsa verso il basso: è la rivoluzione tecnologica a spingere in giù. Prima l'automazione ha svuotato le fabbriche, poi computer e Internet hanno dimezzato il personale degli uffici: dalle centraliniste ai fattorini. Adesso la digitalizzazione sta risalendo le gerarchie. Fino a qualche anno fa, la brillante americana laureata in legge sarebbe entrata in un grosso studio, cominciando con lo spulciare ponderosi tomi, alla caccia di qualche precedente per una causa importante. Adesso, la ricerca dei precedenti la fanno i computer, ad un decimo del costo. I grossi studi legali non assumono giovani avvocati, anzi, tagliano selvaggiamente gli organici. La giovane laureata h a qualche speranza di infilarsi come assistentesegretaria, a tenere l'agenda di un grosso avvocato. E la giovane diplomata che, fino a qualche anno fa, avrebbe preso quel posto di segretaria? A fare le pulizie in ospedale. È ancora presto per sapere se i tre studiosi canadesi hanno ragione e se il mercato del lavoro - negli Stati Uniti e altrove - si sta schiacciando verso il basso.
Quello che è chiaro sin d'ora, però, è che la crisi che si è aperta nel 2008 nonè una recessione come le altre e che processi profondi stanno modellando la ripresa in direzioni, oggi, imprevedibili.
Economia e società, probabilmente, non saranno le stesse di prima della crisi. Non sono trasformazioni che avvengono gratis. A pagare il conto, salatissimo, delle novità è un'intera generazione di nati dopo il 1980, illusi, poi delusie frustrati che, della crisi e, forse, anche della sua fine, porteranno a lungo le cicatrici.
Psicologiche e finanziarie. Perché quando le giornate si assomigliano tutte e l'impressione è di girare in tondo, alla fine anche grinta, iniziativa, ottimismo si logorano.E perché, se alla fine si comincia a lavorare sul serio, ma si hanno già 30-40 anni, il tempo per garantirsi la serenità di un tesoretto per una vecchiaia che già si annuncia lunghissima, è davvero poco.
la Repubblica, 16 luglio 2013
È la recessione, si dice.
Laura ha 24 anni e, in tasca, una bella laurea in chimica. Per lei, il mondo dovrebbe cominciare ora. Invece, lavora a Madrid in uno Starbucks a servire caffè. Be', forse lavorare è un termine eccessivo: dieci ore a settimana e paga conseguente. All'altro capo della Spagna, a Barcellona, Aida, 27 anni, si è laureata sei anni fa come bibliotecaria, ma non ha mai visto una biblioteca. È riuscita a lavorare solo come cameriera in un ristorante.
Fino a un anno fa, quando l'hanno licenziata. Da allora, più nulla: è ferma a casa. Storie spagnole, che noi italiani riconosciamo subito.
Abbiamo anche noi, più o meno tutti, un parente, magari un figlio, o un amico o la figlia di un amico con un bel diploma o una brillante laurea in tasca, che è riuscito a trovare un lavoro precario per qualche mese, poi ha perso anche quello e adesso è a spasso.
Èla crisi, allora, che morde i Paesi deboli dell'Europa mediterranea, l'Italia come la Spagna? Anche, ma non solo. C'è sotto qualcosa di più. Linnea, 25 anni, una laurea in ecoturismoe storia culturale, il Mediterraneo lo vede, se va bene, solo d'estate. Vive a Stoccolma, in quello che a noi appare come il prospero Nord Europa. Ma Linnea, con la sua laurea, ha trovato solo un posto part time in un ente no profit. Gratis. Quando a dicembre le è scaduto il contratto, le hanno proposto di restare a tempo pieno, sempre gratis. Da allora, ha mandato in giro decine di domande di assunzione, ma, in sei mesi, ha collezionato in tutto due colloqui.
In tutto il mondo, i media si riempiono di storie di giovani che girano a vuoto. Una generazione - quella dei nati dopo il 1980 - che, confermano le statistiche, a Est come a Ovest, a Nord come a Sud, non è mai stata più preparata e istruita, ma non riesce a decollare. Neanche dove la logica economica sembrerebbe imporlo. Negli ultimi dieci anni, in Giappone il numero complessivo dei lavoratori è sceso del 7 per cento. Ma quello dei ragazzi fra i 15 e i 24 anni disoccupati è raddoppiato. Akigutsu, 27 anni, viene inquadrato dalla telecamera mentre, impeccabile nel suo vestito grigio, esce per l'ennesima volta da un'agenzia di collocamento, il cui nome suona, grosso modo, "Neolaureato, salve lavoro". Non è il caso di Akigutsu: fra due giorni, lascia la Waseda University, una delle migliori del Giappone, con una laurea in gestione pubblica. Ma il lavoro lo cerca già da due annie mezzo. Ha riempito almeno 100 formulari di assunzione e si è messo 40 volte quello stesso abito grigio per un colloquio. È stato anche all'università un anno in più, per guadagnare tempo. Tutto inutile: neanche una proposta.
È un dramma, forse una tragedia, quella che si sta consumando in questi anni. Milioni e milioni di ragazzie ragazze che escono da scuole e università, per impantanarsi subito e alzare, sempre più spesso, bandiera bianca.
Un fenomeno che le statistiche sulla disoccupazione, in realtà, non catturano. La notizia che il tasso di disoccupazione dei giovani sotto i 24 anni, in Europa, è del 24 per cento, del 40 per cento in Italia, quasi del 60 per cento in Grecia e in Spagna fa effetto, ma vuol dire poco. Per rientrare nella statistica, bisogna aver attivamente cercato lavoro (come Linnea e Akigutsu) nelle ultime due settimane. Pochi giovanissimi lo fanno. Secondo gli esperti, circa il 10 per cento di chi ha quell'età. Il 60 per cento di quel 10 per cento vuol dire che 6 giovani spagnoli sotto i 24 anni su 100 hanno cercato lavoro, senza successo, nelle ultime due settimane. Non parrebbe una catastrofe. Ma il problema sono gli altri. Quelli che hanno abbandonato o completato gli studi, ma non hanno trovato lavoro e neanche lo stanno cercando. Quelli che si sono arresi: né studio, né lavoro, i "néné". In Italia, sono passati dal 2007- prima della recessione- al 2011, dal 16 al 21 per cento dei giovani fra i 15 e i 24 anni. Un giovane italiano su cinque, insomma, non fa nulla. In misura minore, ma questo vale anche per i suoi coetanei d'Europa, dove i "né-né" sono cresciuti dal 10,8 al 13,2 per cento. Colpa loro che non hanno capito che solo studiando, aumentando le proprie competenze, centrando titoli di studio sempre più alti si può trovare il proprio posto nel mondo di oggi? Niente affatto. E qui sta il dramma. Il numero dei laureati "né-né" nei paesi dell'Ocse - l'organizzazione che raccoglie i paesi più ricchi del mondo - è cresciuto dal 10,6 al 14,8 per cento fra il 2008 e il 2011. L'Italia ha una sorta di record: i laureati che non studiano più e non lavorano ancora sono passati dal 18,6 al 21,8 per cento e qui parliamo di giovani fra i 24 e i 29 anni, condannati ad una sorta di animazione sospesa. Ma non sono i Paesi deboli del Mediterraneo a drogare la media Ocse. Germania e Svezia, grazie soprattutto al part time, molto spesso involontario, hanno visto un lieve calo delle loro quote di laureati fuori dal gioco. Ma in Francia sono saliti dal 7,5 al 10,4 per cento dei loro coetanei post universitari, in Giappone sono addirittura quasi raddoppiati, arrivando al 15,8 per cento. In Gran Bretagna e anche negli Usa, nel giro di quattro anni, sono aumentati di circa un terzo, arrivando, rispettivamente, oltre l'8 e il 12 per cento.
E quelli che un lavoro lo hanno trovato? Le notizie non sono buone neanche qui. I laureati che non sono disoccupati, i laureati che non hanno gettato la spugna si trovano spesso dove mai avrebbero pensato. In America, nel 1970, un tassista su 100 aveva una laurea in tasca. Oggi, sono il 15 per cento. Idem i pompieri: 2 per cento di laureati nel 1970, 15 per cento oggi. Non occorre una laurea per maneggiare un tassametro o un idrante. Tanti anni di studio non avrebbero dovuto consegnarli ad una vita piena, felice, gratificante? È la promessa che i giovani si sono sentiti ripetere decine di volte. Ma, a quanto pare, non vale più. Una recente ricerca di tre studiosi canadesi (Paul Beaudry, David Green, Benjamin Sand) osserva che la domanda di competenze legate ad una maggiore istruzione, negli Usa, è andata salendo fino al 2000, ma, da allora,è in calo.I laureati, comunque, aggiungono i tre canadesi, farebbero bene a non lamentarsi troppo: la laurea ha impedito che andasse peggio. Che succede? Questa volta, la globalizzazione c'entra poco.
Pesa di più la rivoluzione digitale, l'esplosione del software onnipresente. I dati, anche stavolta dell'Ocse, mostrano che esiste ancora, sul mercato del lavoro, un premio per il diploma e, ancor più per la laurea. Mediamente, nei paesi industrializzati, il 13 per cento di chi non ha finito la scuola media superiore è disoccupato, mentre solo il 5 per cento dei laureati lo è. Inoltre, un laureato guadagna, mediamente, una volta e mezzo lo stipendio di un semplice diplomato. Attenzione, però, avvertono i tre studiosi canadesi, le distanze restano, ma è una corsa verso il basso: è la rivoluzione tecnologica a spingere in giù. Prima l'automazione ha svuotato le fabbriche, poi computer e Internet hanno dimezzato il personale degli uffici: dalle centraliniste ai fattorini. Adesso la digitalizzazione sta risalendo le gerarchie. Fino a qualche anno fa, la brillante americana laureata in legge sarebbe entrata in un grosso studio, cominciando con lo spulciare ponderosi tomi, alla caccia di qualche precedente per una causa importante. Adesso, la ricerca dei precedenti la fanno i computer, ad un decimo del costo. I grossi studi legali non assumono giovani avvocati, anzi, tagliano selvaggiamente gli organici. La giovane laureata h a qualche speranza di infilarsi come assistentesegretaria, a tenere l'agenda di un grosso avvocato. E la giovane diplomata che, fino a qualche anno fa, avrebbe preso quel posto di segretaria? A fare le pulizie in ospedale. È ancora presto per sapere se i tre studiosi canadesi hanno ragione e se il mercato del lavoro - negli Stati Uniti e altrove - si sta schiacciando verso il basso.
Quello che è chiaro sin d'ora, però, è che la crisi che si è aperta nel 2008 nonè una recessione come le altre e che processi profondi stanno modellando la ripresa in direzioni, oggi, imprevedibili.
Economia e società, probabilmente, non saranno le stesse di prima della crisi. Non sono trasformazioni che avvengono gratis. A pagare il conto, salatissimo, delle novità è un'intera generazione di nati dopo il 1980, illusi, poi delusie frustrati che, della crisi e, forse, anche della sua fine, porteranno a lungo le cicatrici.
Psicologiche e finanziarie. Perché quando le giornate si assomigliano tutte e l'impressione è di girare in tondo, alla fine anche grinta, iniziativa, ottimismo si logorano.E perché, se alla fine si comincia a lavorare sul serio, ma si hanno già 30-40 anni, il tempo per garantirsi la serenità di un tesoretto per una vecchiaia che già si annuncia lunghissima, è davvero poco.
sabato 2 marzo 2013
Monti un anno dopo: mai tanta disoccupazione
MILANO (Reuters) - Il 2013
inizia sotto i peggiori auspici per il mercato del lavoro italiano, che
vede il tasso di disoccupazione schizzare al massimo storico.
A gennaio, secondo i dati diffusi da Istat, la percentuale dei senza lavoro è salita all'11,7% - il massimo mai toccato dall'inizio della serie - dall'11,3% di dicembre (dato rivisto al rialzo da 11,2% della prima lettura). Un anno fa, il tasso di disoccupazione era al 9,6%.
Da dicembre a gennaio in termini assoluti il numero dei disoccupati è salito di 110.000 unità, mentre - rispetto allo stesso periodo dello scorso anno - le persone prive di un impiego sono 554.000 in più. Complessivamente i senza lavoro sfiorano i 3 milioni.
I numeri segnalano la fragilità dello stato dell'economia italiana che, dopo un 2012 nero, si avvia verso un altro anno all'insegna della recessione. E arrivano a pochi giorni da un voto che non ha conferito a nessun partito una maggioranza parlamentare in grado di formare un governo, facendo emergere l'avanzata delle forze che in campagna elettorale hanno usato i toni più duri contro il rigore delle politiche portate avanti dall'esecutivo di Mario Monti.
"E' un dato che va oltre ogni peggiore previsione. Nelle nostre attese il tasso di disoccupazione avrebbe dovuto toccare un picco del 12% verso la fine dell'anno. Probabilmente questa soglia verrà sforata molto prima", commenta Paolo Mameli, economista di Intesa Sanpaolo.
Il 2013 dunque rischia di essere ancora più duro sul fronte del lavoro di quanto già non lo sia stato l'anno scorso, che si è chiuso con un tasso di disoccupazione medio annuo al 10,7% da 8,4% registrato nel 2011.
Questo perchè, da un lato, spiegano gli economisti, il mercato del lavoro reagisce in maniera ritardata all'andamento del ciclo economico, particolarmente negativo l'anno scorso, con una contrazione del Pil del 2,4%.
Dall'altro perché il fondo dell'attività economica potrebbe ancora non essere stato toccato, e lo scenario della caduta del Pil dell'1% per il 2013, previsione che accomuna Bankitalia, Ocse e Fmi, potrebbe essere troppo ottimistico alla luce delle indicazioni arrivate dalle ultime indagini qualitative sull'attività economica.
"L'allentamento delle tensioni sui mercati finanziari che si è ravvisato nella seconda parte dell'anno scorso non si è riflesso sull'economia reale. E l'incertezza politica rischia di alimentare una nuova fase di volatilità, che potrebbe ritardare l'uscita dalla fase recessiva", prosegue Mameli, spiegando che questo ha portato Intesa Sanpaolo ad abbassare a -1,5% da -1% la stima per il Pil 2013.
CALANO OCCUPATI E INATTIVI, SALE DISOCCUPAZIONE GIOVANI
Tornando al mercato del lavoro, i numeri mensili di Istat evidenziano, dopo qualche mese di stabilizzazione, una nuova discesa degli inattivi (-0,1% a gennaio rispetto a dicembre) e degli occupati (-0,4%).
"E' la combinazione di questi due fattori che ha fatto schizzare la percentuale dei disoccupati verso l'alto", spiega Loredana Federico, economista di Unicredit.
Da un lato, sono aumentate le persone che - vista la riduzione del reddito disponibile delle famiglie - si mettono in cerca di un lavoro, ma si scontrano con la difficoltà di trovarne uno. Dall'altro, la gelata dell'economia spinge le imprese verso la chiusura o la riduzione degli organici.
La fragilità del mercato del lavoro italiano s'inserisce nella crisi che sta attraversando l'intera zona euro, dove, ha certificato oggi Eurostat, a gennaio il tasso di disoccupazione è salito all'11,9% da 11,8% di dicembre.
In termini assoluti, nei 17 Paesi del blocco dell'euro, le persone senza lavoro sfiorano i 19 milioni. La situazione più drammatica resta quella greca, dove la percentuale dei senza lavoro è al 27%. Seguono la Spagna (26,2%) e il Portogallo (17,6%).
Numeri che sono ben lontani da quelli dell'Italia. Che però, dopo Grecia (59,4%) e Spagna (55%), è il terzo Paese della zona euro ad avere il tasso di disoccupazione giovanile (fascia età 15-24 anni) più elevato: a gennaio è salito al 38,7% dal 37,1%. Un anno fa era al 32,3%.
Elvira Pollina
A gennaio, secondo i dati diffusi da Istat, la percentuale dei senza lavoro è salita all'11,7% - il massimo mai toccato dall'inizio della serie - dall'11,3% di dicembre (dato rivisto al rialzo da 11,2% della prima lettura). Un anno fa, il tasso di disoccupazione era al 9,6%.
Da dicembre a gennaio in termini assoluti il numero dei disoccupati è salito di 110.000 unità, mentre - rispetto allo stesso periodo dello scorso anno - le persone prive di un impiego sono 554.000 in più. Complessivamente i senza lavoro sfiorano i 3 milioni.
I numeri segnalano la fragilità dello stato dell'economia italiana che, dopo un 2012 nero, si avvia verso un altro anno all'insegna della recessione. E arrivano a pochi giorni da un voto che non ha conferito a nessun partito una maggioranza parlamentare in grado di formare un governo, facendo emergere l'avanzata delle forze che in campagna elettorale hanno usato i toni più duri contro il rigore delle politiche portate avanti dall'esecutivo di Mario Monti.
"E' un dato che va oltre ogni peggiore previsione. Nelle nostre attese il tasso di disoccupazione avrebbe dovuto toccare un picco del 12% verso la fine dell'anno. Probabilmente questa soglia verrà sforata molto prima", commenta Paolo Mameli, economista di Intesa Sanpaolo.
Il 2013 dunque rischia di essere ancora più duro sul fronte del lavoro di quanto già non lo sia stato l'anno scorso, che si è chiuso con un tasso di disoccupazione medio annuo al 10,7% da 8,4% registrato nel 2011.
Questo perchè, da un lato, spiegano gli economisti, il mercato del lavoro reagisce in maniera ritardata all'andamento del ciclo economico, particolarmente negativo l'anno scorso, con una contrazione del Pil del 2,4%.
Dall'altro perché il fondo dell'attività economica potrebbe ancora non essere stato toccato, e lo scenario della caduta del Pil dell'1% per il 2013, previsione che accomuna Bankitalia, Ocse e Fmi, potrebbe essere troppo ottimistico alla luce delle indicazioni arrivate dalle ultime indagini qualitative sull'attività economica.
"L'allentamento delle tensioni sui mercati finanziari che si è ravvisato nella seconda parte dell'anno scorso non si è riflesso sull'economia reale. E l'incertezza politica rischia di alimentare una nuova fase di volatilità, che potrebbe ritardare l'uscita dalla fase recessiva", prosegue Mameli, spiegando che questo ha portato Intesa Sanpaolo ad abbassare a -1,5% da -1% la stima per il Pil 2013.
CALANO OCCUPATI E INATTIVI, SALE DISOCCUPAZIONE GIOVANI
Tornando al mercato del lavoro, i numeri mensili di Istat evidenziano, dopo qualche mese di stabilizzazione, una nuova discesa degli inattivi (-0,1% a gennaio rispetto a dicembre) e degli occupati (-0,4%).
"E' la combinazione di questi due fattori che ha fatto schizzare la percentuale dei disoccupati verso l'alto", spiega Loredana Federico, economista di Unicredit.
Da un lato, sono aumentate le persone che - vista la riduzione del reddito disponibile delle famiglie - si mettono in cerca di un lavoro, ma si scontrano con la difficoltà di trovarne uno. Dall'altro, la gelata dell'economia spinge le imprese verso la chiusura o la riduzione degli organici.
La fragilità del mercato del lavoro italiano s'inserisce nella crisi che sta attraversando l'intera zona euro, dove, ha certificato oggi Eurostat, a gennaio il tasso di disoccupazione è salito all'11,9% da 11,8% di dicembre.
In termini assoluti, nei 17 Paesi del blocco dell'euro, le persone senza lavoro sfiorano i 19 milioni. La situazione più drammatica resta quella greca, dove la percentuale dei senza lavoro è al 27%. Seguono la Spagna (26,2%) e il Portogallo (17,6%).
Numeri che sono ben lontani da quelli dell'Italia. Che però, dopo Grecia (59,4%) e Spagna (55%), è il terzo Paese della zona euro ad avere il tasso di disoccupazione giovanile (fascia età 15-24 anni) più elevato: a gennaio è salito al 38,7% dal 37,1%. Un anno fa era al 32,3%.
Elvira Pollina
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