mercoledì 22 aprile 2026

La caduta dell'impero romanesco

Claudio Cerasa La caduta dell'impero romanesco Il Foglio, 22 aprile 2026

Doveva essere un “sì”, è diventato un “no”, si è trasformato in un “flop”, si poteva tradurre in un “Bis” ma è diventato un “Boh”. Il governo Meloni, un mese dopo il trionfo del “no”, si è ritrovato di fronte a una scelta difficile. Sintesi estrema: che fare? Darsi da fare per andare al voto o provare velocemente a immaginare una forma di Meloni Bis? Un mese passa via veloce, le sconfitte passano più lentamente, ma in questo arco di tempo il tentativo di cancellare il “sì” non si è tradotto né in un voto immediato né in un rilancio istantaneo. E le tracce lasciate sul terreno di gioco nelle ultime settimane dalla maggioranza rendono l’esecutivo sempre meno simile a un “Meloni Bis” e sempre più simile, per l’appunto, a un “Meloni Boh”. Non è un gioco di parole. Ma è la fotografia di un assedio, a volte reale, a volte solo percepito, al centro del quale c’è un’immagine che aiuta a restituire al lettore l’effetto esatto del “Meloni Boh”: lo sgretolamento. O se volete: la caduta dell’impero romanesco. Lo sgretolamento lo si legge in molti passi del governo. Lo si legge quando si guarda all’interno dei partiti. Lo si legge quando si guarda al rapporto tra i partiti. Lo si legge quando si parla di economia. Lo si legge quando si parla di finanza. Lo si legge quando si parla di politica estera. Lo si legge quando si parla del rapporto con il Quirinale. All’interno dei partiti il quadro è evidente. Fratelli d’italia resta sempre il primo partito d’italia, ovvio, ma le divisioni interne iniziano a emergere alla luce del sole. Si bisticcia sulla Cultura (vedi i due fronti sulla Biennale), si bisticcia su Milano (vedi i borbottii sull’idea di La Russa di candidare Maurizio Lupi il prossimo anno), si bisticcia sul garantismo (vedi i borbottii sulle dimissioni chieste a scoppio ritardato a Santanchè). In Forza Italia si bisticcia su tutto e la presenza di sensibilitàdiversesulfuturodelpartitohaprodotto più fratture visibili (la famiglia Berlusconidaunaparte,ilpotereromano dall’altra) che energia allo stato puro (qualche capogruppo è saltato, ma poi?). Nella Lega si bisticcia poco (lo si fa lontano dai microfoni) ma ci si preoccupa molto (non solo di Vannacci) e lo spirito con cui i governatori della Lega osservano il loro segretario è ormai da tempo questo: turiamoci il naso fino alle prossime elezioni e poi prepariamoci a consegnare la leadership a Giorgetti. Le fratture politiche, nei partiti, sono la spia non di un’ingovernabilità latente ma di un castello le cui fondamenta si indeboliscono ogni giorno di più. I partiti ballano, si agitano, si muovono, e ballano così tanto che potrebbero non trovare neppure un accordo per cambiare la legge elettorale (e non cambiare la legge elettorale significa, come forse sogna un pezzo di Forza Italia, muoversi per evitare che vinca qualcuno le prossime elezioni).
Ma attorno ai partiti è il quadro in generale che perde pezzi e colori. Sulle nomine delle partecipate, gli imbarazzi arrivano dai volti su cui Meloni aveva scommesso maggiormente tre anni fa. E il caso della scelta di Giuseppina Di Foggia a Eni e della liquidazione da Terna, a cui Di Foggia solo ieri sera ha scelto di rinunciare, sono lì a mostrare nel caso migliore incapacità nel selezionare un pezzo della classe dirigente, nel caso peggiore approssimazione e superficialità e confusione in scelte pesanti da cui deriva un pezzo della credibilità del paese. Sulle banche, la vittoria di Luigi Lovaglio in Mps è un colpo a chi a Palazzo Chigi aveva scommesso su equilibri diversi per il futuro della finanza e lo spostamento verso nord dell’asse che potrebbe governare il triangolo che da Siena passa per Mediobanca e arriva a Generali è un messaggio chiaro contro il disegno romanocentrico del melonismo, disegno non si sa se avallato più dai collaboratori di Meloni che da Meloni. Sulla politica estera, nell’ultimo mese, il governo ha subìto tre colpi l’uno dopo l’altro. Aveva puntato, pur con prudenza, su un asse con Trump per contare di più in Europa, provando a porsi come un ponte tra l’europa degli anti populisti e i populisti anti europeisti, come Trump e Orbán. Oggi il governo, senza un Orbán da usare per apparire moderato restando immobile e senza un’amicizia con Trump da poter rivendicare per poter stare a metà tra i due pilastri dell’occidente, è costretto a trovare un modo per giocare una qualche partita europea diversa dall’essere un punto di mediazione tra mondi che non si parlano. Nell’assedio, vero o percepito, vi è anche naturalmente il rapporto sempre più complicato di Palazzo Chigi con il Quirinale, testimoniato non solo da ciò che si vede, la distanza sul decreto Sicurezza tra il presidente del Consiglio e il presidente della Repubblica, ma anche da ciò che non si vede, ovvero la convinzione che andare a votare troppo presto per il governo sarebbe rischioso perché visto mai dovesse venire in mente a qualcuno nella maggioranza (leggi: Forza Italia) di fare un governo di pochi mesi per arrivare a scadenza naturale. In tutto questo, naturalmente, tra gli elementi di assedio niente affatto percepiti ma molto reali, vi è un tema importante che riguarda l’economia, un tema faticoso, doloroso, che un po’ dipende naturalmente da una congiuntura non favorevole, vedi la guerra in Iran, vedi il costo della benzina, vedi le stime del pil al ribasso, e un po’ dipende da un contesto economico non disastroso ma che permette all’opposizione di avere buoni argomenti per mostrare le difficoltà dell’italia: una delle crescite più basse dell’unione europea, il debito pubblico più alto d’europa, la pressione fiscale più alta di sempre. Resta, naturalmente, la prudenza del governo, solido, impeccabile sui conti pubblici, con un deficit finora sempre sotto controllo, agenzie di rating che da anni promuovono il governo, ma con un’incognita all’orizzonte: dopo aver cambiato qualcosa in politica estera nell’ultimo mese (il rapporto con Trump, certo, ma anche il rapporto con Israele, rispetto al quale Meloni è diventata molto più severa subito dopo la sconfitta al referendum), senza aver cambiato per fortuna nulla sul suo rapporto con l’ucraina (l’abbraccio tra Meloni e Zelensky è la migliore testimonianza possibile di anti putinismo e di non trumpismo da parte della premier), come riuscirà il governo a trasformare la negazione di ciò che è stato fatto in questi quattro anni, ovvero lo sforamento del deficit che è l’opposto della prudenza sui conti, come un tratto identitario coerente con ciò che il governo è stato finora? L’assedio è lì, di fronte agli occhi del governo. E’ un assedio che produce sgretolamenti e smarrimenti. E’ un assedio al quale si proverà a mettere dei tamponi con qualche miliardo in più da spendere (via deficit), con qualche miliardo da risparmiare (meno spese per la Nato), con qualche nomina da sistemare (oggi tra sottosegretari e presidente di Consob), con qualche milione da stanziare per il Primo maggio (per avvicinarsi a un salario minimo senza chiamarlo salario minimo). Ma è un assedio che costringe ogni giorno a chiedersi se di fronte alla prospettiva di cambiare tutto e tentare un “Bis” fosse preferibile, un mese dopo la vittoria del “no”, investire davvero sulla formula del “Meloni Boh”. Tu chiamala se vuoi la caduta dell’impero romanesco.

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