Marco Damilano
Primarie e partiti, se non servono lezioni da Palazzo
Domani, 4 aprile 2026
Due settimane dopo il referendum costituzionale, è sempre più chiaro che il Sì non era un voto per la riforma della giustizia, solo gli illuminati senza popolo potevano pensarlo, ma era interpretato da Giorgia Meloni come un via libera a un progetto di riscrittura dell’intero impianto istituzionale. Quel disegno è fallito, ha scritto un commentatore non ostile come Giovanni Orsina sabato su La Stampa, il sovranismo di Meloni si è infranto sulla realtà, non resta che il pragmatismo.
Con il pragmatismo però si può tirare a campare o tirare le cuoia. E alla premier servirà molto di più della missione nel Golfo per presentarsi alle Camere il 9 aprile con un piano di ripartenza. Le crepe sono vistose, dallo scandalo al Viminale alla platea del teatro La Fenice che insorge contro il sovrintendente. In arrivo c’è una stretta economica, la recessione. La Lega che batte un colpo sul gas russo. E c’è la rottura del rapporto tra la destra al potere e un pezzo maggioritario del paese che va interpretato politicamente ed elettoralmente.
Generosità e partiti
L’Italia del No non coincide (soltanto) con il perimetro dei partiti dell’opposizione, ma senza l’ossatura organizzativa, la capacità di comunicazione e la sensibilità di una leadership che sa rispettare gli ambiti della società civile l’Italia del No avrebbe avuto difficoltà a farsi sentire. La campagna del No è stata un modello di virtuosa relazione tra associazioni, movimenti, sindacati e partiti, dopo decenni di conflitti e di separazione. È la sfida che attende le opposizioni, ben più del derby per le primarie che verranno.
Tutte le soluzioni di questi giorni, il federatore, il papa straniero, il nuovo Prodi, i sondaggi, gli editoriali con i consiglieri, hanno in comune un punto. Non esprimono una domanda di cambiamento che arriva dalla società verso partiti giudicati fallimentari. Al contrario, è una reazione del Palazzo contro una società che non si aspettavano, la risposta che alcuni ambienti politici, giornalistici, editoriali, esprimono verso quel pezzo di società che a sorpresa (per loro) ha vinto il voto del 22-23 marzo, soprattutto il Partito democratico e la sua segretaria Elly Schlein che nei piani degli scribi e dei gazzettieri sul referendum doveva schiantarsi.
Goffredo Bettini ha evocato la categoria della «generosità» per spiegare perché, se necessario, Schlein dovrebbe fare un passo indietro a favore di Giuseppe Conte. «All’epoca di Prodi, l’operazione fu fatta con grande generosità da D’Alema. Il partito più grande comprese che per conquistare un pezzo di elettorato bisognava fare un atto di generosità».
Ai tempi del Pds
Ricordo il momento in cui, pubblicamente, l’allora segretario del Pds candidò alla premiership Romano Prodi. Era il 10 marzo 1995, appuntamento nella sala Umberto, a fine mattina dalle prime file della platea si alzò in piedi D’Alema. Il segretario del Pds era venuto a suggellare l’investitura pubblica del candidato, per chiarire che non si trattava di un patto tra pari. «Caro professor Prodi, lei sarà il candidato premier. E noi», D’Alema alzò il braccio sinistro, come un re medievale, «noi le conferiamo la nostra forza. È fatta dei voti di un terzo degli italiani e di 700mila donne e uomini iscritti alla Quercia». Le due anime future dell’Ulivo erano già lì.
Non era generosità, ma disperazione. Il Pds aveva rovinosamente perso le elezioni, non aveva preso il 30 ma il 20 per cento, e D’Alema aveva chiesto al segretario Occhetto di dimettersi. Prodi appariva come la carta da estrarre contro Berlusconi. Se avesse perso, la leadership di D’Alema sarebbe rimasta integra e il Professore sarebbe andato a casa. E infatti, alla prima occasione, il tentativo di fare un governo tecnico presieduto da Antonio Maccanico con Berlusconi e D’Alema uniti, il leader della Quercia non esitò a dire che il pullman di Prodi (e di Veltroni) doveva tornare in garage.
Ma Maccanico fallì, Prodi vinse le elezioni anche grazie alla divisione della destra e si aprì una querelle durata più di un decennio, tra il premier senza partito (Prodi) e il partito impossibilitato a candidare premier il proprio leader (i post-comunisti figli di un dio minore, quando D’Alema andò a Palazzo Chigi con una manovra di Palazzo il risultato fu un disastro, riconsegnare il paese alla destra berlusconiana).
Il Partito democratico, nel 2007-2008, è nato per sanare questa frattura. La normalità di un sistema politico fondato su partiti democratici. In un paese geograficamente e politicamente vicino come la Spagna, nessuno pensa che il candidato premier dei socialisti non possa essere Pedro Sanchez o a un candidato dei popolari che non sia Alberto Núñez Feijóo. Per questo si fanno le primarie aperte a tutti per eleggere il segretario del Pd: perché non si elegge l’amministratore del rissoso condominio del Nazareno, ma una figura in grado di parlare al paese per una sfida di governo. Finora i fatti non hanno dimostrato il contrario.

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