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domenica 28 giugno 2026

Baldovino scagionato

Fatoumata Sow
Lumumba: uno storico belga scagiona re Baldovino
AfricTelegraph, 26 maggio 2026 

La questione della responsabilità della monarchia belga nell'assassinio di Patrice Lumumba , l'eroe dell'indipendenza congolese giustiziato il 17 gennaio 1961, è tornata alla ribalta con la pubblicazione di un libro di Vincent Dujardin. Il ricercatore dell'Università Cattolica di Lovanio (UCLouvain) difende una tesi che si contrappone ad alcune recenti interpretazioni storiografiche: re Baldovino, salito al trono nel 1951, non autorizzò mai il principio dell'eliminazione fisica del Primo Ministro congolese. Questa tesi giunge mentre la Repubblica Democratica del Congo (RDC) e il Belgio proseguono un delicato dialogo sulla memoria storica, segnato nel 2022 dalla restituzione di un dente attribuito al defunto leader.

Una rilettura degli archivi reali

Vincent Dujardin si basa su un'ampia mole di documenti, tra cui materiale proveniente dagli archivi di palazzo e dalla corrispondenza diplomatica belga dell'epoca. Secondo la sua interpretazione, gli scritti attribuiti a Baldovino dimostrano una chiara ostilità politica nei confronti del leader nazionalista, senza tuttavia costituire una carta bianca per la sua eliminazione. Lo storico distingue tra la dichiarata volontà di neutralizzare politicamente l'ex Primo Ministro congolese e l'effettivo ordine di esecuzione, che a suo avviso fu emesso da altri attori sul territorio del Katanga.

Questa distinzione alimenta una controversia storiografica di lunga data. La commissione d'inchiesta parlamentare belga concluse nel 2001 che lo Stato belga aveva una responsabilità morale, senza tuttavia incriminare esplicitamente il monarca. Il rapporto evidenziò il coinvolgimento di ministri, funzionari e ufficiali nella catena di eventi che portarono al trasferimento di Lumumba nella regione secessionista del Katanga, governata da Moïse Tshombe, dove fu ucciso insieme a due suoi compagni, Maurice Mpolo e Joseph Okito.

Un dibattito sulla memoria storica ad alta sensibilità diplomatica

La pubblicazione giunge in un momento in cui il Belgio si sta impegnando da diversi anni per riconoscere il proprio passato coloniale. Nel giugno 2020, re Filippo ha espresso il suo rammarico per le sofferenze inflitte durante la colonizzazione, senza tuttavia porgere le proprie scuse. Due anni dopo, durante una visita ufficiale a Kinshasa, il monarca ha descritto il regime coloniale come un sistema di sfruttamento basato su paternalismo, discriminazione e razzismo. La questione di Lumumba, tuttavia, rimane il punto più controverso di questa storia condivisa.

Per le autorità congolesi, la figura di Lumumba conserva un notevole significato politico. Elevato al rango di eroe nazionale, il Primo Ministro assassinato incarna la sovranità frustrata di un Congo da poco indipendente, impantanato nella secessione del Katanga e nella Guerra Fredda. La famiglia del leader, che per decenni ha lottato per la restituzione delle sue spoglie, ha sempre sostenuto che la verità, sia dal punto di vista legale che storico, rimane incompleta.

Una tesi che probabilmente susciterà polemiche.

La posizione difesa dal professore dell'UCLouvain non sarà universalmente accettata. Diversi ricercatori, tra cui il sociologo Ludo De Witte, il cui libro del 1999 fu proprio ciò che diede il via all'inchiesta della commissione parlamentare belga, sostengono un'interpretazione più accusatoria del coinvolgimento delle autorità belghe, anche ai più alti livelli di governo. Per questi storici, la documentazione disponibile dimostra una convergenza di intenti tra gli attori politici, economici e militari belgi, finalizzata a rimuovere definitivamente Lumumba dalla scena politica congolese.

Al di là del dibattito tra gli esperti, il lavoro di Dujardin solleva una questione metodologica ricorrente nella stesura delle storie coloniali: è possibile dissociare la responsabilità istituzionale di un capo di Stato dalle azioni compiute dai suoi subordinati, a condizione che questi ultimi abbiano agito all'interno di un quadro politico noto e tollerato ai massimi livelli? La risposta non riguarda solo la memoria della monarchia belga, ma anche la sostanza delle future iniziative ufficiali attese da Kinshasa.

Il dibattito scatenato da questa nuova pubblicazione rischia di influenzare le prossime fasi del dialogo bilaterale, in particolare la questione irrisolta delle scuse formali da parte dello Stato belga alla Repubblica Democratica del Congo. 

venerdì 20 febbraio 2026

L'arresto di Andrea


Maria Corbi
Sesso e segreti, la fine di Andrea

La Stampa, 20 febbraio 2020

Operazione “confie op”, ossia confidenziale. Con re Carlo III che ha saputo solo a cose fatte dell’arresto di suo fratello Andrea, oggi solo signor Mountbatten Windsor dopo che gli sono stati strappati per indegnità i titoli dinastici. Ma rimane sempre ottavo nella linea di successione e quello che è accaduto ieri mette una tara pesante sul futuro dell’istituzione monarchica.

D’altronde se il privilegio non si accompagna a etica e responsabilità ha ancor minor diritto di sopravvivere nella contemporaneità. Non c’è stata mai una crisi così potente dai tempi dell’abdicazione di Edoardo VIII, 90 anni fa. Elisabetta, e prima di lei suo padre Giorgio VI, ricostruì pezzo a pezzo la fiducia e l’affetto dei sudditi verso la corona, un patrimonio che oggi Andrea ha per lo meno ipotecato.

Il principe è stato arrestato (e poi rilasciato in serata) nella sua residenza di Wood Farm, a Sandringham (dopo la cacciata da Windsor) con l’accusa di «misconduct in Public Office», che equivale al nostro abuso di ufficio, nell’ambito di un’indagine su documenti riservati che avrebbe passato a Jeffrey Epstein quando era inviato per il commercio per il governo britannico. Presunto colpevole, dunque, con i dettagli dell’inchiesta che emergono da documenti recentemente resi pubblici dal governo statunitense. Con i media inglesi che ricordano come questo reato possa prevedere anche la pena dell’ergastolo. Potrebbero arrivare presto un’altra accusa formale per esser stato “l’utilizzatore finale” di ragazzine “fornite” dal finanziere americano tra cui una 26enne russa.

Le manette nel giorno del suo 66esimo compleanno, con il Re che ha convocato subito una riunione di emergenza a Buckingham Palace, diramando un comunicato la cui sintesi è: «La giustizia faccia il suo corso».

«Ho appreso con la più profonda preoccupazione la notizia riguardante Andrew Mountbatten-Windsor e i sospetti di cattiva condotta nell’esercizio di una funzione pubblica. Seguirà ora l’intero, equo e corretto iter attraverso il quale la questione sarà esaminata in modo appropriato e dalle autorità competenti. A tal proposito, come ho già affermato in precedenza, esse hanno il nostro pieno e convinto sostegno e la nostra collaborazione. Desidero dichiararlo con chiarezza: la legge deve fare il suo corso. Mentre tale procedimento prosegue, non sarebbe opportuno per me esprimere ulteriori commenti su questa vicenda. Nel frattempo, la mia famiglia ed io continueremo a svolgere il nostro dovere e il nostro servizio verso tutti voi. Carlo R. [Rex]». Il fratello scaricato definitivamente. Un colpo al cuore dell’istituzione già provata in questi anni da lutti, malattie e liti familiari.

L’ex duca di York dopo la lettura dei suoi diritti è stato caricato sul retro di un’auto della polizia e portato nell’Oxfordshire per l’interrogatorio formale. Per lui era pronta una cella con un letto e un bagno, come un comune mortale.

Una fine ingloriosa per il figlio prediletto della regina Elisabetta che lo ha sempre protetto, spendendo inutilmente per lui fiducia e soldi (12 milioni di sterline per risarcire Virginia Giuffre che lo accusava di violenza sessuale).

Il privilegio di nascita finito in cenere in una qualunque giornata di febbraio quando in una nota, la Thames Valley Police ha confermato l’arresto di «un uomo sulla sessantina del Norfolk». Via il titolo dinastico, qualsiasi riferimento alla sua posizione. Andrea è adesso solo «un uomo sulla sessantina». Oliver Wright, vicedirettore della polizia, ha detto che presto verranno forniti altri chiarimenti, ma è «importante proteggere l’integrità e l’obiettività delle nostre indagini».

Ore nervose, dolorose, cariche di tensione per quello che sarà a Buckingham Palace, con re Carlo III appoggiato dalla regina Camilla e le critiche del figlio William che ha sempre spinto il padre alla massima severità con lo zio quando vennero a galla i suoi rapporti con Epstein.

Ci fu un confronto serrato, una lite tra Carlo e il suo figlio maggiore come rivela Russell Myers, Royal editor del Mirror dopo l’intervista rilasciata dal principe Andrea, alla Bbc Newsnigh, nel 2019. In quell’occasione l’ex principe si diceva pentito dei suoi rapporti con il finanziere americano assicurando di aver interrotto ogni contatto con lui dopo la condanna per sollecitazione alla prostituzione nei confronti di una minorenne. Ma la pubblicazione degli Epstein files ha smentito le parole di Andrea che si è sempre sottratto alle domande dell’Fbi. Adesso il suo arresto comunque complica la vita alla famiglia reale inglese, ma anche all’amministrazione Trump, prima di tutto perché è probabile che nell’ambito di questa inchiesta nel Regno Unito verranno chiamate a testimoniare le vittime che chiedono giustizia e non l’hanno trovata negli Usa.

giovedì 28 agosto 2025

Il principe Carlo del Belgio e la Questione reale

 

Il principe Carlo prende parte a una manifestazione antirexista nel 1937 durante la campagna per l'elezione di un deputato a Bruxelles. Il capo rexista Léon Degrelle si presentava candidato contro la persona del primo ministro in carica, Paul Van Zeeland; uscì poi ampiamente sconfitto dalla contesa e questo episodio segnò il declino del suo movimento.

Alain Colignon, La Questione reale

La maggior parte degli studiosi utilizza la stessa cronologia per quanto riguarda la "Questione Reale". Tutto inizia la mattina presto del 25 maggio 1940, al Castello di Wijnendale, quando Leopoldo III, dopo una discussione particolarmente difficile con i ministri rimasti in Belgio, decise di seguire la sua strada e abbandonare così gli Alleati. Considerava persa la battaglia sul continente e si rifiutò di seguire il governo di unità nazionale di Hubert Pierlot . Desiderava rimanere alla testa del suo esercito fino alla capitolazione ormai imminente e salvare il salvabile. Tutto si concluse nella notte tra il 31 luglio e il 1° agosto 1950, quando lo stesso Leopoldo, dopo l'ennesima difficilissima trattativa e sotto la pressione della piazza, di intermediari e di funzionari di ogni genere, cedette e si fece da parte. Tra queste due date si svolse un decennio di grande tensione, blocchi, falsi pretesti e lunghi periodi di apparente calma. Il contesto: l'interesse dello Stato, un matrimonio, la geopolitica, l'equilibrio politico, la conferma del regime democratico e la salvezza della monarchia, che sembrava essere il punto finale della questione.

Alcuni utilizzano una cronologia diversa per questa "Questione Reale", collocandone l'inizio nel gennaio 1940 con l'" Affare di Mechelen sulla Mosa ". Si trattò di un fatto privo di conseguenze concrete, che per la prima volta rese chiaro che la diplomazia reale si stava svolgendo al di fuori della responsabilità ministeriale, una pratica di cui i ministri inizialmente erano all'oscuro. Altri risalgono ancora più indietro, pensando al 1936-1937 e all'inizio della " politica indipendentista ", che, per grazia reale ma approvata a larga maggioranza, si trasformò rapidamente in un neutralismo assoluto. Anche la prima critica aperta del monarca al regime parlamentare potrebbe essere considerata un punto di partenza. Retrospettivamente, questa critica fu interpretata come un abbandono del sistema rappresentativo e persino come un'insana fascinazione per la presunta efficienza dei regimi autoritari emergenti prevalenti in tutta Europa... Quanto alla fine della Questione Reale, alcuni preferirebbero farla coincidere con il giuramento del Principe Baldovino come Re dei Belgi davanti alle Camere Unite del Parlamento il 17 luglio 1951, o addirittura con la fine della "lotta scolastica" del 1954-1958. Una cosa è certa: politicamente, quella che una parte dell'opinione pubblica continuava ostinatamente a chiamare "caso del Re" era tutt'altro che dimenticata nell'estate del 1950, a causa delle frustrazioni da entrambe le parti. Eppure, una pagina era stata voltata. L'assassinio del deputato comunista Julien Lahaut, il 18 agosto 1950, non cambiò nulla. La calma tornò.

L'inevitabile accadde quella mattina presto del 25 maggio 1940, al castello di Wijnendale, residenza di re Leopoldo e dello stato maggiore dell'esercito. Ciò che i leader politici rimasti nel paese temevano da diversi giorni divenne realtà: una netta frattura tra il monarca e il governo Pierlot , solidale con la causa alleata. Per Leopoldo III, indubbiamente influenzato dal pessimismo dei suoi consiglieri diretti (Hendrik De Man e i generali Emile Galet e Prudent Nuyten), non si poteva certo parlare di seguire i ministri in Francia per continuare una lotta tanto futile quanto sanguinosa. La capitolazione era inevitabile, e quindi si considerava un prigioniero di guerra, intenzionato a salvare il salvabile. In quest'ottica, si rifiutò di continuare le ostilità e dispose l'istituzione di un comitato esecutivo composto da tre membri (Hendrik De Man, che all'epoca era in buone grazie, il tenente generale Auguste Tilkens e l'avvocato generale Raoul Hayoit de Termicourt). Questo comitato sarebbe esistito solo temporaneamente, con poteri limitati e avrebbe agito solo durante l'occupazione tedesca. Propose ai ministri di concedergli piena autorità per riunire legalmente la piccola squadra. La proposta fu respinta da tutti i ministri il 26 maggio, che rifiutarono anche di dimettersi. Due giorni dopo, seguì la resa incondizionata dell'esercito, con grande costernazione dell'opinione pubblica dell'Europa occidentale, mal informata sulla situazione sul campo. Mentre Leopoldo III, in qualità di "prigioniero", rientrava nel castello di Laeken, designato come sua residenza dalle autorità tedesche, il governo belga reagì in Francia. Poche ore dopo un feroce e indignato discorso radiofonico del Primo Ministro francese Paul Reynaud, che definì la resa militare incondizionata un tradimento, la reazione di Hubert Pierlot sembrò diversa. Non menzionò il tradimento, ma sottolineò che la decisione del Re contraddiceva "la posizione chiara e unanime del governo" e che non obbligava il Paese a nulla, poiché il monarca non poteva prendere decisioni senza i suoi ministri. Inoltre, Leopoldo III si era messo "nelle mani dell'invasore", il che gli rendeva impossibile "esercitare la sua funzione di capo di Stato". In breve, la decisione reale esonerava ufficiali e funzionari dal loro dovere di obbedienza nei suoi confronti. Inoltre, si decise che il potere legislativo ed esecutivo sarebbero stati esercitati dai ministri riuniti in consiglio. Nella confusione generale, molti ascoltatori credettero in buona fede che le dure parole di Reynaud fossero attribuibili a Pierlot.

Le precedenti disposizioni costituzionali furono  approvate dalla maggior parte dei parlamentari a Limoges il 31 maggio, sottolineando "l'incapacità giuridica e morale di Leopoldo III di governare". Sebbene questa chiara posizione – che lasciava indenne la monarchia in quanto tale – si diffuse rapidamente sui media stranieri, ebbe l'effetto collaterale di congelare le iniziative del re, che non accettò nemmeno l'invito di Hitler a incontrarlo; ciò era più appropriato in tempi militari meno tesi. Il 29 maggio, si accontentò di chiedere consiglio a tre rinomati giuristi ( Albert Devèze , Joseph Pholien e Hayoit de Termicourt, tutti monarchici convinti) sulla legalità della sua decisione in merito alla capitolazione. Non sorprende che, nella loro pronuncia di due giorni dopo, abbiano dato al monarca l'assoluzione – la resa dell'esercito non richiedeva la controfirma dei ministri – il che confermò inavvertitamente l'incapacità del monarca di governare. Tra l'altro, il capo della Chiesa, il cardinale Van Roey, che era stato ricevuto a lungo dal monarca, ritenne   necessario, il 31 maggio, confermare la versione dei fatti fornita dal re in una lettera pastorale e rimproverare il governo per le sue azioni presumibilmente affrettate e infondate. Leopoldo III rimase furioso con Pierlot e i suoi ministri. Considerava la loro posizione, espressa in terra straniera, una sorta di lesa maestà che stava arrecando grave danno agli interessi superiori del Paese. I ponti sembravano irrimediabilmente saltati. La sconfitta francese alla fine di giugno fece implodere il governo Pierlot. Tre ministri (Jaspar,  Gutt  e  De Vleeschauwer) partirono per la Gran Bretagna per continuare la lotta, mentre gli altri, guidati da Pierlot, rimasero nella Francia libera. L'evolversi della situazione militare sembrò dare ragione al monarca e i ministri tentarono di ristabilire i contatti per tornare in Belgio e presentare le loro dimissioni. Il re si rifiutò di rispondere, considerandosi prigioniero di guerra. Anche il governatore militare tedesco  Alexander von Falkenhausen  condivideva questa opinione.

Il re cavalcava un'autentica ondata di favore popolare; la sua capitolazione un po' frettolosa, che aveva suscitato polemiche tra i rifugiati belgi in Francia, ora sembrava una decisione sia umanitaria che giusta. Iniziò a esplorare con discrezione il panorama politico tramite il suo segretario,  Robert Capelle. Diversi notabili, animati dalle migliori intenzioni, volevano "rimettere in carreggiata il Paese" in modo più o meno autoritario, attraverso un rafforzamento del potere esecutivo e una dose di corporativismo. In questo contesto, diverse figure si presentarono alle porte del castello di Laeken, dal "socialista" Hendrik De Man al liberale Albert Devèze, dal cristiano-democratico Paul Tschoffen ai liberali Maurice Lippens e Octave Dierckx, per non parlare dell'attivista fiammingo Edgard De Bruyne. Il 20 luglio, tuttavia, le autorità militari ricevettero l'ordine da Hitler di impedire al re di impegnarsi in qualsiasi attività politica. Il Führer era turbato dai continui tira e molla di Laeken, mentre nulla era stato ancora deciso sul destino del Belgio nel "nuovo ordine europeo". Un "governo reale" era quindi inutile, così come le discussioni in quel contesto.

Preoccupato com'era per il futuro destino del Belgio, Leopoldo III o non lo capiva o fingeva di non capirlo. Tramite sua sorella, Maria José, principessa ereditaria italiana, tentò di contattare nuovamente il Führer per chiedere un incontro. Dopo il fallimento a Yvoir (27 ottobre 1940), ottenne l'approvazione per  un incontro il 19 novembre a Berchtesgaden, nonostante il suo status di "prigioniero di guerra". Il monarca tentò di ottenere il rilascio di tutti i prigionieri di guerra e chiese garanzie per il futuro del paese e della dinastia nell'Europa nazista, ma invano. Hitler non diede alcun accenno ai suoi piani geopolitici in Occidente e si rifiutò persino di rilasciare una dichiarazione sul futuro economico a breve termine del Belgio. L'incontro, essenzialmente uno sforzo sprecato, era stato molto discreto. Nessuna informazione fu diffusa e fu nota solo a circoli molto ristretti di Bruxelles e Londra. L'opinione pubblica ne venne a conoscenza solo nel luglio del 1945. Leopoldo III poté così continuare a fare il "prigioniero" di Laeken senza perdere popolarità. Meglio ancora, il governo Pierlot, ricostituito a Londra in forma ridotta dall'ottobre del 1940 in poi, affermò di parlare a nome di un monarca solidale con gli Alleati, ma messo a tacere dal suo status di prigioniero di guerra. Era una bugia innocente, perché qualsiasi contatto discreto i "londinesi" tentarono di stabilire con Laeken si rivelò vano. Al massimo, il monarca, nonostante il suo risentimento, non condannò la loro presenza o le loro azioni. 

Il 7 dicembre 1941, una lettera del cardinale Van Roey rivelò che il re aveva sposato una certa Lilian Baels (1916-2002), figlia di un armatore di Ostenda, dignitario locale, ex parlamentare, ex ministro ed ex governatore delle Fiandre Occidentali. Ampie fasce della popolazione, persino tra la borghesia più perbene... ma soprattutto le comunità vallone e francofona, rimasero scioccate dalla notizia. In un colpo solo, l'immagine del vedovo addolorato fu infranta, e il mito del "re prigioniero" fu infranto, mentre la notizia fu anche vista come una provocazione perché i prigionieri di guerra valloni erano rimasti rinchiusi. La commozione aumentò ulteriormente quando si resero noti i dettagli alquanto insoliti del matrimonio. Contrariamente ai requisiti di legge, il matrimonio religioso era stato celebrato nel settembre 1941, quindi prima della cerimonia civile. Inoltre, durante questo periodo turbolento, le critiche alla famiglia della giovane sposa riguardo al suo senso civico furono oggetto di critiche. Suo padre era effettivamente governatore, ma fu deposto dal futuro genero nel maggio del 1940 per aver abbandonato il suo incarico in vista del nemico. Questa spiacevole vicenda si concluse nella primavera del 1941 grazie a un discreto intervento di Gérard Romsée , Segretario Generale del Ministero dell'Interno e noto membro della VNV (Federazione Reale Olandese del Belgio). Poi c'era il fratello di Lilian Baels, che passava per nazionalista fiammingo – forse un'esagerazione – e che sembrava condannare il governo Pierlot per la sua illegalità. Infine, l'opinione pubblica sarebbe rimasta ancora più scioccata se avesse saputo che il Führer aveva gentilmente concesso alla coppia una breve luna di miele in Austria e nel protettorato di Boemia-Moravia, recentemente annesso al Reich... A poco a poco, questo enorme "errore" di Leopoldo III sarebbe passato in secondo piano, ma fu rapidamente rispolverato durante la Questione Reale.

Durante la fase finale dell'occupazione, il re non rispose nemmeno alle numerose aperture del governo di Londra. Ad esempio, nel novembre del 1943, il governo, guardando fiducioso al futuro, tentò di consegnare al monarca una lunga lettera contenente "rispettosi consigli" che avrebbero permesso a entrambe le parti di "risparmiare" senza perdere la faccia. Una volta riconquistati "la libertà e i diritti costituzionali", Leopoldo III poté confermare che il Belgio, nonostante la capitolazione dell'esercito, non aveva cessato di essere in guerra con il Reich e che avrebbe partecipato "in stretta cooperazione con gli Alleati" alla ricostruzione politica ed economica dell'Europa. Sarebbe stato inoltre dichiarato che i "cattivi belgi" che  avevano collaborato  sarebbero stati perseguiti e che la Costituzione e le libertà civili sarebbero state ripristinate, dimostrando così che il monarca non aveva mai nutrito tendenze autoritarie. Per dare a questo "buon consiglio" il peso necessario, Pierlot chiese al cognato, François De Kinder, di consegnare la lettera. La risposta fu breve e ambigua. Mentre Leopoldo III affermava che, contrariamente ad alcune voci "infondate", non aveva mai avuto intenzione di violare la Costituzione, sosteneva che il suo atteggiamento era comunque determinato dal suo status di prigioniero di guerra. Il  25 gennaio 1944  , tuttavia, Leopoldo III firmò un documento di natura completamente diversa, probabilmente elaborato con uno stretto collaboratore, il generale  Van Overstraeten . Questo "Testamento di Leopoldo III" dimostrava che non si era lasciato impressionare dagli sviluppi mondiali a partire  dall'estate del 1940.  Nessun segno di solidarietà con il governo Pierlot, nessun elogio per gli Alleati o la Resistenza. Riguardo al futuro ordine mondiale, prevedeva un immediato ritorno alla politica indipendentista, anche con l'esito noto di tale politica. Sul piano interno, affermò che le legittime rivendicazioni fiamminghe, troppo a lungo trascurate, dovevano essere prese in considerazione.

Poco dopo il ritorno del governo londinese a  Bruxelles liberata , ormai senza re perché condotto sotto scorta in Germania con moglie e figli, il "Testamento Reale" fu consegnato con discrezione a Pierlot il 9 settembre. Il Primo Ministro informò immediatamente il Ministro degli Esteri  Paul-Henri Spaak  . Entrambe le parti decisero di mantenerne segreto il contenuto. Tale decisione rimase in vigore fino al 1949. Una pubblicazione immediata avrebbe causato un enorme shock psicologico, e il Paese, ancora in guerra, non ne aveva certo bisogno. Il Maresciallo di Corte diede una copia del documento a Montgomery, che lo consegnò al governo britannico. Il duo Churchill-Eden sapeva quindi cosa stesse pensando il monarca e iniziò a preoccuparsi del suo ritorno. Per il momento, tuttavia, il problema non si pose:  il Principe Carlo , fratello minore del re, era rimasto in Belgio e aveva accettato la reggenza (20 settembre), mantenendo così in sospeso la Questione Reale e preservando l'unità nazionale.


Durante la fase finale dell'occupazione, il re non rispose nemmeno alle numerose aperture del governo di Londra. Ad esempio, nel novembre del 1943, il governo, guardando fiducioso al futuro, tentò di consegnare al monarca una lunga lettera contenente "rispettosi consigli" che avrebbero permesso a entrambe le parti di "risparmiare" senza perdere la faccia. Una volta riconquistati "la libertà e i diritti costituzionali", Leopoldo III poté confermare che il Belgio, nonostante la capitolazione dell'esercito, non aveva cessato di essere in guerra con il Reich e che avrebbe partecipato "in stretta cooperazione con gli Alleati" alla ricostruzione politica ed economica dell'Europa. Sarebbe stato inoltre dichiarato che i "cattivi belgi" che  avevano collaborato  sarebbero stati perseguiti e che la Costituzione e le libertà civili sarebbero state ripristinate, dimostrando così che il monarca non aveva mai nutrito tendenze autoritarie. Per dare a questo "buon consiglio" il peso necessario, Pierlot chiese al cognato, François De Kinder, di consegnare la lettera. La risposta fu breve e ambigua. Mentre Leopoldo III affermava che, contrariamente ad alcune voci "infondate", non aveva mai avuto intenzione di violare la Costituzione, sosteneva che il suo atteggiamento era comunque determinato dal suo status di prigioniero di guerra. Il  25 gennaio 1944  , tuttavia, Leopoldo III firmò un documento di natura completamente diversa, probabilmente elaborato con uno stretto collaboratore, il generale  Van Overstraeten . Questo "Testamento di Leopoldo III" dimostrava che non si era lasciato impressionare dagli sviluppi mondiali a partire  dall'estate del 1940.  Nessun segno di solidarietà con il governo Pierlot, nessun elogio per gli Alleati o la Resistenza. Riguardo al futuro ordine mondiale, prevedeva un immediato ritorno alla politica indipendentista, anche con l'esito noto di tale politica. Sul piano interno, affermò che le legittime rivendicazioni fiamminghe, troppo a lungo trascurate, dovevano essere prese in considerazione.

La caduta della Germania nazista alla fine di aprile del 1945 sembrò rendere possibili la liberazione e il ritorno di Leopoldo III; le lingue si sciolsero, soprattutto a sinistra. Il 28 aprile, il comunista Le Drapeau Rouge ne chiese l'abdicazione, seguito il 4 maggio dai socialisti del Peuple, seppur in modo meno radicale. Mentre Leopoldo III veniva liberato dagli americani a Strobl, in Austria, il 7 maggio, fu formato un Comitato di Vigilanza anti-leopoldino, composto da comunisti, socialisti, liberali di sinistra e rappresentanti studenteschi dell'ULB.

Durante una riunione di gabinetto dell'8 maggio, presieduta dal socialista Achille Van Acker, le linee di frattura per i successivi cinque anni sembravano essere state delineate. Il Partito Popolare Cristiano voleva il ritorno incondizionato del monarca, compresi i suoi poteri costituzionali; i comunisti chiedevano l'abdicazione immediata; e i socialisti propendevano maggiormente per un'abdicazione differita e onorevole. I liberali, d'altra parte, si sarebbero accontentati di un "passo indietro rispetto alla persona del re", che equivaleva alla posizione socialista.

Il 9, 10 e 11 maggio si tenne a Strobl un primo incontro tra il re, il reggente e una delegazione ministeriale. Nonostante i tentativi di riconciliazione di Van Acker, il processo giunse a un punto morto. Il monarca, che tra l'altro non andava d'accordo con il fratello, si rifiutò di comprendere che riconquistare tutti i suoi poteri costituzionali non fosse facile. Le tensioni aumentarono e Leopoldo III acconsentì a rinviare il suo ritorno di un mese. Un ulteriore tentativo, il 18 giugno, non riuscì a riportare la necessaria calma. Van Acker si rifiutò di assumersi la responsabilità del ritorno a Bruxelles. Un nuovo ciclo di consultazioni a Sankt-Wolfgang e successivamente a Prégny non diede alcun risultato e il 14 luglio Leopoldo III fu costretto a concludere che non era possibile formare un governo con la maggioranza in entrambe le camere, poiché solo la famiglia cristiana si opponeva all'abdicazione.

Mentre l'unione nazionale continuava a disintegrarsi, il 19 luglio 1945, una maggioranza in parlamento emerse per redigere una "legge di blocco" che avrebbe congelato la situazione e impedito l'irreparabile. Furono imposte condizioni più stringenti per bloccare qualsiasi ulteriore tentativo del monarca di tornare al potere: la fine dell'impossibilità di governare sarebbe stata possibile solo con l'approvazione di una maggioranza nelle camere riunite.

Significò la fine dell'unione nazionale: il 2 agosto 1945 i ministri socialdemocratici lasciarono il governo... I diplomatici britannici e americani non furono scontenti: secondo loro il ritorno del re avrebbe preannunciato un periodo di disordini, mentre la guerra civile in Grecia era già abbastanza problematica.

In breve, durante la reggenza, la "Questione Reale" divenne un problema latente, più spesso dibattuto sulla stampa che nelle piazze. Ciononostante, i comunisti cercarono di mantenere la questione al centro dell'attenzione attraverso comitati per la cooperazione democratica, sotto la loro guida discreta e con la partecipazione di elementi dei partiti democratici di sinistra e della società civile. D'altro canto, emersero diversi gruppi monarchici e gruppi a destra del PSC-CVP (Mouvement Léopold, Raggruppamento Nazionale Belga, Movimento Monarchico Costituzionale, Alleanza LIII, ecc.). Il Congresso dell'Heysel – o "Congresso Nazionale per la Risoluzione della Questione Reale" – del 23 novembre 1947, segnò senza dubbio l'apice del loro attivismo. Un piccolo comitato esecutivo, presieduto da Van Zeeland e sostenuto da De Vleeschauwer, ne tirò le fila. In sostanza, si trattò di una risposta a una serie di articoli di Pierlot su Le Soir, che presentavano la versione dei fatti da parte dei "londinesi". Ma con i suoi quindicimila partecipanti, principalmente di lingua olandese, il Congresso dell'Heysel fece un ulteriore passo avanti e indisse un referendum. L'idea non era nuova. Emerse nel gennaio del 1946, ma fu respinta dalla maggior parte delle forze di sinistra. Il 22 giugno 1948, il re la sollevò di nuovo, ma invano. I cauti nel mondo politico vedevano un rischio di divisione. Ma a ogni elezione, che si rivelò un successo per il campo cristiano, le opinioni cambiarono. Infine, la proposta fu accettata il 16 ottobre 1949 dal governo cristiano-democratico/liberale di Gaston Eyskens, ma approvata dalla Camera dei rappresentanti solo l'8 febbraio 1950. Dal suo soggiorno in Svizzera, Leopoldo III annunciò tramite la sua segreteria che non avrebbe ripreso le sue funzioni a meno che il 55% degli elettori non avesse votato a favore del ritorno.


Sfilata socialista con il ritratto del principe Carlo

Il 12 marzo 1950, il popolo parlò, ma la situazione non si schiarì del tutto. Alla domanda se il re potesse esercitare di nuovo pienamente i suoi diritti costituzionali, il 57,68% votò SÌ. Una ripartizione regionale di queste cifre, tuttavia, lasciò perplessi. Mentre nelle Fiandre, che avevano il maggior numero di abitanti, il 72% votò sì, nella Vallonia industriale questa percentuale fu solo del 42% e a Bruxelles del 48%. Tutti i distretti fiamminghi votarono a favore del ritorno con una maggioranza di almeno due terzi. I casi estremi furono Roeselare e Turnhout (85 e 84% di "sì"), seguiti immediatamente da Tongeren (84%) e Hasselt (82%). Solo il distretto di Anversa se la cavò peggio, con "solo" il 63% di elettori monarchici. In Vallonia, il distretto di Arlon si è rivelato il più monarchico, con il 66% degli elettori che hanno votato "sì", seguito da Neufchâteau (65%), Dinant (60%) e Verviers (60%). Tuttavia, il distretto semi-rurale di Namur ha votato "no" con il 51%, Liegi con il 65%, Charleroi con il 67% e Mons con il 69%. Un'analisi più approfondita mostra che la Questione Reale non seguì interamente le linee di partito. Mentre la maggior parte dei sostenitori del re era cristiana, anche i liberali di "destra" si dimostrarono favorevoli. Per inciso, il voto "sì" fu superiore del 10% rispetto ai risultati del CVP-PSC nelle elezioni del giugno 1950. Un'altra osservazione: le principali regioni industriali votarono "no".

Con questi risultati in mente, i cattolici più moderati (Eyskens, Van Cauwelaert, de Lichtervelde ) e un buon numero di cristiano-democratici ( Delfosse , Fosty, Carton de Wiart) ritenevano che un "onorevole passo da parte" potesse essere la soluzione migliore. Ma gli "ultras" della loro famiglia politica, guidati da Van Zeeland e De Vleeschauwer, la pensavano diversamente.

I moderati esitarono, soprattutto dopo il fallimento del governo Devèze e di una "soluzione di coesione nazionale". I liberali continuarono a sostenere un ritorno condizionato del monarca, possibilmente sotto forma di un trasferimento dei poteri al figlio, il principe Baldovino. Tuttavia, ci volle del tempo prima che capissero che Leopoldo III desiderava ancora un ritorno incondizionato, sostenuto in questo dagli ultras del CVP-PSC. Nel frattempo, gli oppositori trovarono una seconda linfa attraverso un "Comitato permanente del Congresso nazionale vallone" (18 marzo 1950), un'"Azione della Comune vallone" (20 marzo 1950) e una mobilitazione degli elementi più attivi dei sindacati socialisti sotto la guida di André Renard (22-24 marzo 1950).

La maggior parte dei parlamentari cristiani rimase cieca a queste minacce e spinse per una resa dei conti. Nel breve termine, la situazione politica sembrò dar loro ragione: grazie alle nuove elezioni del 4 giugno 1950, si assicurarono la maggioranza dei seggi sia alla Camera dei Rappresentanti che al Senato, con "solo" il 47,6% dei voti. Il Principe Reggente temeva ora il peggio e gettò la spugna due giorni dopo. La famiglia cristiana decise di agire da sola e, l'8 giugno, formò una sorta di "governo di battaglia", paradossalmente guidato da un politico vallone piuttosto moderato, Jean Duvieusart, avvocato di Charleroi e sindaco di Frasnes-lez-Gosselies. Un "intransigente" Albert De Vleeschauwer divenne Ministro degli Interni.

Dopo negoziati disperati e tattiche dilatorie, la fine dell'incapacità del governo di governare fu approvata il 19 luglio. Fu deciso che il monarca sarebbe tornato subito dopo la festa nazionale. Detto, fatto: alla data concordata, Leopoldo III sbarcò a Evere e poi arrivò al castello di Laeken, ricoperto di fiori. Ma il ritorno si rivelò l'inizio di una massiccia agitazione con scioperi e manifestazioni, principalmente nella Vallonia industriale e, in misura minore, a Bruxelles. Il movimento era iniziato il 24 luglio, dopo un fallimento della riunione del Consiglio della Corona – senza liberali e socialisti – e avrebbe raggiunto il suo apice il 30 e 31 luglio, con centinaia di migliaia di partecipanti quella settimana. Le autorità, preoccupate, notarono anche che alcune forze di polizia locali nelle principali città valloni stavano lasciando correre. Il 28 luglio iniziò a circolare la voce – vera o falsa – che a breve sarebbero stati convocati gli Stati Generali Valloni. Fu in questo contesto di tensione sempre crescente che si verificò la "tragedia di Grâce-Berleur", un raduno di lavoratori nel bacino di Liegi. Il 30 luglio, verso le 17:00, una manifestazione anti-leopoldina fu interrotta quando una folla agitata attaccò una piccola unità di gendarmeria giunta per indagare sulla violazione del divieto di manifestazione. La gendarmeria fu respinta e aprì il fuoco per liberarsi. Il bilancio: tre morti e un ferito, che morì pochi giorni dopo.

Per molti politici, ormai era sufficiente. Nonostante l'esitazione e la resistenza del monarca, i ministri cristiani più illuminati volevano evitare avventure e – chissà perché – la guerra civile e accettarono la mediazione della Confederazione Nazionale dei Prigionieri Politici e dei Titolari di Diritti, fondata dal Democristiano Nicolas Monami. Per lui, la sfida ora era "salvare il Belgio ed evitare la rivoluzione". Un incontro teso ebbe luogo nella notte tra il 30 e il 31 luglio. Il risultato: per "sdrammatizzare la situazione", il re accettò di farsi da parte in favore del Principe Baldovino, a condizione che la riconciliazione nazionale fosse raggiunta attorno a lui. Nonostante la continua riluttanza di Leopoldo III, il giorno seguente si raggiunse un accordo tra cattolici, liberali e socialisti, sebbene senza i comunisti, che avevano già subito un netto declino.

Sembrava che la pagina fosse stata voltata. Con grande sollievo della dirigenza socialista, poco interessata a una "rivoluzione", non ci fu alcuna "Marcia su Bruxelles". Gli anti-leopoldisti più radicali si sentirono traditi – avevano tuttavia chiesto più di una "abdicazione differita" – e anche all'interno del Partito Popolare Cristiano ci furono disordini perché una parte della base accusava la dirigenza di non aver difeso adeguatamente il trono. Nelle Fiandre, si levarono voci contro la Vallonia "marxista" che, con la sua feroce resistenza al monarca, aveva, se non annullato il referendum, almeno imposto la volontà di una minoranza attraverso minacce e rivolte.

Durante una sessione piuttosto turbolenta delle Camere unite, l'11 agosto 1950, il Principe Reale Baldovino prestò giuramento di fedeltà alla Costituzione e assunse la carica reale. Il suo discorso fu interrotto dalle grida di "Viva la Repubblica!" attribuite a Julien Lahaut, presidente del Partito Comunista del Belgio. Lahaut fu assassinato in patria pochi giorni dopo. Il Principe Reale avrebbe dovuto attendere la maggiore età, il 17 luglio 1951, per diventare Re Baldovino. Dietro le quinte, Leopoldo III continuò a offrirgli preziosi consigli...

Bibliografia

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