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giovedì 9 luglio 2026

I funerali di Ali Khamenei a Karbala

 


Nella città santa sciita di Karbala, dove ai funerali di Khamenei si promette vendetta

di Laura Silvia Battaglia, Karbala (Iraq)
In Iraq solo gli uomini delle Forze 
di mobilitazione popolare hanno l’onore di portare sulle loro spalle la bara della Guida suprema. Intanto Baghdad ha ordinato il disarmo delle milizie entro il 30 settembre
Avvenire, 9 luglio 2026


Quando i tre feretri della famiglia Khamenei compaiono dal fondo del santuario dell’imam Ali, migliaia di braccia si protendono verso l’alto. Sono due per ogni fedele: una è tesa nella dichiarazione di fedeltà, l’altra regge un telefonino per immortalare, in diretta o in differita, l’estremo saluto. Il grido è unico, potente e non lascia spazio ad alcun dubbio: «Labayk, ya Hussein», ossia: «Sono qui, pronto al tuo servizio, o Hussein». In mezzo a questa selva di
braccia e di mani, qualcuna, oltre al telefonino, regge anche la “misbaha”, il rosario islamico,
segno che l’attesa del feretro qui, al santuario, è stata lunga e che chi lo ha in mano ha pregato parecchio per il defunto. «Allah Yarhmo», «Che Allah abbia misericordia di lui», sussurra tra le lacrime Ali al-Tariqi, sessant’anni, che è arrivato a piedi la sera prima da al-Jariha, un villaggio appena fuori dalla città irachena che già ieri sera era presa d’assalto dai pellegrini. «La sua
morte è segno dei tempi, è monito per noi, è certezza della sua statura», afferma convinto,
prima di buttarsi nella mischia dei “lamentatori”. Intanto, le pareti interne del santuario
al-Abbas, coperte da 5milioni di tessere di specchio, si sono colorate improvvisamente di rosso, dall’alto, di lato, intorno al perimetro delle finestre geometriche, chiamate “gireh”. E si
alternano al verde, colore dell’islam, e al nero, simbolo della battaglia di Karbala, sugli
striscioni e sui manifesti che rammentano da giorni, qui in Iraq, l’evento.

Non c’è alcuno spazio per muoversi né nei corridoi che danno alla sezione più interna, né nella zona destinata ai media. «Abbiamo circa 4mila e 300 operatori» dice Saad Maan, il portavoce
del Comitato supremo che presiede le celebrazioni, di cui mille stranieri, provenienti da Paesi
non occidentali. Tra questi Maan conteggia anche gli influencer delle piattaforme social più popolari, invitati dal governo iraniano a partecipare al tour delle celebrazioni, da Teheran a Mashad. «Solo a Najaf sono arrivate venti stazioni di televisioni che operano via satellite per seguire la diretta senza interruzioni», precisa. Quasi nessuna donna è stata accreditata perché,
da sempre, alle donne è consentito sì l’accesso alla tomba dell’imam Ali, ma solo dal lato posteriore, e la cerimonia si svolge dal lato principale, dove entrano solo gli uomini. Per questo, i broadcaster hanno schierato impiegati e inviati uomini, per riuscire a seguire il feretro fino alla zona più riservata. Tutti vogliono pregare per lui, il nobile (“sayeed”) ayatollah Ali Khamenei, e possibilmente toccare il feretro. Ma solo a pochi – tutti militanti nelle Forze di Mobilitazione Popolare (Hashd Al-Shaabi), le milizie sciite irachene che hanno l’esclusivo controllo della sicurezza dell’evento – è concesso il massimo onore di portare il feretro della Guida suprema
a spalla.
Noi, dopo l’ultimo varco, ci accontentiamo di uno schermo della televisione del santuario,
Karbala tv, che trasmette le immagini della cerimonia nella zona interdetta, e di raccontare la devozione delle donne. Da Jisr Diyala, la zona di Baghdad con il numero più significativo di
abitanti che si identificano nello sciismo duodecimano militante e fedele ai pasdaran iraniani,
arriva Aisha al-Basri, 25 anni, le sopracciglia folte e il sorriso fiero e triste, allo stesso tempo, mentre prega: «Sayyed Khamenei, che Allah gli garantisca i suoi giardini, così come spero sia stato per mio fratello Hussein che è morto nel 2017 nel Nord dell’Iraq, combattendo contro
Daesh, lo Stato islamico!». Il fratello di Aisha è uno tra i 20mila iracheni che persero la vita
dopo avere aderito alla chiamata del grande ayatollah di Najaf, Ali al-Sistani, che nel 2014
chiamò a raccolta i fedeli per mobilitarsi contro il terrorismo sunnita. Il Sud del Paese, da alcuni giorni, è nelle loro mani e in quella di tutte le altre milizie filo-iraniane che hanno negoziato il controllo e 
la completa gestione dell’evento con le autorità religiose dei due santuari, di Najaf e Karbala, da cui il feretro di Khamenei e dei suoi familiari è passato. Esigenze di sicurezza che
si tramutano 
in paranoia specialmente nel controllo dei passaporti stranieri, soprattutto dopo le dichiarazioni di Netanyahu, su possibili obiettivi da colpire durante le celebrazioni. Sta di fatto
che
dell’esercito regolare iracheno non c’è quasi traccia. 

È la prima volta che succede ed è significativo che accada in un momento in cui il nuovo primo ministro Ali al-Zaidi, un giovane imprenditore fortemente gradito agli Stati Uniti e prossimo a un viaggio a Washington, abbia inaugurato una campagna anti-corruzione nel Paese e rimarcato,
con ultima data utile il prossimo 30 settembre, la necessità per le milizie di disarmarsi. Intanto,
i 230mila iscritti alle cinquanta sigle dell’ombrello delle Forze di Mobilitazione Popolare –
Brigate Imam Ali, Khataib Hezbollah, Asaib Ahl al-Haq tra le tante – fanno di tutto per rendersi visibili durante i funerali: tra i più di 2milioni di iracheni, arrivati qui sotto i 47 gradi dell’estate
della Mesopotamia, i miliziani indossano la divisa militare con orgoglio, fanno gruppo e
mostrano il loro lato più devozionale, lanciando getti di acqua fresca sulla folla e offrendo pasti
ai pellegrini: pane, yogurth, carne. Ma, se ci fosse qualche dubbio sugli obiettivi reali,
contribuisce a fugarlo sheikh Qais al-Khazali, leader spirituale delle Asaib Ahl al-Haq che, oltre
a definire Khamenei «il portabandiera della verità nel nostro tempo», ricorda che non si può abbassare la guardia: «Ci vendicheremo dei criminali», tuona, affinché il messaggio venga recapitato forte e chiaro. Intorno, tutti annuiscono con soddisfazione. Qui, a Karbala, non c’è nemmeno bisogno di gridare: «Morte a Israele». La folla è già d’accordo.


domenica 15 giugno 2025

Regina dei deserti



Studiosa d'archeologia ed esploratrice inglese (Washington, contea di Durham, 1868 - Baghdād Studiosa 1926), dal 1900 in poi viaggiò a lungo in Asia Minore percorrendo contrade ancora poco note, soprattutto tra la Palestina e l'Iraq, e compiendo importanti ritrovamenti archeologici (The desert and the sown, 1907; Amurath to Amurath, 1911). Ebbe attiva parte nell'organizzazione politica e culturale del nuovo regno dell'Iraq. (Treccani)


Gertrude Bell amava viaggiare da sola, in regni inospitali, cruenti, camuffandosi con le vesti dei beduini. Così, era riuscita a entrare nelle grazie dei Drusi, a emergere per audacia tra gli emiri, a scoprire rovine di chiese dissacrate, templi disossati, mutili, su cui albeggiava la polvere, il millenario obolo all’oblio. Nata nella contea di Durham da famiglia benestante – il nonno era magnate del ferro e imprenditore nel carbone – Gertrude Bell fece del Medio Oriente la propria liturgia privata: Aleppo, Alessandretta, Gerusalemme, Antiochia furono il suo salotto; preferiva le città perdute, i viaggi senza speranza, le avventure meridiane. Amava i deserti pietrificati e il loro contrappunto, le montagne, perché comunque di ascensione si tratta: tra il 1899 e il 1904 conquistò la Meije, il Monte Bianco e diverse cime dell’Oberland, inaugurando nuovi sentieri; nell’agosto del 1902 restò sospesa, in corda, sul Finsteraarhorn, falciata da una tempesta di grandine, per un giorno e mezzo: rischiò la vita e ciò la costrinse a riprendere a scalare con maggior vigore.

Non vide roveti ardenti, non descrisse trasfigurazioni, non aveva timore del digiuno, la paura, per lei, era un conforto, un eccitante. Stava a suo agio con le genti del deserto, irriconoscibile; quando i generali dell’impero britannico la convocavano per sapere qualcosa di quei mondi, pericolosi, fanatici, famelici, pura pupilla di un dio violento, lei si presentava ai party elegantissima. Nelle fotografie è spesso circondata da uomini in divisa: la sua bellezza è stranita, ostile. Di certo, destava timori. “Partita da Aleppo, sola, fece un viaggio lungo il medio Eufrate e per il paese malsicuro di Deleim, fino al castello di Ukhaidir, rudero imponente in mezzo al deserto; poi, per Kerbela e Babilonia si recò a Baghdād, proseguendo l’esplorazione dei monumenti architettonici nell’alta valle del Tigri, e nella regione curda di Tur Abelin” (Filippo De Filippi).

Conobbe T.E. Lawrence a Karkemiš, in Siria, nel 1910, mentre scavava per conto del British Museum; lei vagava da tre anni lungo l’Eufrate, impegnata a disseppellire lacerti di civiltà millenarie. Parlarono degli Ittiti, intuì, in Lawrence, l’ansia del mitomane, l’entusiasmo della falena, dell’eroe nottambulo. Ingabbiati dalle spire tentacolari dell’Impero britannico, che li arruolò, entrambi, nell’intelligence, durante la Prima guerra, agirono in Arabia, Palestina, Siria – Lawrence –, in Persia – la Bell. Indifferenti alle mire coloniali inglesi*, fautori di un governo dei popoli, indipendenti, entrambi uscirono dal groviglio della guerra traditi, sconfitti, infelici. Lawrence divenne un’icona, e sparì; Gertrude lavorò con energia da ossessa, praticando la via di un inquietante martirio, col contrappunto di ambizioni contraddittorie. Entrambi venivano da Oxford – la Bell con un carnet di risultati ben più eccellenti di Lawrence –, entrambi amavano i classici, tradotti con sapienza extracanonica: Lawrence scoprì l’Odissea durante la missione (specchio di un esilio interiore) in Pakistan; il primo lavoro di Gertrude Bell è la traduzione dei Poems from the Divan of Hafiz (1897), il poeta più importante della letteratura persiana. Il lavoro, miliare – di cui forniamo in questa pagina alcuni esempi –, ha interessi stratificati: Gertrude Bell descrive la sapienza del sommo Hāfez rispecchiando la propria:

“È inutile interpretare la poesia di Hāfez come totalmente mistica o compiutamente logica. Egli ha scritto del mondo come lo vedeva. Nella sua esperienza privata, il piacere e la religione, l’eros e la preghiera sono i motivi principali di ogni azione umana; non ignorò né l’uno né l’altra. Dal nostro punto di vista, occidentale, la sua filosofia pare essere questa: di nulla siamo certi se non del desiderio. Ciascuno si metterà alla cerca del proprio oggetto del desiderio in modo diverso; ricerca infinita, impossibile; fatica non priva di compensi lungo la via, comunque. D’altronde, Chi può sondare i segreti del velo? Come molti saggi, avventati e coraggiosi, anche io credo, inseguendo il poeta, che bisogna fidarsi sbadatamente della speranza più vasta”.

Considerata alla stregua di un genio, figura priva di epigoni, ha scritto diversi libri – The Desert and the Sown; Mountains of the Servants of God; Amurath to Amurath – pubblicati, in Italia, da rari editori, senza troppo clamore (da Elliot e da Nuova Editrice Berti). Di recente, Penguin ha pubblicato un repertorio degli scritti di Gertrude Bell come A Woman in Arabia. The Writings of the Queen of the Desertsulla scia del film di Werner Herzog, Queen of the Desert (2015), con Nicole Kidman: che sia il suo più brutto, qui, poco importa. Piuttosto, uno dei libri più estremi di Gian Ruggero Manzoni, Ultramodum, cresce sotto la tutela di Gertrude Bell. Di lei, Manzoni, esecutore di esoterismo, disse così:

“La Bell faceva parte di una famiglia altolocata, era, stupendamente, di un antifemminismo viscerale, nonché contraria al voto alle donne, infatti, da misogina, era convinta che nessuna femmina fosse all’altezza di un maschio… nessuna donna, ovviamente eccetto lei… inoltre eccelleva in tutto, salvo che in simpatia. Agli occhi di parenti e amici era un’intellettuale snob, molto selettiva, molto elitaria, dotata di un’autostima esagerata e di un’alterigia che scoraggiava i corteggiatori, e i pochi che resistevano a quel suo mirabile carattere venivano respinti, bollati come noiosi e superficiali. Cavalcava come un uomo, vestita con kefiah e soprabito, portava la pistola nella fondina ascellare e i berberi, una volta da lei raggiunti l’Africa e il Medio Oriente, la chiamavano, con deferenza, “El Khatun”, cioè “La Signora”. Il grande successo della Bell fu però la creazione, a tavolino, dell’Iraq. Quando la Prima Guerra Mondiale finì, prese penna, calamaio, squadra e riga, fu proprio Gertrude a tracciare i confini di uno Stato che prima non c’era, sostenendo gli interessi dell’Inghilterra. Divenuta direttrice del Museo Archeologico di Baghdad, una sera, tre giorni prima del suo cinquantottesimo compleanno, ingurgitata una forte dose di sonniferi tracannati con del brandy, si addormentò, per non svegliarsi più. I funerali si svolsero alla presenza di una folla immensa. Il rapporto compilato dalle autorità parlò di morte per cause naturali, ma le ultime lettere di Gertrude testimoniano la sconcertante depressione che l’aveva catturata. Era stata messa da parte dopo essere stata usata, e per una come lei non fu possibile accettarlo”.

Non si è sposata, non ha avuto figli, Gertrude Bell; non desertificò le proprie relazioni, epiche, come candele nella notte. Le lettere – pubblicate, in parte, insieme ai diari, dal “Gertrude Bell Archive” della Newcastle University – testimoniano amori in dissolvenza, arditi, per lo più epistolari. Più di tutti, la Bell amò il colonnello Charles Doughty-Wylie, forse perché tutto li divideva. Quando gli scrisse questa lettera – in verità, lunghissima – aveva da poco attraversato, da sola, il deserto del Nefud, è il 24 marzo del 1914:

“Cuore del mio cuore, le tue lettere, otto, dilagano nella mia anima, parola per parola. Una donna ha mai ricevuto parole simili dacché il mondo è stato creato? Mi bloccano le lacrime, l’amarezza cede allo stupore, alla gioia – desisto dall’annoiato desiderio umano per la verità autentica, preferisco l’autentico fischio dei fantasmi, il rischio dei sogni. Oggi mi sono chiesta se abbia ancora senso andare fino in fondo, fondere la propria anima in quella di un altro. Ti ho incontrato venendo dal deserto; nelle settimane in cui non potevo scriverti, il pensiero di te giaceva nelle segrete della mia mente, coperto dalle sabbie d’Arabia… Mi sono svegliata prima dell’alba, un’abitudine rinforzata dall’emozione di leggerti. Ho acceso la lampada, ti leggo. Le campane di una chiesa – credo che diventerò cristiana grazie a te, per praticare una via in cui passione e devozione abbiano la stessa entità. Eppure, sei tu la mia sponda, il mio paradiso. L’alba rosata tocca le palme del Tigri. Non sono diversa da ogni altra donna, non sono migliore né più saggia, non sono meno buona né meno saggia di altre. Ma sono la donna per te, come tu sei l’uomo per me… e quando il mio desiderio si muta in progetti meschini, crudi rancori, rabbie incrociate, soffialo via da te, salvami, confortami, annienta le lamentele meschine, come i mondi imperfetti vengono sbriciolati dal respiro di Dio”.

La tenerezza e l’abbandono sono oro per chi ha abbandonato tutto. Spoglia di tutto, Gertrude non riuscì più a ricucire il divario tra deserto e mondo, rigore e macchinazione, velo e menzogna. Morì il 12 luglio del 1926; il suo amato Charles era morto a Gallipoli, nell’aprile del 1915, dopo aver condotto un’offensiva presso Capo Helles: l’impresa riuscì, un cecchino gli fracassò il viso.

https://www.pangea.news/gertrude-bell-regina-deserti-hafez/
Non era per nulla ingegneria utopistica: quel che Storrs stava proponendo era una confederazione di Egitto, Palestina e penisola arabica (magari con un piccolo stato ebraico incorporato) come protettorato si Sua Maestà, presieduto dal governatore del Cairo. Ciò in quanto gli arabi erano comunque ritenuti incapaci di governarsi da soli. Tale era il parere di un'affascinante, interessante signora dello Yorkshire studentessa di Oxford, scaletrice, archeologa, diplomatica ufficiosa e un po' spia. E si allude - a chi altri sennò? - alla divina, leggendaria Gertrude Bell. (Franco Cardini, Lawrence d'Arabia, Sellerio 2019, pp. 100-101)


venerdì 22 maggio 2015

La chiave del consenso all'Isis

Lorenzo Cremonesi
il consenso che alimenta la forza dell’Isis
Corriere della Sera, 22 maggio 2015




Sono stati dati quasi per sconfitti tante volte, salvo poi scoprire puntualmente che i guerriglieri di Isis restano più che mai vivi e aggressivi. Lo tornano a dimostrare adesso le loro vittoriose avanzate su Ramadi in Iraq e Palmira in Siria.
E ciò per il fatto che noi occidentali ci siamo concentrati sugli aspetti più sanguinari, coreografici e «bombastici» della propaganda del Califfato. Dimenticandone spesso il radicamento politico tra le masse sunnite e i motivi profondi della loro popolarità. Volevano terrorizzarci e trovare nuove reclute con i loro video delle decapitazioni, dei massacri di prigionieri a sangue freddo, le promesse di jihad contro il «covo dei Crociati», Roma. E noi vi abbiamo creduto, altalenando così tra l’inquietudine spaventata e l’analisi autorassicurante delle loro debolezze. L’anno scorso, tra giugno e settembre, ci parevano inarrestabili. Poi vennero i raid americani, le offensive curde, le tenute di Bagdad e Damasco. Le loro sconfitte a Kobane e a Tikrit ci spinsero a cullarci nell’illusione che tutto sommato il problema fosse in via di soluzione.
Non è così. E questo per il fatto che i tagliagole di Abu Bakr al-Baghdadi e dei suoi eventuali successori (sempre che le voci del suo ferimento grave siano vere) sono soltanto la punta dell’iceberg. Il loro fanatismo terrificante trova spazio nell’area grigia e articolata del malcontento sunnita. In Iraq nasce dopo l’invasione americana e la defenestrazione di Saddam Hussein nel 2003, seguite dal crescente monopolio sul potere da parte degli sciiti sostenuti dall’Iran. In Siria ha radici più antiche e ha a che vedere con la frustrazione quarantennale della maggioranza sunnita contro la dittatura alawita (una setta sciita) guidata oggi da Bashar Assad.
Diventa evidente che Isis è parte integrante del molto più vasto conflitto civile tra sciiti e sunniti, misto alla guerra di religione e al braccio di ferro tra potenze regionali (di fronte alla rapida diminuzione dell’antica presenza Usa), che da quasi un decennio ormai lacera il Medio Oriente allargato. Si comprende allora che ridurre Isis a un mero fenomeno terrorista non solo non lo spiega, ma soprattutto non aiuta a combatterlo. I giovani esaltati che dall’Europa ne vanno a infoltire i ranghi e ne rilanciano le deliranti parole d’ordine sui social media sono certo pericolosi, ma tutto sommato marginali.
Occorre invece fare uno sforzo di comprensione delle ragioni sunnite e trovare risposta alle loro richieste politiche. Nelle ultime ore emergono per esempio le condizioni terribili in cui sono tenute le masse di profughi sunniti in fuga da Ramadi verso Bagdad e bloccati nel deserto dal governo del premier Haider al Abadi. Intanto a Najaf e Qarbala le milizie sciite affilano i coltelli. Non è difficile supporre che ciò rafforzerà il consenso per Isis.

venerdì 10 ottobre 2014

Fukuyama: la storia è ripartita. Se lo dice lui...

Francis Fukuyama: «La storia è ripartita (anche in Italia)
È la democrazia che ha perso velocità»

articolo di Massimo Gaggi
Corriere della Sera, 10 ottobre 2014

WASHINGTON Contrordine: la storia non è finita con la caduta del «muro di Berlino» e il conseguente, inevitabile trionfo della democrazia liberale, come aveva annunciato Francis Fukuyama nel suo saggio più celebre, pubblicato 25 anni fa. Ce ne eravamo accorti, direte voi. Ma ora ad ammetterlo è lo stesso politologo della Stanford University: «Lo so, a molti l’ipotesi della fine della storia è sembrata sbagliata o, quantomeno, bisognosa di una revisione. Io continuo a credere che l’idea di fondo sia corretta: in tutti questi anni un sistema politico alternativo alla democrazia liberale, capace di essere accettato e di diffondersi nelle principali aree del mondo, non è emerso. Ma è anche vero che il sistema liberaldemocratico non solo non ha trionfato ovunque, ma dà segni di decadenza in molte parti dell’Occidente e in modo particolare negli Stati Uniti: oggi registro limiti e involuzioni dei processi politici che non avevo visto nella festosa eccitazione del 1989».
Incontro Fukuyama a Washington dove è ospite di vari «think tank» nei quali si discute della revisione delle sue posizioni, così come le ha esposte in «Political Order and Political Decay» (Ordine politico e decadenza), il suo ultimo saggio.
Dal mondo arabo a Vladimir Putin, dalla Cina all’Iran, sono in molti a sfidare il modello basato sulla democrazia liberale, anche quando sembrano abbracciare le regole dell’economia di mercato.
«La mia analisi dell’89, poi tradotta in slogan, era una reazione alla profezia di Marx: la storia finirà nel socialismo. Niente affatto, dissi allora, finirà in un sistema fatto di economia liberale e istituzioni politiche democratiche. L’affermazione definitiva di questo sistema obiettivamente non c’è stata. Ma non sono emersi nemmeno modelli alternativi credibili: quelle che vengono dall’Islam radicale sono resistenze e reazioni alla modernizzazione. Quella di Putin è una battaglia antistorica che il presidente russo può combattere — oggi e non so per quanto tempo ancora — grazie alla posizione di preminenza che Mosca occupa nel mercato energetico europeo. Quanto può durare? Quello governato dal Cremlino è un sistema fragile, che non attira nessuno che non parli russo. Solo la Cina, con la sua autocrazia efficiente, potrebbe proporsi come modello alternativo. Ma anche lì ci sono grosse nubi: con l’automazione e il rallentamento dell’economia, la disoccupazione di massa non risparmia più nemmeno il gigante asiatico. Nel quale, intanto, si rafforza un ceto medio sempre più vasto: si accontenterà di vivere in una dittatura altamente produttiva o chiederà libertà e democrazia? Vedremo. Per me i problemi principali sono all’interno delle democrazie occidentali. Soprattutto quella Usa, profondamente malata».
Eppure abbiamo sempre considerato quello americano — presidenzialismo più «checks and balances» — un sistema capace di decidere ma anche di evitare gravi abusi dell’esecutivo.
«Quell’equilibrio è andato in fumo con la polarizzazione della politica americana. La democrazia si è trasformata in “vetocrazia”. Non solo per il “muro contro muro” tra repubblicani e democratici: le lobby hanno acquisito una capacità crescente di usare i meccanismi di controllo che bilanciano il presidenzialismo per tenere in ostaggio le istituzioni. A questo punto funzionano meglio i sistemi parlamentari europei».
Nel suo libro, però, lei è severo anche con l’Europa. E dedica un capitolo molto amaro all’Italia.
«Le difficoltà dell’Europa le vedono tutti: un progetto incompiuto, economia asfittica, un sistema di tutele sociali che nell’immediato può attutire la crisi occupazionale, ma è sempre più insostenibile. Poi c’è l’Italia che è un caso a sé. Ricorda gli Stati Uniti del XIX secolo, soprattutto per via del sistema clientelare creato alla fine della Seconda Guerra mondiale dalla Democrazia Cristiana: allora un modo di mantenere un controllo elettorale, soprattutto al Sud, ed arginare l’avanzata del comunismo. Con tutte le degenerazioni successive che non devo certo raccontare a lei. Anche gli Stati Uniti nell’Ottocento e altri Paesi europei hanno vissuto vicende simili: un degrado del sistema politico che Max Weber ha chiamato “patrimonialismo”. Solo che gli Usa, dopo la Guerra civile, l’hanno corretto. Anche altri Paesi sono corsi ai ripari. L’Italia no: ha avuto un’occasione storica dopo la fine della Guerra fredda, vent’anni fa, ma Berlusconi l’ha gettata via. Non è servito nemmeno Bossi che con la Lega avrebbe dovuto rappresentare in modo ancor più forte le istanze di modernizzazione dei ceti medi, del mondo produttivo. Invece si è smarrito nel suo sterile populismo. Ora ci prova Renzi in condizioni ben più difficili: vedremo».
C’è chi critica il premier italiano perché, stretto tra le emergenze del debito pubblico e della disoccupazione, è partito dalle questioni istituzionali: Senato e sistema elettorale.
«Non mi sembra sbagliato, per quello che vedo da lontano. Per non finire nella spirale della decadenza, i sistemi politici liberali hanno bisogno di tre cose: uno Stato solido, governabile; istituzioni democratiche; il rispetto della legalità. Affrontando la questione del Senato (che negli Usa è all’origine della paralisi del Congresso, ma sono sistemi diversi) e la riforma della giustizia civile, Renzi guarda lontano a differenza di altri leader che investono il loro capitale politico cercando risultati immediati. Comunque vedo che si sta occupando anche di riformare il lavoro: un’agenda coraggiosa. Ma anche un’agenda obbligata dai vincoli europei, credo».
Per diffondere il liberalismo, dice lei, servono Stati forti, democrazia e legalità. Ma nel suo libro sembra che a volte il rafforzamento dello Stato venga per primo: secondo lei ha sbagliato Washington a puntare sulla democratizzazione anche dove, dalla Libia allo stesso Egitto, le condizioni ambientali erano molto difficili?
«Il caso libico ci dice che portare la democrazia dove non c’è uno Stato serve a poco. Ma bisogna tenere conto in modo pragmatico di tutti i fattori. Si può sostenere, ad esempio, che l’Iraq sia stato portato alle urne troppo presto. Ma era necessario dare legittimità agli attori politici. L’ayatollah Sistani, guida spirituale in Iraq, ebbe la saggezza di capirlo. Oggi a Bagdad paghiamo non la costituzione prematura di un governo autonomo, ma la sciagurata decisione del plenipotenziario Usa in Iraq, Paul Bremer, che 11 anni fa smantellò l’esercito iracheno».