Nella città santa sciita di Karbala, dove ai funerali di Khamenei si promette vendetta
Quando
i tre feretri della famiglia Khamenei compaiono dal fondo del
santuario dell’imam Ali, migliaia di braccia si protendono verso
l’alto. Sono due per ogni fedele: una è tesa nella dichiarazione
di fedeltà, l’altra regge un telefonino per immortalare, in
diretta o in differita, l’estremo saluto. Il grido è unico,
potente e non lascia spazio ad alcun dubbio: «Labayk, ya Hussein»,
ossia: «Sono qui, pronto al tuo servizio, o Hussein». In mezzo a
questa selva di
braccia e di mani, qualcuna, oltre al telefonino,
regge anche la “misbaha”, il rosario islamico,
segno che l’attesa
del feretro qui, al santuario, è stata lunga e che chi lo ha in mano
ha pregato parecchio per il defunto. «Allah Yarhmo», «Che Allah
abbia misericordia di lui», sussurra tra le lacrime Ali al-Tariqi,
sessant’anni, che è arrivato a piedi la sera prima da al-Jariha,
un villaggio appena fuori dalla città irachena che già ieri sera
era presa d’assalto dai pellegrini. «La sua
morte è segno dei
tempi, è monito per noi, è certezza della sua statura», afferma
convinto,
prima di buttarsi nella mischia dei “lamentatori”.
Intanto, le pareti interne del santuario
al-Abbas, coperte da
5milioni di tessere di specchio, si sono colorate improvvisamente di
rosso, dall’alto, di lato, intorno al perimetro delle finestre
geometriche, chiamate “gireh”. E si
alternano al verde, colore
dell’islam, e al nero, simbolo della battaglia di Karbala, sugli
striscioni e sui manifesti che rammentano da giorni, qui in Iraq,
l’evento.
Non
c’è alcuno spazio per muoversi né nei corridoi che danno alla
sezione più interna, né nella zona destinata ai media. «Abbiamo
circa 4mila e 300 operatori» dice Saad Maan, il portavoce
del
Comitato supremo che presiede le celebrazioni, di cui mille
stranieri, provenienti da Paesi
non occidentali. Tra questi Maan
conteggia anche gli influencer delle piattaforme social più
popolari, invitati dal governo iraniano a partecipare al tour delle
celebrazioni, da Teheran a Mashad. «Solo a Najaf sono arrivate venti
stazioni di televisioni che operano via satellite per seguire la
diretta senza interruzioni», precisa. Quasi nessuna donna è stata
accreditata perché,
da sempre, alle donne è consentito sì
l’accesso alla tomba dell’imam Ali, ma solo dal lato posteriore,
e la cerimonia si svolge dal lato principale, dove entrano solo gli
uomini. Per questo, i broadcaster hanno schierato impiegati e inviati
uomini, per riuscire a seguire il feretro fino alla zona più
riservata. Tutti vogliono pregare per lui, il nobile (“sayeed”)
ayatollah Ali Khamenei, e possibilmente toccare il feretro. Ma solo a
pochi – tutti militanti nelle Forze di Mobilitazione Popolare
(Hashd Al-Shaabi), le milizie sciite irachene che hanno l’esclusivo
controllo della sicurezza dell’evento – è concesso il massimo
onore di portare il feretro della Guida suprema
a spalla.
Noi, dopo l’ultimo varco, ci
accontentiamo di uno schermo della televisione del santuario,
Karbala
tv, che trasmette le immagini della cerimonia nella zona
interdetta, e di raccontare la devozione delle donne. Da Jisr Diyala,
la zona di Baghdad con il numero più significativo di
abitanti che
si identificano nello sciismo duodecimano militante e fedele ai
pasdaran iraniani,
arriva Aisha al-Basri, 25 anni, le sopracciglia
folte e il sorriso fiero e triste, allo stesso tempo, mentre prega:
«Sayyed Khamenei, che Allah gli garantisca i suoi giardini, così
come spero sia stato per mio fratello Hussein che è morto nel 2017
nel Nord dell’Iraq, combattendo contro
Daesh, lo Stato islamico!».
Il fratello di Aisha è uno tra i 20mila iracheni che persero la vita
dopo avere aderito alla chiamata del grande ayatollah di Najaf, Ali
al-Sistani, che nel 2014
chiamò a raccolta i fedeli per mobilitarsi
contro il terrorismo sunnita. Il Sud del Paese, da alcuni giorni, è
nelle loro mani e in quella di tutte le altre milizie filo-iraniane
che hanno negoziato il controllo e la completa gestione dell’evento
con le autorità religiose dei due santuari, di Najaf e Karbala, da
cui il feretro di Khamenei e dei suoi familiari è passato. Esigenze
di sicurezza che
si tramutano in paranoia specialmente nel controllo
dei passaporti stranieri, soprattutto dopo le dichiarazioni di Netanyahu, su possibili obiettivi da colpire durante le celebrazioni.
Sta di fatto
chedell’esercito regolare iracheno non c’è quasi
traccia.
È la prima volta che succede ed è
significativo che accada in un momento in cui il nuovo primo ministro
Ali al-Zaidi, un giovane imprenditore fortemente gradito agli Stati
Uniti e prossimo a un viaggio a Washington, abbia inaugurato una
campagna anti-corruzione nel Paese e rimarcato,
con ultima data utile
il prossimo 30 settembre, la necessità per le milizie di disarmarsi.
Intanto,
i 230mila iscritti alle cinquanta sigle dell’ombrello
delle Forze di Mobilitazione Popolare –
Brigate Imam Ali, Khataib
Hezbollah, Asaib Ahl al-Haq tra le tante – fanno di tutto per
rendersi visibili durante i funerali: tra i più di 2milioni di
iracheni, arrivati qui sotto i 47 gradi dell’estate
della
Mesopotamia, i miliziani indossano la divisa militare con orgoglio,
fanno gruppo e
mostrano il loro lato più devozionale, lanciando
getti di acqua fresca sulla folla e offrendo pasti
ai pellegrini:
pane, yogurth, carne. Ma, se ci fosse qualche dubbio sugli obiettivi
reali,
contribuisce a fugarlo sheikh Qais al-Khazali, leader
spirituale delle Asaib Ahl al-Haq che, oltre
a definire Khamenei «il
portabandiera della verità nel nostro tempo», ricorda che non si
può abbassare la guardia: «Ci vendicheremo dei criminali», tuona,
affinché il messaggio venga recapitato forte e chiaro. Intorno,
tutti annuiscono con soddisfazione. Qui, a Karbala, non c’è
nemmeno bisogno di gridare: «Morte a Israele». La folla è già
d’accordo.

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