giovedì 9 luglio 2026

I funerali di Ali Khamenei a Karbala

 


Nella città santa sciita di Karbala, dove ai funerali di Khamenei si promette vendetta

di Laura Silvia Battaglia, Karbala (Iraq)
In Iraq solo gli uomini delle Forze 
di mobilitazione popolare hanno l’onore di portare sulle loro spalle la bara della Guida suprema. Intanto Baghdad ha ordinato il disarmo delle milizie entro il 30 settembre
Avvenire, 9 luglio 2026


Quando i tre feretri della famiglia Khamenei compaiono dal fondo del santuario dell’imam Ali, migliaia di braccia si protendono verso l’alto. Sono due per ogni fedele: una è tesa nella dichiarazione di fedeltà, l’altra regge un telefonino per immortalare, in diretta o in differita, l’estremo saluto. Il grido è unico, potente e non lascia spazio ad alcun dubbio: «Labayk, ya Hussein», ossia: «Sono qui, pronto al tuo servizio, o Hussein». In mezzo a questa selva di
braccia e di mani, qualcuna, oltre al telefonino, regge anche la “misbaha”, il rosario islamico,
segno che l’attesa del feretro qui, al santuario, è stata lunga e che chi lo ha in mano ha pregato parecchio per il defunto. «Allah Yarhmo», «Che Allah abbia misericordia di lui», sussurra tra le lacrime Ali al-Tariqi, sessant’anni, che è arrivato a piedi la sera prima da al-Jariha, un villaggio appena fuori dalla città irachena che già ieri sera era presa d’assalto dai pellegrini. «La sua
morte è segno dei tempi, è monito per noi, è certezza della sua statura», afferma convinto,
prima di buttarsi nella mischia dei “lamentatori”. Intanto, le pareti interne del santuario
al-Abbas, coperte da 5milioni di tessere di specchio, si sono colorate improvvisamente di rosso, dall’alto, di lato, intorno al perimetro delle finestre geometriche, chiamate “gireh”. E si
alternano al verde, colore dell’islam, e al nero, simbolo della battaglia di Karbala, sugli
striscioni e sui manifesti che rammentano da giorni, qui in Iraq, l’evento.

Non c’è alcuno spazio per muoversi né nei corridoi che danno alla sezione più interna, né nella zona destinata ai media. «Abbiamo circa 4mila e 300 operatori» dice Saad Maan, il portavoce
del Comitato supremo che presiede le celebrazioni, di cui mille stranieri, provenienti da Paesi
non occidentali. Tra questi Maan conteggia anche gli influencer delle piattaforme social più popolari, invitati dal governo iraniano a partecipare al tour delle celebrazioni, da Teheran a Mashad. «Solo a Najaf sono arrivate venti stazioni di televisioni che operano via satellite per seguire la diretta senza interruzioni», precisa. Quasi nessuna donna è stata accreditata perché,
da sempre, alle donne è consentito sì l’accesso alla tomba dell’imam Ali, ma solo dal lato posteriore, e la cerimonia si svolge dal lato principale, dove entrano solo gli uomini. Per questo, i broadcaster hanno schierato impiegati e inviati uomini, per riuscire a seguire il feretro fino alla zona più riservata. Tutti vogliono pregare per lui, il nobile (“sayeed”) ayatollah Ali Khamenei, e possibilmente toccare il feretro. Ma solo a pochi – tutti militanti nelle Forze di Mobilitazione Popolare (Hashd Al-Shaabi), le milizie sciite irachene che hanno l’esclusivo controllo della sicurezza dell’evento – è concesso il massimo onore di portare il feretro della Guida suprema
a spalla.
Noi, dopo l’ultimo varco, ci accontentiamo di uno schermo della televisione del santuario,
Karbala tv, che trasmette le immagini della cerimonia nella zona interdetta, e di raccontare la devozione delle donne. Da Jisr Diyala, la zona di Baghdad con il numero più significativo di
abitanti che si identificano nello sciismo duodecimano militante e fedele ai pasdaran iraniani,
arriva Aisha al-Basri, 25 anni, le sopracciglia folte e il sorriso fiero e triste, allo stesso tempo, mentre prega: «Sayyed Khamenei, che Allah gli garantisca i suoi giardini, così come spero sia stato per mio fratello Hussein che è morto nel 2017 nel Nord dell’Iraq, combattendo contro
Daesh, lo Stato islamico!». Il fratello di Aisha è uno tra i 20mila iracheni che persero la vita
dopo avere aderito alla chiamata del grande ayatollah di Najaf, Ali al-Sistani, che nel 2014
chiamò a raccolta i fedeli per mobilitarsi contro il terrorismo sunnita. Il Sud del Paese, da alcuni giorni, è nelle loro mani e in quella di tutte le altre milizie filo-iraniane che hanno negoziato il controllo e 
la completa gestione dell’evento con le autorità religiose dei due santuari, di Najaf e Karbala, da cui il feretro di Khamenei e dei suoi familiari è passato. Esigenze di sicurezza che
si tramutano 
in paranoia specialmente nel controllo dei passaporti stranieri, soprattutto dopo le dichiarazioni di Netanyahu, su possibili obiettivi da colpire durante le celebrazioni. Sta di fatto
che
dell’esercito regolare iracheno non c’è quasi traccia. 

È la prima volta che succede ed è significativo che accada in un momento in cui il nuovo primo ministro Ali al-Zaidi, un giovane imprenditore fortemente gradito agli Stati Uniti e prossimo a un viaggio a Washington, abbia inaugurato una campagna anti-corruzione nel Paese e rimarcato,
con ultima data utile il prossimo 30 settembre, la necessità per le milizie di disarmarsi. Intanto,
i 230mila iscritti alle cinquanta sigle dell’ombrello delle Forze di Mobilitazione Popolare –
Brigate Imam Ali, Khataib Hezbollah, Asaib Ahl al-Haq tra le tante – fanno di tutto per rendersi visibili durante i funerali: tra i più di 2milioni di iracheni, arrivati qui sotto i 47 gradi dell’estate
della Mesopotamia, i miliziani indossano la divisa militare con orgoglio, fanno gruppo e
mostrano il loro lato più devozionale, lanciando getti di acqua fresca sulla folla e offrendo pasti
ai pellegrini: pane, yogurth, carne. Ma, se ci fosse qualche dubbio sugli obiettivi reali,
contribuisce a fugarlo sheikh Qais al-Khazali, leader spirituale delle Asaib Ahl al-Haq che, oltre
a definire Khamenei «il portabandiera della verità nel nostro tempo», ricorda che non si può abbassare la guardia: «Ci vendicheremo dei criminali», tuona, affinché il messaggio venga recapitato forte e chiaro. Intorno, tutti annuiscono con soddisfazione. Qui, a Karbala, non c’è nemmeno bisogno di gridare: «Morte a Israele». La folla è già d’accordo.


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