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domenica 29 dicembre 2024

Il rompicapo francese





Con estrema lentezza la Francia sta andando verso una ricomposizione del quadro politico. Gli osservatori più pessimisti prevedono già una vittoria di Marine Le Pen alle prossime presidenziali. La semplice lettura dei fatti accaduti finora suggerisce una maggiore prudenza in proposito. L'estrema destra aveva già riportato il 31 per cento dei voti (+ 8) alle europee e sembrava avere il vento in poppa. La coalizione macroniana si era fermata al 14,6 (- 7,82). Macron decide di giocare il tutto per tutto: scioglie l'Assemblée Nationale e indice nuove elezioni legislative per il 30 giugno e 7 luglio. Un azzardo molto criticato in patria, e che sembra inizialmente consegnare la Francia all'estrema destra: al primo turno, infatti, il Rassemblement National incassa il 33,21 per cento dei voti, davanti al Nuovo Fronte Popolare (sinistra unita: 28,06) e a Ensemble (Macron: 20,04). Sorpresa: in vista del secondo turno, nasce un blocco anti-lepenista, che si coalizza in un complesso sistema di desistenze incrociate con il risultato di relegare il partito di Marine Le Pen al terzo posto con 142 seggi contro i 178 del Nfp e i 150 dei macroniani. Ciò «salva» la repubblica dal pericolo delle estreme ma consegna il Paese all'ingovernabilità. A questo punto le sorprese si moltiplicano. Cade la Quinta Repubblica, Macron non ne prende atto, nomina un primo ministro che non gode di un sostegno parlamentare sufficiente. Al primo scoglio, dopo cento giorni, quando il nuovo governo prova ad usare l'articolo 49 terzo comma per aggirare il voto parlamentare, il Nuovo Fronte Popolare presenta una mozione di censura sulla quale converge l'estrema destra e il primo ministro Michel Barnier è costretto alle dimissioni. 
In che senso era caduta la Quinta Repubblica? Il regime semipresidenziale della Francia si era rivelato capace di tollerare l'esistenza di una maggioranza parlamentare ostile al Presidente della Repubblica. Questo dava luogo alla cosiddetta coabitazione. La novità intervenuta con le elezioni dell'estate 2024 era data dal fatto che sulla carta non c'era a quel punto nessuna possibile maggioranza parlamentare. Paradossalmente questo conferiva all'Assemblea nazionale una posizione di forza, il Presidente della Repubblica non essendo più in grado di espletare il suo mandato in mancanza di un governo capace di resistere a un voto contrario del Parlamento. 
Naturalmente era possibile immaginare una maggioranza di governo sbilanciata a destra o a sinistra. Il nuovo primo ministro designato, François Bayrou, ha cercato invece di mantenere la barra al centro, non ha stretto un patto con i socialisti a sinistra, mentre è andato incontro ad alcune richieste dell'estrema destra. Ora la Francia ha un governo la cui tenuta dipende dalla buona volontà del Rassemblement National. Quanto può durare questa situazione? Durerà abbastanza per consentire uno sblocco almeno parziale della crisi politica in atto? Una risposta certa a queste domande non può essere data. Troppe sono le variabili in gioco, prima fra tutte l'interesse di Marine Le Pen a forzare il passo per accedere alla presidenza della Repubblica prima di un pronunciamento giudiziario che potrebbe rivelarsi fatale per le sua carriera politica futura.
Una cosa è certa, Se il nuovo governo dovesse cadere in breve tempo, difficilmente Macron potrebbe far finta di nulla e nominare un altro primo ministro senza una maggioranza precostituita. In questo senso la Francia ha già cambiato regime, sta passando dal semipresidenzialismo a quello che Maurice Duverger avrebbe definito un parlamentarismo orleanista, ossia a un duopolio del potere diviso tra Presidenza della Repubblica e Parlamento. In questo tempo sospeso, Bayrou potrebbe mettere sul tappeto una riforma del sistema elettorale con l'adozione della proporzionale. Si rafforzerebbe in tal modo la tendenza al deperimento del regime semipresidenziale a vantaggio di una repubblica parlamentare. 
Ciò detto grandi manovre sono in corso con l'obiettivo di arrivare a una ricomposizione del quadro politico tanto a destra quanto a sinistra. Riuscirà Mélenchon a proporsi di nuovo come candidato unico o principale della sinistra alle prossime presidenziali? Quanto incideranno sul sostegno a Marine Le Pen o al suo vice, Jordan Bardella gli scalpitanti fautori di un rilancio centrista orientato a destra, i vari Darmanin, Retailleau, Philippe, tutti ex gollisti? Questi sviluppi hanno bisogno di tempo per maturare, mentre i tempi della crisi potrebbero rivelarsi più rapidi e cogliere tutti di sorpresa. Ecco perché una previsione ragionevolmente fondata appare al momento impossibile da tracciare. 



 È stato un anno impegnativo, il 2024 di Emmanuel Macron, di professione presidente della Repubblica francese. Un anno sempre sul filo del rasoio, tra spericolatezza e arroganza politica. La decisione clou è quella che prende all'indomani delle elezioni europee, il 9 giugno. La coalizione che lui guida si infrange contro il trionfo del gruppo di estrema destra guidato dal Rassemblement National di Jordan Bardella e Marine Le Pen, che incassa il 31,3 per cento dei voti, mentre la macroniana Ensemble naufraga.  Il risultato provoca una reazione del  Dopo molte settimane, e il time out per i Giochi Olimpici di Parigi nasce claudicante il governo guidato da Michel Barnier: durerà esattamente cento giorni. Dopo un nuovo stallo, stavolta più breve, pochi giorni fa ecco il governo François Bayrou, non saldissimo. Ma per la gran parte dei francesi il problema non abita a Matignon ma all'Eliseo. È Emmanuel Macron. Che spera in un 2025 un filo più tranquillo.

martedì 24 dicembre 2024

Bayrou alla deriva


 Nel suo libro Soumission, Michel Houellebecq immaginava una Francia sottomessa all'islamismo rampante. L'autore che pretendeva di fare dell'anticipazione realistica aveva scelto François Bayrou come primo ministro sottomesso all'islamismo. Pessimo indovino, lo scrittore diventato feticcio dei reazionari non si era sbagliato su un punto: Bayrou è ben sottomesso... ma all'estrema destra. (Thomas Legrand, Libération).

Che tristezza. Due tipi di commento stanno accompagnando questo funerale prolungato della presidenza Macron. Il primo tipo ruota intorno alla permanenza dei veterani. "Si prendono gli stessi e si ricomincia", "i soliti veterani" (les vieux de la vieille), appunto: e forse anche qualcuno in più se si pensa alla resurrezione politica di Manuel Valls che sembrava uscito di scena e che diventa ora ministro degli [sic] Oltremare. Nientemeno. E ministro di Stato, una carica onorifica, riservata a lui e ad altri tre: Bruno Retailleau  (agli Interni, mantenuto al suo posto per volontà del Rassemblement National), Elisabeth Borne (all'Educazione Nazionale e alla Ricerca) e Gerald Darmanin (un macroniano puro e duro alla Giustizia, al posto del gaullista Xavier Bertrand, rifiutato dal Rassemblement National). Già in questo elenco c'è tutto il destino prevedibile del governo Bayrou. La vecchia area di governo tenta di sopravvivere riciclando un personale politico per lo più logoro e usurato.
 
L'altro tipo di commento si riassume nella formula: "le stesse cause producono gli stessi effetti". Il governo Bayrou somiglia molto all'esecutivo che lo ha preceduto. Anche nella dipendenza dalla neutralità dell'estrema destra nei suoi confronti. Com'è noto, in Francia non esiste il voto di fiducia, un governo entra un carica senza prima verificare l'esistenza di un sostegno parlamentare. Ma esiste la mozione di censura. Approvando una mozione di censura, l'Assemblea nazionale può mandare a casa un governo. Al dunque, Bayrou sta in piedi finché Marine Le Pen non decide di dare il suo sostegno a una mozione di censura presentata dalla sinistra, come è successo al governo Barnier.

Macron e i suoi tradiscono per la seconda volta quegli elettori di sinistra che avevano votato per loro allo scopo di bloccare l'avanzata dell'estrema destra. Il nuovo governo nasce, come quello precedente, sulla base di un patto con l'estrema destra. Triste fine per uno come Bayrou che si era presentato come una figura terza, capace di sbloccare la partita, tenendo fuori dal gioco Marine Le Pen e poggiando invece sul sostegno decisivo dei socialisti. Non ci sarà nessuna coabitazione. Macron con Bayrou sta tentando ancora una volta di salvare la sua politica sconfitta dalle urne per due volte, alle europee in giugno e alle legislative in luglio. 

sabato 14 dicembre 2024

Un quadro della crisi francese







Giovanni Carpinelli
Daniel Cohn Bendit
Thomas Legrand



La situazione francese sembra stazionaria e stagnante, ma così non è. Proviamo a capire come e perché. Tutto comincia con le elezioni europee che si tengono l’8 e il 9 giugno e rivelano la debolezza grave dello schieramento governativo. Per il presidente Macron la disfatta è pesante. L’area di governo ha ottenuto solo 19 seggi su 81. La maggioranza presidenziale non c’è più:

Partito del presidente 13 seggi
Gaullisti (alleati) 6
area di governo 19

Le Pen (30) + Zemmour (5)
estrema destra 35

Nuovo Fronte Popolare 27 di cui socialisti 13, Mélenchon 9, verdi 5

Il presidente Macron decide allora di sciogliere l’Assemblea nazionale. Le elezioni si tengono il 29 e il 30 giugno e danno questo risultato:

Fronte repubblicano 182 (142 per la Nupes nel 2022
Le Pen 143 (89 uscenti)
Macron (Attal) 168 (246 uscenti)

Qui cominciano i dolori. Normalmente, stando alla prassi della Quinta repubblica, si dovrebbe arrivare a una coabitazione. Il Presidente dovrebbe nominare un primo ministro espresso dallo schieramento vincitore. È successo con il socialista Mitterrand che ha avuto come primo ministro il gaullista Chirac. È successo con il gaullista Chirac che ha nominato a quel posto il socialista Jospin. Dopo alcune tergiversazioni il Nuovo Fronte Popolare esprime una sua candidata per la carica, Lucie Castets. La propone senza poterla imporre, non avendo i numeri. Di questo approfitta Macron che nomina un primo ministro gaullista, Michel Barnier. Al primo serio ostacolo il nuovo governo decide di ricorrere all’articolo 49, terzo comma, che consente di approvare una legge ponendo la questione di fiducia all’Assemblea Nazionale. In genere la mossa è risolutiva, perché chi segue questa strada sa di avere la maggioranza. Stavolta Barnier in partenza ha solo 168 voti su 577. Succede quel che doveva accadere. Il Nuovo Fronte Popolare presenta una mozione di censura (sfiducia) che viene votata anche dal Rassemblement National di Marine Le Pen. Il governo è battuto. Barnier si deve dimettere.

Questi i fatti, in estrema sintesi. Veniamo ora alle motivazioni e alla logica dei diversi attori in campo. Solo in questo modo è possibile capire meglio ciò che è accaduto. Se passiamo dagli avvenimenti alle percezioni un dato appare preponderante. L’intera sequenza è dominata dalla prospettiva delle elezioni presidenziali che a scadenza si dovrebbero svolgere nel 2027. Macron si dice sicuro di poter restare al suo posto fino a quella data. La cosa tuttavia non è tanto pacifica. Se i governi da lui promossi dovessero cadere l’uno dopo l’altro lo scenario di una paralisi istituzionale si staglierebbe all’orizzonte come una eventualità niente affatto peregrina (si veda per questo Eric Jozsef, La sfida è attrarre la sinistra moderata, La Stampa, 14 dicembre 2024). E allora che cosa potrebbe fare il presidente della Repubblica se non dimettersi?
Nel suo discorso alla nazione del 5 dicembre, Macron ha fatto notare come, unendo i suoi voti a quelli della sinistra per la mozione di censura il Rassemblement National abbia approvato un testo contrario al suo programma e offensivo per i suoi elettori. Il presidente ha offerto una spiegazione per il fenomeno: “Non pensano a voi, alle vostre vite, alle vostre difficoltà, ai vostri fine mese, ai votri progetti. Siamo onesti, pensano a una cosa sola, all’elezione presidenziale, per prepararla, per provocarla, per precipitarla”. Marine Le Pen ha, in realtà, un preciso e personale interesse a una competizione ravvicinata per l’investitura suprema. Il 13 novembre in un processo a carico suo e di altri per il dirottamento di fondi europei la pubblica accusa ha richiesto per lei cinque anni di prigione e cinque di ineleggibilità a cariche pubbliche. La sentenza dovrebbe sopraggiungere nei prossimi mesi. Chiaramente l’imputata ha interesse ad assicurarsi l’impunità presidenziale prima che sia pronunciato il verdetto. Da sempre Mélenchon che ora è a capo della France insoumise (indomita) si considera il candidato naturale della sinistra nella medesima competizione per il Quirinale dei francesi, l’Eliseo. Entrambi puntano a fare in fretta. Altri invece sono interessati a prendere tempo, i socialisti in particolare. Essi temono di trovarsi schiacciati in una competizione tra le due estreme, sinistra e destra, Mélenchon e Le Pen. Ritengono inoltre probabile in una ipotesi del genere una vittoria della destra. E Macron in tutto questo? Il presidente in carica vuole soprattutto salvare la sua eredità politica, ma non ha visibilmente una strategia chiara da perseguire sul terreno istituzionale. Per questo nella partita in corso è destinato a perdere terreno ad ogni ulteriore passaggio.

Adesso possiamo riprendere la narrazione dei fatti. Dovendo nominare il successore di Barnier, Macron esclude di fare appello a un socialista e ragiona su una serie di ipotesi tutte situate all’interno dell’area (minoritaria) di governo: Vautrin (una donna), Lecornu, Roland Lescure. C’è poi una possibilità che esiste ma che il presidente preferirebbe escludere, quella di nominare François Bayrou, che pure appartiene all’area di governo, ma non è, non può essere considerato un suo uomo. È stato definito “leale, ma libero”. Con lui si arriverebbe a una coabitazione anomala, ma pur sempre a una specie di coabitazione. 

Scenario favorevole. Afferma Daniel Cohn-Bendit: "Una delle prime iniziative del nuovo capo del governo in Parlamento riguarderà la proporzionale, che vede favorevole il Rassemblement National, ma anche La France Insoumise ed altri partiti di sinistra. Il testo potrebbe essere promulgato tra aprile e maggio. Ma poi, per legge, bisognerà aspettare un anno prima di avere nuove elezioni. Quindi avremo Bayrou primo ministro almeno per i prossimi 30 mesi, praticamente fino alle prossime elezioni presidenziali del 2027. [Sulla riforma delle pensioni] verrà organizzata una grande conferenza nazionale, con sei mesi di discussioni e grandi conferenze per vedere quali parti del testo bisognerà cambiare". 

Scenario sfavorevole. Le billet de Thomas LegrandDepuis Matignon, Bayrou veut piquer la place de MacronLibération, 13 dicembre 2024 L'ambizione di François Bayrou è grande e alta, ma non c'è nessun editto di Nantes [1598] possibile per riconciliare socialisti e LR [gaullisti] e se Bercy [ministero dell'economia e delle finanze] vale una messa, non si vede chi potrebbe celebrarla per ridurre i deficit. E come fare, con il Mercosur, affinché la gallina agli ormoni* non sia importata dall'Argentina? I Ravaillac [assassino di Enrico IV**, 1610] che guardano su 2027 stanno già affilando i loro grandi coltelli. 

*La gallina agli ormoni sembra essere una leggenda metropolitana. Qui è usata per aggiungere difficoltà a difficoltà, suscitando allarme intorno al recente accordo dell'Europa con il mercato comune del Sud America. 

**È nota la passione di François Bayrou per la figura di questo re. "La riconciliazione è necessaria", ha dichiarato il neo premier parlando ai giornalisti, citando appunto Enrico IV, il  sovrano pacificatore a cui ha consacrato una biografia. 

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Ancora Daniel Cohn-Bendit sulla dissoluzione, su Barnier e su Marine Le Pen 

Ma perché il nuovo capo del governo dovrebbe riuscire lì dove Barnier ha fallito?

«La sfiducia è stata uno choc. Formazioni come quella dei socialisti ed altri partiti hanno capito che la Francia non può continuare per sempre a far cadere un governo ogni due o tre mesi. Proprio da questo è nata l'idea di un patto di "non censura*" (il governo non ricorre all'articolo 49.3 della Costituzione che permette di far passare una legge in Parlamento mettendo la fiducia e i partiti non appoggiano mozioni di sfiducia, ndr). Sarà questo accordo a ridare stabilità alla Francia».
Lei sembra ridimensionare molto l'influenza della leader di estrema destra. Eppure i suoi voti sono stati decisivi per far cadere la mozione presentata dalla sinistra che ha fatto cadere il governo.
«Lei ha un peso fino a quando gli altri giocano a questo gioco stupido della censura».
Intanto, i sondaggi la danno come grande vincitrice alle presidenziali.
«Non ci credo. In caso di sfida contro Edouard Philippe (ex premier di Macron, ndr), sarebbe quest'ultimo a vincere».
Il nome Le Pen fa ancora paura?
«Non è quello. Per lei c'è un limite insuperabile, perché la maggior parte dei francesi non vuole veder vincere l'estrema destra».
Questa situazione è la conseguenza dello scioglimento dell'Assemblea nazionale deciso dal presidente dopo le ultime europee stravinte dal Rassemblement National. A posteriori, come giudica quella mossa?
«Macron ha perso tutto il suo potere con la dissoluzione. Ha gettato nel caos la politica francese».
Ma ha dimostrato che in Francia c'è ancora uno sbarramento repubblicano, visto che la sinistra si è unita ed è arrivata in testa alle legislative.
«Non lo ha mostrato il presidente, ma gli altri partiti. Oggi Macron parla di compromessi, ma avrebbe potuto farli anche prima». 
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Emmanuel Macron a fini par se résigner à nommer premier ministre son allié du MoDem, auquel il doit sans doute son élection en 2017. Mais si François Bayrou s’inscrit bien dans la matrice macroniste, les circonstances de sa nomination ouvrent un espace, analyse Solenn de Royer dans sa chronique. Le Monde, 14 dicembre 2024
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Pascal RichéGilles Richard, storico: François Bayrou ha dei punti di forza nel suo gioco
Le Monde, 16 dicembre 2024


https://www.lemonde.fr/idees/article/2024/12/16/gilles-richard-historien-francois-bayrou-a-des-atouts-dans-son-jeu_6452083_3232.html

Gilles Richard è presidente della Società francese di storia politica e professore emerito di storia contemporanea all'Università di Rennes-II. Ha scritto Storia dell'UDF (con Jean-François Sirinelli e Sylvie Guillaume, Presses universitaires de Rennes, 2013) e  Storia dei diritti in Francia. Dal 1815 ad oggi (Perrin, 2017).

Ha qualche possibilità François Bayrou di porre fine all'attuale stallo politico e di trovare maggioranze in Parlamento che gli consentano di agire?

Nessuno può dirlo, ma ha degli assi in mano. È in grado di resistere a Emmanuel Macron perché ha una lunga esperienza politica e ha l’immenso vantaggio, rispetto al presidente, di avere una perfetta conoscenza delle forze politiche, della mappa elettorale e della politica elettorale e anche della società.

Ha costruito la sua posizione “centrista” molto tempo fa. Ha stabilito rapporti con la destra nel quadro dell'UDF e con la sinistra, almeno nelle sue versioni socialista ed ecologista. Infine, ha preso posizioni originali: non ha approvato la legge sulle pensioni nel 2023; ha portato la sua firma a Marine Le Pen, durante le elezioni presidenziali del 2022, per “salvare la democrazia”, ha detto; lui è per il proporzionale... Tutti questi elementi lo rendono un personaggio complesso.

Ha una cultura politica democristiana forgiata durante tutta la sua carriera politica nei gruppi nati dal Movimento Repubblicano Popolare [Jean Lecanuet, Bernard Stasi], di cui suo padre era un funzionario locale. I democristiani sono sempre stati i più coerenti nel rivendicare di essere al “centro”, retaggio della dottrina sociale di una Chiesa preoccupata di conciliare padroni e lavoratori. Imbevuto di questa tradizione, Bayrou è capace di scendere a compromessi con l'uno o l'altro campo. Ma come utilizzerà queste prerogative , nessuno lo sa ancora.

Lei dice che è capace di resistere a Emmanuel Macron, ma è anche un suo alleato di lunga data. Sognava addirittura il macronismo prima che esistesse, cercando di trascendere la divisione tra sinistra e destra...

La loro alleanza non implica alcun rapporto di lealtà. Nel 2016, François Bayrou si rifiutò inizialmente di sostenere Emmanuel Macron, nel quale vedeva il candidato delle “forze del denaro”. Si è avvicinato di più quando si è reso conto che non poteva candidarsi alla presidenza una quarta volta: l'obiettivo della sua vita. Facendo buon viso a cattivo gioco, ha cercato di ritagliarsi un posto tutto speciale nel macronismo. Emmanuel Macron ha accettato di allearsi con lui perché, da parte sua, disponeva solo di una forza politica alle prime armi. La loro alleanza, fin dall’inizio, è stata quindi tattica.

È vero che c’erano somiglianze nel macronismo del 2017 con la posizione di François Bayrou del 2007, quando ottenne il suo miglior punteggio alle elezioni presidenziali, il 18,5% al ​​primo turno. Ha poi spiegato che è necessario rifiutare il confronto tra UMP [Unione per la Maggioranza Presidenziale, gaullisti] e PS per prendere il “meglio” da entrambi. Quando Emmanuel Macron si è presentato, PS e LR (ex-UMP), che un tempo speravano di instaurare il bipartitismo in Francia, erano in profonda crisi. Era giunto il momento di raccogliere i cocci e di fondare una nuova forza che riunisse gli europeisti neoliberisti di entrambe le parti: i Juppeisti e gli Strauss-Kahniani. Su questa base è entrato all’Eliseo nel 2017. Ma poiché non sa cosa sia un partito politico, non è riuscito a trasformare questa nuova alleanza elettorale in una forza politica strutturata e coerente su scala nazionale, capace di ricostruire il sistema dei partiti. Da qui il suo totale isolamento oggi.

C’è spazio nella Quinta Repubblica , caratterizzata dal voto a maggioranza e dall’elezione di un presidente a doppio turno, per un centrismo strutturato e potente?

È possibile fondare una forza che si posizioni al “centro”, Emmanuel Macron lo ha fatto nel 2017. Ma il macronismo non è centrismo nel senso in cui veniva dato nel XIX o XX secolo. La questione del centrismo non si pone più come nei due secoli in cui la vita politica funzionava attorno alla divisione tra destra e sinistra. Dalla fine del Novecento, questo concetto  è diventato assai sfumato e si è creata una nuova divisione tra nazionalisti identitari e neoliberisti europeisti, emarginando la sinistra. François Bayrou, nato nel 1951, si è trovato a vivere entrambe le configurazioni.

Emmanuel Macron avrebbe potuto creare un grande partito liberando LR e PS dalle loro ali “estreme” (Benoît Hamon da una parte, Eric Ciotti dall’altra) e fondendole. Non è stato in grado di farlo, ma ciò non significa che fosse impossibile. François Bayrou sarebbe forse riuscito a guidare questa ricomposizione (coinvolgendo il MoDem), ma Emmanuel Macron si è guardato bene dal dargli le chiavi di casa. Perché non dà le chiavi a nessuno.

Lei pensa che François Bayrou possa ancora farcela?

Sta diventando sempre più difficile!

E ha un concorrente, Gabriel Attal...

Gabriel Attal non pesa molto, è una nave da corsa senza chiglia. Come tanti politici di oggi non ha una cultura storica, né una conoscenza approfondita della società. Non è il caso di François Bayrou, che ha puntato sul braccio di ferro per imporsi come primo ministro, minacciando di ritirare il sostegno del MoDem [all'area di governo].

Ci riuscirà? Impossibile dirlo, ma non possiamo escluderlo. Perché, dopo tutto, i neoliberisti europeisti sono stati la forza politica dominante in Francia fin dall’era Giscardiana. Sono al timone da cinquant’anni, fatta eccezione per il breve intermezzo del 1981-1983, in cui si tentò un’altra politica: nazionalizzazione, espansione dei servizi pubblici, aumento dei salari, riduzione dell’orario di lavoro, ecc. Per il resto del tempo, il paese ha vissuto politiche pubbliche che, al di là di certe sfumature, sono servite principalmente agli interessi delle classi dominanti.

Avrà 76 anni nel 2027…

Sembra in gran forma. E non sono sicuro che, per gli elettori, l'età sia oggi il problema maggiore. Hanno testato un giovane presidente: non è stato molto probante.

François Bayrou potrebbe quindi collocarsi in una posizione “centrista” tra la sinistra, la cui alleanza è molto fragile, e l'estrema destra nazionalista. Ma niente a che vedere con il centrismo di una volta. Non siamo nella stessa situazione della Quarta Repubblica, quando la “terza forza” governava contro i comunisti e i gollisti, o tra le due guerre, quando i radicali governavano contro i partiti operai e clerico-reazionari. La divisione che ha segnato il Novecento  tra i sostenitori della Repubblica liberale e quelli della Repubblica sociale non è più dominante. Non esiste più un partito rivoluzionario a sinistra - LFI è un partito gassoso il cui programma non è centrato sul superamento del capitalismo, come voleva Jaurès o come prevedeva il programma comune PCF-PS -, e l’identità nazionalista di estrema destra non è mai stata così potente.

Non possiamo collegare ciò che accadde proprio alla fine dell'Ottocento, quando la destra nazionalista e anti-dreyfusarda era molto potente? Il presidente Emile Loubet, avendo difficoltà a ottenere la maggioranza nell’Assemblea, affidò il potere a un repubblicano moderato, Pierre Waldeck-Rousseau, che costruì un governo di “difesa repubblicana” e mantenne il potere per tre anni…

Sì, solo che Waldeck-Rousseau non governava al “centro”. Liberale, era intrappolato in un sistema partitico molto polarizzato. Si alleò con i radicali, portò al governo un socialista [Alexandre Millerand] e ottenne l'appoggio di Jaurès come membro del blocco di sinistra.

Ha anche portato al governo il generale de Galliffet, il “massacratore della Comune”...

Sì, ma Galliffet occupava un posto di secondo piano in questo governo. Non è stato lui a dare l'impronta. Di fronte a Waldeck-Rousseau, il blocco di destra era estremamente unito e la destra clericale minacciava di tornare al potere. Il paragone con la situazione odierna varrebbe – a parità di condizioni – se Bayrou, di fronte al pericolo della RN, si alleasse con il NFP. Non ci siamo ancora!

L’attuale tripartizione (NFP, blocco centrale, RN) potrà durare? Non è questo un equilibrio instabile?

È stabilito, anche nella società. I macronisti si definiscono centristi opposti agli estremi. La verità è che le tre forze politiche non appartengono alla “sinistra”, al “centro” e alla “destra” come nel Novecento . Dei tre blocchi, due sono a destra secondo la vecchia divisione – da qui la sensazione, a sinistra, di una “destra” del paese. I neoliberisti europeisti sono gli eredi (lontani) degli orleanisti, di Poincaré, Pinay e Giscard d'Estaing. Emmanuel Macron porta avanti le politiche di Raymond Barre e dei suoi successori neoliberisti: privatizzazioni, smantellamento dei servizi pubblici, disfacimento delle leggi sociali, ecc.

I centristi “non sono né di sinistra né di sinistra”, diceva François Mitterrand…

Sì, Jean Lecanuet, centrista, sostenne Giscard d'Estaing nel 1974... Nei momenti di forte bipolarizzazione, come avvenne allora, bisogna scegliere tra destra e sinistra. E i centristi spesso pendono a destra. Ma non è sempre così. Quindi oggi ci troviamo in un’altra situazione, poiché non esiste la bipolarizzazione. C’è una tripartizione solidamente consolidata, in Parlamento e nella società.

Questa tripartizione è compatibile con la cultura politica francese, legata all’istituzione presidenziale o addirittura alla maggioranza? Pensi che possiamo tornare ad essere una classica democrazia parlamentare con coalizioni?

Possiamo, sì. Era conosciuto anche durante la Terza e la Quarta Repubblica, vale a dire per quasi un secolo. Sento sempre questo ritornello: “In Francia non abbiamo la cultura del compromesso. » Non ne sono convinto. Ci sono state spesso coalizioni, anche sotto la Quinta Repubblica. Sono molto rari i periodi in cui un unico partito ha avuto la maggioranza assoluta.

Per quanto riguarda il presunto attaccamento dei francesi al potere del presidente, non ci credo. Al contrario, tutto dimostra che l’iperpresidenza sta diventando per loro insopportabile.

Il generale de Gaulle non governava così. C'è stata una vera e propria suddivisione dei compiti: Georges Pompidou, primo ministro, guidava la politica interna della nazione. A mio avviso è indubbiamente necessario modificare la Costituzione, ma per il momento ritornare al suo spirito iniziale – un presidente arbitro, un primo ministro che governa con il Parlamento – sarebbe già un vero progresso.


* https://machiave.blogspot.com/2024/12/francia-la-non-censura.html




mercoledì 11 dicembre 2024

Houellebecq, il suicidio dell'Occidente






Stefano Montefiori, «Dieci anni dopo Charlie Hebdo vedo il suicidio dell’Occidente»
Corriere della Sera, 11 dicembre 2024

In Francia, dice lo scrittore Michel Houellebecq, «l’Islam avanza, vedo in Occidente la volontà di scomparire». Sono passati quasi dieci anni dal primo degli attentati islamisti del 2015, quello a Charlie Hebdo, e quindi quasi dieci anni dall’uscita di Sottomissione, il romanzo protagonista, suo malgrado, di quella tragica giornata. E Macron? «Dovrebbe dimettersi e poi tornare. Assurda la vicenda giudiziaria di Le Pen, sorpreso che non sia al potere».



Sono passati quasi dieci anni dal primo degli attentati islamisti del 2015, quello a Charlie Hebdo. E quindi quasi dieci anni dall’uscita di
Sottomissione, lo straordinario romanzo di Michel Houellebecq che divenne suo malgrado protagonista di quella tragica giornata. Il 7 gennaio 2015, quasi in contemporanea con l’attentato rivendicato da Al Qaeda, il romanzo delle polemiche arrivò nelle librerie e Charlie Hebdo uscì con in copertina una caricatura dell’indovino Houellebecq. Lo scrittore venne prelevato dalla polizia e portato in un luogo sicuro. Lo incontriamo in un caffè del quartiere Denfert-Rochereau, quando François Bayrou potrebbe diventare primo ministro della Francia. Tra le tante profezie di Sottomissione, forse non la più inquietante.

Si ricorda quando ha finito di scrivere Sottomissione?

«Non mi ricordo veramente di quel periodo. Quando scrivo un libro, di solito, smetto del tutto di informarmi su quel che succede nel mondo. Sospendo le informazioni nel momento in cui comincio il libro. Altrimenti mi disturberebbero».

Sapeva che avrebbe provocato polemiche, che sarebbe stato esplosivo?

«Sì. Mi colpiva il fatto che quando avevo lasciato la Francia nel 1999 non si parlava affatto di Islam. E quando sono tornato 12 anni più tardi non si parlava che di questo, continuamente. Sapevo che sarebbe stato un libro esplosivo. Magari non fino a quel punto, ma… Sì».

Si parlava molto di Sottomissione e di una presunta islamofobia ancora prima della sua uscita. Che cosa ne pensava?

«I critici non leggono granché i libri. Sotto molti aspetti, la presidenza di Mohamed Ben Abbes (il capo di Stato musulmano immaginato da Houellebecq, ndr) è un totale successo. E il progetto di ricostituzione dell’impero romano è in sé piuttosto grandioso. Quindi parlare di islamofobia è bizzarro. Dopo l’uscita, mi dico che l’attentato contro Charlie Hebdo ha condizionato il modo in cui il libro è stato ricevuto. Per me è un ricordo un po’ da incubo. Certe persone sembrano nate per ritrovarsi in mezzo alla storia. Per qualcuno che scrive dei libri invece è completamente stupefacente, imprevedibile e spaventoso».

Dopo dieci anni, quando ripensa a quel giorno, come si sente? La mattina dell’attentato era anche quella dell’uscita del suo atteso libro che immaginava una conquista islamica. Coincidenza straordinaria.

«Sì, e più nel dettaglio è ancora peggio di così. Philippe Lançon racconta nel suo libro La Traversata

(pubblicato in Italia da e/o, ndr) che, appena prima dell'attacco, in redazione, discutevano di Sottomissione”.


Le coincidenze


E la mattina dell’attentato ero intervistato negli studi radiofonici di France Inter e il giornalista mi ha rimproverato grosso modo di esagerare il pericolo rappresentato dai musulmani, di essenzializzare gli islamici. Quindi è stata una cosa molto violenta».

L’idea al centro di «Sottomissione» è la penetrazione dell’islam nella società attraverso l’università. Un’intuizione notevole, visto quello che sta succedendo nei campus e nelle università occidentali, in particolare dopo il 7 ottobre.

«Sì, è vero. La mia documentazione era molto sommaria. È consistita nell’aggirarmi nella hall dell’università Censier, a Parigi. In effetti c’era qualche sintomo, c’erano più ragazze velate di quante avessi immaginato. E qualche manifesto che invocava il boicottaggio delle università israeliane, cose così. Mi sono detto: sono piccoli segnali di qualcosa. Era il 2014. E oggi questa tendenza si è molto allargata».

Oggi le università sono al centro della questione dell’antisemitismo, in Francia e in Occidente.

«Quando ero al liceo c’erano un sacco di trotzkisti, ma non sarebbero stati pro-Hamas. La sinistra è cambiata. Questo fenomeno ha radici che non comprendo totalmente e che non riguardano solo la sinistra. Per esempio, non credo che l’anticapitalismo sia così diffuso negli Stati Uniti. Ma le manifestazioni pro-Palestina sono ancora più forti in America. Senza dubbio c’è una forma di senso di colpa occidentale, di volontà di scomparire, di pulsione suicida. E la Francia ha una particolarità, l’Algeria. Si sottolinea poco a che punto la guerra d’Algeria sia stato il nostro ultimo grande evento drammatico. Milioni di persone sono venute in Francia, un esodo massiccio. Il debutto dell’estrema destra moderna è questo. Non è Pétain, è l’Algeria».

A proposito di Algeria, che cosa pensa dell’affare Boualem Sansal, lo scrittore franco-algerino imprigionato per delitti di opinione?

«Sansal è molto coraggioso, e da anni mi domandavo: ma perché resta in Algeria? C’è una certa grandezza nel suo restare nel proprio Paese come resistente. Ho sempre pensato che nel 1940 fosse più coraggioso restare in Francia piuttosto che andare a Londra, per esempio. Ma io non ho questo genere di coraggio».

L’aspetto più importante, per la presa del potere da parte dell’Islam, è l’istruzione. Fa pensare, purtroppo, agli attentati islamisti contro i professori Samuel Paty e Dominique Bernard.

«È una cosa che hanno capito bene. Ed è vero che chi controlla l’educazione dei ragazzi, sì, controlla molte cose. L’avevano già compreso i rivoluzionari francesi. Bisogna avere il controllo sull’educazione. Quello è lo snodo chiave».

Dopo gli attacchi del 2015, la società francese è cambiata per sempre?

«No, il peggio è che non è cambiato niente. L’islamismo ha continuato ad avanzare. Anche se ogni volta che un professore si fa sgozzare, si dice: mai più».

In questi giorni riapre Notre Dame, e i francesi tengono molto a questo momento, anche da un punto di vista simbolico. Rispetto a quello di cui stiamo parlando, è una tappa che va in un’altra direzione, verso le radici cattoliche della Francia.

«È un’emozione sincera, quando la guglia di Notre Dame è crollata cinque anni fa questo ha colpito tutti. Ogni francese conosce Notre Dame. Questo non vuol dire che siano tutti cattolici. Notre-dame arriva poco dietro la Tour

Eiffel come simbolo della Francia».

Per tornare a «Charlie Hebdo», il giornale ha lanciato un concorso per nuove caricature in occasione dei 10 anni dell’attentato. È coraggioso. Che cosa ne pensa?

«Hanno ragione. Sono obbligati a essere coraggiosi. Se smettono di lottare, sparisce la loro ragion d’essere. Sono talmente diventati emblematici della libertà che devono continuare a lottare. Penso che abbiano ancora la protezione della polizia. Non si è mai interrotta. E ce l’avranno per sempre. Devono vivere così».

Anche lei, all’epoca, dopo l’uscita di «Sottomissione», ha avuto la scorta della polizia.

«Sì, nel mio caso è durata solo un anno e mezzo».

Aveva paura all’epoca?

«Stranamente, mica tanto. I poliziotti della scorta mi facevano una buona impressione. E poi c’è forse in me anche un lato fatalista, che conta. Dopodiché, ci sono molti luoghi in periferia dove tuttora non posso andare».

Ancora adesso?

«Sì, anche oggi non sarebbe una buona idea. A Parigi ci sono pochi posti pericolosi. In banlieue, molti. E con i mezzi attuali della polizia, non è possibile controllare il territorio al 100 per cento. È la verità».

All’epoca di Sottomissione si parlava di una supposta responsabilità degli scrittori, degli artisti. Era l’argomento «Charlie se l’è un po’ andata a cercare». E oggi?

«La situazione si è piuttosto aggravata, ma subdolamente».

Cioè?

«Bisogna stare attenti a non ferire nessuno». È un po’ l’idea woke, no?

«L’idea è di incitare la gente all’autocensura. Io non ho fama di fare molta attenzione. Semmai il contrario. Eppure, faccio più attenzione adesso di 10 anni fa. Sempre non abbastanza, ma sì, faccio più attenzione a quel che dico».

Si sente meno libero rispetto a 10 anni fa, quando uscì Sottomissione?

«La mia risposta non è univoca. Da una parte il romanzo in Francia resta ben protetto. Un attacco sul contenuto di un romanzo ha poche chance di funzionare. Invece, un’intervista è molto pericolosa».

A proposito di pulsione suicida, quando vede la crisi politica francese, il governo che cade, Macron che sembra avere perso la bussola, che cosa pensa?

«È successo qualcosa di divertente e di significativo. Perché durante tutto il periodo in cui la Francia non ha avuto un vero governo, l’estate scorsa, tutti i commentatori politici erano eccitati, drammatizzavano la situazione, ma ho avuto l’impressione che i francesi se ne infischiassero. Anzi, semmai erano contenti che non ci fosse un governo. A pensarci bene, è grave. Molti francesi pensano che quale che sarà il governo, prenderà cattive decisioni; dunque, sarebbe meglio non avere proprio nessun governo. Adesso, per esempio, non avremo una legge di bilancio, ci terremo quella dell’anno scorso. E molti si dicono: tanto meglio, tutto sommato».

Pensa che Marine Le Pen o Jordan Bardella alla fine riusciranno ad arrivare al potere?

«Non ne ho idea. Ma in effetti mi ha sorpreso che non ci siano arrivati. La Francia è un Paese curioso, comunque. Il Parlamento che abbiamo adesso, va detto, è molto divertente».

E lei, ha votato o no alle ultime elezioni, la scorsa estate?

«Sì, ho votato ma non dirò per chi, il voto è segreto ed è un ottimo principio. In ogni caso sono contro l’Europa. E penso che tutta la vicenda giudiziaria di Marine Le Pen sia incredibile. Quando me l’hanno detto credevo che fosse uno scherzo».

Si dice che Marine Le Pen punti ad andare il prima possibile a elezioni presidenziali anticipate, perché dopo rischia di non potersi presentare.

«E spera che il presidente Macron si dimetterà? Non lo credo neanche per un istante. Ho incontrato Emmanuel Macron molte volte nella mia vita. Non ho capito granché della persona. Ma in ogni caso, penso che non si dimetterà. E a mio avviso, sbaglia».

Macron dovrebbe dimettersi?

«Se lo facesse adesso, avrebbe forse delle chance di tornare. È ancora giovane e può tornare. Ma se lascia che la situazione si trascini fino al 2027… Se io fossi il suo coach personale, gli consiglierei di dimettersi nobilmente dicendo: “I francesi non mi hanno capito”. Poi cercherei di tornare, più in là. Io, al suo posto, me la giocherei così».

Qual è la cosa più importante che resta oggi, a suo avviso, di Sottomissione?

«L’ultima frase: “Non avrei avuto niente da rimpiangere”. Quel che il protagonista François ha da rimpiangere è Myriam, la ragazza che amava e che ha preferito trasferirsi in Israele. “Non avrei avuto niente da rimpiangere” vuol dire, allo stesso tempo, ”avrei avuto tutto da rimpiangere”. Emmanuel Carrère mi ha fatto un grande piacere nel paragonare quest’ultima frase del romanzo alla frase di 1984 di George Orwell: “Amava il Grande Fratello”. Poi sono contento anche del passaggio della conversione fallita davanti alla Vergine Nera. Infine, ci sarebbe un’altra cosa della quale sono molto contento, se posso permettermi».

Certamente, quale?

«Quando Myriam scrive a François: “Ho incontrato qualcuno”, e lui si dice: “Anche io, sono qualcuno”». 


https://machiave.blogspot.com/2024/10/la-sconfitta-delloccidente-una.html


martedì 10 dicembre 2024

Francia, manovre pericolose

 


Francesca De Benedetti, Macron promette un nuovo premier. Intanto sbriciola il fonte della sinistra, Domani, 11 dicembre 2024

... Prima il Fronte resta unito, propone Castets premier; il presidente dopo mesi di logorio (e di cene tra macroniani e lepeniani) nomina Barnier: un governo di minoranza fondato sulla non belligeranza dell’estrema destra. Ma il piano è a orologeria: dura finché Le Pen – col Fronte –  lo fa saltare.

«Ma i nostri piani sul dopo sfiducia sono molto diversi», ha detto Faure mentre Barnier cadeva: Mélenchon punta alla caduta di Macron (sempre più impopolare), e viene persino accusato pubblicamente dai socialisti di pensare solo a vincere le presidenziali. Non sarebbe forse, questo, un orizzonte auspicabile anche per i socialisti? «Non ci riuscirà mai», afferma Raphaël Glucksmann, e altri con lui.

In nome della responsabilità di liberare il paese dal caos (creato da Macron), i socialisti chiedono di dialogare coi macroniani, sperando di ottenere un proprio premier; gli ecologisti guidati da Marine Tondelier si associano alla prospettiva del dialogo. Macron tenta di dividere anche loro: al primo giro di consultazioni del dopo Barnier, lascia a casa gli ecologisti e negozia coi socialisti isolatamente.

Mélenchon avverte: «Se si accordano con Macron per un governo, il Fronte continuerà senza loro; noi non governiamo con una destra alla deriva». Ma i negoziati continuano: socialisti, ecologisti e comunisti puntano a un accordo di non censura, un governo che non cada.

Si arriva così a questo martedì pomeriggio: all’Eliseo sono convocati tutti tranne Le Pen e Mélenchon. Mentre quest’ultimo e i socialisti si scambiano accuse, le destre vanno al rialzo: il repubblicano Laurent Wauquiez esclude governi con programmi frontisti, mentre Macron si coordina con l’alleato-ombra Sarkozy. «Le cose procedono ma il dado non è tratto», conclude prima di cena Faure.

L’Eliseo intanto blinda lo status quo: «Niente scioglimenti d’aula prima del 2027», fa sapere in serata, scommettendo sull’accordo “di non censura”. Macron ha già ottenuto di sbriciolare la sinistra: ora ha i negoziati dalla parte del manico. E il paradosso è che sono stati i socialisti (con il fantasma dell’hollandismo) a cederglielo.

Françoise FressozNuovo primo ministro: "Dopo sette anni di oscuramento la sinistra riformista si muove", Le Monde, 10 dicembre 2024


https://www.lemonde.fr/politique/article/2024/12/10/apres-sept-ans-d-effacement-la-gauche-reformiste-bouge_6439306_823448.html

Le crisi sono acceleratori della storia. Senza la caduta del governo di Michel Barnier e l'onda d'urto che ha provocato, il Partito Socialista (PS) non avrebbe osato portare a termine l'operazione ad alta quota che ha intrapreso venerdì 6 dicembre: dopo aver votato in blocco per la censura contro il governo sabaudo Accusati di essere a capo di un  governo sinistro in collusione con l'estrema destra" , i dirigenti del PS sono andati a offrire i loro servizi a Emmanuel Macron per sbloccare la situazione .

Olivier Faure, capo del partito, ha esordito aprendo ampiamente la partita dicendosi disponibile a discutere con i macroniani e con la destra sulla base di "concessioni reciproche" in vista della formazione di un governo che si basi su un Contratto a tempo determinato. Ha proposto, in segno di buona volontà, il congelamento della riforma delle pensioni, anziché la sua abrogazione, il che equivale a minare il fronte comune che si era formato a sinistra contro il passaggio alla pensione a 64 anni.

Poi, di fronte alla re
azione stupita dei suoi compagni, alla reazione preoccupata degli ambientalisti e alla reazione ulcerata di La France insoumise (LFI), Olivier Faure ha riformulato il suo approccio precisando che le sue truppe 
“non parteciperanno in nessun caso ad un governo guidato da un primo ministro di destra”.

Ciò equivale a dire che lui stesso si candida per Matignon con un obiettivo che appare piuttosto presuntuoso visti gli attuali rapporti di forze politiche: LFI lo combatterebbe senza pietà etichettandolo come “traditore”, senza però che il centro e la destra sostenerlo fortemente. "Intendo spingere per un programma di lavoro chiaramente di destra, e quindi questa ipotesi [di un primo ministro socialista] non è credibile ai miei occhi  " , ha chiarito Laurent Wauquiez, presidente del gruppo Les Républicains (LR) all'Assemblea Nazionale,  al Figaro lunedì 9 dicembre. 

Un gioco complesso

Dopo sette anni di oscuramento, la sinistra riformista si sta muovendo. Sta cercando di riconquistare la sua autonomia grazie alla crisi politica. Ha partecipato senza battere ciglio in termini di censura, ma è riluttante a convalidarne altre che minerebbero la sua cultura di governo in un Paese sempre più tormentato e sempre più critico nei confronti del Parlamento. Non intende in alcun modo servire da stampella per Emmanuel Macron che, nella famiglia socialista, appare ancora come un “traditore”, ma rifiuta tuttavia di restare prigioniero delle mire degli insoumis. Cerca di liberarsi da Jean-Luc Mélenchon senza rompere con il resto della sinistra.

La partita è complessa, ma, per la prima volta, si è aperta una finestra di opportunità per cercare di bloccare l'accelerazione dei tempi che quest'ultimo cerca di imporre quando chiede le dimissioni immediate del Presidente della Repubblica e l'organizzazione del un’elezione presidenziale anticipata di cui sarebbe, a sinistra, l’unico protagonista. Gli altri non sono d’accordo, e in particolare le diverse scuderie che pretendono di incarnare la socialdemocrazia – Faure, Hollande, Cazeneuve, Delga, Glucksmann… Tutti hanno bisogno di tempo per rafforzarsi e cercare di unificarsi. Il 2027 resta il loro orizzonte e, per la prima volta, possono pesare in questa direzione, perché il centrosinistra, dopo aver rischiato l’emarginazione, è tornato ad essere uno spazio strategico, quello su cui i prossimi governi dovranno aprirsi se vogliono evitare la censura.

Dall'impasse in cui si è trovato con le spalle al muro Michel Barnier, proveniente dalle fila di LR, si è subito imparata una lezione. Aprendo a destra, il governo è finito sotto il controllo dell'estrema destra, che non ha esitato a mescolare i suoi voti con quelli della censura di sinistra. Per evitare di dare un nuovo punto a Marine Le Pen, dobbiamo allargare il campo, e neutralizzare gli estremi. Questo è ciò che permette il “movimento” del PS. Domenica 8 dicembre, al microfono di RTL, la presidente dell'Assemblea nazionale, Yaël Braun-Pivet, si è divertita a calcolare: “Se sommiamo la base comune, Insieme per la Repubblica, il MoDem, Orizzonti, la Destra repubblicana , LIOT e PS arriviamo a 299 deputati, ovvero la maggioranza. »

Negoziare la loro influenza

La visione è eccessivamente ottimistica. È più probabile che, dopo aver manifestato la loro assunzione di autonomia, i socialisti, senza entrare nel governo o unirsi formalmente ad una coalizione, cercheranno di negoziare la loro influenza, testo per testo, come suggerito da Boris Vallaud, presidente del gruppo socialista l'Assemblea nazionale.

Chi dice risveglio della sinistra moderata dice possibilità di allargamento del centro. A 73 anni, François Bayrou spinge quindi le sue pedine verso Matignon. "Se posso aiutare, lo farò", ha dichiarato domenica il capo di MoDem a France Bleu. Contrario dal 2007 alla distinzione sinistra-destra, il cui indebolimento ha continuato a misurare attraverso le rispettive emarginazioni del PS e LR, promotore di una corrente politica centrale che sarebbe la sintesi di un'alleanza tra democristiani, socialdemocratici e i liberali progressisti, il presidente del MoDem lascia perorare i suoi amici .

"La questione è la sostenibilità della democrazia rappresentativa liberale, la dinamica dell'economia aperta, controllata e regolamentata, il posto della Francia nell'Unione europea e il mantenimento della solidarietà occidentale ", ha drammatizzato, venerdì 6 dicembre, su France Inter Jean-Louis Bourlanges, l'ex presidente della commissione affari esteri dell'Assemblea nazionale, proiettando il dramma francese sulla scena europea, anch'essa fortemente sconvolta dalla spinta populista.

Lo spazio della sinistra moderata è finalmente ambito da Gabriel Attal, che domenica ha assunto la guida di Renaissance, promettendo di fare un bilancio “senza pretese” degli ultimi sette anni. Non si sono ancora spente le ultime luci dell’ultimo quinquennio di Macron e l’ex primo ministro ci tiene a delineare una dottrina che coniughi impegno europeo, riconoscimento del lavoro come base del modello sociale, difesa della laicità e promessa di un aggiornamento sulle questioni sovrane. Il macronismo potrebbe essere morto, ma non lo è lo spazio in cui ha preso forma.


Giovanni Carpinelli, Postilla  finale

Ci sono tre tipi di compromesso: uno si può considerare equo, onorevole; un altro è assimilabile a una resa, con un vincitore e uno sconfitto; un terzo tipo si potrebbe definire asimmetrico e si produce quando uno dei due contraenti in maniera plateale ricava dall'accordo vantaggi maggiori rispetto alla controparte, che tuttavia non esce a mani vuote dallo scambio.
Il compromesso onorevole si ha quando i vantaggi conseguiti dalle due parti sulla base dell'accordo raggiunto più o meno si equivalgono. In questo caso il rapporto di forza tra i contraenti non muta dopo l'accordo. Ciascuno mantiene la sua fondamentale capacità di agire per il futuro in difesa dei propri interessi.
Il compromesso catastrofico invece si verifica quando una delle due parti si sottomette alla volontà dell'altra, uscendo decisamente sconfitta dall'accordo e perdendo in tal modo la possibilità di sviluppare una sua autonoma strategia nel tempo successivo. In questo caso il compromesso è assimilabile a una resa, maschera una resa.
Il compromesso asimmetrico si verifica quando una delle due parti ottiene qualche concessione ma esce nettamente svantaggiata dallo scambio. Può darsi che nella situazione data non ci sia tra le possibilità esistenti una scelta migliore. Tuttavia in questo caso il compromesso appare come una scommessa rischiosa per la parte che risulta sminuita dall'accordo, in quanto può rappresentare la premessa per una ulteriore sconfitta o perdita di posizioni. 

Tutto questo per dire che l'esito probabile della vicenda attuale in Francia sembra proprio destinato a rappresentare un tipo di compromesso asimmetrico. I socialisti hanno promesso la non censura, ossia non dovrebbero fare in modo da causare in un tempo breve la caduta del governo. Al dunque, ciò vuol dire che non puntano sulla destituzione di Macron. Quest'ultimo potrebbe ora nominare un primo ministro centrista che a sua volta dovrebbe mostrarsi disponibile a un negoziato sul programma di governo. E qui si arriva al nodo: se le concessioni sul terreno delle scelte politiche saranno tali da non modificare veramente l'andazzo precedente, i socialisti avranno venduto l'anima per un piatto di lenticchie. Certo, volevano evitare che si arrivasse in tempi brevi a uno scontro tra Mélenchon e Le Pen in una elezione presidenziale anticipata. Tuttavia, se il prezzo da pagare per questo risultato dovesse rivelarsi troppo oneroso per loro, non potrebbero neppure consolarsi puntando su una loro vittoria nelle successive elezioni presidenziali: a quel punto la riapertura dei giochi provocherebbe di sicuro la comparsa di altre ipotesi centriste diverse da quella di un Macron duplicato. Sarebbe l'ora dei vari Edouard Philippe, Gabriel Attal, François Bayrou, o di altri simili. Non dei socialisti Olivier Faure o Raphael Glucksmann. In linea di massima.