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lunedì 15 giugno 2026

Contro il monopolio della parola

Eshkol Nevo

Chiara Saraceno
Quando l'ideologia soffoca il pensiero

La Stampa, 15 giugno 2026

Ha ragione Anna Foa. Nella petizione contro l’invito a Eshkol Nevo si intrecciano due questioni che la perdurante tragedia di Gaza ed ora del Libano si sono fuse, ma hanno origini e motivazioni distinte.

Una riguarda l’opportunità di escludere, in contesti di dibattito culturale, chi non è allineato al millimetro con le posizioni di chi invita su una questione che questi ritiene dirimente per riconoscere lo statuto di interlocutore, che si tratti di come definire ciò che il governo israeliano sta facendo a Gaza, nella Striscia, in Libano, della guerra russo-ucraina, ma anche delle varianti del femminismo, lo statuto da riconoscere alle persone trans, la possibilità di essere fortemente in accordo con il papa su alcune cose e in disaccordo su altre, l’equità fiscale e via elencando.

L’altra riguarda come trattare chi, ebreo e israeliano, si batte contro il proprio governo, ne critica le nefandezze, ma, appunto non ha posizioni perfettamente allineate con chi, non israeliano, ha deciso quale sia l’unica posizione giusta da tenere. Perciò è ritenuto di fatto assimilabile al governo che critica e combatte. È lo stesso atteggiamento per cui è stato impedito alla brigata ebraica di partecipare alle celebrazioni del 25 aprile e alla associazione LGBT ebraica di partecipare alle manifestazioni per il gay pride a Roma perché, secondo gli organizzatori, non avevano preso “adeguatamente” le distanze dal governo israeliano. Una richiesta, per altro, non fatta ad altri gruppi, ma solo a loro, appunto perché ebrei, quindi per principio sospetti di intelligenza con Netanyahu e il suo governo.

Peraltro, come accenna signorilmente solo di sfuggita Anna Foa nel suo bel commento di ieri, non si vede altrettanto acribica attenzione da parte dei custodi dell’ortodossia anti–Netanyahu a difesa di quegli e quelle italiane ebree che, come la stessa Foa, sono state ostracizzate dalla comunità ebraica romana a motivo della loro forte ed esplicita denuncia come genocidio di ciò che succede a Gaza e in Palestina.

Anna Foa ha descritto meglio di quanto possa fare io il rischio di antisemitismo strisciante presente in questo tribunale permanente in cui si giudicano le posizioni dei singoli ebrei rispetto a ciò che fa il governo israeliano, oltre che di delegittimazione e indebolimento dell’azione di chi, in Israele, si batte nei modi che ritiene più opportuni e efficaci contro il governo, tenendo conto anche della complessità del contesto e delle questioni in gioco. Qui vorrei tornare alla prima questione: la polarizzazione diffusa e crescente che sta caratterizzando il dibattito culturale e politico, non solo tra gli schieramenti politici in senso stretto, ma anche all’interno di quello progressista ed anche nelle manifestazioni culturali.

Non sono così ingenua da non sapere che ogni iniziativa culturale ha, necessariamente, un’idea di ciò che ritiene importante discutere, promuovere, fare circolare. Gli inviti sono quindi fatti entro quella cornice, a persone che si pensa portino un contributo a sollecitare la riflessione, provocare confronti. So anche che dagli intellettuali che sono figure in qualche modo pubbliche spesso ci si aspetta che esprimano opinioni e diano indicazioni su questioni che non sono di loro stretta competenza incoraggiando forme di sopravvalutazione di sé pericolose e a rischio di franare quando la risposta non corrisponde alle attese. Ma questo non significa, non dovrebbe significare, una perfetta omogeneità di vedute e tantomeno una patente preventiva di aderenza a posizioni su questioni che possono o meno avere a che fare con il tema oggetto dell’incontro, festival, rassegna, mostra.

È del tutto legittimo organizzare incontri solo tra e con persone con cui si ha un’identità di vedute. Ma non può essere l’unica prassi nell’attività culturale (ed anche politica, credo), perché si rischia l’asfissia del pensiero, l’incapacità di adottare prospettive diverse, di comprendere la complessità e accettarne la sfida. La logica dicotomica amico/nemico, simile/dissimile, nella sua mancanza di articolazione è una forma di vannaccismo culturale che andrebbe lasciato al suo inventore e contrastato sul piano dell’esercizio al confronto, allo scambio delle idee e delle proprie ragioni.

venerdì 9 gennaio 2026

Le streghe e la tortura

Antoine Compagnon
Un'estate con Montaigne
traduzione di Giuseppe Girimonti Greco e Lorenza Di Lella
Adelphi, Milano 2014 (2013) 

Montaigne cita la storia di Martin Guerre insieme ad altri casi a suo giudizio difficili o addirittura impossibili da districare. Si pronuncia contro la tortura, a cui di norma si faceva ricorso per risolverli - per esempio con le streghe, per le quali reclama, praticamente unico in quegli anni, la stessa sospensione del giudizio:
"Le streghe che vivono da queste parti sono in pericolo di vita ogni qualvolta un nuovo autore col suo parere dà corpo alle loro fantasie. Per conformare gli esempi che di tali cose ci offre la parola divina ... e applicarli agli avvenimenti dei nostri tempi, ci occorrerebbe un'intelligenza ben diversa dalla nostra, giacché non ne vediamo né le cause, né i mezzi ... Per uccidere le persone ci vogliono prove di luminosa chiarezza ... E io concordo con l'opinione di Sant'Agostino, secondo il quale è meglio propendere per il dubbio che per la certezza in cose di difficile dimostrazione, a cui sarebbe arrischiato credere" (1601-604).
I trattati di demonologia, in voga all'epoca, pretendevano di spiegare i presunti fenomeni di magia nera e giustificavano l'uso dei supplizi nei processi di stregoneria. Montaigne si mostra scettico: secondo lui le streghe non sono altro che povere pazze, e i demonologi degli impostori; streghe e demonologi sono vittime dello stesso abbaglio collettivo. La nostra ignoranza dovrebbe indurci a essere più cauti e dubbiosi. "Dopo tutto", conclude Montaigne "arrostire vivo un uomo significa attribuire un valore decisamente troppo alto alle proprie congetture" (1604-605).
Dinanzi al finto Martin Guerre e alle streghe, o ancora agli indiani del nuovo mondo - nel capitolo Delle Carrozze -, Montaigne si pronuncia contro qualsiasi forma di crudeltà, ed esorta alla tolleranza e all'indulgenza, due sentimenti che sono senz'altro tra quelli che meglio lo definiscono.

https://machiave.blogspot.com/2024/11/la-strega.html

martedì 13 gennaio 2015

Il progetto europeo di civiltà. A proposito di Houellebecq

Giorgio Israel
I fantasmi di Houellebecq
Il Messaggero, 6 gennaio 2015

Michel Houellebecq
Quel che descrive il romanzo Sottomissione di Michel Houellebecq (attraverso il caso francese) è la storia recente, presente e futura dell'Europa come una gigantesca eterogenesi dei fini. Come altrimenti definire una lotta per i diritti della donna, contro il pregiudizio a favore del matrimonio “tradizionale” che sfocia nella tolleranza nei confronti di una famiglia centrata sul maschio, poligamica e omofobica?
Giorgio Israel

LE DIVERSITÀ

Come altrimenti definire una difesa dei diritti delle “diversità” che finisce col legittimare una società comunitarista divisa in frammenti separati entro cui la “tolleranza” accetta il predominio dell'integralismo a costo di subire il suo predominio globale? Già, perché l'unica cosa che la tolleranza politicamente corretta dell'Europa di oggi non tollera sono i principi di cultura politica su cui ha costruito la propria civiltà.
Il libro di Houellebecq si inserisce in Francia nel contesto di una pubblicistica non soltanto di narrativa fantastica (nel solco di Orwell o Huxley) ma saggistica, con autori come Alain Finkielkraut, Éric Zemmour e Michel Onfray. Quest'ultimo, alla domanda di un intervistatore che parla di agitazione di un “fantasma” dell'islam radicale risponde che già ricorrere alla parola “fantasma” è assumere una posizione ideologica, derubricare a “fantasmi” realtà attestate dalle statistiche, oppure a derubricare a disturbi mentali isolati fatti come quegli individui che lanciano l'auto sulla folla al grido di “Allah Akbar” o i convertiti che vanno a combattere nelle file dell'Isis. Il politicamente corretto indica questi “fantasmi” come espressione di fascismo e razzismo, figli dell'odiato “essenzialismo” della cultura occidentale, e consegna chi li considera come fatti reali all'area della reazione e del “populismo” (parola che non significa nulla salvo che un marchio dispregiativo).
 
NICHILISMO

Questo libro è l'ennesima denuncia di un'Europa esausta, un basso impero ridotto a credere solo nella mercificazione totale, nel feticismo delle tecnologie, nel governo delle tecnocrazie, dominato da un relativismo nichilista e da un “odio di sé” che, dei principi etici, conserva soltanto la tolleranza dei modi di vita e dei principi altrui. Si può dissentire da questa analisi e dalle prospettive catastrofiche cui conduce, ma sarebbe intellettualmente disonesto non misurarsi con i fatti, anziché agitare slogan politicamente corretti, a mo' di esorcismi.
L'immagine evidente dello sfascio è lo stato in cui è ridotta la cultura politica del continente: mera tecnocrazia, conteggi di parametri, feticismi tecno-burocratici, fino a ridurre anche l'istruzione e la cultura a una faccenda di parametri. Intanto, intorno c'è un modo che preme, mosso da moventi di tutt'altra natura. Per anni ci si è addormentati sulla credenza che il consumismo, con il suo potere di seduzione, avrebbe sgretolato l'integralismo. Ora si assiste al fallimento di tale credenza, ma non si ha il coraggio di ammetterlo.
Il dibattito che, soprattutto in Francia, sta prendendo forza su questi temi, tocca la questione nodale di come e perché l'Europa si sia ridotta in questo stato. La tesi di Houellebecq (e Onfray) è che il declino della civiltà giudaico-cristiana sia iniziato con il Rinascimento, con l'attacco antireligioso dell'illuminismo e della rivoluzione francese, fino al '68 che ha semplicemente registrato lo sfascio finale.

REAZIONE

Ma vi sono altri punti di vista in campo, meno semplicisti, e assai più convincenti. In qualche modo, si tratta del contrario, e cioè del fallimento del tentativo di conciliare la tradizione della religiosità occidentale con la modernità, che pure era uno dei progetti più brillanti della cultura europea. Si pensi al modernismo religioso e ai movimenti illuministici ebraici: entrambi duramente emarginati. È un fallimento in cui vi sono responsabilità da entrambe le parti.
Chi può rimpiangere le chiusure bigotte di certo integralismo religioso di marca europea e i veleni violenti e intolleranti che ha messo in circolazione? La reazione contro questi veleni e queste chiusure ha avuto il torto di gettare il bambino con l'acqua sporca, di credere che una società possa basarsi solo su principi tecnoscientifici, ignorando la dignità e l'autonomia della sfera morale. Ma la tecnoscienza non può avere le spalle abbastanza larghe da accollarsi questa sfera, se non distruggendola, e cioè usando la scienza come un martello ateistico, un mezzo di distruzione delle religioni – beninteso solo di quelle della propria tradizione, come impone il principio di tolleranza degli “altri”.
Il guaio è che questi “altri” non hanno difficoltà a rifarsi a un modello che viene direttamente da concezioni medioevali apertamente irrazionaliste: la scienza e tecnologia vanno bene, è sacrosanto approfittarne purché non interferiscano col dominio della verità che è di esclusiva competenza della fede, la quale sola detta autoritativamente i principi della convivenza sociale. Il futuro previsto da Houellebecq è che l'Europa, squagliandosi tra cinismo, “tradimento dei chierici” e feticismo dei parametri, finirà in una “sottomissione” opposta al suo migliore progetto di civiltà, quello della democrazia basata su una sintesi di conoscenza razionale e di principi morali.

 

martedì 18 giugno 2013

La fierezza borghese di Voltaire


Voltaire e il cavaliere di Rohan: una replica famosa  
Nel dicembre 1725 Voltaire aveva 31 anni. La sua vita e la sua stessa carriera poetica sembravano avviate per il meglio, ma la situazione cambiò in fretta. Da qualche tempo lo scrittore era ai ferri corti col cavaliere de Rohan-Chabot, quando questi questi lo schiaffeggiò per le sue origini borghesi, Voltaire rispose che il cavaliere disonorava la sua discendenza. Lo scambio di battute fu più esattamente questo:
Arouet? Voltaire? Insomma avete un nome?
[« Arouet ? Voltaire ? Enfin, avez-vous un nom ? »]
E la replica fu : Voltaire ! Il mio nome inizia con me e il vostro con voi finisce.
[« Voltaire! Je commence mon nom et vous finissez le vôtre. »]
Questa replica costò cara al filosofo. L’incidente, infatti, non si esaurì in un semplice scambio di battute. Dopo alcuni giorni Voltaire fu bastonato dai servi del cavaliere di Rohan, e quando diede ad intendere di volersi difendere prendendo lezioni di scherma, la famiglia Rohan lo fece chiudere alla Bastiglia. Voltaire chiese l’esilio volontario in Inghilterra dove rimase per due anni fino al 1728. 
Insomma Voltaire non era uno disposto a farsi in quattro se veniva offeso. Per questo la sua posizione sulla tolleranza era di apertura al dialogo, ma non di cedimento sui principi. La sua era una fierezza ben determinata da nobile di toga, figlio di notaio e fratello di un giansenista convinto.