venerdì 24 aprile 2026

La stagnazione

Pierluigi Ciocca
L'economia tra il dramma e la farsa

il manifesto, 24 aprile 2023

La tragedia dell’economia italiana è che per l’ignavia di governi e imprese la crescita della produzione e della produttività da tre decenni abbia superato a stento lo “zero per cento l’anno”. Si sfiora il dramma, ma altresì il grottesco, per il rischio di recessione e di inflazione.

Rischio sorto dal conflitto acceso in Oriente dagli Stati Uniti e da Israele. Il conflitto, dall’esito tuttora incerto, ha innescato con effetti sia immediati sia ritardati pesanti ripercussioni sull’attività economica internazionale.

Di fronte a tanta follia e a un rischio siffatto l’Europa difetta di una strategia sul terreno della politica monetaria e della politica di bilancio. Mai come in questa occasione si sono appalesati i limiti della costruzione europea nel governo di breve periodo dell’economia dell’area. Due obbiettivi in potenziale contrasto – la stabilità dei prezzi e il pieno impiego delle risorse – richiederebbero due strumenti, indipendenti ma complementari, da applicare con saggia discrezionalità. Alla Banca Centrale Europea è invece precluso di ricercare il compromesso fra i due obbiettivi perché l’Istituto è stato inopinatamente costruito come privo del necessario “doppio mandato”. Quindi Francoforte non anticipa, segue gli eventi…

Dall’altro lato la politica di bilancio è inchiodata ai vincoli di Maastricht e… Bruxelles paradossalmente attende una recessione grave per agire in senso espansivo della domanda globale.

Non risulta che sia nemmeno allo studio un robusto piano di produttivi investimenti pubblici alimentati almeno al loro avvio da debito comune.

Il governo italiano – in carica da quattro anni, durante i quali nulla ha fatto per il ritorno dell’economia alla crescita – lamenta l’assurdità europea, che tuttavia alla stregua dei governi precedenti, politici e tecnici, ha supinamente avallato. Ora non ha senso alcuno unire al lamento la minaccia – impraticabile quindi inefficace – di ripudiare i vincoli di bilancio europei.

Fondamentale sarebbe, invece, agire nelle sedi europee competenti, diplomatiche e politiche, affinché l’auspicata saggia discrezionalità prevalga nei fatti, al di là delle regole. I margini vi sono. Resta naturalmente imperdonabile la incapacità della guida dell’economia italiana, di reperire i settecento milioni di euri necessari a restare nei prescritti limiti di disavanzo del bilancio pubblico nel 2025.

Ma al di là di quanto saprà fare l’esecutivo europeo il governo italiano per contenere la stagflation deve agire in autonomia.

La fiducia di imprese e consumatori, quindi la domanda globale e l’occupazione, sarebbero sostenute dal mero annuncio di un programma nazionale di investimenti pubblici che, spegnendosi il PNNR, sia rivolto a messa in sicurezza del territorio e dell’ambiente, sanità, grandi infrastrutture, istruzione e ricerca.

Gli investimenti si autofinanzierebbero nel medio termine nella misura in cui avranno sull’attività economica e sulla produttività del sistema effetti moltiplicativi che a propria volta accrescerebbero il gettito delle imposte.

Il programma dovrebbe naturalmente unirsi al ribadito impegno di invertire la tendenza del debito contenendo la spesa pubblica non sociale e l’evasione delle imposte.

Contro le aspettative di inflazione e quindi contro l’inflazione è essenziale una politica dei redditi che con l’avallo di opposizioni e sindacati eviti rincorse fra salari, profitti e prezzi quali quelle vissute negli anni Settanta-Ottanta.

A questa politica va unita una chiara, forte determinazione delle istituzioni a contrastare ogni conato di inflazione che scaturisca da vuoti di concorrenza.

Questi vuoti stanno già dischiudendo alle imprese, pubbliche oltre che private, ampi gradi di libertà nell’innalzare, anche speculativamente, i prezzi.


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