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venerdì 12 giugno 2026

Lo scatto che manca

Mauro Magatti
Italia, la sfida è reinventarsi

Corriere della Sera, 12 giugno 2026

Se guardiamo ai dati, il quadro italiano non è incoraggiante. Abbiamo un debito pubblico tra i più elevati al mondo; il nostro profilo demografico è molto negativo; registriamo da anni ritardi nella produttività con salari che di conseguenza crescono poco. Anche il livello medio di istruzione resta inferiore a quello di molti Paesi con cui ci confrontiamo.

Accanto a questi dati negativi, ci sono anche i punti di forza. Le esportazioni italiane superano i 600 miliardi di euro, il turismo continua a crescere, disponiamo di università e centri di ricerca di alto livello e la ricchezza privata rimane consistente. In altre parole, l’Italia non è semplicemente un Paese in declino. È, piuttosto, un Paese ancora ricco che però fatica a capire il proprio modo di stare al mondo. Nel pieno di una grande trasformazione storica ci ritroviamo a metà del guado: l’Italia del ’900 non esiste più, ma i nuovi equilibri ancora non ci sono. I dati negativi che non possiamo più far finta di non vedere sono il riflesso di una questione più profonda: la difficoltà dell’italia di riposizionarsi rispetto alla propria tradizione storica.

Prendiamo la famiglia. Tradizionalmente al centro della vita sociale italiana, la famiglia non era soltanto un luogo affettivo, ma anche un sistema di protezione, solidarietà, sostegno economico e costruzione dell’identità personale. Col tempo, questa struttura è cambiata profondamente. L’aumento dell’istruzione e della partecipazione femminile al lavoro, oltre che il cambiamento nei costumi sessuali e affettivi, hanno smontato quel modello. Senza però che ne sia stato costruito uno nuovo. Così, mentre la famiglia continua a essere indicata come un valore fondamentale, mancano le condizioni materiali e culturali per costruirla. I giovani hanno enormi difficoltà ad accedere a lavori stabili, alla casa, ai servizi per l’infanzia. I rapporti uomo/donna faticano a ridefinirsi, riproducendo vecchi modelli che impediscono la piena valorizzazione delle donne che ormai da molto anni hanno livelli di istruzione elevati. Di fatto non si è costruito un modello di famiglia post-patriarcale adatto condizioni sociali contemporanee. Né tanto meno si e impostata una politica migratoria sensata capace di integrare le nuove famiglie nel tessuto del Paese. Le ben note conseguenze demografiche sono l’effetto di questa transizione incompiuta.

O si pensi al mondo delle imprese. Il modello italiano basato sulle piccole dimensioni è stato a lungo considerato arretrato. Di fatto, però, sono proprio queste imprese che sostengono la competitività italiana, grazie alla flessibilità, alla creatività, al radicamento territoriale, alla qualità produttiva. Nonostante questo, per anni si è cercato di adattare il Paese a modelli importati, insistendo sulla necessita di verticalizzare e aggravando il carico burocratico e fiscale. Unico settore che ha accresciuto il livello di concentrazione è stato quello bancario, col rischio di un suo progressivo disallineamento dalle esigenze del sistema produttivo. Il risultato è paradossale: salvo le poche grandi imprese partecipate, l’Italia non ha più grandi imprese private. Il sistema economico mantiene intatta la sua specificità, ma non è stata sviluppata una politica industriale e finanziaria coerente per rafforzarne i punti di forza e contrastare le debolezze del nostro modello produttivo. E così anche in ambito economico paghiamo lo scotto si non aver portato a modello quelle specificità che gli stranieri ci invidiano.

Stesso discorso per la dimensione politicoistituzionale. Lo Stato nazionale ha avuto un ruolo fondamentale nell’unificare un Paese caratterizzato da marcate diversità territoriali, culturali, economiche. Ma da anni permane un grave scollamento non solo territoriale (tra Nord e Sud, e tra aree interne e centri urbani), ma anche tra la politica e i cittadini. Abbiamo esempi eccellenti di amministrazioni locali, con i sindaci — e in qualche caso presidenti di regione — che sanno esprimere ottime capacità amministrative. Ma il quadro è ben più problematico a livello nazionale, dove perdurano divisioni e inadeguatezze. Di fatto, i continui e sempre più retorici appelli alle riforme istituzionali e alla semplificazione burocratica nascondono l’incapacità della politica di modernizzare lo Stato. Da anni il Paese soffre di una transizione istituzionale mancata che la espone senza protezione alle intemperie di un tempo fortemente instabile.

La modernità, guidata da altri Paesi, corre. La difesa nostalgica del passato o della propria unicità non serve. Per uscire dalla spirale del declino serve piuttosto riconoscere le nostre specificità — il valore delle relazioni, dei territori, della famiglia, della piccola impresa, della qualità della vita e della produzione, della varietà — e lavorare a fondo per portarle all’altezza delle sfide dell’oggi. L’Italia non può diventare quello che non è. Deve però — urgentemente — diventare una versione migliore e aggiornata di sé stessa.

venerdì 24 aprile 2026

La stagnazione

Pierluigi Ciocca
L'economia tra il dramma e la farsa

il manifesto, 24 aprile 2023

La tragedia dell’economia italiana è che per l’ignavia di governi e imprese la crescita della produzione e della produttività da tre decenni abbia superato a stento lo “zero per cento l’anno”. Si sfiora il dramma, ma altresì il grottesco, per il rischio di recessione e di inflazione.

Rischio sorto dal conflitto acceso in Oriente dagli Stati Uniti e da Israele. Il conflitto, dall’esito tuttora incerto, ha innescato con effetti sia immediati sia ritardati pesanti ripercussioni sull’attività economica internazionale.

Di fronte a tanta follia e a un rischio siffatto l’Europa difetta di una strategia sul terreno della politica monetaria e della politica di bilancio. Mai come in questa occasione si sono appalesati i limiti della costruzione europea nel governo di breve periodo dell’economia dell’area. Due obbiettivi in potenziale contrasto – la stabilità dei prezzi e il pieno impiego delle risorse – richiederebbero due strumenti, indipendenti ma complementari, da applicare con saggia discrezionalità. Alla Banca Centrale Europea è invece precluso di ricercare il compromesso fra i due obbiettivi perché l’Istituto è stato inopinatamente costruito come privo del necessario “doppio mandato”. Quindi Francoforte non anticipa, segue gli eventi…

Dall’altro lato la politica di bilancio è inchiodata ai vincoli di Maastricht e… Bruxelles paradossalmente attende una recessione grave per agire in senso espansivo della domanda globale.

Non risulta che sia nemmeno allo studio un robusto piano di produttivi investimenti pubblici alimentati almeno al loro avvio da debito comune.

Il governo italiano – in carica da quattro anni, durante i quali nulla ha fatto per il ritorno dell’economia alla crescita – lamenta l’assurdità europea, che tuttavia alla stregua dei governi precedenti, politici e tecnici, ha supinamente avallato. Ora non ha senso alcuno unire al lamento la minaccia – impraticabile quindi inefficace – di ripudiare i vincoli di bilancio europei.

Fondamentale sarebbe, invece, agire nelle sedi europee competenti, diplomatiche e politiche, affinché l’auspicata saggia discrezionalità prevalga nei fatti, al di là delle regole. I margini vi sono. Resta naturalmente imperdonabile la incapacità della guida dell’economia italiana, di reperire i settecento milioni di euri necessari a restare nei prescritti limiti di disavanzo del bilancio pubblico nel 2025.

Ma al di là di quanto saprà fare l’esecutivo europeo il governo italiano per contenere la stagflation deve agire in autonomia.

La fiducia di imprese e consumatori, quindi la domanda globale e l’occupazione, sarebbero sostenute dal mero annuncio di un programma nazionale di investimenti pubblici che, spegnendosi il PNNR, sia rivolto a messa in sicurezza del territorio e dell’ambiente, sanità, grandi infrastrutture, istruzione e ricerca.

Gli investimenti si autofinanzierebbero nel medio termine nella misura in cui avranno sull’attività economica e sulla produttività del sistema effetti moltiplicativi che a propria volta accrescerebbero il gettito delle imposte.

Il programma dovrebbe naturalmente unirsi al ribadito impegno di invertire la tendenza del debito contenendo la spesa pubblica non sociale e l’evasione delle imposte.

Contro le aspettative di inflazione e quindi contro l’inflazione è essenziale una politica dei redditi che con l’avallo di opposizioni e sindacati eviti rincorse fra salari, profitti e prezzi quali quelle vissute negli anni Settanta-Ottanta.

A questa politica va unita una chiara, forte determinazione delle istituzioni a contrastare ogni conato di inflazione che scaturisca da vuoti di concorrenza.

Questi vuoti stanno già dischiudendo alle imprese, pubbliche oltre che private, ampi gradi di libertà nell’innalzare, anche speculativamente, i prezzi.


mercoledì 5 febbraio 2014

Il nuovo che avanza: la povertà

Bruno Simili
Più poveri
Il Mulino, 3 febbraio 2014

Sono trascorsi esattamente dieci anni da quando, all’inizio del 2004, pubblicammo sul numero 412 del “Mulino” un blocco di articoli che, significativamente, intitolammo “ceti medi e crisi nera”. Colpisce rileggere i titoli dei pezzi che componevano quella sezione monografica: “Quasi poveri e vulnerabili”, “Prezzi, redditi e impoverimento delle famiglie”, “Le mani vuote. Una società con più costi e meno sussidi”, “Il lavoro nascosto e i conti che non tornano”. In quelle pagine si evidenziava come i contratti sociali delle democrazie del secondo dopoguerra, orientati a migliorare le condizioni di vita e le possibilità di consumo alla ricerca di una distribuzione più equa dello sviluppo economico, fossero entrati in crisi. E come a risentirne fossero, soprattutto, le fasce di cittadinanza né troppo povere, né troppo ricche; ma sempre più vulnerabili. Quell’insieme di popolazione che nella seconda metà del secolo scorso ha visto crescere i propri consumi e le proprie possibilità di accumulazione patrimoniale.
Del resto, ci si era accorti già da tempo che il modello di stratificazione sociale che tendeva a restringere le differenze sociali e ad ampliare sensibilmente le categorie situate nel mezzo della scala sociale non reggeva più. Da allora, fette sempre più consistenti della popolazione italiana si sono trovate a dovere affrontare la insanabile contraddizione tra i costi da sostenere in tempi di crisi economica e un livello di qualità della vita considerato, a torto, irrinunciabile.
Dal quel numero del “Mulino” di dieci anni fa si sono rincorse interpretazioni che hanno addossato l’intero fardello delle responsabilità di volta in volta a questa o quella parte politica, all’euro, all’Europa, alla crisi internazionale. E sono state via via riformulate vecchie ricette politiche, in larga parte di stampo populista, volte a catturare il consenso di chi, anno dopo anno, percepiva il progressivo peggioramento della propria condizione sociale. Poi è arrivata la Grande Crisi, quella che hanno visto tutti, e ha reso ancora più impervie le strade su cui corre la vita di chi appartiene, o è convinto di appartenere, al ceto medio. Anche in questo caso è importante ragionare della percezione che ciascuno ha delle proprie condizioni di vita. Ci vengono utili i risultati di uno studio condotto da Demos, cui rimandiamo per i dettagli. Qui ci preme richiamare quanto Ilvo Diamanti sottolinea proprio oggi: vale a dire il progressivo e rapido peggioramento percepito da chi otto anni fa si sentiva “classe media” e oggi è invece convinto di avere sceso un gradino nella scala sociale. Una percezione, tra l’altro, che non vede forti differenze tra Nord e Sud, a dispetto dei dati che in molti altri ambiti indicano un Paese profondamente diviso in due.
Mentre la crisi economica dava le prime avvisaglie e poi esplodeva, che cosa è stato fatto dalla nostra classe dirigente che oggi si trova intrappolata nel circolo vizioso di un modello fallimentare? Quali responsabilità rispetto alle ridottissime previsioni di crescita per il 2014 deve accollarsi in proprio la classe imprenditoriale che oggi strepita e si lamenta? A chi, sul fronte del pubblico, vanno ascritte le responsabilità della nomina di Mastrapasqua a capo dell’Inps, l’ente che da solo assorbe un terzo dell’intera spesa pubblica italiana? E, infine, quali proposte politiche di stampo realmente riformatore sono arrivate al corpo elettorale in questi ultimi dieci anni?
Poniamo queste poche, semplici domande e leggiamo i dati della ricerca Demos. Una classe dirigente inadeguata, indisponibile a far crescere le generazioni più giovani e a lasciare loro il posto, imprenditori spesso non disposti a investire quando l’andamento dei conti e i profitti lo avrebbe consentito, una classe politica ancora oggi troppo spesso succube di logiche clientelari spiegano in buona parte la vera grande crisi italiana, quella del lavoro, il blocco di interi pezzi del cosiddetto sistema Paese, l’irrisolta questione della rappresentanza e la crisi della sfiducia nei confronti delle istituzioni e dei politici. E sono alla base di quella che è forse da considerarsi la conseguenza più grave dell’impoverimento di una larga parte del Paese: la sensazione di non essere politicamente più rappresentati da nessuna forza politica. Si tratta di un vero e proprio vulnus democratico, che non potrà risolversi a breve. Ma che, al tempo stesso e al di là delle giuste e ovvie critiche, non ci permette di limitarci a guardare alle bagarre parlamentari a 5 Stelle con occhio critico e scandalizzato ma ci obbliga a domandarci per quanto ancora ai grafici declinanti di questa Italia bloccata e impoverita potranno avere come conseguenza il brontolio e l’autodenuncia delle proprie crescenti, difficoltà. E se e quando, invece, sfoceranno in protesta e ribellione.