lunedì 25 maggio 2026

Pirandello e l'esperienza del doppio

Gianni Vacchelli
Chi siamo davvero? Pirandello e il labirinto dell'io

Avvenire, 25 maggio 2026

Che cosa accade quando l’io non riesce più a coincidere con sé stesso? E perché i personaggi di Pirandello sembrano continuamente sdoppiarsi, oscillando tra identità imposte e desiderio di autenticità? A questi interrogativi prova a rispondere Daniela Cimarosa, con L’“io” e il suo doppio. Analisi e interpretazione dell’opera pirandelliana in chiave psico-esistenziale (Kimerik, pagine 236, euro 19,00), una lettura dell’opera pirandelliana incentrata sul tema della frantumazione del soggetto e sul conflitto tra forma sociale e vita interiore. Come scrive l’autrice, «questo lavoro intende mettere in connessione le Novelle per un anno con i romanzi e le opere teatrali, concentrando l’attenzione su quello che è il dramma dell’uomo pirandelliano, “personaggio fuori chiave”, fuori dal mondo e fuori da sé stesso».
Insomma un ampio attraversamento per mostrare come il “doppio” sia non solo un potente espediente narrativo, ma pure una vera struttura dell’esperienza umana. Nei personaggi di Pirandello emerge così una continua dissociazione: l’io si osserva dal di fuori, si percepisce estraneo a sé stesso, fino a non riconoscersi più nelle maschere che è costretto a indossare. La poetica “umoristica” dell’agrigentino nasce proprio da questa frattura, in cui riflessione e partecipazione dolorosa si tengono continuamente insieme.
Emblematica è la novella “La carriola”, dove il protagonista sperimenta un’improvvisa faglia della coscienza. Guardando fuori dal finestrino del treno, avverte «il brulichio d’una vita diversa, non sua, ma che avrebbe potuto esser sua», insieme a «una pena di non essere». Ecco l’epifania: la divaricazione tra vita autentica e forma sociale irrigidita. Il protagonista comprende: «Chi vive, quando vive, non si vede: vive... Se uno può vedere la propria vita dal di fuori, è segno che non la vive più: la subisce, la trascina. Perché ogni forma è morte... Conoscersi è morire». La coscienza di sé coincide spesso, in Pirandello, con una dolorosa esperienza di dissoluzione, che divide dal flusso eracliteo, magmatico e vitale della realtà.
Ma plurime sono le figure “dimidiate” nell’universo pirandelliano. Anche Belluca, protagonista de “Il treno ha fischiato”, si ridesta improvvisamente da una vita meccanica grazie al fischio di un treno che gli spalanca il mondo: «Il fischio di quel treno gli aveva squarciato e portato via d’un tratto la miseria di tutte quelle sue orribili angustie». È quasi una seconda nascita, pur se limitata a qualche istante: la follia, altro tema pirandelliano cruciale, si fa apertura inattesa a una dimensione altra dell’esistenza.
In Il fu Mattia Pascal emerge la figura del «forestiere della vita», emblema di chi non riesce più ad abitare alcuna forma stabile di sé. L’uomo pirandelliano ha perso «il centro di gravità permanente», e oscilla continuamente tra maschere e possibilità incompiute. Per questo nei romanzi pirandelliani agiscono «linee di forza discordanti che avviano il graduale percorso della scissione dell’“io”». In Uno, nessuno e centomila questa crisi giunge all’estremo, poiché il protagonista scopre di esistere in forme diverse e inconciliabili negli sguardi altrui, sino alla «disgregazione dell’essere», esito ultimo della disintegrazione della persona.
In Sei personaggi in cerca d’autore il conflitto tra vita e forma diventa apertamente metateatrale: i personaggi reclamano una verità che nessuna rappresentazione riesce a esaurire. Il personaggio pirandelliano è infatti «fuori dalle transitorie contingenze del tempo» ed è, paradossalmente, «più vero» degli uomini stessi, perché fissato in una forma definitiva. Nei Sei personaggi ritorna così il conflitto tra «realtà-finzione, uomo-personaggio», mentre il Padre svela la tragica instabilità dell’io: ciascuno si crede «“uno” ma non è vero: è “tanti”». Il teatro si configura come il luogo della sgretolamento dell’io moderno, in cui «il personaggio rivendica la sua soggettività» contro l’inautenticità delle maschere sociali. Ne deriva il paradosso per cui l’arte, proprio nel suo artificio, appare più vera e reale della vita stessa, ridotta a una grande «pupazzata».
Fondamentale anche il saggio L’umorismo, vero snodo “teoretico” della poetica pirandelliana. La riflessione sull’umorismo nasce come «constatazione della coesistenza di opposti che pongono in conflitto l’essere-sentire e l’apparire». Da qui scaturisce il celebre «sentimento del contrario», che non si limita a smascherare le apparenze, ma illumina la contraddizione profonda del reale.


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