lunedì 25 maggio 2026

Impazzire per Garlasco

Edoardo Camurri
Impazzire per Garlasco

Il Foglio, 25 maggio 2026

Durante l’epoca d’oro della dinastia Tang, intorno all’ottocento dopo Cristo, un taoista di nome Hiuan Kiai, dopo una lunga permanenza a corte, aveva espresso il desiderio di tornare al Mare orientale. L’imperatore, per dimostrargli che questo viaggio era impossibile, lo portò a contemplare una scultura in legno, dipinta e ornata e incastonata di perle e di giade, che rappresentava le Tre Montagne del Mare. “A meno di essere un immortale superiore – disse l’imperatore al taoista indicando con il dito l’isola di P’eng-lai – è impossibile raggiungere quella regione”. Hiuan Kiai si mise a ridere; per lui quelle tre isole scolpite con così tanta perfezione misuravano solo un piede, e le distanze erano facil

mente colmabili, e allora saltò in aria e divenne progressivamente sempre più piccolo e di colpo entrò per le porte d’oro e d’argento che cingevano quella scultura in miniatura. Per dieci giorni non si ebbero più notizie di Hiuan Kiai, all’imperatore vennero delle eruzioni sulla pelle, e ogni mattina, all’alba, qualcuno bruciava dell’incenso, il prezioso “Cervello di fenice”, proprio davanti a quell’isola. Passarono così dieci giorni, quando a palazzo arrivò un rapporto da T’sing-tcheou secondo il quale Hiuan Kiai aveva attraversato il mare a cavallo di una giumenta gialla.

“In un solo granello di polvere c’è tutto l’universo”, era questa la verità profonda che

Hiuan Kiai aveva colto, ed è questa stessa verità quella che si può trovare ovunque, persino a distanze diverse rispetto a quelle che separavano Hiuan Kiai dal Mare orientale, per esempio in provincia di Pavia, nella Lomellina, a Garlasco.

Garlasco è questo universo in piccolo, una scultura in cui ogni miniatura e ogni particolare sono un mondo nel mondo nel mondo. Saltare dentro Garlasco, miniaturizzarsi dentro questa storia circoscritta e dolorosa, è un viaggio – per ricordare un’altra espressione con cui in Oriente si esprime lo stesso concetto – dentro quel “poro della pelle dove sono raccolti novantamila immortali”.

Si sente il bisogno di moltiplicare i piani per cercare di comprendere il motivo per cui Garlasco ci interessa così tanto e, nello stesso tempo e nello stesso spazio, si avverte anche la necessità di collocarli uno accanto all’altro, uno dentro l’altro, senza escludere nulla, senza preoccuparsi di forzarli in un’idea un po’ parodistica di coerenza; occorre insomma, ci pare, uno sforzo di comprensione capace di tenere insieme anche elementi incontrasto e in contraddizione tra di loro, un po’ come l’universo fa con la vita che contiene e sostiene. In un arco temporale ridottissimo, una mattina del 13 agosto del 2007, all’interno di una villetta col garage adiacente al tinello, opera di quei geometri gioiosamente laboriosi e pigramente squadrati che sono gli artefici dei sopravvalutati paesaggi della provincia italiana, in via Pascoli, a Garlasco, qualcuno, forse in mezzora o poco più, ha ucciso Chiara Poggi. In questo anno di riapertura delle indagini, tutti noi siamo tornati a varcare le porte di questo inferno in piccolo e lo abbiamo fatto per un moto di familiarità, riconoscendo, nel dramma di questa miniatura, qualcosa che ci appartiene e che ci riguarda e che sentiamo la necessità, vai a capire come, di aggiustare.

Quante ragazze come Chiara Poggi abbiamo conosciuto, incontrato, magari amato; quante di quelle porte abbiamo oltrepassato e quanto ci risulta naturale evocare e riconoscere come nostro l’odore di quelle stanze, il sapore dei pasti, i discorsi che li accompagnavano, la gentilezza forse un po’ brusca e imbarazzata degli adulti, la noia di un gatto. Lo spiega Freud: il perturbante è quella sorta di spaventoso che risale a quanto ci è noto da lungo tempo, a ciò che ci è familiare; ed è anche l’ingresso – ma sembra più la voragine che si apre in una ferita, la fenditura di una roccia che ci porta all’interno di una caverna in cui troveremo i resti di antichi sacrifici – verso la discesa, pauroso e vertiginoso Helter Skelter, dentro ciò che abbiamo di più intimo e famigliare: noi stessi. Siamo Alberto Stasi, l’attuale condannato per l’omicidio della fidanzata Chiara Poggi, perché sappiamo che c’è sempre una parte di noi che, come un destino che non abbiamo scelto e come una corda tesa a terra che ci fa inciampare, ci dirige e ci espone alla possibilità, al di là di ogni controllo e di previsione, di essere ritenuti colpevoli di una cosa che non abbiamo fatto: una telefonata ai carabinieri ritenuta chissà perché indizio di colpevolezza; l’impegno per concludere la tesi di laurea interpretata non come la disperazione di provare a normalizzare l’inconcepibile ma come indifferenza per la morte della fidanzata; una certa timidezza e durezza per rimanere in piedi dopo un evento devastante che non si sa–e non c’è nessuno in grado di insegnarcelo – come affrontare.

Lo spiega Freud: il perturbante è quella sorta di spaventoso che risale a quanto ci è noto da lungo tempo, a ciò che ci è familiare; ed è anche l’ingresso verso la discesa, pauroso e vertiginoso Helter Skelter, dentro ciò che abbiamo di più intimo e famigliare: noi stessi

Siamo Andrea Sempio, l’attuale indagato per l’omicidio di Chiara Poggi, e siamo tutti gli indagati del mondo, innocenti o colpevoli che siano, perché tutti noi, nessuno escluso, siamo abitati dall’ombra e a volte sentiamo, se abbiamo la forza di osservarlo senza tremare troppo, che il confine che separa il nostro dolore dal trasformarsi in violenza verso noi stessi o verso altre persone è fragile e imprevedibile come lo schiocco delle dita dell’ipnotizzatore che ci risveglia dal nostro torpore.

Continuiamo allora a sprofondare ancora, un po’ come fece Hiuan Kiai con la scultura delle Tre Montagne del Mare, dentro questo mondo in piccolo in cui tutto l’universo e tutti noi siamo racchiusi; e proviamo a tratteggiare una minima parte di questa mise en abyme.

C’è tanto dolore in questo gioco di specchi e se il cuore sente una stretta nel descriverlo, la mente,in questa dinamica di miniaturizzazione e di compressione, si cuoce invece nel forno del delirio.

E ciò che gli attuali investigatori ritengono di aver trovato nella vita di Andrea Sempio ci trascina verso qualcosa che risveglia in noi non sololasempliceraccoltadialcuniframmentidella vita di un ragazzo di Garlasco; il fatto, per esempio, che leggiamo che per anni Sempio abbia frequentato degli improbabili e inquietanti corsi da seduttore perché soffriva di non aver successo con le ragazze, i messaggi sconvolgenti che scriveva su forum on line vicini a quelli che oggi si richiamano alla manosfera, il tentativo di dare forma alla sua inquietudine incontrando il nichilismo elegante (e un po’ piacione) di Cioran, nelsilenzio di una piccola casa in cui il padre, una volta all’anno, faceva le conserve di salsa di pomodoro, ricevono e riflettono un po’ di luce dal quadro generale in cui accade il mondo. Il potere, insegnava un grande maestro come Nietzsche, di cui Sempio stesso studiava come poteva la dinamite racchiusa nei suoi libri, si nutre di risentimento. E quasi tutte le forme di potere sono lo sfogo di un desiderio represso che sitraduceinvendetta.daquestopuntodivista, estremizzando, Putin invade l’ucraina perché in lui si agita ancora il sogno infantile e frustrato di un insuccesso a cui tentare di porre rimedio: rifare l’impero degli Zar per poi godersi la scemenza delle parate e il funereo sventolio delle bandiere. Zuckerberg fonda Facebook, cioè quello che oggi è, in chiave digitale, il più popoloso statodelpianeta,percercarediintercettare l’interesse delle ragazze del college che lo ignoravano. Poi: l’america in cui Trump trionfa è l’america descritta da J.D. Vance, in cui la rabbia White Trash, indignata per non avere ciò che pensa di meritarsi e invidiosa di persone sfortunatealmenoquantoloro–immigrati,esclusi,diversi – è stata fatta improvvisamente esplodere per rendere possibile ciò che fino a poco tempo fa sembrava inimmaginabile. Peter Thiel, dopo aver studiato a Stanford con René Girard i concettidicaproespiatorio,disacrificio,dirisentimentoediinvidiaeaverli,anchelui,miniaturizzatinellaformadellamacchinaalgoritmicache cigovernaecicontrolla,èfinalmenteriuscitoa realizzare il sogno di una gioventù confusamente dotta, fumettistica e marginale: girare il mondo per parlare dell’anticristo alle incredule classi dirigenti del pianeta che ora si sentono obbligateaascoltarloperchéilsuopotere,come ogni cosa sacra, attrae e fa molta paura insieme. E allo stesso modo, ma solo abbandonandoci ancora alla vertigine paradossale di questo labirinto di specchi, la magia del caos e l’orizzonte satanico che, a quanto si legge, sembrano aver appassionato Sempio e alcuni dei suoi amici di Garlasco, sono gli stessi interessi praticati e teorizzati da uno dei filosofi più influenti dei nostri tempi da chi detiene le chiavi nel mondo delle criptovalute, il teorico dell’illuminismo oscuro Nickland,un ragazzo che ha iniziato la sua fortuna come reietto del dipartimento di Warwick, in Inghilterra, tra il disagio settario di studi cyber, riti voodoo e anfetamine. Il caos dentro cui siamo sprofondati finisce così con l’assomigliare a una partita andata a male didungeons & Dragons giocata da degli adolescenti che nel frattempo, da Incel e da nerd, sono diventati adulti di successo i cui vecchi sortilegi sono identici alla realtà a cui tutti, o quasi, crediamo. Ciò che si agita in Garlasco – sentimenti, prospettive, frustrazioni dei ragazzi di provincia di quegli anni – e le forme che poi tutto questo prende nel delirio della mise en abyme, può arrivare a farci tracciare una linea visiva di fuga che, nell’infinitarsi degli specchi, prima di farci crollare a terra per la vertigine, in nome del risentimento che accomuna ogni punto di questa prospettiva, sembra legittimare un verdetto folle e grottesco: Zuckerberg e Peter Thiel sono solo due degli innumerevoli Andrea Sempio che, rimasti invece a stagnare qua e là nella provincia globale che siamo diventati, ce l’hanno fatta.

Prima di raggiungere il mare orientale a cavallo di una giumenta gialla, Hiuan Kiai ha affrontato tutti i mostri del suo viaggio interiore, cercando di rimanere fermo nel suo proposito nonostante l’immillarsi delle immagini riflesse nel suomondoinpiccolo.ilsuodesiderioerailritorno a casa; il desiderio di chi si interessa a Garlasco è provare a aggiustare l’universo che vive in questo granello di polvere della Lomellina. Insomma, è possibile sostenere che non occorra credere all’antropologia nera, cioè all’idea che gli umani siano guasti per natura, come ragione alla base del fatto che Garlasco ci coinvolga così tanto: Garlasco ci interessa non perché siamo per natura morbosi (ogni tanto possiamo diventarlo per debolezza, ma solo come conseguenza non voluta, preterintenzionale, per dirla con il linguaggio giuridico che è il codice di questo racconto collettivo che abbiamo ripreso a fare da più di un anno); Garlasco ci interessa non perché siamo facilmente manipolabili e il caso di Chiara Poggi viene usato come una distrazione da problemi più grandi (idea che pare un poco paranoica e superficiale: come se struggersi per la sorte di una ragazza non fosse invece, di per sé, il nobile archetipo di ogni fiaba eterna); Garlasco ci interessa non perché vogliamo approfittare dell’importanza del caso perché, parlandone, ci fa uscire dall’anonimato (lo è senz’altro per qualcuno, ma non per le migliaia di persone che ogni giorno sentono il richiamo di questa foresta e provano a esplorarla senza avere altra pretesa se non quella di provare a contribuire a riassestare nei cardini la porta di questo inferno che si è spalancato); Garlasco ci interessa non perché, per natura, siamo animati di spirito di vendetta e vogliamo vedere scorrere altro sangue (a Garlasco ci si appassiona invece in nome dello stato di diritto: liberare dalla prigione un condannato su cui ormai è diventato irrazionale non avere dubbi sulla sua colpevolezza passata in giudicato; non solo, Garlasco sta anche diventando l’emblema di una magistratura che trova la forza, sempre in nome dello stato di diritto, di mettere in discussione sé stessa). Garlasco ci interessa perché a noi umani – ed ecco l’antropologia bianca–dopo tutto piace molto la verità e piace molto il bene.

Nessun commento:

Posta un commento