Marco Damilano
Oggi il partito più romano è quello di Salvini
Domani, 24 maggio 2026
C’è un partito che vanta una permanenza al governo superiore a quello di Meloni: la Lega. Il cui mistero politico è di stare da un decennio incollato alle poltrone dell’esecutivo con la postura di chi sta sempre all'opposizione. Il nord è una priorità oramai fumosa, la corsa a destra un boomerang
Nel decennio dell'immobilismo e della stagnazione, con il Pil italiano superiore al livello del 2007 di appena l'1,9 per cento, mentre Francia, Germania e Spagna sono cresciute di quasi il 20, c'è un primato poco indagato. Altro che Giorgia Meloni, c'è un partito che può vantare una permanenza al governo più duratura della sua.
È la Lega di Matteo Salvini. Nel novembre 2017 il partito fondato da Umberto Bossi ha cambiato nome, da Lega per l'indipendenza della Padania a Lega per Salvini premier. Sono passati otto anni esatti dal primo giugno 2018, il giorno del giuramento del governo Conte 1.
In questi otto anni, salvo la pausa del Conte 2, la Lega è stata al governo quasi 6 anni e mezzo, 2300 giorni, più di ogni altro partito, con ogni formula: la maggioranza politica di destra (governo Meloni), le larghe intese, senza Fratelli d'Italia ma con il Pd (governo Draghi), il bicolore gialloverde con i 5 Stelle (governo Conte 1).
C'è una figura che simboleggia tutto questo: Giancarlo Giorgetti, sottosegretario alla presidenza del Consiglio con Conte, ministro dello Sviluppo economico con Draghi, ministro dell'Economia con Meloni. Una specie di doroteo padano, che si esprime per borbotti, l'apparente buonsenso del vivere alla giornata con cui oggi deve guidare l'economia più debole dell'Unione europea, ultima per crescita del Pil e prima per debito.
Per raggiungere la vetta nella classifica della durata Giorgia Meloni sta rinunciando a tutto il resto, sfornando decretini, tagli delle accise, finanziamenti per i camionisti. Ma il mistero politico è un partito che da quasi un decennio sta incollato alle poltrone di governo con la postura di chi sta sempre all'opposizione.
Papeete non lontano
Negli ultimi giorni Matteo Salvini ha dato segni di insofferenza. Il Papeete è lontano, nonostante l'allusione dell'ex Capitano alla legislatura che potrebbe finire prima. Ma passa di nuovo da lì, da Salvini, la crepa che divide la maggioranza che governa l'Italia da quasi quattro anni.
Nell'incertezza sul da farsi il ministro Calderoli ha estratto un classico del repertorio leghista: il ricatto leghista sull'autonomia. Senza l'autonomia non si fa la nuova legge elettorale, ha ruggito il ministro, come faceva Bossi ai bei tempi, quando con due carte in mano faceva ballare i governi. Oggi l'autonomia nessuno sa bene cosa sia, come non si è mai capito cosa fossero davvero la secessione del dio Po, la devoluzione, il federalismo fiscale.
Per la Lega è un marchio identitario sbiadito, oggi non c'è partito più romano. E nel 2015 Salvini operò una conversione, trasformando la Lega nord in Lega nazionale, sostituendo l'Europa all'Italia, l'odiata Bruxelles a Roma ladrona, con l'obiettivo di intercettare il vento sovranista e nazionalista che soffiava in tutta Europa. Per un po' ha funzionato, la Lega è stata in Italia quello che era Farage in Gran Bretagna, Marine Le Pen in Francia, Donald Trump negli Usa.
Poi c'è stato il suicidio politico della crisi estiva nel 2019 ed è arrivata Giorgia Meloni a portare via tutto. Dell'antico partito del Nord restano tre presidenti di regione, Luca Zaia, Attilio Fontana, Massimiliano Fedriga, che sono già ex (Zaia) o in procinto di diventarlo, in assenza del terzo mandato. Mentre sulla strategia sovranista è piombato la concorrenza elettorale del generale Roberto Vannacci, incubato dalla Lega di Salvini. Il fattore Vannacci, come in un effetto a catena, spinge la Lega a destra per non lasciare scoperto il fianco, ma così alimenta i Ben-Gvir interni, come la consigliera leghista di Lecco che ha evocato la macchina contro la folla nel comizio di Elly Schlein.
Un rebus insolubile: ritornare indietro, alla rappresentanza del Nord, significa per Salvini consegnare la Lega al Fienile di Zaia, come si intitola il fortunato podcast dell'ex presidente veneto. Proseguire sulla strada del sovranismo vuol dire alimentare la retorica di un attore spregiudicato come Vannacci che ha di fronte a sé le praterie elettorali.
Restare fermi corrode un pezzo di consenso decisivo per tutta la coalizione di destra in vista del voto del 2027. Non basta portare in ritiro i parlamentari leghisti per rimotivare la squadra. Anzi, le defezioni rischiano di aumentare. E il risultato delle elezioni amministrative di oggi e domani, per il voto di lista, è un test soprattutto per la tenuta della Lega salviniana.
Dal destino di Salvini, per quanto possa sembrare incredibile, dipende anche quello di Meloni. Come si vede in questi giorni di tensioni anche parlamentari sul finanziamento delle spese militari.
Nel governo che insegue il record di durata ma incassa il record dell'immobilismo i tre leader Meloni, Salvini e Tajani sono costretti al tirare a campare. Ma uno dei tre ha meno tempo degli altri per decidere come resistere anche al prossimo giro. Anche staccando la spina e puntando sul pareggio elettorale che nella prossima legislatura segnerebbe lo scioglimento delle coalizioni e restituirebbe a ogni leader, piccolo o grande, la sovranità in casa sua.


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