domenica 24 maggio 2026

I medici gettonisti

Alessia Guerrieri
Dovevano sparire, ma sono ancora  tantissimi: così resistono i medici gettonisti

Avvenire, 24 maggio 2026

Sarebbero dovuti sparire, o quasi, da circa tre anni, i medici gettonisti. Il decreto legge 34 del 2023, e le successive modifiche, infatti ne ha limitato il ricorso solo in via temporanea ed eccezionale, con la progressiva eliminazione dei contratti con cooperative di medici e il divieto di nuove forme di esternalizzazioni non giustificate. Eppure a tre anni da quel provvedimento, i gettonisti sono presenti in circa la metà dei Pronto soccorso italiani. Con tutto quel che ne consegue in termini di spesa (il loro costo ora è il doppio se non il triplo di quello di un medico ospedaliero) e, soprattutto, di organizzazione del lavoro. A denunciare la situazione, a cui si lega anche la fuga dei camici bianchi dal Ssn verso il privato e l’estero, è la Federazione medici internisti ospedalieri (Fadoi) in un’indagine in cui riemergono problemi mai affrontati sul serio. Come, ad esempio, lo stato psicologico dei medici, soprattutto quelli d’emergenza. Il 65% dei dottori, difatti, almeno una volta nella carriera lavorativa, è caduto in burnout . E come se non bastasse la carenza costante di medici e infermieri, per i camici bianchi il pensiero ricorrente è la fuga dal Ssn: un medico su 4 pensa così al prepensionamento (uno su due nel Lazio) e il 20% di voltare le spalle al pubblico per il privato, mentre il 10% guarda oltre confine come prospettiva di carriera futura.
Questioni che il ministro della Salute Orazio Schillaci sa bene, come dice lui stesso in collegamento video al congresso Fadoi di Rimini in cui è stata presentata l’indagine. «La valorizzazione del personale è una priorità – sottolinea comunque –, conosciamo i problemi del settore e abbiamo lavorato per invertire la rotta, con interventi concreti per il rafforzamento del Servizio sanitario nazionale». Inoltre, rivendica il fatto di essere stato il primo ad aver messo mano al problema dei gettonisti. «Non era un modello da difendere e siamo intervenuti con decisione, dando una cornice di regole precise che fino a poco tempo fa non c’erano – aggiunge –. Abbiamo anche aumentato le indennità di chi lavora in Pronto soccorso per ridurre il fenomeno», e «ci sono stati dei controlli attraverso i Nas», che hanno portato a «49 denunce e 39 segnalazioni all’autorità amministrativa per irregolarità». Infine assicura: «Ci saranno altri controlli. Dove si stanno applicando le regole c’è un primo cambiamento».
I numeri emersi dall’indagine, tuttavia, tratteggiano un quadro molto preoccupante che apre la strada, secondo Fadoi, al «rischio desertificazione degli ospedali». Oltre il 57% dei medici infatti sostiene che il principale problema è la carenza dei camici bianchi nei reparti. In più, le condizioni di lavoro vengono giudicate in peggioramento da sette professionisti su dieci. Meno attrattive le “case di comunità”, i nuovi maxi ambulatori finanziati con 2 miliardi del Pnrr dove dovrebbero lavorare insieme medici di famiglia e specialisti ambulatoriali, ma che la proposta di decreto legge presentata dal ministro della Salute alle Regioni apre anche ai medici dipendenti. Un cambio di casacca che nell’indagine sembra suscitare interesse soltanto nel 18,8% dei medici internisti.
«I risultati dell’indagine – dice il presidente Fadoi, Andrea Montagnani – indicano che la desertificazione dei nostri ospedali pubblici non è uno spettro agitato per interessi di categoria ma un rischio reale». Come uscire da questa situazione, prosegue, «ce lo dicono gli stessi medici internisti, che indicano tra le priorità assumere personale, creare un legame più solido tra ospedale e territorio con una regia che strategicamente potrebbe essere affidata alle medicine interne. Ma proprio per gli internisti la priorità delle priorità resta quella di rendere coerente la classificazione delle medicine interne con le sempre più complesse funzioni assistenziali svolte».

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