Luca Ricci
L'eterno fascino di Montecristo: Dumas e il capolavoro che arriva da un tempo irriproducibile
La Stampa, 28 maggio 2026
Durante l’ultimo Salone del libro di Torino l’editore Laterza ha lanciato il sondaggio “Un libro che ha cambiato la tua vita”, e al primo posto si è classificato Il conte di Montecristo di Alexandre Dumas, che è stato capace di sbaragliare Umberto Eco e Marcel Proust, Fëdor Dostoevskij e Gabriel García Márquez. Per capire le ragioni della vittoria di questo che appare il più classico tra i classici, può tornare utile soffermarsi su ciò che potremmo definire il suo assoluto narrativo. Per assoluto narrativo intendo un nucleo d’azioni precise che muovono i protagonisti della letteratura universale. Ne Il conte di Montecristo l’assoluto narrativo è la vendetta: un uomo subisce un’ingiustizia e trascorre il resto della sua vita tentando di vendicarla. Chi non ha subito un’ingiustizia? E chi, avendola subita, non ha provato con tutte le sue forze a cercare una ribellione nella vendetta? Tuttavia, Il conte di Montecristo smette di essere una storia universale - una situazione piuttosto comune, per non dire prosaica, in cui tutti possono riconoscersi - nel momento in cui il protagonista del romanzo, il giovane marinaio Edmond Dantès, rinviene il tesoro grazie al quale può dar seguito ai suoi progetti di vendetta. L’architrave del libro, tutta quanta la sua peculiarità romanzesca, è data dall’espediente del tesoro. Ed è abbastanza incredibile sapere che Dumas, e tutti i lettori insieme a lui, debbano a un singolo elemento l’intera esistenza, oltre che l’intima godibilità, di un libro fluviale che, nella migliore tradizione del romanzo d’avventura (anche se Il conte di Montecristo non corrisponde a una sola tipologia narrativa), è pieno zeppo di personaggi, sottotrame, intrighi, false piste e colpi di scena. A fine lettura, è curioso fare questo gioco: togliamo il tesoro, e tutto crollerà: rimettiamo il tesoro al suo posto, e tutto tornerà a tenersi. Impossibile non citare almeno due autori ottocenteschi che hanno trafficato con tesori nascosti almeno quanto Alexandre Dumas: Emilio Salgari e Robert Louis Stevenson.
Non importa se L’isola del tesoro (1883) e Il corsaro nero (1898) siano venuti dopo Il conte di Montecristo. Anzi, importa eccome: un classico è quel libro che non solo ha il passato ma sa appropriarsi anche del futuro. Noi comuni mortali, persone vere, subiamo un’ingiustizia e tentiamo una vendetta, ma raramente abbiamo la fortuna sfacciata di trovare un tesoro. Questa è la differenza capitale tra noi e il personaggio romanzesco Edmond Dantès. Ed è anche il motivo principale per cui siamo noi a leggere lui (e non viceversa), perché attraverso di lui riusciamo a compiere quella vendetta che nella vita vera, nella cosiddetta realtà, non potremmo mai compiere.
Il conte di Montecristo è anche, e forse soprattutto, un romanzo d’appendice: uscì a puntate tra il 1844 e il 1846 sul Journal des débats. In questa definizione non c’è nessun intento denigratorio, visto che buona parte della letteratura europea del XIX secolo venne pubblicata in prima battuta con la medesima modalità. Da I Miserabili di Victor Hugo a David Copperfield di Charles Dickens, le narrazioni moderne - unico medium dell’intrattenimento popolare dell’epoca - uscirono parcellizzate, in questo prefigurando quel che sarebbe successo un secolo dopo con la serialità televisiva. Attenzione, non solo i romanzi di serie B, le storie con variazioni narrative muscolari, spesso farraginose, con una lingua pungolata dalla fretta delle uscite ravvicinate e perciò sciatta, ridondante, ripetitiva. Perfino Madame Bovary di Gustave Flaubert - vertice mondiale dello stile - uscì a puntate sulla rivista Revue de Paris. È una perversione novecentesca l’aver frainteso, o non voluto comprendere, l’aspetto dirimente della ricezione originale delle opere (e a volte perfino della loro stessa costruzione), che avvenne, appunto, un poco per volta. Il romanzo moderno diviene un manufatto granitico che deve essere recepito come un intero solo a posteriori. Ma, almeno inizialmente, non era la scalata dell’Everest paventata sui nostri banchi di scuola ma un divertimento. Il conte di Montecristo ebbe un enorme e istantaneo successo, le copie del Journal des débats andavano a ruba e i lettori attendevano con ansia la pubblicazione della puntata successiva per conoscere lo sviluppo delle avventure. Guai a quella letteratura che non riesce più a divertire. Fenomeno che è accaduto con l’odierna cultura bestsellerista - dove da una parte c’è l’intrattenimento puro (il mass market) e dall’altra l’impegno (qualunque cosa esso sia, politico, etico, filosofico, metafisico) - magra dote toccata in sorte agli anni Zero.
Ripetiamolo: nel XIX secolo non c’erano la radio, il cinema e la televisione, men che meno i telefoni, i videogiochi e internet. La scrittura era l’unico medium utilizzato, possibile, per veicolare delle storie. Da questa considerazione ovvia nascono conseguenze che, viste retrospettivamente, lasciano stupefatti riguardo alla potenza della letteratura durante la modernità: preminenza, centralità, successo. Quando la narrazione aveva dei lettori senza nessuna retorica pedagogica, leggere non era giusto ma necessario: un misto di utilità e di piacere. L’aspetto conoscitivo non era disgiunto da quello ludico. È in questa temperie culturale che va inquadrato e messo a fuoco Il conte di Montecristo. Dentro a un tempo in cui la letteratura era talmente performante da poter ignorare il suo nome, da poter soprassedere sulle sue imperfezioni e financo sulle sue sciatterie. Le ridondanze linguistiche, le incongruenze della trama, non riuscivano a depotenziare la presa sull’immaginario collettivo, sull’entusiasmo della gente. L’arte ha cominciato ad affinarsi troppo quando è diventata debole. Quando le sue ragioni di fruizione hanno smesso di essere autoevidenti dinanzi agli occhi del grande pubblico. I romanzi popolari come Il conte di Montecristo sono stati grandi perché i motivi della loro esistenza non avevano bisogno di essere dibattuti. Ci si chiede il perché di un comodino, una forchetta o un rotolo di carta igienica? Gli editor, questi custodi delle scritture indebolite e consunte della contemporaneità, sono la certificazione, la prova provata, della malattia della letteratura.

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