capire l’esistenza con la lezione di bruegel
Alessandro
Zaccuri
Il Sole 24ore, 17 maggio 2026
Di solito le grandi opere d’arte suscitano un’ammirazione venata di nostalgia, come se per un istante stessimo gettando lo sguardo su un universo dal quale siamo stati esiliati senza averne consapevolezza. Non succede così con i dipinti di Pieter Bruegel il Vecchio. Non solo con lui, d’accordo. Ma con lui succede quasi infallibilmente. Sarà per via di quell’orizzonte basso, che invita a entrare nella scena come in un ambiente domestico. Oppure per l’aspetto sgraziato dei suoi personaggi, sempre indaffarati in una danza contadina, in un gioco di strada, in un alterco. Non per niente, in una fortunata biografia romanzata del 1928 (Bruegel, in catalogo da Castelvecchi) il belga Felix Timmermans assecondava la leggenda di un talento selvaggio, coltivato nel frastuono delle taverne più che nelle botteghe dei miniaturisti.
A distanza di quasi un secolo, dell’esistenza di Bruegel il Vecchio continuiamo a sapere abbastanza poco (tra i dati verificati: l’iscrizione alla Gilda di San Luca ad Anversa nel 1551, il matrimonio con la figlia del pittore Pieter Coecke, la morte a Bruxelles nel 1569), mentre è ben documentata l’attività dei discendenti, a partire da Pieter il Giovane (1564-1638), al quale si devono decine di riproduzioni delle opere del padre. È L’Entreprise Brueghel, come la definiva una mostra che fu in cartellone a Maastricht e a Bruxelles tra il 2001 e il 2002: una factory in piena regola, concepita e gestita per soddisfare le esigenze del vivace mercato dell’arte nella prima età moderna. E con questo siamo di nuovo precipitati nella prosa, un po’ come l’Icaro bruegeliano nella famosa tavola celebrata in versi da Wystan Hugh Auden e da William Carlos Williams.
Benché persuaso di trovarsi al cospetto di una copia, anche lo scrittore britannico Toby Ferris sceglie di collocare La caduta di Icaro all’inizio del suo La vita è breve, il mondo è strano, libro di felice eccentricità magnificamente tradotto da Ludovica Eugenio.
La struttura rimanda ai saggi che l’autore pubblica da tempo online in un sito(www.anatomyofnorbiton.org) nel quale le inquietudini del presente sono messe in relazione con la tradizione iconografica del Rinascimento attraverso il dialogo a distanza tra i dettagli dei capolavori del passato entrano e le istantanee di una contemporaneità creaturale e dimessa. Analogamente, in La vita è breve, il mondo è strano, un frammento della Salita al Calvario può essere accostato all’ingombrante contenitore in cui si è tenuti a conservare le provviste quando si attraversano le foreste statunitensi. Di tappa in tappa, Ferris dubita sempre di più dell’effettiva utilità dell’oggetto (davvero impedirà agli orsi di fiutare il cibo?), ma non può sbarazzarsene, proprio come i venditori ambulanti raffigurati da Bruegel non possono permettersi di depositare il loro fardello.
L’ideazione del progetto di cui il libro rende conto risale al 2012, l’anno nel quale Ferris si trova a fronteggiare la morte del padre, la nascita del primo figlio e una crisi lavorativa. Ha 42 anni e quella cifra comincia a parlargli. Secondo una stima discretamente accreditata, Bruegel sarebbe morto alla stessa età e, sempre in base a un calcolo ritenuto affidabile, sarebbero 42 i dipinti attribuibili al Vecchio. Ferris decide di andarli a vedere tutti, uno per uno, muovendosi tra l’Europa e gli Stati Uniti, anche a costo di trascinare sotto la pioggia battente un improbabile kit anti-orso. Il viaggio non è lineare, come apparentemente erratico è l’andamento dei vari capitoli, nei quali le memorie familiari di Ferris si intrecciano con lo studio approfondito di un corpus che rimane sfuggente per la sua stessa evidenza.
L’esplorazione dell’«Oggetto Bruegel» si compie, da ultimo, per via di incompiutezza, e non solamente perché almeno uno dei dipinti originali, L’ubriaco spinto nel porcile, è conservato in un’insondabile collezione privata, di modo che Ferris deve accontentarsi di una copia (sì, del solito Pieter il Giovane) esposta a Bamberga. L’autentica ragione dell’imperfezione alla quale il libro dà voce è però un’altra. Nessuna interpretazione, per quanto sofisticata, può illudersi di essere definitiva: «A un certo punto, nel tuo cammino per il mondo – ammette Ferris –, devi sperimentare un lutto magico. Entrare nella luce chiara dell’ordinario». Lì, scamiciato e sapiente, ci aspetta Bruegel il Vecchio.
Toby
Ferris
La
via è breve, il mondo è strano
il
Saggiatore, pagg. 342, € 29

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