Marina Calculli
Israele, il caos per coprire la crisi dell'impero
il manifesto, 28 maggio 2026
La furia con cui Israele conduce la pulizia etnica del sud del Libano è il segno della disperazione strategica del suo apparato di potere criminale. Non appena ha fiutato che un possibile accordo tra Usa e Iran potesse includere il Libano come condizione, ha ricorso a una strategia già testata.
Attacchi spettacolari contro il Paese dei Cedri per sabotare un passaggio diplomatico che nei fatti sancirebbe i limiti del controllo imperiale occidentale sulla regione.
Così, nel giorno dell’Eid al-Ahda, una delle festività più importanti dell’anno per i musulmani, i vertici dell’esercito israeliano occupante hanno ordinato prima agli abitanti di due intere città del Libano meridionale – Nabatieh e Tiro – di lasciare le proprie case, per poi bombardarle senza tregua. Dopo, in serata, l’«ordine di evacuazione» – termine orwelliano per inzuccherare un crimine di guerra ormai normalizzato – è stato esteso all’intero sud: tutte le città, i villaggi e i campi dei rifugiati palestinesi, parte integrante del mosaico sociale e istituzionale del sud – il janub – sono stati designati come «zona di combattimento». L’obiettivo esplicito di Israele è occupare permanentemente tutto il territorio sotto il fiume Litani e forse anche oltre.
Seminare quanta più morte e distruzione possibile attorno al suo stato-fortezza sembra essere l’unica prospettiva che Israele contempla per vincere l’ansia che il tempo non sia più dalla sua parte, come nei decenni passati. Questo nonostante l’immenso potere economico, militare, politico e diplomatico con cui gli Stati uniti, e in modo ancillare l’Europa, continuano a dare energia al progetto di espansione israeliana degli insediamenti coloniali nel Levante arabo e al soggiogamento dell’intera regione. È bene ribadire che il vertice di questo grande schema imperiale che ha sublimato l’arbitrarietà di Israele negli ultimi due anni e mezzo (genocidio, pulizia etnica e guerre di aggressione senza sosta) sia Washington e non Tel Aviv. Tuttavia, nonostante la comunione di intenti, gli interessi strategici della metropoli imperiale e del suo avamposto nella regione non sono necessariamente gli stessi.
Tutti gli imperi hanno però dei limiti. Le divergenze di questo progetto sono ormai ben visibili, e forse non lo sono mai state come nelle ultime settimane di grotteschi tentativi di uscita dall’impasse dalla guerra contro l’Iran che Israele ha per anni chiesto all’alleato statunitense e che infine l’amministrazione Trump ha scatenato. Ma gli Usa adesso cercano un accordo da vendere come una vittoria per coprire la loro defaillance strategica (l’obiettivo in Iran era un cambio di regime che non c’è stato). Israele vorrebbe invece continuare la strategia del caos. Dal suo canto l’Iran – che ha poco altro da perdere ma tutto da (ri)guadagnare nella partita per la definizione di un nuovo ordine regionale – ha rimesso la dialettica ideologica al centro della sua strategia. La protezione del Libano – dove il suo alleato Hezbollah rappresenta l’unica resistenza all’espansionismo sionista – rientra pienamente in quest’ottica.
La guerra tra Israele e Hezbollah è per questo una guerra prima di tutto ideologica, tra due idee di regione. Una in cui il Medio Oriente sia una zona imperiale sotto esclusivo controllo americano e israeliano. Il prezzo per le popolazioni indigene sarebbe l’abbandono di ogni forma di liberazione e autodeterminazione. Un’altra in cui l’Iran stabilisca quantomeno un condominio con i suoi rivali storici e venga riconosciuto da questi ultimi come tale. Il destino del sud del Libano è per questo legato ideologicamente prima ancora che strategicamente e politicamente all’Iran.
È in quest’ottica che dobbiamo leggere non solo la violenza ma anche la diplomazia che coinvolge la regione. Da una parte l’Iran ha incluso la sicurezza del Libano in un accordo che imponga il rispetto dell’autodeterminazione delle popolazioni locali come vincolo per gli Stati uniti. Dall’altra parte ci sono i negoziati diretti che gli Usa hanno forzato tra Israele e il governo libanese di Nawaf Salam, nella misura in cui quest’ultimo si presti ad essere il perfetto suddito tributario di un impero che esige obbedienza in cambio di vaghe promesse. Salam ha scelto di svendere la resistenza di Hezbollah a Israele, mentre quest’ultimo continua senza sosta a devastare il territorio libanese e i suoi cittadini.
Quale dei due progetti alla fine prevarrà è difficile dirlo. Israele e Stati Uniti lottano per il dominio totale della regione. Per l’Iran e Hezbollah la «resistenza» è una questione esistenziale. Quel che è certo è che la spirale di morte e devastazione inflitta alle popolazioni libanesi e palestinesi non si arresterà facilmente.

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