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mercoledì 15 luglio 2026

La più grande poetessa americana

Paola Tonussi
Emily Dickinson. Gemma oscura

Ares, 184 pp., 16 euro

Cara, amara, infinita Emily Dickinson: un tenebroso splendore, come sceglie di sottotitolare il suo nuovo volume Paola Tonussi (Emily Dickinson. Gemma oscura). La più grande poetessa americana, il fiore più simile a Leopardi che sia mai germogliato nella fredda terra del New England, eppure totalmente unica e riconoscibile a chilometri, continua a stregarci coi suoi grandi versi pieni di piccole cose, tanto semplici che parrebbero scritti da un bambino; ma i bambini, si sa, hanno la precedenza per andare in braccio a Dio. Emily che mise radici in casa, Emily che però ha visto tutto il mondo e ciò che sta oltre; Emily che “Se potrò impedire a un Cuore di spezzarsi / Non avrò vissuto invano”. Emily che gioca meditando: “Io sono Nessuno! Tu chi sei? / Sei Nessuno anche tu? / Allora siamo in due!”; ma anche Emily che medita giocando: “Per riempire un buco / Mettici la cosa che l’ha causato / Bloccalo / con qualcos’altro – e si spalancherà di più / Non puoi sigillare un Abisso / Con l’aria”. Emily, insomma, che, come tutti i grandi, è talmente tante Emily in una sola, o talmente tanto Emily da sola, che può far venire le vertigini, a prendere con ingenua baldanza le sue poesie in libreria. Il bel libro di Paola Tonussi aiuta proprio in questo: ripercorre l’intera vita della Dickinson con penna fiorita (qua e là, forse, potabile); ne traccia con perizia e ispirazione le fondamenta culturali, ossia la Natura da un lato e dall’altro la Bibbia (“Affascinata dalle storie di santi, martiri e profeti, Emily li immaginava eroi di storie favolose in scenari mitici, tra squilli di trombe e squarci di nuvole, mari che si spalancavano in tempesta, torrenti di fuoco e lapilli, un intero cosmo lontanissimo dalla vita di Amherst quanto l’equatore dal Polo”); e segue gli sviluppi di questa “anarchica dell’anima”, fino alla scomparsa di tante persone care, e all’inclemente sorte editoriale delle sue poesie, che comunque non impedì alla Dickinson di disseminare “le lettere di versi, quasi l’unico legame superstite con il mondo, viatico di angeli e demoni, crocevia di anime salvate e sassaiole di omissioni, rinunciando alle occasioni per immergersi in visioni di eternità, intima, sospesa nel senza tempo”. “La Mancanza di Tutto - Mi ha impedito / Di provare Mancanze minori”, scrisse; e giustamente, quando l’eterno da cui era uscita se la riprese, sulla sua tomba incisero: “Born Dec. 10, 1830 - Called back May 15, 1886”. Come tanti geni svaniti in disparte, oggi è considerata una voce imprescindibile: approfittiamo allora di Paola Tonussi per imparare ad ascoltarla. E ricordate: “Le nostre vite sono svizzere / così immobili – così fredde – / finché un pomeriggio chissà / le Alpi lasciano aperte le tende / e noi vediamo di là! / L’Italia è dall’altra parte!”. (Carlo Simone)

Il Foglio, 15 luglio 2026

domenica 31 maggio 2026

Il casto Giuseppe



Ludovico Cardi detto Cigoli, Giuseppe e la moglie di Putifarre, 1610

LA SACRA BIBBIA 
GENESI

Giuseppe e la seduttrice (39)

7 Dopo questi fatti, avvenne che la moglie del suo padrone gettò gli occhi su Giuseppe e gli disse: «Coricati con me!». 8 Ma egli rifiutò e disse alla moglie del suo padrone: «Vedi, il mio padrone non si preoccupa di quanto ha lasciato in casa con me e mi ha dato in mano tutti i suoi averi. 9 Non c'è alcuno più grande di me in questa casa; non mi ha proibito nulla, tranne te perché sei sua moglie. Come dunque potrei fare questo grande male e peccare contro Dio!». 10 Nonostante il fatto che lei ne parlasse a Giuseppe ogni giorno, egli non acconsentì a coricarsi con lei, a stare con lei.

11 Un giorno avvenne che egli entrò in casa per fare il suo lavoro, e non vi era in casa nessuno dei domestici. 12 Allora ella lo afferrò per la veste e gli disse: «Coricati con me!». Ma egli le lasciò in mano la sua veste, fuggì e corse fuori. 13 Quando ella vide che egli le aveva lasciato in mano la sua veste e che era fuggito fuori, 14 chiamò i suoi domestici e disse loro: «Vedete, egli ci ha portato in casa un Ebreo per prendersi gioco di noi; egli è venuto da me per coricarsi con me, ma io ho gridato a gran voce. 15 Come egli mi ha udito alzare la voce, gridare, ha lasciato la sua veste vicino a me, è fuggito ed è corso fuori».

16 Così ella tenne accanto a sé la veste di lui finché il suo padrone venne a casa. 17 Allora ella gli parlò in questa maniera: «Quel servo ebreo, che tu ci hai portato, è venuto da me per prendersi gioco di me. 18 Ma come io ho alzato la voce e ho gridato, egli ha lasciato la sua veste vicino a me ed è fuggito fuori». 19 Così, quando il suo padrone udì le parole di sua moglie che gli parlava in questo modo dicendo: «Il tuo servo mi ha fatto questo!», si accese d'ira. 

20 Allora il padrone di Giuseppe lo prese e lo mise in prigione nel luogo dove erano rinchiusi i carcerati del re. Egli rimase quindi in quella prigione.

Erica Baricci
LE «STORIE DI GIUSEPPE»: UN RACCONTO APERTO FINO ALL’ETÀ MODERNA

ACME - Annali della Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università degli Studi di Milano Volume LIX - Fascicolo III – Settembre-Dicembre 2006 www.ledonline.it/acme/


Come ebbe a dire il romanziere vittoriano Anthony Trollope, il nucleo imprescindibile di un intreccio è costituito dalla vicenda amorosa. La storia di Giuseppe non fa eccezione in tal senso; moltissimi Midrashim sono sorti a colmare gli abissi narrativi 40 che la Genesi impone, con la sua tipica sinteticità, sulle due donne di Giuseppe: la moglie di Putifarre 41 e Asenath. La prima è universalmente ricordata come «la falsa ch’accusò Gioseppo» (Dante, Inf. XXX, 97): una donna dissoluta e cinica, a causa della quale Giuseppe incorrerà in un’ingiusta incarcerazione.

Il nucleo della vicenda è ricorrente nel folklore 42. Si parla dunque di un tema narrativo di vasta eco nel Mediterraneo antico, e di auspicabile paternità vicino-orientale.

La Bibbia insiste, ad ogni modo, sull’eccellenza morale di Giuseppe, che declina le profferte amorose della donna in nome della lealtà al suo padrone. La diversità di comportamento tra il protagonista e la sua avversaria




40) Goethe, in Poesia e verità, afferma che la storia della moglie di Putifarre avrebbe meritato, per il suo fascino intrinseco, di essere dilatata e trasformata in un racconto esau-riente. Il suo desiderio sarà esaudito da Mann con Giuseppe in Egitto, un romanzo di oltre 500 pagine ispirato al paragrafo 36 di Gn. 37 e a Gn. 39. Già in Oriente, tuttavia, il modello della donna che tenta di sedurre il giovane dedito al dio aveva ottenuto una grande fioritura artistica, a partire dalla XII sura del Corano, fino ai poemi persiani Yusuf o Zoleikha, di Amani, vissuto intorno al 1083, oppure Yusof o Zoleikha (1483), composto da uno degli ultimi esponenti della letteratura classica persiana, Jami.

41) A cominciare dal nome stesso, taciuto dalla Bibbia che la designa semplicemente come, appunto, la moglie di Putifarre. Il Midrash la chiama Zuleika, mentre Mann le riserva il significativo appellativo di Mut-em-enet, cioè «madre nel deserto», incastonando nel nome il suo terribile destino di sterilità.

42) Si sta facendo riferimento in specifico a Il racconto dei due fratelli, opera egizia di epoca ramesside, e ai miti greci di Biadice e Frisso, Antea e Bellerofonte, Fedra e Ippolito. Dei tre episodi ellenici occorre segnalare che, mentre il primo proviene dalla Cadmea beota, dove è introdotto un altro mito cananaico (la storia del re Atamante e di suo figlio Frisso, chiaramente corrispondente alla biblica «legatura di Isacco»), gli altri due sono originari del Golfo di Corinto, dove l’influenza semitico-occidentale era preponderante.



ha dato motivo all’aneddotica di esasperare ulteriormente le psicologie di entrambi. Da una parte abbiamo Giuseppe, hatzaddik 43, il quale incarna il modello del giovane che rinuncia per il suo dio alle seduzioni femminili. La moglie di Putifarre viene al contrario ridotta allo stereotipo universale della strega 44: lussuriosa, vendicativa, mendace. I Midrashim così orientati abbondano: Zuleika avrebbe coltivato la sua morbosa passione dopo avere appreso da un oroscopo che la discendenza di Giuseppe sarebbe provenu-ta da una donna della casa di Potiphera 45. La profezia però sarebbe stata fraintesa, poiché non faceva riferimento a lei ma ad Asenath. Accecata dall’amore, avrebbe dato fondo a ogni ritegno, cogliendo il minimo pretesto per proporsi al giovane ebreo. Si sarebbe spinta fino a ventilare l’ipotesi di assassinare Putifarre così da liberare Giuseppe dai suoi scrupoli.

Le narrazioni apocrife concordano tutte nel rilevare l’insania della passione di Zuleika, motivandola soprattutto come funzionale al disegno divino: Giuseppe doveva finire in prigione, perché solo così avrebbe avuto l’occasione di ascendere al servizio del Faraone. Come sovente accade nella fiaba, allora, la donna soffre al punto di ammalarsi senza apparente motivazione. Secondo quanto riportano la XII sura coranica e il Talmud, alle domande allarmate delle amiche che non si spiegano il decadimen-to psicofisico di Zuleika, ella risponde concretamente: fa imbandire un banchetto per tutte le dame di corte e ordina a Giuseppe di controllare il servizio. Alla sua vista le donne si feriscono sbucciando la frutta e, distratte da tanta bellezza, non si accorgono nemmeno della profondità dei loro tagli. Se soltanto l’ammirazione estemporanea della perfezione di Giuseppe causa tanto, chiosa Zuleika, si può immaginare cosa significhi averla costantemente sotto gli occhi.

Questo gradevole aneddoto già tende a un’interpretazione indulgente della moglie di Putifarre, altrove dipinta come una crudele ricattatrice, dispo-sta a ritrattare le sue accuse infamanti solo a patto di ottenere soddisfazione dei suoi desideri. Anche in tali circostanze Giuseppe, in carcere, manifesta la sua intransigenza morale rimanendo coerente ai suoi principi.

Della vicenda, tuttavia, i lettori moderni apprezzano indubbiamente in maggior misura le letture benigne che rivelano una volta di più l’umanità





43) «Il giusto».

44) Un Midrash sostiene in effetti che ella avesse tentato di somministrare a Giuseppe persino dei filtri amorosi, ma Dio avvertì sempre Giuseppe affinché evitasse cibi e bevande. Anche Mann dedica spazio a questa leggenda, inventando la figura di una schiava nubiana esperta nelle arti magiche che avrebbe aiutato Mut-em-enet nella realizzazione del rito magico.

45) Potiphera, sacerdote di On, viene confuso spesso con Putifarre, e non di rado le due figure, come in questo caso, vengono fatte coincidere. Si aggiunga che altrove è detto che Asenath era figlia adottiva di Putifarre e Zuleika.



dell’eroe, il quale ricambia l’amore ma subisce in silenzio per non tradire chi in lui ha riposto tanta fiducia.

In effetti, perfino la figura di Putifarre partecipa di un discreto numero di aneddoti. Per giustificare la sua estraneità all’episodio, si dice che egli fosse un eunuco, disinteressato alla moglie e, anzi, invaghito egli stesso della bellezza efebica di Giuseppe. Qualsiasi sia la posizione di Putifarre nell’episodio, l’opinione psicologica che di lui ci si fa, e su cui concordano le caratterizzazioni posteriori, è già in nuce nel racconto biblico:


Affidò tutto ciò che possedeva alle mani di Giuseppe e non aveva cono-scenza, con Giuseppe in casa, di nulla se non del cibo che mangiava.

(Gn. 39:6)


Una figura tendenzialmente placida e ingenua, fortemente antitetica a quella intrigante della consorte.

Occorre tuttavia rifarsi all’esperienza novecentesca, per trovare una resa psicologica profonda e persuasiva del tema. Mann rielabora con estrema finezza e precisione tutte le leggende sulla moglie di Putifarre, dandone un quadro perfetto e geniale. Quello che nella Genesi è ridotto a poche parole, finisce per conquistarsi la preminenza all’interno del terzo volume della saga, Giuseppe in Egitto. Fedele a una visione psicologicamente realistica, l’autore tedesco conduce il lettore attraverso il crescendo della passione, analizzata minuziosamente dal suo sorgere fino alla completa esacerbazione, culminante nella celeberrima espressione «giaci con me!».

La donna, che Mann battezza Mut-em-enet, appartiene alla schiera delle vergini sacerdotesse di Hathor. Non potrebbe esistere una più degna compagna per l’illustre ministro Putifarre, evirato nell’infanzia dai genitori, figure che, nella finzione, suscitano assoluta ripugnanza per la loro sterilità emotiva.

Una tale contestualizzazione dichiara la volontà di opporre agli altri racconti, in primis quello di Gn. 39, una visione meno semplicistica della verità 46.




46) A tale proposito si legga il seguente passo (Th. Mann, Giuseppe in Egitto, trad. di B. Arzeni, Milano 1981, p. 288): «L’immagine che, secondo questa tradizione, si è costretti o almeno quasi irresistibilmente tentati di farsi della signora di Giuseppe, e che, temiamo, molte persone si sono realmente fatta, è così sbagliata che, proponendosi di rimetterla nella sua esatta luce, si acquista una vera benemerenza nei riguardi del testo originario: […] la vita che racconta se stessa. Questa immagine fallace di lasciva sfrenatezza e di seduzione spudorata, male si accorda con quanto noi insieme con Giuseppe abbiamo udito nella casetta nel giardino dalla bocca della vecchia e pur sempre veneranda Tuij [la madre di Putifarre] intorno alla nuora e in cui ci si aprì uno spiraglio sul vero carattere di questa donna. “Super-ba” […] “altera” […] Può una donna simile parlare come la tradizione la fa parlare? Eppure ella parlò così, letteralmente e ripetutamente così, quando la sua superbia fu completamente spezzata dalla passione […] Ma la tradizione dimentica di aggiungere quanto tempo passò, durante il quale ella si sarebbe morsa la lingua, piuttosto che parlare così».


Mut-em-enet, come traspare dal suo appellativo, è costretta in uno stato indesiderato di sterilità: in quanto sacerdotessa della dea madre Hathor, non può che incarnare il principio di fecondità delle forze terrene primigenie, in questo senso opponendosi alla visione eterea del Dio di Giuseppe, che è una realtà trascendente e ineffabile. Ciò nonostante, è la donna a subire nella sua paradossale, sofferta castità, un annichilimento della sua fecondità. Ecco perché il suo nome significa «Madre nel deserto».

Sullo stesso piano si colloca Putifarre, eunuco, che Mann tratteggia, esasperando la prospettiva tradizionale, come uomo rassegnato e sottomesso, decisamente inadeguato agli occhi tormentati della moglie. In questo conte-sto subentra Giuseppe che, con tutto il fascino della sua bellezza giovanile e delle sue ambizioni, crea un’inevitabile ridefinizione di ruoli e caratteri. Se il lettore biblico compativa «lo schiavo ebreo», costretto ingiustamente al carcere, il lettore novecentesco di Mann si trova a considerare in modo ambivalente il suo sentimento di pietà. Ciò che Giuseppe subisce si tinge di una sfumatura ancora più tragica, quando si apprende che egli ricambia l’amore della giovane donna, e che quindi verrà condannato per avere agito persino contro la sua volontà. Il dolore, però, pervade anche il destino di quella che la tradizione considerava l’antagonista, la moglie di Putifarre, e Putifarre stesso, segnato nel fisico e nell’animo dalla spregiudicatezza dai suoi genitori. Proprio Putifarre chiosa la tragicità della vicenda.


Petepre stava a capo chino e taceva [ha appena appreso dalla moglie che Giuseppe ha tentato di violarla]. Poi sospirò e disse: «È una storia pro-fondamente triste». 47


E la tristezza si carica di pietà, ai nostri occhi, perché sappiamo che il vero dolore di Putifarre consiste, per paradosso, nella coscienza di non riuscire a provare veramente dolore.


«No, Petepre, tu non hai cuore umano!» [sta parlando Mut-em-enet]. «Mia cara, voglio dirti una cosa. Ci sono circostanze in cui bisogna addirit-tura rallegrarsi di una certa mancanza di cuore umano, nell’interesse delle circostanze stesse, che forse si possono dominare molto meglio quando non vi si immischi troppo cuore umano». 48


La moglie di Putifarre domina nella letteratura post-biblica, affascinante come solo la tentazione del male può essere; eppure, secondo quanto si è annunciato in principio, non è l’unica donna egizia cui la Bibbia fa cenno parlando di Giuseppe.





47) Mann, Giuseppe in Egitto cit., p. 500. 48) Ivi, p. 501.



Gn. 41.45 annuncia infatti:


E il Faraone lo chiamò Tzafenat-Pa’neach e gli diede in moglie Asenath, figlia di Potiphera, sacerdote di On.


Se la figura di Zuleika ha prodotto una discreta quantità di leggende, per lo più interessate a sviscerare il suo rapporto con Giuseppe, Asenath ha suscitato rielaborazioni narrative di tutt’altra natura. 


domenica 20 luglio 2025

L'ingegno e la malizia

due facce della intelligenza

[Partiamo da] μῆτις (metis) e πανουργία (panourgia), ossia dai termini che, nel greco classico equivalgono alla parola italiana astuzia.

La prima gode di una concezione sostanzialmente positiva. Qualità che indica intelligenza vivace e pratica. Capacità di adattarsi alle circostanze e di districarsi nelle avversità. Grazie all’arte comunicativa e a quella di scegliere tempi e mezzi idonei per cavarsi da impicci e volgere a proprio vantaggio situazioni problematiche.

Eppure, nel concetto e nella prassi, ancor più che nella parola astuzia, un tasso di sostanziale ambiguità è possibile trovarla.

Omero riconosce al πολύτροπον [polytropon] Ulisse un ingegno versatile. Tanto da farne il perfetto interprete della  μῆτις. Questa dote gli consentì di salvare sé stesso e i suoi compagni dal ciclope Polifemo, ma con l’inganno gli fece anche ideare il cavallo di Troia. Permettendo ai Greci di aver la meglio sui Troiani.

Per l’ambiguità della sua  μῆτις, Dante colloca Ulisse nel canto XXVI dell’Inferno: ottava bolgia dell’ottavo cerchio. In compagnia dei fraudolenti, le cui anime sono avvolte da una fiamma perpetua.

Un atto di coraggio quello di Dante. La stessa μῆτις aveva infatti guadagnato a Ulisse la definizione di «modello di virtù e di sapienza» da parte di Orazio, e parole di grande apprezzamento da parte di Seneca. E soprattutto di Cicerone.

L’Ulisse di Dante è tanto astuto quanto furbo e scaltro. Alla innegabile sua intelligenza pragmatica, non astratta, l’eroe omerico non disdegna di unire, secondo Dante, l’inganno per ottenere il risultato voluto a scapito di qualcun altro.

È quasi superfluo ribadire che, nell’accezione comune di questa nostra epoca, l’astuzia è dote esclusivamente positiva. Con facile compiacenza e nonostante procuri danni agli altri, l’astuto è un eroe del nostro tempo. Passa per individuo intelligente, geniale, acuto. Capace di enfatizzare le proprie capacità e di volgere tutto a suo vantaggio. Questa astuzia corrisponde alla greca πανουργία.

La stessa che Machiavelli vuole caratterizzi l’azione del suo Principe. Se intende conservare il proprio potere e lo Stato stesso, questi deve imparare a mettere una chiara distanza tra il piano ideale e quello reale. Scrive infatti lo scrittore e diplomatico fiorentino: «Quanto sia laudabile in un Principe mantenere la fede, e vivere con integrità, e non con astuzia, ciascuno lo intende. Nondimeno si vede per esperienzia, ne’ nostri tempi: quelli Principi […] che hanno saputo con astuzia aggirare i cervelli degli uomini, alla fine, hanno superato quelli che si sono fondati in su la lealtà».

La πανουργία (astuzia e malizia) del Principe è la stessa attribuita da san Paolo al serpente per ingannare Eva (2 Cor 11,3).

martedì 6 maggio 2025

Dio salva Isacco

 

Sacrificio di Isacco è un dipinto a olio su tela (193x132,5 cm) realizzato nel 1635 dal pittore Rembrandt Van Rijn. È conservato nel Museo dell'Ermitage di San Pietroburgo.

Genesi 22,1-18

La fede di Abraamo messa alla prova con l'ordine di sacrificare Isacco
1 Dopo queste cose, Dio mise alla prova Abraamo, e gli disse: “Abraamo!”. Ed egli rispose: “Eccomi”. 2 E Dio disse: “Prendi ora tuo figlio, il tuo unico, colui che ami, Isacco, e va' nel paese di Moria, e là offrilo in olocausto sopra uno dei monti che ti dirò”. 3 Abraamo si alzò la mattina di buon'ora, mise la sella al suo asino, prese con sé due dei suoi servitori e Isacco suo figlio, spaccò della legna per l'olocausto, poi partì per andare al luogo che Dio gli aveva detto. 4 Il terzo giorno, Abraamo alzò gli occhi e vide da lontano il luogo. 5 Abraamo disse ai suoi servitori: “Rimanete qui con l'asino; io e il ragazzo andremo fin là e adoreremo; poi torneremo da voi”. 6 E Abraamo prese la legna per l'olocausto e la mise addosso a Isacco suo figlio; poi prese in mano il fuoco e il coltello, ed entrambi s'incamminarono assieme. 7 Isacco parlò ad Abraamo suo padre e disse: “Padre mio!”. Abraamo rispose: “Eccomi qui, figlio mio”. E Isacco: “Ecco il fuoco e la legna, ma dov'è l'agnello per l'olocausto?”. 8 Abraamo rispose: “Figlio mio, Dio se lo provvederà l'agnello per l'olocausto”. E camminarono entrambi assieme. 9 Giunsero al luogo che Dio gli aveva detto e Abraamo costruì l'altare, sistemò la legna, legò Isacco suo figlio e lo mise sull'altare, sopra la legna. 10 Poi Abraamo stese la mano e prese il coltello per sgozzare suo figlio. 11 Ma l'angelo dell'Eterno gridò dal cielo e disse: “Abraamo, Abraamo”. 12 Ed egli rispose: “Eccomi”. E l'angelo: “Non mettere la mano addosso al ragazzo e non fargli alcun male; poiché ora so che tu temi Dio, perché non mi hai rifiutato tuo figlio, l'unico tuo”. 13 Allora Abraamo alzò gli occhi, guardò, ed ecco dietro di sé un montone, impigliato per le corna in un cespuglio. Abraamo andò, prese il montone, e l'offrì in olocausto al posto di suo figlio. 14 E Abraamo chiamò quel luogo “Iavè-Irè”. Per questo si dice oggi: “Al monte dell'Eterno sarà provveduto”. 15 L'angelo dell'Eterno chiamò dal cielo Abraamo una seconda volta, e disse: 16 “'Io giuro per me stesso', dice l'Eterno, 'che, siccome tu hai fatto questo e non mi hai rifiutato tuo figlio, l'unico tuo, 17 io certo ti benedirò e moltiplicherò la tua progenie come le stelle del cielo e come la sabbia che è sul lido del mare; e la tua progenie dominerà la porta dei suoi nemici. 18 E tutte le nazioni della terra saranno benedette nella tua progenie, perché tu hai ubbidito alla mia voce'”.

sabato 5 aprile 2025

Amore e morte nel Sentiero

 


Ecco una cosa che non ti aspetti. Il sentiero dei nidi di ragno è un romanzo che intreccia il realismo e la fiaba, la narrazione ruota intorno a due personaggi principali, il ragazzo Pin e il partigiano Kim. Due monosillabi per designare due polarità, quella infantile (e in parte fiabesca) e quella adulta improntata al realismo. L’oggetto è rappresentato dall’esperienza partigiana. Lo scontro armato è quasi assente dalla narrazione. Quando si verifica, non viene mai rappresentato direttamente, è osservato da lontano, in un caso è solo percepito attraverso i suoni che produce. E l’amore? Pin è fratello di una prostituta, vive con lei nella stessa casa. Segue gli incontri di lei con i clienti. Non si può definire amore quello che accade ogni volta con i maschi di passaggio. Il romanzo contiene tuttavia una lunga sequenza dedicata all’intreccio tra la passione carnale e l’impulso distruttivo, tra eros e thanatos. La vicenda occupa un intero capitolo, il decimo.
In apertura ci sono gli uomini che si preparano per la battaglia. Girano con movimenti silenziosi intorno al casolare che è il loro rifugio temporaneo. Non c’è la morte nei loro pensieri. Gli uomini sembrano pensare ad altro che al loro destino. Pensano al destino delle coperte che dovranno portare con sé. Ed è già la morte che fa capolino: “la perderanno scappando, forse s’inzupperà di sangue mentre loro muoiono, forse la prenderà un fascista e la mostrerà in città come bottino”. Ecco la morte che cacciata dalla porta rientra dalla finestra. La coperta che si inzuppa di sangue mentre muoiono. L’amore arriva subito dopo.
Tra i partigiani c’è un’unica donna, Giglia, la moglie del cuoco. Ha gli occhi verdi e muove il collo come una schiena di gatto. In un episodio precedente assistiamo al suo risveglio, lei “ascolta i discorsi degli uomini carichi di voglia”, è un naturale oggetto del desiderio, “sente tutti gli sguardi che s’avvicinano a lei come una schiera di bisce tra il fieno”. Calvino moltiplica, come vedremo le metafore naturalistiche nel racconto della vicenda. Giglia si è poi alzata ed è andata alla fontana a lavarsi. Gli uomini sono rimasti nel casolare “con pensieri di lei che sì apre la camicia e s’insapona il seno”. Solo uno la segue e va a lavarsi anche lui: è il comandante del distaccamento, il Dritto, che, come si capisce poco più in là, ha con lei un legame di reciproca attrazione. Più tardi, tra i due si è venuta sviluppando tutta una complicità di sguardi e di gesti: “La Giglia sta ginocchioni vicino al fuoco accanto al marito che bada a nutrire la fiamma; intanto segue i discorsi e gira intorno gli occhi verdi. E ogni volta i suoi occhi s’incontrano con quelli ombrati del Dritto e allora anche il Dritto ride, col suo sorriso cattivo e malato e rimangono con gli sguardi incrociati, finché lei non abbassa gli occhi, e sta seria”. Contatto stabilito. Quando Pin si mette a cantare “chi bussa alla mia porta”, ha l’idea di provocare la Giglia e le chiede: "chi vorresti ti bussasse alla porta?" Poi la Giglia ha smesso di porgere la legna al marito per alimentare le fiamme e tra i due si sviluppa un gioco, si passano la legna da mettere sul fuoco senza badare al volume crescente delle fiamme. Prima che si arrivi all’incendio Pin chiede alla Giglia: “Chi vorresti che ti bussasse alla porta, dimmi un po’, Giglia . Fa Pin, - quando tuo marito non è in casa?” La donna abilmente schiva la trappola.
C’è un ulteriore sviluppo, poco tempo dopo: “Il Dritto ha preso la mano di Giglia, con l’altra mano le ha tolto la saggina e l’ha buttata nel fuoco, ora lascia la mano di Giglia e si guardano”. Dal contatto alla connessione. Il gioco si è fatto pericoloso, in quanto i due non hanno badato a tenere basse le fiamme, così alla fine scoppia un incendio. Questo l’antefatto.
Torniamo al capitolo decimo. Ed ecco l’amore che si affaccia all’orizzonte. L’amore o il desiderio. In precedenza il Dritto ha già detto a più riprese di essere malato. Di più, sentiva sempre più il desiderio di lasciarsi andare alla deriva. Quanto alla battaglia che si preparava si è informato di ciò che avrebbe fatto il cuoco: “Il Dritto ha seguito la spiegazione con piccoli cenni d’assenso, inframmezzati da scosse del capo. – Nessuno escluso, - ripete, - nemmeno il cuoco? – e si fa attento”. E così il giorno della battaglia è chiaro che anche il cuoco andrà con gli altri, incontro ai nemici. E la Giglia, allora? Il cuoco vorrebbe mandarla via: “Dritto digli che se ne vada, che non può restare qui sola”. Il comandante si oppone: “No, - dice. – Meglio che resti qui”. Con il che, lei torna nel casolare a dormire. Il Dritto continua a dare ordini e stabilisce che sarà un altro partigiano, Cugino, a prendere il comando: “Io sono malato, - dice. – Io non posso venire”. Ecco, ora tutto vada come vada come vuole. Gli uomini non hanno detto ancora niente. “sono un uomo finito”, pensa il Dritto. Ora tutto vada come vuole”. Gli uomini non capiscono cosa lo spinge a fare così, nemmeno lui – suggerisce Calvino – sa bene il perché.
Invece Pin, il ragazzo Pin, ha capito, “è attentissimo, la lingua tra i denti, gote accese. Là, mezzo sepolta nel fieno, c’è Giglia, con quel suo seno caldo sotto la camicia da uomo”. Lei non sopporta il caldo, “non fa che rigirarsi” nel fieno. Il desiderio. S’è perfino alzata, si è messa nuda e Pin l’ha vista: “Mentre nella vallata infurierà la battaglia, nel casolare succederanno cose strabilianti, cento volte più eccitanti della battaglia”.
Ricompare qui il tema della morte. Il falchetto del cuoco “non la smette di gridare roteando gli occhi gialli”. Gli uomini protestano: - Fallo star zitto! Fallo star zitto! Porta sfortuna! Ci chiama i tedeschi addosso!”. E il falchetto diventa una vittima sacrificale. Il cuoco lo tiene stretto tra le ginocchia e gli tira il collo: “Alé. Adesso siete contenti. Siete tutti contenti adesso. Alé”. La morte.
Intanto il Dritto è finito anche lui nel casolare, tra il fieno, con la Giglia: “La donna e l’uomo dormono una qua e uno là, in due angoli opposti, involti nella coperta”. Pin sa come andrà a finire: “E’ il giorno della battaglia! Come mai non si sentono spari? E’ il giorno in cui il comandante Dritto farà la festa alla moglie del cuoco!”
Se la conclusione sembra già decisa, per arrivare al dunque ci vorranno una serie di passaggi, come nel corteggiamento animale. In un primo tempo Pin ha addirittura l’impressione che “il fatto” sia già successo, ma si sbaglia: “- Ben fatto tutto? – chiede. – Cosa? Fa Giglia. Pin non risponde: la guarda di sottecchi con una smorfietta a grugno. – Mi sono alzata adesso, - dice la Giglia, angelica. “Ha capito, pensa Pin, - vacca. Ha capito”.
In realtà, sul momento, la donna ha un’espressione tesa, il Dritto a sua volta non sorride, si succhia i denti. C’è uno scambio di battute tra l’uomo e Pin sulla battaglia che non comincia. Si apre invece un dialogo tra il Dritto e la Giglia. Lui fa la parte del malato, non vuol mangiare nulla, poi accetta di bere il brodo. Lei gli chiede perché non è andato con gli altri. Di nuovo il Dritto mostra di non avere le idee chiare su quello che gli succede. Dopo di che, prende l’iniziativa: “La Giglia è seduta più in alto di lui. Lo guarda a lungo aspirando a tutte narici. – Ho voglia di fare un po’ quel che mi pare, - le dice il Dritto, a occhi gialli. Le ha messo una mano sul ginocchio”. La connessione ritrovata.
Amore (tenerezza) e morte si intrecciano nelle battute successive del dialogo:

“ - Dritto, e se ti facessero qualche cattivo scherzo, - dice la Giglia.
Il Dritto le si è avvicinato, ora le è accucciato ai piedi.

- Non m’importa di morire, - dice. Ma ha le labbra che gli tremano, le labbra da ragazzo malato. – Non m’importa di morire. Ma prima vorrei… Prima…”
Tiene il capo riverso e guarda Giglia da sotto in su, alta sopra di lui”.

Il non detto e il linguaggio del corpo. Anche nella Bibbia, Ruth si accuccia ai piedi di Booz, prima di congiungersi a lui.
Si apre allora tutta una sequenza con Pin che appare e scompare, mentre il pensiero va ogni tanto alla battaglia che tarda a scatenarsi: “Il Dritto si scuote. – Non sparano, - dice. - Non sparano fa Pin. Il ragazzo sa che a un certo punto dovrà eclissarsi. Se non lo sa in modo cosciente, lo sente e agisce di conseguenza. Viene mandato a prendere un po’ d’acqua. Il gioco della tenerezza riprende a parti invertite: “- Sei pallida, Giglia, - dice il Dritto. E’ in piedi dietro di lei, coi ginocchi le tocca la schiena. – Forse sono malata, - dice la Giglia in un soffio”. Pin sottolinea il gioco delle parti mettendosi a cantare, infila “uno di quei ritornelli monotoni che non finiscono mai”. Subito il corteggiamento fa un deciso passo avanti: “L’uomo le ha messo le mani sulle guance e le ha voltato in su la testa”. Ancora il linguaggio del corpo: ti voglio. E continua: “Ora sempre standole dietro l’ha presa per le spalle e la tiene per le ascelle”.
Di nuovo un siparietto: “- Non sparano, dice. – Neh? Non sparano proprio…-dice Pin”. Stanno zitti”. Pin si avvia a prendere l’acqua, torna indietro e già immagina quello che sta per succedere: “Saranno già per terra uno sull’altro, mordendosi la gola come i cani!” E invece no: “Sono sempre lì invece. Il Dritto ha le mani sotto i capelli della donna, nella nuca e lei fa un movimento da gatta, come per sfuggirgli. Si voltano subito, di scatto, sentendo lui”. La presa di possesso, il gatto e il topo. Per gioco, si capisce. 
Ancora il pensiero della battaglia: “Il Dritto continua a passarsi la mano sulla fronte: - Non sparano ancora, - dice, Chissà cosa succede”.
Pin si rende conto di dover aspettare, non gli conviene tornare troppo presto con l’acqua. Ne approfitta per fare i suoi bisogni e, mentre si sforza, trova che è bello “pensare al Dritto con la Giglia, che si rincorrono fra i ruderi della cucina o agli uomini condotti a inginocchiarsi nelle fosse, al tramonto, nudi e gialli, tutte cose incomprensibili e cattive, con uno strano fascino, come le proprie feci”. Di nuovo amore e morte, di nuovo il linguaggio del corpo per esprimere la sensibilità al richiamo confuso delle pulsioni vitali e distruttive.
Nella cucina la schermaglia amorosa si è fatta ancora più intensa: “tutte le patate sono rovesciate in terra. La Giglia è in un angolo, al di là dei sacchi e della marmitta e ha il coltello in mano. La camicia da uomo è sbottonata: ci sono i seni bianchi e caldi, dentro! Dritto è al di là della barriera, la minaccia col coltello. E’ vero: si stanno inseguendo, forse si feriscono. Invece, ride; ridono tutti e due, è uno scherzare che fa pena, ma ridono”. Sembra l’amore descritto da Lucrezio nel De rerum natura: desiderio e sofferenza alla ricerca del piacere. Il desiderio: quando Giglia s’attacca al fiasco e beve, Il Dritto le guarda le labbra.
Torna il pensiero della battaglia: “Poi dice: - Non sparano ancora. Si volta verso Pin: - Non sparano ancora, - ripete. – Che succederà laggiù?”. Pin si mette a scherzare. Allora i due si guardano e ridono: “Ma Pin capisce che non ridono per quello che ha detto lui, che è un riso tutto loro, segreto, senza ragione”. O con ragione: l’estasi amorosa segue il suo corso, i due sono complici e si capiscono al di là delle parole.
Ancora la morte: “Su un roveto, a pochi passi da loro, c’è il falchetto stecchito, impigliato per le ali”. Uno scambio di battute tra i due amanti e poi Pin “guarda l’uccello morto, in mezzo ai rododendri: e se s’alzasse morto com’è e lo beccasse in mezzo agli occhi?”. Il rimorso per l’uccisione si traduce in vendetta paventata. Il Dritto ordina a Pin di seppellire il falchetto. Si manifesta allora l’intreccio tra il pensiero della fine e quello dell’accoppiamento: “Pin è solo sulla terra. Sotto la terra, i morti. Gli altri uomini, di là dai boschi e dai versanti, si strofinano sulla terra i maschi con le femmine, e si gettano l’uno sull’altro per uccidersi”. Poi l’immaginazione prende il sopravvento e rovescia il quadro: “Verrebbe voglia di buttare il falchetto nella grande aria della vallata e vederlo aprire le ali, e alzarsi a volo, fare un giro sulla sua testa e poi partire verso un punto lontano. E lui, come nei racconti delle fate, andargli dietro, fino a un paese incantato in cui tutti siano buoni”.
L’incantesimo dura poco, il lieto fine è solo sfiorato e subito la realtà ritrova tutta la sua forza: “In quel momento scoppia un tuono e riempie la valle: spari, raffiche, colpi sordi ingranditi dall’eco: la battaglia!” Pin per un momento si aspetta di vedere i tedeschi, irti di mitraglie, piombare su di lui. Allora invoca il suo compagno partigiano: “Dritto!” Prende la fuga e continua a chiamare: “Dritto! Giglia!” Corre nel bosco mentre la battaglia, esplosa tutt’a un tratto dal suo sonno, “non si capisce dove sia, forse è a pochi passi da lui”. Viene preso dallo spavento e invoca di nuovo: “Aiuto! Dritto! Giglia!” e ancora: “- Dritto! Giglia!” Niente, nessun segno di vita: “Dritto! Sparano! Sparano!” Finalmente tutto diventa chiaro, all’epilogo della battaglia corrisponde l’epilogo dell’amore: “Là, tra i cespugli, una coperta, una coperta con avvolto un corpo umano che si muove. Un corpo, no, due corpi, escono due paia di gambe, intrecciate, sussultano”.
All’inizio della sequenza, la coperta era associata alla morte. Adesso ritorna e avvolge l’amore.


 calvino, il sorriso di sentirsi «taroccato»

Gli arcani della scrittura. Lo scrittore era affascinato dal mazzo di carte e dalle dalle  dalle sue figure, tanto da farne materia di romanzo. E in una celebre foto dove interpreta il Bagatto forse si cela l’ammissione di una sconfitta letteraria

Marco Belpoliti

Il Sole 24ore, 26 aprile 2026

Avete mai visto Italo Calvino che ride? Poche fotografie pubbliche lo ritraggono così. Una la trovate in questa pagina. Fa parte di un gruppo di tre foto e la loro storia viene da lontano.

Il 3 maggio 1969 Calvino scrive da Parigi una lettera a Gianni Celati per raccontargli come sia completamente assorbito da un mazzo di tarocchi marsigliesi con cui cerca di «produrre un numero di varianti praticamente infinito». Le carte, spiega, funzionano come lo Zahir del racconto di Borges: «l’oggetto che una volta visto non riesci più a dimenticare in nessun istante, così che non posso più fare niente, appena mi siedo alla scrivania comincio a disporre tarocchi sul tavolo». A volte poi prosegue sul pavimento per via dell’alto numero di carte. La lunga lettera, ora inclusa in Alì Baba e altri discorsi («Riga», Quodlibet), continua spiegando per varie pagine i suoi differenti tentativi di ricavare dei racconti dal mazzo, una specie di Canterbury Tales dove i personaggi s’incontrano in una locanda e raccontano la loro storia usando le figure: la Taverna dei destini incrociati.

L’idea, a Calvino, è venuta nel luglio del 1968 ascoltando Paolo Fabbri al centro semiotico di Urbino: Il racconto della cartomanzia e il linguaggio degli emblemi. Il lavoro procede con difficoltà. Poi l’editore Franco Maria Ricci gli porta un mazzo di tarocchi viscontei, quelli dipinti intorno al 1450 dalla bottega cremonese di Bartolomeo Bembo. Gli propone di pubblicare i tarocchi con un suo testo. Calvino ha una illuminazione: scrivere una serie di storie ispirate all’Orlando furioso di Ariosto, autore preferito. Nel giro d’una settimana il cruciverba composto di figure anziché di lettere, da leggere ovviamente nei due sensi, è pronto. Nel 1969 esce il lussuoso libro di Ricci, Il castello dei destini incrociati, stampato in mille esemplari.

In quell’epoca lo strutturalismo e la semiotica sono di gran moda, per cui la critica e vari scrittori, come Manganelli e Arbasino, lodano l’impresa. Nel 1973 Calvino raccoglie in un libro per Einaudi con il medesimo titolo quelle sette storie, più le altre sette che aveva realizzato a partire dal mazzo settecentesco di Marsiglia. Poco prima di darlo alle stampe chiede a un esperto di fumetti, Antonio Faeti, di trovargli dei comics con cui scrivere il Motel dei destini incrociati. La terza serie non sarà mai realizzata.

Gli resta però un cruccio: il secondo gruppo di racconti, quelli marsigliesi, non segue le regole, la contrainte, che si era imposto sul modello dell’Oulipo. Mario Lavagetto, giovane professore universitario, gli scrive per dirgli che i conti non tornano, cosa che invece era accaduta per Le città invisibili, dove lo schema geometrico congegnato risultava ineccepibile. La risposta non si fa attendere: «Caro Lavagetto, la Sua lettera riapre l’ormai vecchia piaga nel mio petto. Sì la Taverna non segue le ferree regole». Ha fallito e alla fine hanno vinto i tarocchi: «non si sono lasciati ridurre a servire da macchina come nel mio progetto», risponde. «La Grande Opera – sentenzia – non è riuscita», e lui s’è trovato in un labirinto senza uscita.

Che libro è Il castello dei destini incrociati? È il libro d’uno scacco, ma anche il libro con cui Calvino apre la strada a un’opera a cui consegnare un’autobiografia senza Io. Non terminerà mai di scriverla, per via dell’improvvisa scomparsa nel 1985. Nella Taverna tuttavia c’è un nucleo importante della sua personalità. Il più bello ed esplicito di questi racconti s’intitola Anch’io cerco di dire la mia. Comincia il narratore che spiegala propria vicenda usando le figure, poiché è privo di parola. S’identifica con l’Autore, e dunque con lo Scrittore, e ci indica quali carte dei tarocchi lo riguardano direttamente: l’Eremita e il Cavaliere di spade prima di tutto, e per illustrarlo meglio il racconto abbandona per un momento le carte e passa in rassegna celebri quadri come se fossero emblemi in cui specchiarsi. Le pitture si trovano a Parigi, Londra, Firenze, etc., mentre gli autori sono: Dürer, Antonello da Messina, Carpaccio. Raffigurano San Girolamo o Sant’Agostino, immersi nei loro studi o innanzi alla grotta. Un’altra serie di quadri mostra invece San Giorgio che combatte il drago. Sono le due parti della personalità di Calvino stesso, ma anche le due missioni cui si è dedicato a partire dal 1947, quando è uscito il suo Sentiero.

La prima è quella dello scrittore solitario, che oscilla tra »l’armoniosa geometria intellettuale» e «l’ossessione paranoica» nel portare a compimento il proprio lavoro. La seconda presenta invece la figura dell’eroe, del combattente che contrasta il male della Bestia. Per meglio definire questa figura nella Taverna aggiunge che «la psicologia non fa per l’uomo d’azione», poiché sta tutta dalla parte del Drago «coi suoi rabbiosi contorcimenti»; precisa che l’animale rappresenta anche il fondo oscuro dell’eroe, che qui si esteriorizza. L’Eremita e il Cavaliere di spade corrono entrambi dei rischi: quello di abitare la solitudine credendosi tranquilli perché la bestia feroce è inoffensiva – il leone nelle pitture ha una spina confitta nella zampa; e poi c’è il rischio di «accettare le condizioni della bestia feroce dandogli in pasto i nostri figli» – sono i cadaveri straziati presenti nella scena dipinta da Capaccio.

Ma c’è anche un’altra carta che attrae Calvino e in cui finisce per riconoscersi: il Bagatto: «Forse è arrivato il momento d’ammettere che il tarocco numero uno è il solo che rappresenta onestamente quello che sono riuscito ad essere: un giocoliere o illusionista». Nel 1973, all’uscita del libro, il fotografo torinese Mario Monge invita lo scrittore a posare per lui. Lo convoca nel suo studio e prepara un tavolo con degli oggetti che si scorgono nella carta marsigliese: la spada del Cavaliere e la coppa; in una mano Le Bateleur regge il denaro del Fante, mentre nell’altra reca il bastone, o meglio la bacchetta magica.

Di questa seduta di posa si conoscono tre fotografie ora esposte nella mostra bergamasca dell’Accademica Carrara dedicata ai Tarocchi. In una, a sfondo nero,Calvino in giacca e cravatta appare serio; nelle altre due, dove s’intravede lo studio di Monge, invece ride. Forse recitare quella parte, a beneficio della macchina fotografica, gli aveva messo un’improvvisa allegria, strappato una piccola risata, quasi una risposta alla Grande Opera fallita. Ora il primo degli Arcani maggiori sa anche perdere.









giovedì 23 gennaio 2025

Giobbe il lamentoso



Adrien C
andiard, Come Giacobbe, Avvenire, 23 gennaio 2023 

Per incoraggiarci alla perseveranza, che per lui è il segreto della felicità, Giacomo può contare su una figura biblica, quella di Giobbe: «Ecco, noi chiamiamo beati quelli che sono stati pazienti. Avete udito parlare della pazienza di Giobbe e conoscete la sorte finale che gli riserbò il Signore, perché il Signore è ricco di misericordia e di compassione» (Gc 5,11). Ricorderemo che Giobbe, uomo ricco e padre di molti figli, aveva perso ogni cosa come esito di una strana scommessa tra Dio e il diavolo per metterlo alla prova, come si racconta nel libro di Giobbe. Giacomo ci ricorda che alla fine del libro, avendo rifiutato di maledire Dio, Giobbe ritrova la sua prosperità iniziale. Nelle prove della vita dovremmo dunque stare ad aspettare, senza dire nulla, che passi anche questa? Non è per niente così che Giobbe si è comportato. Nel libro che porta il suo nome, quest’uomo, così pio e scrupoloso quando si trovava nell’abbondanza, passa la maggior parte del suo tempo, adesso che conosce la disgrazia, a lamentarsi di Dio. Questo rimprovero continuo non sembra infastidire Dio, che alla fine del libro dirà che Giobbe ha parlato bene di Lui (Gb 42,8). Il fatto è che, nell’esperienza della prova, lungi dal fare sfoggio di una perseveranza fredda e distaccata, Giobbe è invece passato da una religione formale, fatta di riti e di formule, a una relazione con il Dio vivente franca e appassionata.

Carl Gustav Jung, Risposta a Giobbe (1952)

La Risposta a Giobbe, come tutte le opere più “costruite” di Jung, si presta a una lettura su molteplici versanti. Ma questa molteplicità non è un buon argomento per ribadire l’accusa di equivoca ambiguità, che gli avversari più semplicistici muovono contro di lui. Semmai, la Risposta di Giobbe è, tra l’altro, una sofferta, guaritrice ritrattazione di certi equivoci giudizi sfuggiti a Jung sulla satanica avventura nazista. Anche l’atroce storia di Giobbe nasce da una scommessa alla quale Yahwèh si lascia tentare da Satana, insinuatosi in lui come un pensiero di dubbio, che lo scatena a infierire contro uno dei più sinceri e tementi tra i suoi fedeli. (La scommessa col diavolo si ripeterà al principio del Faust di Goethe, una delle matrici del Doctor Faustus di Thomas Mann. Non è escluso che qualche lettore possa trovare, fra gli strati plurimi della Risposta a Giobbe un equivalente del Faustus, proiettato sulle grandi immagini della religione biblica e cristiana, nonché della simbologia mistica). Da creatore provetto, Jung isola la zona del proprio intervento, anestetizza tutte le diramazioni che potrebbero disturbare le credenze religiose, o le incredulità laiche di chi legge. E narra, con gli antefatti e le conseguenze, il romanzo cosmico, teologico, dell’evoluzione di Yahwèh, del Dio Padre, dal momento in cui Egli è costretto a constatare che la Sua onniscienza non sa o non cura di essere incosciente, amorale. È il cauto, il paziente Giobbe, dal suo letto di cenere e di dolore, a suscitare in Lui il senso di responsabilità, il movente dell’opera di Redenzione. Ma il mito di Dio riscattato dall’uomo non potrebbe, in questo libro del dottor Jung, contenere anche un’allegoria del lavoro psicoterapeutico? È un’ipotesi, forse convalidata dal continuo ricorrere, in questo racconto di un processo di individuazione, dei maggiori temi junghiani, tra cui principalmente quello della complementarità del principio maschile di perfezione (Dio) e di quello femminile di completezza (Sophia e poi Maria). In ogni caso, l’autore avrebbe potuto stavolta prendere come epigrafe il detto, da lui medesimo ricordato, della Epistola ai Corinzi (2, 10): lo spirito «investiga ogni cosa, anche le cose profonde di Dio». (presentazione editoriale)

https://machiave.blogspot.com/2025/05/il-dio-di-agostino.html
https://machiave.blogspot.com/2014/03/simone-weil-sul-rapporto-tra-dio-e-il.html

giovedì 16 gennaio 2025

Le donne della Bibbia


Cristofano Allori, Giuditta con la testa di Oloferne, Palazzo Pitti

Roberto Carnero, Forti e dolci: le figure femminili nella Bibbia
Avvenire, 15 gennaio 2025

Il manoscritto ritrovato è stato per secoli un artificio letterario ricco di fascino: pensiamo al Don Chisciotte, ai Promessi sposi o al Nome della rosa. Nel caso dell’ultimo lavoro di Marilù Oliva, invece, il manoscritto ritrovato è qualcosa di verissimo, palpabile, ingiallito dal tempo: un commento biblico di circa 600 pagine realizzato dal padre. L’idea del volume La Bibbia raccontata da Eva, Giuditta, Maddalena e le altre (Solferino, pagine 240, euro 17,90) è nata quando, nella cantina della vecchia casa di famiglia, l’autrice ha ritrovato il dattiloscritto del padre, scomparso quando lei aveva solo sei anni. «Il suo era stato un percorso piuttosto particolare: era di estrazione sociale povera, ma lo studio è stato il modo per riscattarsi. Ha sempre lavorato nei contesti più duri, studiando la Bibbia e l’ebraico fin da giovanissimo. Si è laureato tardi in Filosofia sostenuto da mia madre, ha iniziato quindi a lavorare come professore, ha poi vinto diversi concorsi biblici, ha visitato i luoghi narrati nelle Sacre Scritture e ha scritto questa esegesi completa, mai pubblicata, molto limpida, nascosta per decenni in uno scatolone, tra polvere e ragnatele». Da qui l’idea di proporre alcuni momenti della Bibbia secondo la direzione impressa da Oliva alla propria ricerca letteraria negli ultimi anni: una rilettura (e riscrittura) dei grandi testi fondativi del canone occidentale in una luce femminile.

Come si inserisce questo libro nel suo itinerario creativo?

«Questa “mia” Bibbia è un nuovo tassello in un percorso iniziato con la riscrittura dei poemi omerici e dell’Eneide di Virgilio. Il tentativo è quello di dar voce alle donne, donne spesso rimaste ai margini e in silenzio. Pensiamo alle donne (umane) dell’Iliade, che nell’originale non hanno quasi voce, eccezion fatta per Andromaca ed Ecuba. Per quanto riguarda la Bibbia, egregi biblisti ed esegeti (penso a Irmtraud Fischer, Adriana Valerio, Benedetta Rossi, Luigino Bruni) hanno sottolineato che le donne bibliche sono state inserite in un contesto declinato al maschile».

Come definirebbe la sua lettura, femminile o femminista?

«Il femminismo è un movimento che parte dall’idea di abbattere una disparità. Tale disparità si è ridotta nel Novecento, ma non è ancora scomparsa del tutto e si presenta anche in forma surrettizia. Se noi pensiamo all’immaginario dell’antica Grecia, le donne erano fortemente penalizzate. Raccontarle cercando di farle emergere è stato il mio progetto e, in questo senso, ogni mio scritto è femminista».

Non c’è il rischio di un’operazione ideologica?

«Mi sono accostata a questo lavoro con molto rispetto e timore. L’ho fatto ponendomi in una condizione di comprensione e di maieutica nei confronti di un libro antichissimo, sacro, ricco di storia, ma anche epico. Il fatto che accanto a me ci fosse il manoscritto di mio padre è stato fondamentale. Detto questo, però, penso che ogni libro serio sia anche politico, nel senso etimologico del temine. Si inserisce cioè in un contesto più ampio, che riguarda la cittadinanza intesa come comunità, la nostra visione del mondo, il nostro desiderio di renderlo un posto più giusto e accogliente per tutti. Ciò con la consapevolezza che ogni nostra azione potrebbe semmai rivelarsi un’infinitesimale goccia in un oceano vastissimo: per questo sono preziose le connessioni e le collaborazioni».

Quale immagine della donna ha ricavato dalle Scritture?

«All’inizio sembra che le donne siano preposte quasi esclusivamente al compito di mogli e madri, tanto che la fertilità per alcune di esse diventa un’ossessione (penso a Sara). Alcune, come la moglie di Noè, non vengono nemmeno nominate. Ma altre, man mano, si fanno strada con forza e dolcezza: penso a Miriam, che protegge il fratello (quindi le sorti del popolo ebraico), danza, intona inni, condivide scelte politiche. Alcune attendono, consigliano, aggiustano le mosse sconsiderate dei mariti, come Abigail. Poi ci sono le figure eroiche, quali Giuditta o Ester. All’interno di una visione dove gli uomini decidono le sorti dei popoli, si trovano passaggi in cui la presenza delle donne è potente».

Che cosa avviene con il passaggio dall’Antico al Nuovo Testamento?

«C’è un cambio di prospettiva, poiché Gesù, anche rispetto alla considerazione delle donne, mostra un lato inedito: non solo ha difeso l’adultera che rischiava di essere lapidata, ma in ogni scambio o relazione si è mostrato benevolo, attento, comprensivo, libero da pregiudizi. Penso all’episodio dell’emorroissa o a come ha accolto Maria di Magdala. Anche questo rende la cifra della sua grandezza e novità del suo messaggio».

Ci vuole dire qualcosa della sua lettura della figura di Eva?

«Ho immaginato Eva come una creatura pura, curiosa, immersa nella meraviglia del creato. Ho cercato di ritrarla nei primi istanti della sua esistenza, quando, ben lontana dall’idea di acquisire un’identità, sentiva che il suo palpitare aveva un senso indicibile, in quel magico incastro dove il tempo pareva sospeso e nessuna preoccupazione oscurava le giornate. L’infrazione al divieto divino non mi è sembrata una mancanza di rispetto, al contrario: era come se lei avesse voluto provare, anche solo in parte, tutti i grandi doni elargiti».

E Maria Maddalena?

«Per delinearne la figura sono partita da un presupposto: la grandezza di Gesù. Il suo essere dissidente per l’epoca, eroico, con quel messaggio d’amore universale che tanto stride rispetto ai tempi feroci in cui si svolgono quelle vicende, tempi in cui imperversano le guerre e l’imperialismo romano. Maddalena, figura eccezionale e intrepida, non può non essere profondamente colpita da un uomo così: in lei si mescolano la devozione, la gratitudine, l’amore inteso nel senso più esteso».

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belfagor: La leggenda di Maria Maddalena


Patrizia Naldini, Giuditta con la testa di OloferneCristofano Allori (Firenze 1577-1621)

Il dipinto più celebre del fiorentino Cristofano Allori, eseguito tra il 1610 e il 1612, conobbe subitaneo successo e diffusione di copie, grazie anche alla credenza popolare secondo cui il pittore avrebbe interpretato in veste autobiografica la storia dell’eroina biblica Giuditta, raffigurando se stesso nella testa del decapitato Oloferne e la sua amante Mazzafirra nel bel volto della giovane, che col suo abbigliamento straordinariamente sontuoso offre un esplicito omaggio alla fiorente industria tessile della città. Alla morte del pittore, nel 1621, il quadro giunse nelle collezioni medicee ed approdò a Pitti nel 1666. Nell’opera Cristofano mostra di recepire l’influenza di Caravaggio attraverso la lezione di Artemisia Gentileschi che negli stessi anni, a servizio dei Medici, dipingeva per Cosimo II due impetuose Giuditte ( Uffizi, Sala 90, Inv. 1890 n. 1567 e Galleria Palatina, Sala dell’Iliade, Inv. Palatina n. 398). Cristofano mette in risalto la bellezza dell’eroina, il candore dell’incarnato e la ricchezza della veste, in contrasto con l’orrore della testa mozzata che tiene in mano. Giuditta appare fiera del suo gesto e sicura della protezione divina. Il tema figurativo di Giuditta ed Oloferne conobbe molta fortuna in Firenze grazie soprattutto al gruppo bronzeo di Donatello collocato in piazza della Signoria nel 1494 (ora nella Sala dei Gigli di Palazzo Vecchio), che divenne il manifesto di astuzia, coraggio e fede in Dio, virtù necessarie per guadagnare libertà contro qualsiasi oppressore.