venerdì 13 maggio 2022

Paul Ginsborg, una certa idea dell'Italia

 


Claudio Vercelli, Paul Ginsborg, tra analisi scientifica e intervento civile, il manifesto, 12 maggio 2022

Con la silenziosa eleganza che ne ha contraddistinto l’intera esistenza se ne è andato, dopo una malattia tanto insidiosa quanto repentina nei suoi esiti fatali, Paul Ginsborg. La sua traiettoria intellettuale si è articolata tra il Regno Unito e l’Italia, le sue due patrie, la prima di origine, l’altra di appartenenza.

Nato a Londra nel luglio del 1945, quando il paese stava uscendo da una guerra pressoché totale, aveva studiato al prestigioso Queens’ College di Cambridge, proseguendo successivamente come Fellow al Churchill College. Il suo insegnamento è sempre stato sospeso tra la passione per la storia moderna e contemporanea e l’afflato sociologico.

A PARTIRE dagli anni Ottanta si era trasferito in Italia, dove aveva svolto attività di docenza a Siena, Torino e poi a Firenze. Nell’ateneo di quest’ultima città aveva quindi insegnato storia dell’Europa contemporanea dal 1992 fino al pensionamento, avvenuto nel 2015. L’attenzione per le dinamiche continentali e per quelle italiane hanno costituito il fuoco del suo lavoro. Così come l’identificazione con il nostro Paese, del quale era diventato cittadino nel 2010. Le sue opere «italiane» risalgono al 1978, con uno studio su Daniele Manin e la rivoluzione veneziana del 1848-49.

Tuttavia, i testi più importanti sono quelli che l’hanno reso noto al di là del tradizionale pubblico accademico. Si tratta di una serie di volumi, itineranti tra il rigore dell’analisi scientifica e l’urgenza dell’intervento civile, con i quali ha cercato di mettere a fuoco i caratteri più recenti della società italiana. In particolare i lavori pubblicati da Einaudi, a partire dalla Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi, uscito nel 1989 e più volte ristampato nonché aggiornato, passando per L’Italia del tempo presente e la curatela dell’Annale einaudiano dedicato al Risorgimento. Insieme, infine, all’ultima opera di maggiore impatto analitico, Famiglia Novecento. Vita familiare, rivoluzione e dittature 1900-1950.

A QUESTE OPERE, di maggiore densità analitica, si erano accompagnati e poi aggiunti i libri che ne qualificavano l’intervento nell’attualità. Critico severo e implacabile di Berlusconi, letto come un fenomeno di dissoluzione dei quadri repubblicani e costituzionalistici (ad esempio con il suo Berlusconi. Ambizioni patrimoniali in una democrazia mediatica oppure nel lavoro collettaneo, coordinato con Enrica Asquer, sul Berlusconismo. Analisi di un sistema di potere), si era ripetutamente dedicato alla riflessione sul rapporto tra istituzioni, società e cultura civile.

Il timbro britannico, e con esso la necessità di mantenere un profilo che non fosse totalmente travolto dalle passioni politiche, nei fatti si era notevolmente stemperato con l’adesione alla stagione dei movimenti, quella che a partire dalla dissoluzione dei partiti della Prima repubblica, dall’emergere del populismo e dal ritorno di politiche di impronta patrimonialista e autocratica, rivendicava l’impossibilità di rispettare il distacco tra impianto teoretico e impegno civile.

A tale riguardo, Ginsborg coglieva lo smarrimento di quel composito aggregato sociale che anch’egli era andato definendo come «ceto medio riflessivo», dinanzi alle fratture e alle lacerazioni prodotte dalla transizione da un’organizzazione industriale a società dove l’immaterialità era un campo di costruzione non solo di egemonie ma anche di domini.

LA SUA INTERPRETAZIONE della lunga età di Berlusconi, dal 1994 fino agli anni più recenti, si inserisce infatti dentro una tale cornice, nella quale ritornano anche gli echi, emendati tuttavia dell’ideologismo originario, di una riflessione a tutto campo sulle fragilità civili del nostro Paese. Lo studioso era infatti molto attento, posta la sua sensibilità sociologica, ad evitare le trappole di un discorso declinato meramente sul piano dell’antropologia negativa, dove invece prevalgono le caratterizzazioni stereotipate sui presunti «caratteri» nazionali.

È difficile iniziare a parlare da subito di un’eredità di Paul Ginsborg qualora il suo magistero intellettuale, e la sua attività politica, non vengano messe in relazione con l’affermarsi, nello stesso arco di tempo, delle suggestive ma inconsistenti ipotesi di una «terza via», quella propugnata da Anthony Giddens e fatta propria da Tony Blair. Nel mentre quest’ultima attraversava una buona parte di ciò che era rimasto dei partiti socialisti e della sinistra europea, di fatto svuotandone completamente la residua identità, Paul Ginsborg si stava scoprendo animatore intellettuale dei gruppi dei girotondini, divenendo poi uno dei fondatori di Libertà e Giustizia.

L’intero suo lavoro culturale ci restituisce una serie di intensi fotogrammi su un lunghissimo tempo, quello della transizione e dell’impotenza, avviatosi già con la fine degli anni Settanta e per nulla conclusosi nel nostro Paese.

 https://www.repubblica.it/cultura/2022/05/11/news/morto_paul_ginsborg_ritratto_personaggio_storico_militante_innamorato_dellitalia-349112896/

 Simonetta Fiori, Paul Ginsborg, uno storico militante, la Repubblica, 11 maggio 2022 

Il professore inglese che cambiò la storia d'Italia. A Paul Ginsborg, morto ieri all'età di 76 anni, venne subito riconosciuta la patente di inventore di un nuovo genere storiografico. Aveva una qualità allora rara tra gli storici italiani. Sapeva raccontare. E, a differenza di altri studiosi anglosassoni, evitava di inarcare il sopracciglio verso gli eterni vizi del carattere nazionale. Figura esile, temperamento mite (nell'accezione bobbiana dei forti), inconfondibile accento british, perfino nella fisicità leggera restituiva una sua eccentricità rispetto al ceto accademico consapevole.

Nato a Londra il 18 luglio del 1945, del nostro paese s'era innamorato da giovane, fin dai tempi della tesi di dottorato sul patriota Manin. E dopo un lungo insegnamento a Cambridge, a Firenze ha scelto di trascorrere gli ultimi trent'anni della sua vita, intrecciando il mestiere dello storico con l'impegno civile. I girotondi, il movimento in difesa della legalità che nel 2002 contribuì a fondare contro gli abusi di Silvio Berlusconi, hanno rappresentato l'esito naturale di un'idea del paese maturata nel corso dei suoi studi. Come se dopo tanta ricerca intellettuale, occorresse rimboccarsi le maniche per raddrizzare il legno storto, al fianco di "quel ceto medio riflessivo" - espressione di suo conio - nel quale era depositato tutto il potenziale civico dell'Italia migliore.

Pur senza rivendicare blasoni e medaglie, Ginsborg è stato un innovatore. Prima della sua Storia d'Italia dal dopoguerra a oggi. Società e politica 1943-1988, uscita da Einaudi sul finire degli anni Ottanta, nessuno studioso aveva raccontato il nostro paese oltre la dimensione politica e istituzionale, allungando la lente sul costume e sulla società, sui consumi degli italiani, sul loro rapporto con il cinema e la tv. Anche le sue fonti erano diverse da quelle tradizionali, spaziando dalle testimonianze orali alle indagini sociologiche e ai rapporti delle commissioni parlamentari. In un panorama ondeggiante tra l'accademia e l'ideologia, Ginsborg rompeva anche con una narrazione ancora condizionata dalle famiglie comunista e cattolica, per adottare uno sguardo libero, nel solco tracciato dagli azionisti Vittorio Foa e Alessandro Galante Garrone, i "suoi maggiori". Lui si definiva un figlio del Sessantotto, del quale fino alla fine ha rivendicato "l'insofferenza a qualsiasi forma di potere e strapotere", un intellettuale di sinistra che non ha mai finto di essere neutrale. Ma proprio la consapevolezza delle proprie passioni lo induceva a lottare contro la faziosità e il pregiudizio, dando voce il più possibile ai documenti.

La pluralità di fonti e l'originalità dello sguardo non furono l'unica novità della sua Storia d'Italia che per la prima volta trasferiva sul terreno storiografico il tema della famiglia, un grande attore politico fino a quel momento recluso entro i confini dell'antropologia e della sociologia. E al permanere di forti legami parentali lo studioso attribuiva lo scarso senso dello Stato nutrito dagli italiani, la debole etica pubblica, in una contrapposizione costante tra valori individuali e valori nazionali. Quello del familismo e più in generale della centralità della famiglia nella società è un filone che attraversa la ricerca di Ginsborg nei suoi innumerevoli saggi, fino al fondamentale affresco sul Novecento europeo che vede qualsiasi utopia anarchica, progetto sovversivo o ideologia rivoluzionaria arrestarsi sulla soglia di casa. Di fronte alla famiglia - è la sua tesi ampiamente documentata - dovettero fermarsi perfino i totalitarismi rosso e nero, incapaci di scioglierla in un ordine sociale superiore (Famiglia Novecento. Vita familiare, rivoluzione e dittature 1900-1950, Einaudi).

Familismo, in Italia, può fare rima con clientelismo e trasformismo. Allo storico del "tengo famiglia" doveva capitare in sorte di essere il primo autore d'un saggio storico sul nascente evo berlusconiano. Uscito nel maggio del 1994, su incarico del Saggiatore, Stato dell'Italia era la radiografia di un paziente bizzarro, che sogna la rivoluzione e vota a destra, che pare mosso da una spinta morale per poi regredire all'egoistico interesse materiale, che si nutre di antifascismo sul piano esistenziale per poi mandare al governo il partito dei postfascisti. La nuova destra gli pareva ereditare i vecchi vizi del sistema italiano. E il tempo non gli avrebbe fatto cambiare idea. Alla natura patrimoniale del sistema berlusconiano dedica un importante saggio nel 2011, al termine del cosiddetto ventennio azzurro (Berlusconismo, con Enrica Asquer, Laterza): Ginsborg vi rintracciava un'inedita forma di dispotismo populista che cambiava forma e sostanza dello Stato di diritto, attraverso il controllo dei media e l'estensione delle proprietà private di Berlusconi nella sfera pubblica. Ma nonostante l'individualismo sfrenato diffuso nel paese, lo studioso non rinuncia ad aver fiducia nel "ceto riflessivo", nel ceto medio pensante a cui attribuisce il patrimonio delle virtù civili, smarrito da una sinistra politica esangue. Nel 2002, insieme a Pancho Pardi, guida "la marcia dei professori" a Firenze, all'interno del più vasto movimento dei girotondi, nato contro le ingerenze del potere esecutivo contro quello giudiziario. È l'anno delle piazze animate da Nanni Moretti, Nando Dalla Chiesa, Paolo Sylos Labini. Sette anni più tardi scende in campo il cosiddetto "popolo viola", sorto per autoconvocazione su Facebook contro le "leggi canaglia" del premier: anche stavolta Ginsborg non mancherà di dare il suo sostegno.

La sua elaborazione intellettuale s'accompagna sempre più a una militanza civile febbrile. Presente sulle pagine di Repubblica e di Passato e presente, la rivista degli storici di sinistra, lo studioso è molto attivo nelle sedi di Libertà e Giustizia, l'associazione fondata da Gustavo Zagrebelsky e Sandra Bonsanti di cui tre anni fa è divenuto presidente. La politica non lo distrae dagli studi storici, a cui continua a dare apporti innovativi. Il suo volume sul Risorgimento, curato insieme ad Alberto Mario Banti per la Storia d'Italia di Einaudi, ancora una volta valorizza mentalità, emozioni, immaginari rispetto alla storia istituzionale. Una cesura netta rispetto alla tradizione storiografica.

Ma nella stagione dell'impegno, da storico avvertito, Ginsborg è capace innanzitutto di storicizzare sé stesso. Non è un caso che uno degli ultimi saggi einaudiani sia dedicato alla passione, divenuto il nuovo lemma del suo personalissimo lessico politico. Compassione, inclusione, amore. Quanto più prestiamo attenzione alla passione, tanto più potremo reimparare a essere democratici, a cominciare da quel luogo privilegiato di sentimenti e affetti che è la famiglia. Questo, in fondo, il lascito del professore di Cambridge che ha osservato gli italiani come nessuno aveva mai fatto prima.

giovedì 12 maggio 2022

La piccola Battaglia portatile

 

 

Paolo Nori

La Battaglia è una bambina che quando aveva otto anni, la prima volta che è andata a dormire in un albergo, a Torino, quando è arrivata alla stazione di Torino Porta Nuova si è fermata davanti al tabellone delle partenze ha allargato le braccia ha detto «Che città meravigliosa». E dopo, in albergo, a Torino, quella volta, mancava poco all’ora di pranzo, suo babbo si era riposato un quarto d’ora lei intanto aveva ispezionato la stanza, ogni tanto gli portava a vedere una cosa che aveva trovato, le ciabatte di spugna, la cuffia per fare la doccia, il kit per cucire, e quando lui si era tirato su e le aveva chiesto «Andiamo a mangiare?», lei gli aveva riposto «Ma mangiamo qua, c’è anche il frigo». Ed è una bambina, la Battaglia, che nel dicembre del 2010, quando aveva sei anni, saltava sul letto diceva «Io salverò il mondo dall’umanità, io salverò il mondo dall’umanità». E che quando mangia il gelato, dopo un po’ dice sempre «Mi si è ghiacciato il cervello». E che ogni tanto va in giro per strada canta «Ma com’è bello andare in giro / con le ali sotto i piedi / con una Mosca special che / ti toglie i problemi». 

Marcos y
Marcos, 2015

lunedì 9 maggio 2022

La guerra per procura

 


 

Angelo d'Orsi, Falsi e veri lacchè, Rifondazione comunista, 10 aprile 2022

... se i fatti storici sono determinati sempre da tre fattori, il conflitto in Ucraina – che non è la guerra dell’Ucraina, ma della Nato contro la Russia, e della sorte della popolazione ucraina non importa un accidenti a nessuno – lo conferma: i fattori sono gli individui (in questo caso la decisione, che condanno, di Putin di attaccare), il contesto (il golpe di Euromaidan, la presenza di forze neonazi in Ucraina, i 15 mila morti in Donbass provocati dagli ucraini tra la popolazione russofona e russofila) e il caso (fin qui non determinante, ma fattore sempre importante). La combinazione dei tre ha condotto alla guerra. E mandare armi, o pensare di mandare soldati, e aderire alla logica delle sanzioni di cui l’Europa (e l’Italia in primis) subirà le conseguenze, sono tre scelte scellerate. E dobbiamo dirlo. A dispetto dei “lacchè”, non di “Santa Madre Russia”, ma, piuttosto, dei padroni dei media, tra l’altro tutti coinvolti nei giganteschi affari dell’economia di guerra, ossia produzione di armi, mezzi militari, proiettili. Sarà un caso?

Marcello Flores Mario Gozzini, La "guerra per procura", Il Post, 7 maggio 2022

 Il mantra più frequente delle ultime settimane, introdotto dagli «esperti geopolitici» e utilizzato con entusiasmo da tutti coloro che non vogliono (per timore o per avversione) che si mandino armi in difesa della resistenza ucraina contro l’invasione russa, è la «guerra per procura» o «proxy war». La «procura» è la delega attraverso cui qualcuno (persona, istituzione, stato) conferisce a un’altra entità (persona, istituzione, stato) il potere di rappresentarlo. Parlare di guerra per procura tra Russia e Stati Uniti (o NATO) vuol dire ritenere che siano stati gli Stati Uniti (o la NATO) a conferire all’Ucraina di rappresentarli nella guerra contro Putin: di cui, evidentemente, porterebbero responsabilità significative nell’averla iniziata o nel continuarla.

Per quanto il pensiero geopolitico tenda a ritenere soggetti della storia soltanto le grandi potenze, le cui ambizioni, timori e percezioni dovrebbero essere tenute in considerazione e rispettate (mentre quelle delle piccole potenze evidentemente no), sono rimasti in pochi coloro che non riconoscono che sia stato Putin a invadere l’Ucraina. Altra sorpresa per i geopolitici – in genere poco attenti a fattori non materiali come le ideologie – è stata la capacità di resistenza di una piccola (appunto) nazione come l’Ucraina. E infatti la scelta di parlare di «guerra per procura» non è stata immediata, ma si è fatta sempre più insistente man mano che – di fronte alle capacità inattese di resistenza degli ucraini – Stati Uniti ed Europa si sono trovati costretti (moralmente, politicamente e geopoliticamente) ad aumentare i loro aiuti, anche militari, a chi si sta difendendo da un’aggressione illegittima e criminale.

In questo modo si equipara, con un salto logico che dovrebbe far riscrivere gran parte della storia e degli scontri militari avvenuti in passato, l’aiuto fornito a un paese aggredito all’entrata in guerra diretta contro il paese aggressore. Perché succede? Per cercare una risposta siamo andati a rileggere le memorie autobiografiche di Bob McNamara, ministro della difesa statunitense al tempo della guerra in Vietnam. Si dimise in pieno Sessantotto per dissenso con il modo di gestire il conflitto e ormai convinto che quella guerra la si poteva solo perdere. Nelle sue memorie scrive che il motivo vero e profondo della sconfitta americana sia stata la mancanza di “empatia con il nemico”: non sapevamo chi avevamo di fronte e in queste condizioni è molto facile perdere. Anche oggi, come sempre, il problema è lo stesso: chi è Putin? Il guaio delle domande giuste è che producono altre domande. La risposta a questa la cerchiamo in un altro libro molto demonizzato e poco letto: Lo scontro di civiltà di Samuel Huntington. Il punto centrale del libro è che, finite le grandi ideologie del Novecento (fascismo, comunismo), sono destinate a risorgere antiche identità religiose. Scritto otto anni prima dell’undici settembre, non c’è male come capacità di analisi.In Putin si ritrova lo stesso passaggio: da ufficiale del KGB a (finto) seguace della chiesa ortodossa e soprattutto credente nel nazionalismo grande russo. Ma d’altra parte, cosa ha da offrire al futuro la Russia? Non ha le capacità industriali della Cina, non ha la scienza e la tecnologia degli USA (vaccino sputnik insegna). Ha delle risorse naturali (gas, petrolio) in via di sostituzione se non si vuole bruciare il pianeta. Anzi è stata proprio la “maledizione” – gli economisti dello sviluppo la chiamano proprio così – della rendita petrolifera a viziare i russi, scoraggiare i loro imprenditori, alimentare la corruzione. E a perdere i vantaggi che indubbiamente avevano al tempo dello Sputnik (quello vero, il primo satellite spaziale). A Putin rimane perciò solo la forza bruta militare. Quella ha e quella mette sul tavolo. Come dice Shakespeare “c’è del metodo in questa follia”.

Perché non ci accorgiamo di queste piccole cose? La geopolitica realista ha avuto notevole successo nell’epoca della guerra fredda, ma nemmeno in quel periodo si è usato il termine di «guerra per procura» per spiegare i conflitti in Vietnam, in Medio oriente, in Afghanistan. Di quegli anni, tuttavia, è rimasto in gran parte dell’opinione pubblica – soprattutto di quella di sinistra e pacifista – l’idea dei «campi» contrapposti, un’idea sopravvissuta, dopo trent’anni, alla fine del comunismo e della guerra fredda; con il collegato e conseguente atteggiamento fortemente critico nei confronti degli Stati Uniti e dell’Occidente, e spesso tollerante e giustificazionista verso quello sovietico.

In gran parte d’Europa, e in Italia in modo particolare, si è continuato a guardare ai nuovi rapporti internazionali e al nuovo mondo multipolare con gli occhi del passato, del secolo scorso: e questo ha portato a sottovalutare le mire neoimperiali e l’ideologia neonazionalista di Putin (che non sono solo riedizioni del passato ma hanno forti elementi di novità), con cui ci si è sempre più legati nella dipendenza energetica, frutto di una visione bipartisan della destra e della sinistra; ma anche l’evoluzione della politica statunitense e la sua crescente debolezza proprio in politica estera e sulle scelte internazionali (dal fallimento in Siria di Obama a quello in Afghanistan di Biden, passando per la schizofrenia pericolosa di Trump).

Ricondurre la guerra di aggressione russa all’Ucraina a un conflitto per procura tra Russia e Stati Uniti è un modo consolatorio per utilizzare i criteri e i parametri della guerra fredda con cui siamo convissuti per decenni, ma impedisce di comprendere la novità – preoccupante e difficile da risolvere – della strategia aggressiva di Putin, una reinvenzione a uso russo e della sua storia, in un’ottica ideologica religiosa-nazionalista, dello «spazio vitale» ritenuto imprescindibile dal potere di Mosca (e che molti «realisti» considerano il limite da non violare pena il rischio di una guerra nucleare).

Coloro che rifiutano, con motivazioni diverse e da prospettive politiche e ideologiche differenti e opposte, la consegna di armi all’Ucraina per continuare a difendersi dall’aggressione russa, cadono nella logica del non-intervento che non ha dato in passato – pur con tutte le differenze di situazioni non comparabili – risultati da considerare positivi. Il non-intervento di Francia e Gran Bretagna di fronte alla ribellione militare dei generali spagnoli contro la Repubblica ha permesso la vittoria, dopo tre anni di guerra civile (e con altri trenta di violenta dittatura) di Franco e dei paesi fascisti che l’avevano militarmente appoggiato, accelerando la scelta bellicista dell’Asse nel 1939. Il non-intervento in Siria da parte di Obama dopo averlo minacciato se si fosse superata la linea rossa delle armi chimiche si è risolto nell’intervento russo e nella terribile e cruenta vittoria di Assad dopo la distruzione di Aleppo e altre città. Si tratta di due esempi, il più lontano e il più vicino nel tempo, in cui la logica di evitare una escalation bellica ha condotto alla vittoria militare dell’aggressore, con conseguenze terribili per la popolazione civile, non solo nell’immediato ma anche nel tempo futuro.

Terminare o ridurre l’aiuto alla resistenza ucraina, sia militare che economico, sia diplomatico che umanitario, può solo accelerare una vittoria – magari solo parziale dal punto di vista territoriale, ma completa – dell’esercito russo, le cui forme di occupazione abbiamo visto con dovizia di documentazione a Bucha, Mariupol e tanti altri luoghi. La possibile trattativa che ne seguirebbe non potrebbe essere che un riconoscimento delle condizioni poste da Mosca, mentre quella che facesse seguito a una non-vittoria russa potrebbe incanalarsi su una vera trattativa con la possibile partecipazione di paesi garanti.

Resta l’interrogativo – a cui nessuno per ora sa e può dare risposta – se in caso di perdurante non vittoria Putin possa decidere l’escalation verso forme più distruttive fino all’uso possibile di armi nucleari tattiche. Se però fosse questo timore a impedire di continuare ad armare gli ucraini per difendersi si aprirebbe la strada a un equilibrio di «non deterrenza» in cui le potenze nucleari possono invadere e conquistare a piacimento i propri vicini con la minaccia di usare, se ostacolati e fermati, le armi atomiche.

La «guerra per procura», in realtà, nasconde anche un’altra insidia, che è forse la più pericolosa: quella di non considerare come entità autonome e indipendenti i popoli e gli stati che vivono accanto o nelle sfere d’influenza delle grandi potenze, di cancellare la loro volontà e le scelte che vogliono e possono compiere, per sottometterli alla logica ferrea del realismo geopolitico e quindi delle ragioni del più forte. Si tratta, da questo punto di vista, di una regressione – non solo ideale e giuridica – di quanto conquistato faticosamente con la pace di Westfalia, anche se la fine della seconda guerra mondiale mantenne e anzi affermò la logica dei campi contrapposti e intoccabili, che poi il crollo del comunismo e la fine della guerra fredda accantonarono in nome dei principi di libertà e autogoverno.

Ci pare, in particolare, che non si sia colta in Occidente la novità di quella che gli ucraini chiamano “rivoluzione della dignità” e che nel 2014 porta alla fuga del presidente filorusso. Protagoniste di quella rivoluzione non sono le bandiere degli USA (come era accaduto alla caduta del muro di Berlino nel 1989) bensì quelle dell’Unione Europea (ed è la prima volta che accade nella storia). Il significato ci pare chiaro: non è (solo) l’idea di una prosperità economica a muovere gli ucraini, ma un’idea più ampia e generica di libertà e democrazia (e anche questo è la prima volta che accade). È  questo a spaventare Putin, per le implicazioni potenziali che riguardano le giovani generazioni russe. Ma la sua reazione è immersa nel passato: pensa di replicare Budapest 1956 o Praga 1968 con una parata di tank a scopo deterrente. E invece si trova davanti a un mondo cambiato. Anche gli Stati Uniti e la Gran Bretagna oscillano di fronte alla novità: prima offrono un salvacondotto a Zelensky, poi pensano di vincere la guerra sottovalutando le capacità di prolungata guerra di attrito a disposizione di Putin. Errori si mischiano ad errori, da entrambe le parti. Così in passato si è entrati nelle guerre mondiali. A costo di apparire menagrami, è nostro dovere di storici ricordarlo.





sabato 7 maggio 2022

Gramsci e la musica

 

 

Concerti e sconcerti. Cronache musicali
a cura di Fabio Francione e Maria Luisa Righi
pp. 168, € 16
Mimesis edizioni, Milano, 2022

L'Indice, N.7/835
Giovanni Carpinelli, Don Giocondo Fino accanto a Beethoven, p. 35

È come se al ben noto laboratorio di Gramsci si fosse aggiunta una nuova stanza, la stanza della musica. Nel volume sono raccolti 83 articoli di argomento musicale. Quelli noti prima che si avviasse la pubblicazione delle Opere complete (Edizione nazionale), erano 16 in tutto e ricompaiono qui. 34 riguardano l’operetta, 34 l’opera, 2 la musica lirica, 13 la musica classica strumentale. Anche quando si occupa di musica, Gramsci rimane un grande intellettuale. Intanto colpisce la vasta gamma dei settori da lui considerati. Anche in letteratura Gramsci si è occupato di Dante come di Carolina Invernizio. E qui c’è don Giocondo Fino accanto a Beethoven. Poi è nuova e originale l’attenzione per la sociologia dello spettacolo, come nota nella postfazione Fabio Francione. Infine quando si trova di fronte alla grande musica, Gramsci si mostra capace di formulare opinioni significative. Non è un critico musicale, e lo sa, si muove da ascoltatore sensibile e attento. Su questo aspetto sono assai utili le indicazioni di Maria Luisa Righi nella prefazione. Fu Italo Calvino a suggerire per primo il titolo di Cronache musicali, nel 1950. Già Gramsci stesso aveva scritto: “Non siamo critici, ma cronisti” (p. 68). Aveva una sua cultura da esperto in materia, conosceva bene la Storia universale della musica di Hugo Riemann, aveva letto Jean-Christophe di Romain Rolland e ne era stato segnato: ”Il nostro amore per Beethoven è l’aspirazione profonda alla fraternità umana, alla giustizia, alla bellezza, al socialismo” (p. 69).
Gli mancavano per sua stessa ammissione i ferri del mestiere, eppure dai suoi scritti si può ugualmente ricavare un inquadramento teorico della materia considerata. Al centro si trova l’emozione sincera: “la musica – Franck o Beethoven o Wagner - esprime appunto quello che costituisce la comunione delle anime: l’emozione. L’emozione pura e indeterminata, come dice Nietzsche, la possanza emozionale dell’anima. Ah! Ci dicono ingenui nel nostro linguaggio: certo, lo siamo: e vogliamo rimanerlo, sempre” (p. 65). César Franck, sia detto per inciso, era visto come “unico erede di Beethoven” (p. 63). C’era, bisogna riconoscerlo, qualcosa di ingenuo in una tale assolutezza di principio. A farne le spese fu Puccini in particolare. Ampiamente riconosciuto come il successore di Verdi, per Gramsci era invece un musicista mediocre.
Tra i critici, solo Ildebrando Pizzetti e Fausto Torrefranca sarebbero stati d'accordo con lui, ma non venivano neppure citati. Puccini sembrava ridotto a essere un modesto piccolo borghese, come i protagonisti delle sue opere. Il successo teatrale veniva attribuito alla bravura degli interpreti. Se Stravinskij viene definito “indubbiamente un musicista di valore” (p. 66), Puccini è regolarmente demolito senza nessun riguardo Sull’operetta grava una generale svalutazione: il libretto e la trama scenica contano poco, la musica nei casi migliori appare improntata a grazia e vaporosità leggera. Quanto all’opera, il repertorio classico incontra un generale apprezzamento.
In un tempo successivo alla stesura delle cronache musicali, Gramsci sposò una violinista. “Nello stentato rapporto tra i coniugi – scrive Maria Luisa Righi – si percepisce come nella musica si riverberassero tutti gli elementi del loro difficile rapporto” (p. 15). Una passione per la vita. 

                                                                                                   

 https://palomarblog.wordpress.com/2017/04/18/gramsci-e-la-musica/

 

 

domenica 1 maggio 2022

Olga e Olexander, il bisogno di normalità e di pace

 

 
Francesca Mannocchi, La lenta avanzata. Donbass, La Stampa, 1 maggio 2022
 
In piazza si sente solo la voce di Olga «cosa avete fatto al nostro Donbass? Come l'avete ridotto?» grida a un noi che non ha forma se non quella della necessità di trovare un responsabile al proprio dolore, chiunque sia.
«Mio padre è arrivato qui con una valigia vuota, ha lavorato sotto terra in miniera per quarant'anni, e ora io devo umiliarmi, povera, sporca e chiedere mezzo chilo di farina?».
Olga non riceve aiuti umanitari da due settimane, si batte le mani sul volto prima di fare il segno della croce con il viso rigato più dalla vergogna che dalle lacrime.
Uno dei volontari della Croce Rossa Ucraina, appena arrivato, le chiede se ha bisogno di acqua, di medicine. Lei risponde che ha solo bisogno di pace e se ne va, trascinando la borsa per il manico. La piazza torna silenziosa com'era, Olga scivola via insieme all'eco delle ruote della sua sacca da cui si vedono sporgere le taniche d'acqua. Vuote.
...
Normalità è la parola che più di tutte si sente pronunciare qui da quando la guerra a cui la regione era abituata ha preso un'altra forma, quella delle case distrutte, dei colpi d'artiglieria incessanti, delle notti vissute nel timore di essere colpiti dai missili, del timore di morire sotto le macerie della propria abitazione, o schiacciati nel proprio rifugio improvvisato.
...
Alla fine della discesa che dal centro della cultura porta al piccolo corso d'acqua a valle, Oleksander cammina con quattro taniche di plastica. Raggiunge una piccola fonte alla fine di una strada sterrata. Ha lavorato come camionista per quarantacinque anni, ora ne ha settanta, una pensione da 1300 grivne, 40 euro, e due nipoti di otto e dieci anni a cui ha già spiegato che la carne non si mangia perché costa troppo e a cui ora deve spiegare perché arrivino i missili sulla strada di casa, perché non ci sia più acqua per lavarsi e perché bisogna dormire in cantina.
Oleksander ride poco ma quando lo fa i denti che gli mancano raccontano la vita di sacrifici che ha fatto. «Ho vissuto l'Unione Sovietica e l'ho vista morire e in cocci, siamo gente umile qui ma sappiamo che il bene il male non stanno solo da una parte» dice anticipando una domanda che sto per fargli.
«Come è iniziata lo sappiamo, Oleksander, ma secondo te, come va a finire?» gli chiedo.
Lui, che ha la saggezza di chi la guerra non deve giustificarla né combatterla, ma deve cercare di sopravviverle, mi chiede di aspettare che arrivi con le taniche alla fine della salita per rispondermi.
Così cammino accanto a lui e aspetto «se sei disposto a perdere fino all'ultimo uomo, all'ultimo giovane che hai, non vuoi negoziare e questo non è il ragionamento di un capo, è il ragionamento di chi è intrappolato nella guerra che sta combattendo».
Risponde così, non nomina Putin, non nomina Zelensky. Evoca però, la normalità di cui la gente ha bisogno. La stessa che Putin aveva promesso di riportare in questa terra di industrie e di miniere, di lavoro e di fatica, eppure così impoverita e piegata.
La stessa che Zelensky vuole riportare al Paese promettendo di vincere una guerra che è già una guerra destinata a durare a lungo.
I russi lo sanno e hanno fatto del tempo un pezzo della strategia che può diventare la trappola di Zelensky. Mentre il presidente ucraino si dimostra determinato a non cedere di un passo, in Donbass la strategia militare russa non solo funziona ma ha una logica.
Tanto più lentamente avanzano le truppe russe, tanto più la popolazione si fiacca e la gente piegata dalla fame, dalla sete e dalla paura, tenderà a pensare che il nuovo possa essere la soluzione.
È la strada russa verso, più che la normalità, la normalizzazione.
Avanza così, al passo lento di chi sa che la fame e la sete hanno fretta, ma le aspettative di chi vuole un vecchio, nuovo impero, possono aspettare i tempi di una guerra lunga.
 

 

sabato 30 aprile 2022

Francesca Mannocchi, la guerra vista da vicino

 

 


Aldo Grasso, La guerra seza retorica (e fake news) dei giovani inviati, Corriere della Sera, 24 aprile 2022

Insolitamente elegante, in giacca e cravatta, Diego Bianchi (Zoro) ha condotto da casa la puntata di «Propaganda Live» (La7): «Io non so proprio come andare avanti, è tutto triste e al tempo stesso divertente a modo suo, vorrei dirvi che tra poco vengo là ed è tutta una gag che ci siamo inventati e invece no, sono più o meno al nono, decimo giorno di positività…». Questa conduzione anomala è servita per qualche riflessione.

Da sola, in studio, Francesca Mannocchi ha proposto le sue storie sulla guerra in Ucraina. Sono testimonianze dei pochi cittadini che non hanno abbandonato le proprie case, racconti essenziali, basati sulla sobrietà, sulle cose che contano davvero nei momenti più drammatici. Mannocchi non disegna scenari di guerra, ma raccoglie le parole degli «umili» manzoniani, di gente che cerca di sfuggire alla crudeltà degli invasori. È un modo nuovo e fedele di raccontare la guerra, uno stile forse mutuato dai social media (le Instagram Stories), segnato da un rapporto empatico, personale con l’intervistato.

Mentre riflettevo su queste interviste, avevo sottomano un report internazionale, pubblicato dall’Institute for Strategic Dialogue, che analizza i post pubblicati da Facebook sul massacro di Bucha. Ebbene, i più condivisi sono quelli che mettono in dubbio l’eccidio, non per spirito critico ma per fiducia in alcune fake news già ampiamente smentite. L’aspetto triste è che in Italia, a guidare questa creduloneria, è il profilo social di Toni Capuozzo.

Così mi è venuto da fare un confronto (se è improprio chiedo scusa) fra questi inviati più giovani che vanno sul posto e cercano di raccontare senza retorica, senza eroismi quello che vedono e i vecchi inviati di guerra che frequentano i salotti televisivi e impartiscono lezioni a destra e a manca, come se, senza di loro, la guerra non fosse più guerra. Ah, signora mia…

mercoledì 27 aprile 2022

La seconda fase del conflitto

 

 

Marco Di Giovanni 

LA FASE DELLA GUERRA DI ATTRITO E LA FUNZIONE DEL TEMPO NELLA STRATEGIA DEL CONFLITTO
 
Con il ridispiegamento russo nell’est, sud-est dell’Ucraina si è aperta la seconda fase cui la nuova definizione russa degli obiettivi della “OMS” (Operazione militare speciale) non riesce a dare pienamente forma, nel senso che le linee operative stentano ad assumere una direttrice definita, in uno scenario di operazioni diffuse ma prive ancora di penetrazione e profondità.
Una spinta militare estesa su settori diversi, che in parte cerca di allestire un movimento di respiro strategico costruendo i presupposti di un accerchiamento delle unità ucraine in un est vasto (a est del Dnipro), sondando le aree di maggior fragilità con fuoco diffuso e spinte offensive locali. In parte, ancora, le operazioni tengono accesa la minaccia su altri settori, da Kharkiv alla zona di Kherson che oscilla tra testa di ponte verso Odessa e area di resistenza e tenuta rispetto a tentativi controffensivi Ucraini. A legare il tutto una intensificazione delle azioni di fuoco dal cielo e una continuità del martellamento stand-off in profondità, come attacco crescente alla logistica (del pari crescente e decisiva) dei rifornimenti/forniture ucraine. Ma anche come conferma di una minaccia perenne e intimidatoria sulle città centro-occidentali e le popolazioni, appena liberate dall’incubo dell’occupazione. Già agire in questa direzione con l’intensità delle ultime ore, da parte russa, indica alcune urgenze: un segnale politico a chi rifornisce l’Ucraina, con un riconoscimento implicito del peso che tali apporti possono assumere nel conflitto; la conferma della propria capacità militare di intervento di precisione. Ma tale intensità operativa si deve misurare col tempo e con la capacità di durare di un apparato tecnico-industriale che ha rivelato le proprie pesanti arretratezze. Quanto dureranno le risorse russe di qualità? Il tempo, la durata, regna sovrano come determinante.
Del resto, un’altra “guerra di profondità” emerge sullo sfondo, guerra alla logistica sinonimo di guerra dei tempi lunghi (potenzialmente): gli attacchi / incidenti sul suolo russo, in prossimità dei confini orientali ma anche ben oltre questi, ai centri di attività arretrata e ai magazzini che alimentano l’offensiva. Guerra dell’ombra, verosimilmente, che inaugura uno scenario allargato e, per i russi, potenzialmente da incubo in assenza di una vittoria militare decisa e chiara.
E se le linee di rifornimento russe sono arretrate rispetto alla prima fase, riorientandosi verso il settore orientale e integrandosi al reticolo di depositi e comunicazioni in suolo russo, le crescenti capacità di fuoco ucraine graviteranno inevitabilmente e naturalmente in quella direzione.
Guerra di attrito per ora, che risponde anche all’incompiuto ridispiegamento russo e alla ancora claudicante riorganizzazione di molti reparti dopo l’impatto delle perdite della prima fase, da molti segnali risultate devastanti. Pressione che il nuovo comando centralizzato nel settore pretende continua, col contrappasso di rendere senza soste anche l’usura delle unità russe.
Vedremo se questo comporterà, anche in questa nuova fase, un eccesso di dispersione rispetto a un movimento che vorrebbe essere decisivo ma che tutto ci fa vedere come stenti a decollare. Numeri difficili da consolidare ci parlano comunque di un dispiegamento nella più ristretta area sud est di una novantina di nuclei tattici di combattimento. Troppo pochi ancora anche se sostenuti dalla concentrazione dell’azione delle masse di fuoco.
E il resto (ma quanti battaglioni efficienti visto che un terzo degli iniziali 180 sono stati considerati a inizio aprile sostanzialmente declassai o ormai inconsistenti in termini di capacità di combattimento?) dispiegato negli altri settori (certamente poco per puntare, per ora, su Odessa)
Ne emerge una delle questioni nella gestione strategica di questa guerra: a favore di chi gioca il tempo?
La risposta che viene dall’Ucraina e dall’Occidente sembra dire: per noi. La guerra di attrito viene ora vissuta con una accelerazione della fornitura di mezzi militari, l’allestimento delle basi per renderla consistente sul medio periodo (non più eccezionale, come dimostrano i movimenti dell’esecutivo USA verso i fornitori), la creazione di un effettivo coordinamento comune nel supporto alla guerra ucraina (la riunione a Ramstein del 26 di aprile). Un dispiegamento imbarazzante, in prospettiva, dal punto di vista delle capacità industriali, a fronte dell’economia di Putin. L’urgenza – conclamata – è per la rapidità delle forniture ora, per incagliare ancora una volta il dispositivo russo.
Implicitamente almeno si guarda a tempi lunghi, orientati al logoramento strategico delle generali ambizioni revisioniste di Putin. Un allineamento all’andamento del conflitto che non passa nemmeno, come immaginato, temuto e pensato nella prima fase della guerra, attraverso l’alimentazione e il supporto alla guerriglia in un paese occupato. La “resistenza” è in realtà quella di uno Stato ancora perfettamente in piedi con il suo apparato militare allargato all’ampia schiera dei riservisti e al supporto della popolazione anche nelle aree di attrito (cui eventualmente si aggiunge l’azione tellurica in quelle occupate dai russi).
“Indebolire” nella profondità strategica le ambizioni russe visto che l’Ucraina non cederà e, di più, è al momento nelle condizioni di non dover necessariamente accettare un compromesso al ribasso quale trapela dal fraseggio della propaganda russa e filorussa. Piegarsi ad una serie di mutilazioni territoriali nella sua area produttiva più ricca e dello sbocco al Mar d’Azov, inghiottendo l’umiliazione di cessioni – anche di popolazione e di comunità locali - che si accompagnano alla distruzione di ampie sezioni del tessuto produttivo e infrastrutturale e all’impunità di fronte a una estesa e programmata applicazione del terrore criminale sulla popolazione e sul tessuto della vita collettiva. Migliaia di crimini documentabili che resterebbero impuniti sullo sfondo sbiadito della “OMS”, in omaggio alle ragioni “superiori” della forza, che legittima di per sé l’uso predatorio, epurativo e vendicativo della violenza.
Una indipendenza perduta anche per il carico di miseria e distruzione che l’aggressore lascia, ancora impunito, sulle spalle degli sconfitti trasformati, in parte, in profughi, interni o esterni senza futuro. E’ questo il “ragionevole compromesso”, ammesso che si dia, che filtra dalle parole del Cremlino e dei suoi portavoce, scivolando da Lavrov a Caracciolo.
A vederla così non c’è ragione che tenga per gli ucraini per cedere. La distruzione è orribilmente fatta e prosegue senza misericordia e limiti, che non siano quelli imposti dalla tenuta militare del difensore. La guerra è proxy solo nella mente di chi cancella per l’ennesima volta l’identità dei resistenti e le loro ragioni, e reagisce rabbioso al dispiegamento di forze e supporto degli alleati. Certo, difendere l’Ucraina e la sua integrità significa anche azzoppare il progetto imperiale di Putin, ma è Putin ad averlo scatenato nel momento che gli sembrava più propizio, dandogli peraltro rapidamente una forma distruttiva e punitiva, tendenzialmente senza ritorno.
Anche questo – a ben vedere e fuori dalla polemica - viene a far parte pienamente della dimensione strategica. Da un lato confermando il paradigma del tempo che sostiene il resistente che vince se non perde, perché non ha altre speranze e sa per converso di avere nella durata lo strumento per erodere sino all’appassimento le risorse dell’occupante. Dall’altro, mettendo in evidenza il presupposto implicito che segna il passaggio dalla prima alla seconda fase. Almeno per l’Occidente.
La guerra si è rivelata in tutta la sua portata criminale e la sua pericolosità strategica: non solo per la sua voragine distruttiva ed eliminazionista che pone la comunità internazionale di fronte a un prima e a un dopo. Come si potrà “normalmente proseguire” dialogando con i protagonisti dello scempio?
Ma anche per la determinazione russa a perseguire i propri fini, rideclinandoli senza privarli della loro intrinseca minacciosità verso l’ordine internazionale. Dalla trasformazione dell’Ucraina in stato satellite e allineato- fase n. 1 - alla presa di possesso di basi economico-strategiche di proiezione, quale piena conferma di uno status di potenza globale destinato a proporsi nel prossimo futuro in nuove esternazioni. Da questo punto di vista, i ponti col mondo di ieri sembrano tagliati anche su questo versante del conflitto, mentre la sfida dell’impunità per i crimini commessi, dal vertice alla base, segna precocemente un altro passaggio di non ritorno.
Anche la Russia infatti, a ben vedere, sembra accettare la sfida del tempo lungo e ridisegnare il suo fine strategico, esplicitamente senza rinunciare alla sua portata destabilizzante generale.
Transitare dal “semplice” riconoscimento del Donbass russo al controllo del sud ucraino sino alla Crimea e poi dalla regione di Odessa alla Transnistria non è una boutade, anche se la immediata risonanza intimidatoria è parte consapevole e perseguita del messaggio di Putin.
Certo il 9 maggio non avremo una sfilata a Odessa e verosimilmente nemmeno una a Mariupol, ma questa dichiarazione esprime chiaramente che il progetto mantiene la sua ambizione e non si ritira dal tavolo ma è disponibile a misurarsi col tempo. Comunica ciò che iniziava a trasparire sin dai primi di aprile, almeno sul terreno delle “sfide”, e anche i provvedimenti economici e le prime strozzature alle forniture di gas vanno in questa direzione, addirittura anticipando un possibile embargo da parte dell’Occidente.
Disegnando a questo punto lo scontro come un confronto con la NATO e la sua – indiretta e proxy-costruita – aggressività, Mosca inizia a fissare lo scenario per una prossima chiamata alla mobilitazione interna che sappia declinare anche le inevitabili difficoltà economiche dell’immediato futuro in una forma compatibile, col compattamento patriottico, alla tenuta del sistema putiniano.
Finalmente, allora, una GUERRA nominata come tale, “subita” questa volta da aggrediti e tale da “chiamare” il popolo alla mobilitazione patriottica nel segno della tradizione e dell’anima russa accerchiata dall’Occidente.
La crescente polemica sulle forniture di armi segnala allora tanto la emergente consapevolezza dei vertici del Cremlino che anche la guerra-tritasassi a base di fuoco distruttivo non garantirà un successo rapido, quanto ambisce a porre le basi politiche e strategiche per fare del tempo lungo l’arma per non perdere l’iniziativa, partendo intanto dalla mobilitazione interna contro l’aggressione che diventa, su basi rinnovate, il tema chiave della narrazione. Alla denazificazione potrà felicemente saldarsi una nuova incarnazione della “Grande guerra patriottica”.
I vertici militari di Mosca devono velocemente prendere atto che l’escalation degli aiuti occidentali è appena partita e non promette bene. I suoi “contenuti” operativi si stanno rapidamente dilatando al di là delle pur decisive dimensioni dell’interdizione e dell’intercettazione. Alla capacità di fuoco diffusa, micidiali equipaggiamenti leggeri, che viene potenziata da nuovi dispositivi, si aggiungono strumenti di controfuoco e repressione diretta potenzialmente micidiali se declinati su un campo di battaglia digitale. Quello che i russi non hanno dimostrato di avere e che l’Occidente fornisce ai resistenti.
Non si può escludere in assoluto oggi che la spinta operativa delle prossime settimane nel sud-est arrivi a fissare un punto di arrivo compatibile con un’idea russa di “successo” ma quanto emerge – anche in termini di valutazione delle reciproche determinazioni politiche - sembra andare in una direzione diversa. L’Occidente guarda alla durata e il Cremlino accetta la sfida rilanciando.
Subire il colpo politico di una NATO che si allarga a Svezia e Finlandia fissa allora un altro schiaffo, ma anche una conferma della natura ultimativa del passaggio intrapreso, che accentua la determinazione a perseguire un risultato militare, che richiede un salto di qualità.
Per i russi allora, i “numeri” andranno necessariamente rivisti e questo non potrà farsi se non con uno sforzo quantomeno doloroso e prolungato nel tempo. “Mobilitare” dovrà significare proporre nella realtà parte cospicua di quel dispositivo militare imponente che dalla carta non si è trasferito sul campo. Armare, sia pure con strumenti meno sofisticati di quelli occidentali, e soprattutto addestrare e portare sul campo almeno il doppio dei reparti schierati originariamente, altre 200 unità di battaglione, richiederà molti indispensabili mesi, contando nel frattempo sulla compattezza interna e sulle divisioni altrui. I “mercenari”, tipico strumento “coloniale” della guerra intrapresa dai russi, non saranno sufficienti.
Accettare il tempo lungo e proiettarsi verso la mobilitazione diventa così, naturalmente, un rischio, ma anche uno strumento per misurare, per una seconda volta dopo il colpo di mano tentato all’inizio, la possibilità che uno scenario complesso, costoso e di lunga durata possa aprire dei varchi nel fronte opposto, far emergere le differenziate debolezze dell’Occidente e in particolare dell’Europa.
Nel leggere le reciproche fragilità e il rapporto che queste instaurano col tempo, l’ideologia può diventare sovrana e quella di Putin ha già sbagliato una volta, a proposito dell’inesistenza dell’Ucraina. Non recede però, sembra, dalla convinzione intorno alla sostanziale compiutezza del crollo dell’Occidente e in particolare dell’Europa. Giocherà le sue armi, anche nella narrativa e nella minaccia, su questo. Già altri avevano scommesso sulla decadenza delle democrazie, e anche Hitler e Mussolini si erano trovati di fronte a una guerra che “non voleva finire” (pur a fronte dei grandi successi iniziali della Germania nazista). Il tempo sarà galantuomo?