giovedì 29 settembre 2016

I fari nella pittura di Hopper


Per un numero nutrito di artisti il faro è stato, ed è, un simbolo misterioso scatenante l'immaginazione più nascosta.
L'edificio raccoglie infatti attorno a sé la stessa capacità di essere fantasticato, come se fosse un castello. I guardiani della struttura, la notoria scala a chiocciola che conduce alla stanza dell'orologio, il fascio lucente che si infiltra fra i mari notturni, la sensazione di una solitudine antica e inesauribile attorno ad esso: questi sono solo alcuni degli elementi che costituiscono il desiderio di immortalarlo sotto diverse maniere.
Edward Hopper: "The Lighthouse at Two Lights"
Il faro dipinto da Hopper è quello che erompe dal promontorio roccioso presso Cape Elizabeth, Maine.
La struttura nel dipinto è suggellata da un'aura malinconica e di raccoglimento tipica dei temi del pittore. Non si scorge, infatti, alcun mare.

Nella realtà, invece, davanti all'edificio, l'Oceano Atlantico si arrampica con la decisione delle onde, lungo la costa pietrosa puntuta. Sul piccolo apice di essa, innanzi al faro, protetti da una ringhiera laterale, si può in silenzio, osservare come il giorno diventi notte al ritmo metronomico e furente del gorgoglio delle acque.

Le case dal tetto spiovente color arancio, intanto, adiacenti al faro, paiono uscite fuori, poiché illuminate dalla luna, da un sogno inquieto.

http://www.ilsole24ore.com/art/viaggi/2015-07-16/quando-faro-indica-meta-viaggio-150843.shtml?uuid=AD6iq09





domenica 25 settembre 2016

Relazioni pericolose





Madame de Tourvel crede in Valmont, incapace di vedere il male nell’uomo di cui è innamorata.
Esce pulita dal confronto con Valmont e la Marchesa [de Merteuil]. Inconsapevole pedina, che spiazza i loro giochi con la verità e la purezza dei sentimenti.
Madame de Tourvel è il personaggio che ho amato di più. Non cede banalmente alle lusinghe di Valmont. Ne uscirebbe a sua volta corrotta se così fosse.
Si innamora dell’uomo entrando in contatto con la propria umanità. Sembra farsi sopraffare ma domina con la sua purezza su tutti i personaggi del romanzo.

 http://www.unsassonellostagno.com/le-relazioni-pericolose/


TOURVEL: UN RITRATTO A DUE VOCI
Pierre Choderlos de Laclos, Le relazioni pericolose

La Marchesa di Merteuil al Visconte di Valmont 

… Ah, dunque volete conquistare la présidente Tourvel! O capriccio insensato, o testa strampalatissima che avete, la quale non sa desiderare se non quello appunto che reputa impossibile d’ottenere. E avete osservato almeno che donna è mai questa? Ha fattezze regolari, ve l’ammetto, ma senza nessuna espressione. Ha un personale discreto, ma senza neppure l’ombra della grazia. E veste poi in modo da far ridere la gente, tutta infagottata nei suoi fisciù per volersi coprire il petto, e col busto che le sale fin sotto il mento! Ve lo dico da amica, datemi retta: un paio ancora di queste conquiste, e la vostra reputazione è bell’e spacciata. Ricordatevi un po’ del giorno in cui faceva la questua a San Rocco, e che voi mi ringraziaste dello spettacolo che vi avevo procurato: mi pare di vederla ancora girare con quello spilungone dai capelli lunghi che la guidava per mano; pareva che dovesse incespicare a ogni momento, e metteva il suo spropositato guardinfante sempre addosso alla gente, e a ogni riverenza non faceva che arrossire! Chi vi avrebbe detto allora che avreste finito per desiderare una donna simile? Suvvia, visconte, arrossitene anche voi, e rientrate in cervello: vi prometto che non ne dirò mai niente a nessuno.

Il Visconte di Valmont alla Marchesa di Merteuil …

Con che foschi colori mi dipingete la signora Tourvel! Se al posto vostro ci fosse un uomo, pagherebbe con la vita la sua insolenza; e qualunque altra donna, all’infuori di voi, ne avrebbe avuto alla men peggio una dura lezione. Fatemi la carità di non mettermi più a questi cimenti, perché non so davvero se potrei sopportarli. Per l’amicizia che ci lega, aspettate almeno che io abbia conquistato questa donna, prima di dirmene male. Non sapete che solo il possesso ha il diritto di far cadere le illusioni? Ma che vado dicendo? La signora Tourvel ha forse bisogno d’illusioni? Non le basta presentarsi così com’è, per essere una creatura adorabile? Le avete rimproverato il suo modo di vestirsi. Sfido io! Qualunque abbigliamento le nuoce, poiché non fa che nascondere le sue bellezze, le quali tutte si rivelano nel loro magnifico splendore soltanto nell’abbandono del négligé. Grazie al calore asfissiante di questi giorni, ho potuto ammirarla appunto in una sottile veste da camera che dà risalto a tutte le forme appetitose del suo bel corpo, sodo e pastoso; e poiché una semplice mussolina le copriva il petto, i miei sguardi furtivi han potuto penetrare oltre, e godere già la vista delle rotondità più deliziose. Il suo volto, secondo voi, non ha espressione. E che diamine volete che esprima, in un momento in cui niente le parla ancora al cuore? Certo ella non ha lo sguardo traditore delle civette, che magari a tutta prima piace, ma poi quasi sempre ci delude. Non sa coprire il vuoto d’una frase con sorrisetti studiati; e, benché abbia denti bellissimi, ride solo quand’è il caso di ridere. Ma bisogna poi vederla nei momenti d’allegria, come sa essere ingenua e schietta nella gioia; e come, nel soccorrere qualche disgraziato, il suo sguardo s’anima d’una luce di soave pietà e di pura letizia! Bisogna soprattutto vederla quando le si rivolge qualche lode o qualche complimento, e nel suo visetto celestiale si dipinge l’onesto rossore di una non finta modestia! È schifiltosa e devota; epperò la giudicate fredda e senz’anima. Io la penso diversamente, e mi pare che occorra una sensibilità portentosa per poterla espandere finanche sul proprio marito e amare una persona che è sempre lontana.

Pierre Choderlos de Laclos (1741-1803) Les liaisons dangereuses (1782) 

La Marquise de Merteuil au Vicomte de Valmont

… Vous, avoir la présidente Tourvel! mais quel ridicule caprice! Je reconnais bien là votre mauvaise tête, qui ne sait désirer que ce qu’elle croit ne pouvoir pas obtenir. Qu’est-ce donc que cette femme? des traits réguliers si vous voulez, mais nulle expression : passablement faite, mais sans grâce : toujours mise à faire rire, avec ses paquets de fichus sur la gorge, & son corps qui remonte au menton ! Je vous le dis en amie, il ne vous faudrait pas deux femmes comme celle-là, pour vous faire perdre toute votre considération. Rappelez-vous donc ce jour où elle quêtait à saint-Roch, & où vous me remerciâtes tant de vous avoir procuré ce spectacle. Je crois la voir encore, donnant la main à ce grand échalas en cheveux longs, prête à tomber à chaque pas, ayant toujours son panier de quatre aunes sur la tête de quelqu’un, & rougissant à chaque révérence. Qui vous eût dit alors, vous désirerez cette femme? Allons, vicomte, rougissez vous-même, & revenez à vous. Je vous promets le secret.

Le Vicomte de Valmont à la Marquise de Merteuil

…De quels traits vous osez peindre madame de Tourvel ! . . . quel homme n’eût pas payé de sa vie cette insolente audace ? à quelle autre femme qu’à vous n’eût-elle pas valu au moins une noirceur ? De grâce, ne me mettez plus à d’aussi rudes épreuves; je ne répondrais pas de les soutenir. Au nom de l’amitié, attendez que j’aie eu cette femme, si vous voulez en médire. Ne savez-vous pas que la seule volupté a le droit de détacher le bandeau de l’amour? Mais que dis-je? madame de Tourvel a-t-elle besoin d’illusion? non : pour être adorable il lui suffit d’être elle-même. Vous lui reprochez de se mettre mal ; je le crois bien, toute parure lui nuit ; tout ce qui la cache la dépare. C’est dans l’abandon du négligé qu’elle est vraiment ravissante. Grâce aux chaleurs accablantes que nous éprouvons, un déshabillé de simple toile me laisse voir sa taille ronde & souple. Une seule mousseline couvre sa gorge ; & mes regards furtifs, mais pénétrants, en ont déjà saisi les formes enchanteresses. Sa figure, dites-vous, n’a nulle expression. Et qu’exprimerait-elle, dans les moments où rien ne parle à son cœur? Non, sans doute, elle n’a point, comme nos femmes coquettes, ce regard menteur qui séduit quelquefois et nous trompe toujours. Elle ne sait pas couvrir le vide d’une phrase par un sourire étudié ; et quoiqu’elle ait les plus belles dents du monde, elle ne rit que de ce qui l’amuse. Mais il faut voir comme, dans les folâtres jeux, elle offre l’image d’une gaîté naïve & franche! comme, auprès d’un malheureux qu’elle s’empresse de secourir, son regard annonce la joie pure et la bonté compâtissante! Il faut voir, surtout au moindre mot d’éloge ou de cajolerie, se peindre, sur sa figure céleste, ce touchant embarras d’une modestie qui n’est point jouée. Elle est prude et dévote, et de là vous la jugez froide et inanimée. Je pense bien différemment. Quelle étonnante sensibilité ne faut-il pas avoir pour la répandre jusque sur son mari, et pour aimer toujours un être toujours absent!

venerdì 23 settembre 2016

Vermeer, amore e musica

Vermeer, Lezione di musica, 1662 ca
 
E’ l’unico dipinto di Vermeer con due serie di finestre, caratteristica di diversi edifici olandesi: Quattro serramenti con due persiane sul lato esterno e due ante superiori nella parte interna. Come in tutti i dipinti di Vermeer nulla si rivela di ciò che è fuori casa, accentuando la dimensione privata e il dialogo silenzioso tra la figure. Il soffitto è a travi di legno rafforzate da una traversa a muro sulle finestre. Esattissima la percezione minima dell’imbarcamento della travatura.


Una giovane musicista suona un virginale, seguita da un maestro la cui bocca semiaperta indica che sta cantando. La donna indossa una giacca leggera di raso giallo: il suo viso è riflesso, lo scorcio dettagliato; la sua umanità sospesa nella luce.
Il rapporto tra la musica e l’amore è tema pittorico degli olandesi: rinvia all’armonia degli innamorati, qui suggerita dalla viola da gamba incustodita sul pavimento.

Proprio l’accostamento dei due strumenti è l’emblema di Jacobs Cats, Quid non Sentit Amor: il suono di uno strumento riverbera l’altro come due cuori in armonia.
Il virginale occupava una posizione cruciale nella vita musicale: più piccolo, più semplice ed economico rispetto al clavicembalo, era prodotto principalmente ad Anversa, dalle famiglie Ruckers e Couchet. La cassa rettangolare aveva corde di metallo, pizzicate da plettri montati su martinetti (uno per ogni chiave) disposti a coppie.

La viola da gamba era invece caratterizzata dal tono morbido e chiaro, che imita la voce umana. La viola è associate al maschio; il virginale alla donna. La maggior parte dei virginali fiamminghi avevano la tavola armonica dipinta con fiori, frutta, arabeschi, motti. Qui è: MUSICA LETITIAE CO[ME] S MEDICINA DOLOR[UM] (La musica è compagnia di gioia, balsamo per il dolore). Il tema che rinvia alla pittura accennata sulla parete, una Caritas romana .

Un uomo di spalle, le mani legate dietro la schiena, è nutrito in carcere dal latte della figlia. La storia di Cimone e Pero, tratta da Valerio Massimo, è indicate come sommo esempio di pietà figliale, ma anche straordinaria prova della superiorità della pittura, capace di illustrare l’invisibile e muovere i sensi nell’emozione.

Più e più volte ripresa dai fiamminghi, la scena ha molteplici sensi: qui è legata alla consolazione, al soccorso, all’estremo - e inaudito - atto d’amore. Ampi gli spazi della stanza armoniosamente costruita: su un tappeto turco di tipo Ushak, fedelmente descritto, una brocca smaltata color del latte, un modello di Faenza poi riprodotto con gran successo dai ceramisti olandesi.

Vermeer ha organizzato con cura sublime i rinvii fra gli oggetti di scena: ha indicato la posizione agli attori, fissato i costumi e definite le luci del suo set in una prospettiva lineare, creando un’illusione di profondità ove le ortogonali convergono ovviamente sulla figura femminile, sempre centrale.

Ha usato la sua tecnica abituale, semplicissima, tipica dei frescanti e quadratisti: in radiografia si nota un piccolo foro che coincide esattamente con il punto di fuga. In questo foro era inserito uno spillo, fissato a un pannello di legno, temporaneamente posto sul retro della tela, cui era attaccata una stringa.

Sfregando il gesso sulla corda, il pittore poteva tirarlo e con uno scatto produrre un’ortogonale perfettamente dritta alla superficie dell’imprimitura. Poi lavorava sulle ombre, anche alterate per soddisfare gli obiettivi compositivi: l’ombra proiettata dalla finestra sul pavimento di piastrelle svolge un ruolo essenziale nel legare il lato destro della composizione, con il suo accumulo di oggetti, e il vuoto a sinistra. Ancora: moltiplica l’ombra del doppio specchio con la cornice d’ebano; quella esterna è ad angolo acuto, è la luce incidente che entra dalla finestra più vicina alla parete di fondo, che poi è parzialmente indebolita, per cui l’ombra appare doppia, giacché la luce dalla finestra centrale si proietta su una parte dell’ombra originale.

Lo stesso fenomeno appare dalla destra del coperchio del virginale. Nello specchio inclinato il viso della ragazza, leggermente chinato, non è solo: un riflesso di piastrelle, una parte del tappeto ma poi anche una gamba e la traversa di cavalletto del pittore che entra nello schema narrativo. La sua presenza è la medesima di van Eyck nei Coniugi Arnolfini: io stesso sono testimone della mia creazione e mi specchio in essa. Allo spettatore che osserva il compito di decriptare la verità.

In nessun altro pittore troviamo un simile gusto per la geometria: Arthur Wheelock ha scritto che in quest’opera Vermeer ha calcolato i suoi elementi compositivi in modo altrettanto attento, indipendente e centrale quanto un Piet Mondrian. E molti hanno rinviato al contemporaneo Baruch Spinoza: Ethica ordine geometrico demonstrata.
La lezione di musica così concettuale, così equilibrata fra geometria, musica e ombre è altrettanto logica e necessaria, e dunque etica. (M.@rt)

°°°


Nicol Degli Innocenti
Vermeer e i maestri del quotidiano
Il Sole 24ore, 14 gennaio 2016


... La mostra ha un solo quadro di Vermeer, ma è uno dei più misteriosi dell'enigmatico pittore: “La lezione di musica”, che mostra una donna di spalle di fronte a un virginale, sul quale è scritta la frase in latino “la musica è compagna del piacere, rimedio del dolore”. L'uomo in piedi accanto allo strumento, con la bocca aperta, potrebbe essere un maestro di musica, o un amante. Il significato è dubbio, ma l'atmosfera è ammaliante.
La musica è un tema ricorrente che interessa poveri e ricchi, e strumenti diversi compaiono negli eleganti salotti dei ricchi e nelle taverne dei contadini. I quadri mostrano interni opulenti come il salotto di Vermeer con i suoi marmi e i suoi tappeti, ma anche interni poveri, come la spoglia e sporca casa di contadini di Adriaen Van Ostade. Tutti hanno in comune una meticolosa attenzione ai dettagli: dalla torta appena sfornata alle trecce di cipolle appese in cucina, dal ricamo su un cuscino di seta al pizzo di un colletto. Ogni oggetto, umile o prezioso, è dipinto con la stessa precisione.


Masters of the Everyday: Dutch Artists in the Age of Vermeer
Fino al 14 febbraio 2016
Queen's Gallery, Londra


giovedì 22 settembre 2016

Il no alle Olimpiadi


Sergio Rizzo
Il paradosso della scelta sui Giochi
Corriere della Sera, 22 settembre 2016

Virginia Raggi rivendica di non aver cambiato idea. E per certi aspetti è vero. «Ritengo che sia criminale iniziare a parlare di Olimpiade quando Roma muore affogata di traffico e di buche», dice il 30 maggio a Piazza Pulita . Salvo poi precisare il giorno dopo: «Criminale è snobbare i problemi reali dei romani pensando solo alle grandi opere. Non mi riferivo ovviamente all’Olimpiade, di fronte alla quale non c’è alcun pregiudizio da parte del Movimento 5 Stelle». Finché la formula, una volta eletta sindaca, pian piano diventa: «L’Olimpiade non è una priorità». La certifica il vicepresidente della Camera Luigi Di Maio, in attesa che dal blog di Beppe Grillo arrivi la sospirata scomunica ufficiale. Tutti ricordiamo che quattro anni fa il premier Mario Monti si assunse la responsabilità di dire «No» alla candidatura della capitale d’Italia per i giochi del 2020. Allora era un presidente del Consiglio, oggi a decidere è un privato cittadino garante di un movimento politico. Ma la morale è sempre la stessa: la città di Roma non decide mai, né in un senso, né in quello opposto. Non decide la sua classe dirigente, perché non c’è o è troppo debole. Quello che è accaduto ieri è la conferma che il problema va ben oltre il tenue steccato dei partiti. E non risparmia il Movimento 5 Stelle. Rispetto ai Giochi olimpici Roma è ridotta così male da avere altre priorità: concordiamo.
M a continuiamo a credere che abbia ragione l’assessore all’Urbanistica Paolo Berdini al quale è toccato, in questo frangente, vestire i panni del grillo parlante. Per una forza politica che si candida a governare il Paese per cambiare tutto, questa è un’occasione persa.
L’Olimpiade avrebbe potuto essere una prova di estrema maturità. La dimostrazione che gli appalti pubblici si possono fare anche senza corrompere e rubare, che le infrastrutture si possono realizzare senza sprechi inutili, che organizzare un grande evento non necessariamente equivale a inondare di cemento inutile la città e arricchire gli speculatori, che il disperato bisogno di normalità di questo Paese può finalmente tradursi in realtà, che Mafia Capitale è morta e sepolta. Avrebbero potuto alzare l’asticella fino all’inverosimile: pretendere altri responsabili dell’organizzazione, imporre procedure di trasparenza estrema, rivendicare controlli esasperati. Hanno scelto di non mettersi in gioco. La scelta più facile, in questo momento.
Ma anche la più politicamente redditizia. L’unica accettabile, per il loro Dna. Basta fare un giro sulla Rete per constatare che la maggioranza degli internauti, serbatoio del consenso grillino, manifesta entusiasmo per il «No». Nonostante i malumori di qualcuno, la mossa è di sicuro servita a rinserrare i ranghi del Movimento, rendendo più solido il nocciolo duro intorno a Beppe Grillo in una fase nella quale il caso romano aveva seminato disorientamento perfino nei vari direttori. Quel «No» potrà sempre servire come scudo difensivo contro ogni attacco dei soliti poteri forti ai Cinque stelle, sul fronte romano e su quello nazionale: «Se la prendono con noi perché abbiamo detto No all’Olimpiade…». Senza poter escludere che tale ricaduta sia ancora più importante della decisione sul merito. A chi interessa l’Olimpiade? E poi, fra otto anni Dio vede e provvede… Ecco perché non avrebbero mai detto «Sì». Quel «Sì» avrebbe significato accettare discussioni, mediazioni, intese. Impossibile solo da immaginare.
Ed è anche la ragione per cui questa storia, oltre a non aver dissipato la sensazione di estrema fragilità della classe dirigente al governo di Roma, ha messo pure in discussione alcune regole basilari cui si è sempre ispirato il Movimento. Come la democrazia diretta. La proposta del segretario dei radicali italiani Riccardo Magi di far decidere ai cittadini con un referendum è stata liquidata sbrigativamente. Né abbiamo assistito a consultazioni «Olimpiarie» online degli aderenti, o alle famose dirette streaming. Qualcuno ha capito com’è stata presa la decisione? Certo non dal Consiglio, e nemmeno dalla Giunta comunale. Chi era a favore, o contrario? Se utile alla propaganda, lo streaming è un dogma usato anche come manganello; diventa un optional quando può essere fonte di imbarazzo. Funziona sempre. Ma dov’è la differenza con gli altri, a questo punto ce lo dovrebbero spiegare.

mercoledì 21 settembre 2016

Non a caso




Un colpo di dadi non abolirà mai il caso
Stéphane Mallarmé

“Sarà un caso?”: una delle domande retoriche più sciocche del lessico pubblico contemporaneo, prediletta da chi vuole immaginarsi padrone dell’ordito occulto che governa le cose umane. Un interrogativo che presuppone una complicità ammiccante con l’ipotetico destinatario e una risposta obbligata: “No certo, non può essere solo un caso”. E un grappolo di locuzioni contigue e altrettanto odiose: “non a caso”, “non può essere un caso” (sentita anche nella versione più fanatica: “mi rifiuto di credere che sia solo una coincidenza”). Il caso infatti è psicologicamente oneroso e inaccettabile. Non appaga il bisogno di trovare una trama e un colpevole, o almeno un responsabile. E’ l’ossessione del mondo disertato dagli dèi che non può rassegnarsi all’insignificanza. L’abuso di “sarà un caso?” vede il mondo pericolosamente affollato di coincidenze sospette. Invece la coincidenza esiste, è una probabilità statistica come le combinazioni dei dadi. “Sarà un caso che sia uscito proprio quel numero?”: certo che sì. Più rassicurante immaginare la realtà come il frutto di un’intenzione coerente, come accade nel complottismo, versione degradata della credenza in un disegno provvidenziale. (Pier Luigi Battista, La fine del giorno, Milano, Rizzoli 2013; frase in epigrafe aggiunta)

martedì 20 settembre 2016

Giuliano Pisapia sul referendum


intervista di Giovanna Casadio, La Repubblica, 18 settembre 2016

"Non ci sto allo scontro tra guelfi e ghibellini sul referendum costituzionale. Questa riforma non è pericolosa e l'ha chiesta il Parlamento". Giuliano Pisapia, ex sindaco di Milano e leader di riferimento di un'ampia area a sinistra del Pd, invita alla ragionevolezza. "Non sono iscritto al fronte del No, per ora non mi esprimo, ma sto facendo un giro dell'Italia per invitare a confronti nel merito, sui vantaggi e gli svantaggi. Molto dipenderà se ci sarà la modifica dell'Italicum e dall'impegno a rendere più snelli alcuni punti di questa riforma della Carta".

Pisapia, a sinistra lo scontro sul referendum costituzionale è senza esclusione di colpi.
"E io lo vivo molto male e con grande disagio. Mi sembra una guerra fratricida che può portare solo danni enormi a tutti. Il Pd diviso, i sindacati su posizioni opposte, il centrosinistra con posizioni diverse, parte della sinistra contro il Pd, l'Anpi che ha preso una posizione ufficiale ma singoli partigiani che si esprimono in dissenso... Sono un sostenitore accanito del valore dell'unità del centrosinistra perché sono consapevole - e lo dimostra la storia - che il centrosinistra vince solo se è unito. Ci si può dividere su singole scelte, ma bisogna avere lo sguardo lungo. E invece mi sembra di assistere, tra persone che hanno la stessa storia e gli stessi valori, a una continua e disastrosa polemica con grande gioia della destra e dei suoi compari".

Una guerra da evitare in ogni modo: è stato l'appello del presidente Napolitano.
"Di una cosa sono convinto: comunque vada a finire, non è in gioco la democrazia. Del resto sia i costituzionalisti del No che quelli del Sì, lo riconoscono. I pericoli sono altri, non l'esito del referendum. Non si può dimenticare che è stato il Parlamento a chiedere una riforma che semplificasse il sistema e che garantisse una maggiore governabilità, dando migliori opportunità al Parlamento e non certo al governo o al suo presidente. Questa riforma non aumenta i poteri del presidente del Consiglio e rafforza il ricorso a leggi di iniziativa popolare. E voglio ricordare che, quando ha dichiarato incostituzionale il Porcellum, la Consulta ha detto espressamente che sono obiettivi di rilievo costituzionale anche la stabilità del governo del Paese e l'efficienza dei processi parlamentari ".

Lei quindi potrebbe votare Sì al referendum?
"Vede, la situazione che si è creata mi rende difficile dare oggi una risposta. Ci sono i guelfi e i ghibellini, non c'è spazio per la ragionevolezza. E io credo fortemente in una politica ragionevole. Penso ad esempio che la legge elettorale, che si incrocia con le modifiche costituzionali, vada migliorata perché c'è il rischio che diventi maggioranza in Parlamento chi non ha la maggioranza degli elettori e questo altera il risultato della volontà popolare".

Una modifica dell'Italicum fa la differenza?
"Certo che può fare la differenza, così come sarà importante sapere chi boicotterà quella modifica auspicata da tanti".

La vittoria del No destabilizza il paese, sostengono cancellerie straniere.
"Che ci sia bisogno di riforme è opinione largamente condivisa. Così come mi sembra che tutti - anche in Italia, ed è quello che mi interessa - siano d'accordo nel ritenere che quello di avere governi stabili è un bisogno reale".

Se vince il No Renzi si dovrà dimettere?
"Dal punto di vista costituzionale direi proprio di no. Poi ci sono le scelte politiche e personali. Non essendo parlamentare e non essendo iscritto al Pd credo che ogni decisione spetti a lui in un confronto col suo partito e la sua maggioranza. E non sarà una scelta facile anche perché lo Statuto del Pd prevede la coincidenza dei due ruoli, scelta che non mi ha mai convinto".

Alle elezioni per Milano ha appoggiato come suo successore Giuseppe Sala nonostante i molti mal di pancia della sinistra, del "suo" movimento arancione. Crede sempre al progetto del centrosinistra unito?
"Sempre di più. E le assicuro che nessuno, nemmeno i malpancisti, avrebbe preferito che a governare Milano arrivassero i 5 Stelle oppure un centrodestra egemonizzato dalla Lega".

Come vede da ex sindaco, la difficoltà in cui si dibatte Virginia Raggi a Roma?
""Onestà, onestà" è un prerequisito, non un programma elettorale. Sbraitare è facile, il difficile arriva quando si passa a governare. Certo, è grave che tutto il bailamme nel quale si dibatte l'amministrazione capitolina sia scoppiato nella scelta di assessori e di collaboratori della sindaca, prima ancora che si cominciasse a mettere mano ai problemi e cercare di risolverli. E allora credo sia legittimo chiedersi come farà questa compagnia a entrare davvero nel merito di questioni enormi e davvero complesse che - è giusto ricordarlo - l'attuale amministrazione ha ereditato".

lunedì 19 settembre 2016

Islam radicale?


 
Roberto Casati
Islam non radicale ma distorto
Il Sole 24ore, domenica 18 settembre 2016


I media presentano i fatti di terrorismo legati all’ISIS attribuendoli all’“Islam radicale”. I governi europei, quello francese in primis, hanno intrapreso campagne di “de-radicalizzazione”, per contrastare, per l’appunto, una pretesa “radicalizzazione”. Esistono delle scale di “radicalità” che le forze di polizia usano per misurare la pericolosità dei sospetti e dei sorvegliati speciali. Il discorso sembra identificare radicalità con estremismo politico e con comportamenti violenti e aberranti. Ma ci sono delle buone ragioni per evitare questo modo di esprimersi. Il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha più volte ribadito che si rifiuta di usare il termine “Islam radicale” in relazione a fatti di terrorismo; ha risposto in modo assai articolato a chi gli rimprovera di non usarlo, e invitato i suoi detrattori ad astenersi al loro volta da quello che egli considera come un vero e proprio gettare benzina sul fuoco che favorirà gli interessi dell’ISIS. Molte forze progressiste in Europa si sono pronunciate conto l’amalgama tra Islam e terrorismo. Mi sembra che gli argomenti invocati siano sostanzialmente corretti: il fantasma dell’ISIS è di creare una specie di chiamata alle armi di tutti i mussulmani contro un altrettanto fantomatico Occidente, e non può che venir aiutato dall’identificazione della religione islamica con le manifestazioni estreme violente di una piccola minoranza; un processo che sarà sempre e comunque marginale, limitato al reclutamento di alcune teste calde che se pur potranno fare danni spettacolari e infliggere dolore estremo a ripetizione, non cambieranno sostanzialmente gli assetti sociali e politici.
La correttezza di queste analisi non ci dispensa dal riflettere alle parole che usiamo. “Radicale” ci porta alle radici, e parlare di “Islam radicale” significa sostanzialmente far passare il messaggio che le posizioni dei simpatizzanti dell’ISIS assurgano a una forma di purezza, di ritorno alle origini, di ritrovamento di un ipotetico vero Islam. Non sorprende che il termine “radicale” possa piacere sia ai simpatizzanti dell’ISIS sia agli islamofobi; sempre pronti, questi ultimi, a cercare conferme dei loro pregiudizi; attratti dall’amalgama ulteriore tra “arabo” e “mussulmano”, è musica per le loro orecchie la lista dei cognomi degli attentatori degli ultimi mesi in Europa. E anche alcuni commentatori non certo in odore di anti-progressismo pensano che il termine “Islam moderato” sia un vero e proprio ossimoro. La stampa (occidentale!) ci mette del suo quando chiama gli attentatori addirittura “martiri” e le loro vittime “crociati” o “infedeli”, senza nessuna presa di distanza.
Qualcuno penserà che sia tardi per frenare la diffusione dell’aggettivo “radicale”, ma vale sempre la pena di fare un tentativo. Ecco alcune proposte avanzate in varie sedi. Obama parla di “twisted Islam”; di contorsione, di distorsione quindi. Non ci sarebbero un Islam moderato e un Islam radicale; c’è invece da un lato l’Islam (con le sue molte facce, certo) e contrapposto ad esso un pensiero distorto. Alcuni media francesi parlano di “fanatizzazione” e non di radicalizzazione. Altra possibilità: quello dell’ISIS è un Islam confuso, e certo le azioni dei terroristi in Francia negli ultimi mesi fanno pensare a notevoli forme di confusione, si badi: non soltanto umana o psicologica quanto intellettuale o politica. Si può anche più semplicemente dichiarare che quello dell’ISIS non è nemmeno Islam (come ha fatto il Fiqh Council of North America), o addirittura anti-Islam (come ha fatto la East London Mosque, una delle principali moschee britanniche). Quale che sia l’opzione scelta, resta che i termini “Islam radicale” e “radicalizzazione” sono veramente infelici e meriterebbero uno sforzo che li bandisse dal discorso pubblico.