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martedì 20 settembre 2016

Giuliano Pisapia sul referendum


intervista di Giovanna Casadio, La Repubblica, 18 settembre 2016

"Non ci sto allo scontro tra guelfi e ghibellini sul referendum costituzionale. Questa riforma non è pericolosa e l'ha chiesta il Parlamento". Giuliano Pisapia, ex sindaco di Milano e leader di riferimento di un'ampia area a sinistra del Pd, invita alla ragionevolezza. "Non sono iscritto al fronte del No, per ora non mi esprimo, ma sto facendo un giro dell'Italia per invitare a confronti nel merito, sui vantaggi e gli svantaggi. Molto dipenderà se ci sarà la modifica dell'Italicum e dall'impegno a rendere più snelli alcuni punti di questa riforma della Carta".

Pisapia, a sinistra lo scontro sul referendum costituzionale è senza esclusione di colpi.
"E io lo vivo molto male e con grande disagio. Mi sembra una guerra fratricida che può portare solo danni enormi a tutti. Il Pd diviso, i sindacati su posizioni opposte, il centrosinistra con posizioni diverse, parte della sinistra contro il Pd, l'Anpi che ha preso una posizione ufficiale ma singoli partigiani che si esprimono in dissenso... Sono un sostenitore accanito del valore dell'unità del centrosinistra perché sono consapevole - e lo dimostra la storia - che il centrosinistra vince solo se è unito. Ci si può dividere su singole scelte, ma bisogna avere lo sguardo lungo. E invece mi sembra di assistere, tra persone che hanno la stessa storia e gli stessi valori, a una continua e disastrosa polemica con grande gioia della destra e dei suoi compari".

Una guerra da evitare in ogni modo: è stato l'appello del presidente Napolitano.
"Di una cosa sono convinto: comunque vada a finire, non è in gioco la democrazia. Del resto sia i costituzionalisti del No che quelli del Sì, lo riconoscono. I pericoli sono altri, non l'esito del referendum. Non si può dimenticare che è stato il Parlamento a chiedere una riforma che semplificasse il sistema e che garantisse una maggiore governabilità, dando migliori opportunità al Parlamento e non certo al governo o al suo presidente. Questa riforma non aumenta i poteri del presidente del Consiglio e rafforza il ricorso a leggi di iniziativa popolare. E voglio ricordare che, quando ha dichiarato incostituzionale il Porcellum, la Consulta ha detto espressamente che sono obiettivi di rilievo costituzionale anche la stabilità del governo del Paese e l'efficienza dei processi parlamentari ".

Lei quindi potrebbe votare Sì al referendum?
"Vede, la situazione che si è creata mi rende difficile dare oggi una risposta. Ci sono i guelfi e i ghibellini, non c'è spazio per la ragionevolezza. E io credo fortemente in una politica ragionevole. Penso ad esempio che la legge elettorale, che si incrocia con le modifiche costituzionali, vada migliorata perché c'è il rischio che diventi maggioranza in Parlamento chi non ha la maggioranza degli elettori e questo altera il risultato della volontà popolare".

Una modifica dell'Italicum fa la differenza?
"Certo che può fare la differenza, così come sarà importante sapere chi boicotterà quella modifica auspicata da tanti".

La vittoria del No destabilizza il paese, sostengono cancellerie straniere.
"Che ci sia bisogno di riforme è opinione largamente condivisa. Così come mi sembra che tutti - anche in Italia, ed è quello che mi interessa - siano d'accordo nel ritenere che quello di avere governi stabili è un bisogno reale".

Se vince il No Renzi si dovrà dimettere?
"Dal punto di vista costituzionale direi proprio di no. Poi ci sono le scelte politiche e personali. Non essendo parlamentare e non essendo iscritto al Pd credo che ogni decisione spetti a lui in un confronto col suo partito e la sua maggioranza. E non sarà una scelta facile anche perché lo Statuto del Pd prevede la coincidenza dei due ruoli, scelta che non mi ha mai convinto".

Alle elezioni per Milano ha appoggiato come suo successore Giuseppe Sala nonostante i molti mal di pancia della sinistra, del "suo" movimento arancione. Crede sempre al progetto del centrosinistra unito?
"Sempre di più. E le assicuro che nessuno, nemmeno i malpancisti, avrebbe preferito che a governare Milano arrivassero i 5 Stelle oppure un centrodestra egemonizzato dalla Lega".

Come vede da ex sindaco, la difficoltà in cui si dibatte Virginia Raggi a Roma?
""Onestà, onestà" è un prerequisito, non un programma elettorale. Sbraitare è facile, il difficile arriva quando si passa a governare. Certo, è grave che tutto il bailamme nel quale si dibatte l'amministrazione capitolina sia scoppiato nella scelta di assessori e di collaboratori della sindaca, prima ancora che si cominciasse a mettere mano ai problemi e cercare di risolverli. E allora credo sia legittimo chiedersi come farà questa compagnia a entrare davvero nel merito di questioni enormi e davvero complesse che - è giusto ricordarlo - l'attuale amministrazione ha ereditato".

martedì 21 ottobre 2014

La convergenza sul nuovo Italicum

Roberto D'Alimonte
La svolta bipartitica del patto del Nazareno
Il Sole 24ore, 21 ottobre 2014

Sulla riforma elettorale c'è una grossa novità. Per ora sulla carta. Nella versione dell'Italicum approvata alla Camera il premio di maggioranza può andare sia a un partito singolo che a una coalizione di partiti. Era così anche nel sistema elettorale bocciato dalla Consulta. Erano i partiti a scegliere se presentarsi da soli o in compagnia. Ma sembra che Renzi e Berlusconi abbiano cambiato idea. Secondo quanto il premier ha detto nella direzione del Pd di ieri il nuovo progetto dovrebbe cancellare la possibilità che i partiti concorrano in coalizione nella gara per conquistare il premio. Devono andare da soli. Berlusconi lo aveva già detto qualche settimana fa, ma sembrava una dichiarazione estemporanea. Adesso che lo ha detto anche Renzi siamo davanti a un fatto nuovo di grande rilievo.
Nell'attuale versione dell'Italicum il premio alla coalizione è inserito in un sistema di regole, fortemente voluto da Verdini, che lo rendono funzionale al progetto di ricompattare il centrodestra intorno a una coalizione dei moderati a guida Forza Italia. Il meccanismo chiave è quello della soglia con lo sconto. Attualmente chi decide di presentarsi alle elezioni da solo deve avere l'8% dei voti per ottenere seggi. Se invece si entra in coalizione allora la soglia si abbassa al 4,5%. Con questo meccanismo il Ncd di Alfano, Fdi della Meloni e la Lega di Salvini sono "costretti" a fare l'accordo con Berlusconi per non rischiare di restare fuori dalla Camera. E così Berlusconi torna ad essere il federatore del centrodestra italiano come ai bei tempi.
Oggi questo "schema verdiniano" sembra superato. Pare che Renzi e Berlusconi vogliano puntare dritti verso il bipartitismo. Non basta più il bipolarismo. Non una coalizione deve vincere le elezioni ma un partito. Va da sé che un sistema del genere semplifica non solo il quadro politico ma anche l'ingegneria elettorale. Se il premio va al partito e non alla coalizione tutti i problemi legati al conteggio dei voti di liste coalizzate, ma sotto la soglia, o alla presentazione di liste fasulle, ma buone per raccattare qualche voto in più, sono superati. Tutto è più semplice e più comprensibile. Ma resta qualche dubbio.
Perché Berlusconi si è convinto a rinunciare allo "schema verdiniano"? Senza avere informazioni dirette è difficile rispondere. La vera ragione potrebbe essere la Lega. Il partito di Salvini non è più quello di Bossi, con cui il Cavaliere andava d'amore e d'accordo. La Lega non è più il partito della padania ma sta diventando il partito della destra nazionale. Una destra dura che assomiglia sempre di più al Fronte nazionale di Marine Le Pen. Con una destra del genere anche Berlusconi non può fare accordi. E allora forse meglio puntare a fare il partito unico dei moderati invece della coalizione dei moderati.
Resta da capire perché i partiti minori dovrebbero appoggiare un disegno del genere. Soprattutto quelli del centrodestra. Certo, se il premio va solo al partito e quindi sparisce lo sconto, il buon senso dice che la soglia dell'8% sarà abbassata. Immaginiamo che venga portata al 4%. A quel punto Ncd e Fdi, ma anche Sel, avrebbero in teoria una scelta: entrare nel partito unico (di centrodestra e di centrosinistra) o presentarsi da soli. La seconda opzione presenta il vantaggio che se nessuno dei maggiori partiti vince il premio al primo turno e si va al ballottaggio i loro voti possono diventare determinanti. Ma in primo luogo dovrebbe essere modificato l'Italicum che al momento non prevede apparentamenti. E poi non è detto che questo evento si verifichi. Potrebbe invece verificarsi un evento ancora più deleterio per loro: potrebbero non superare la soglia e restare fuori dalla Camera. Ergo sparire. Si capisce che per Alfano e soci tornare sotto le ali del Cavaliere è cosa indigesta, ma sparire forse lo è ancora di più.
Ora capita che il Ncd sia un alleato di Renzi al governo. Per essere più precisi il premier non ha al Senato la maggioranza senza i voti del Ncd. L'Italicum in versione bipartitica può essere approvato anche senza i voti di Alfano ma poi Alfano che fa? Continua a stare al governo con il Pd come se nulla fosse? E se non succede Renzi il governo con chi lo fa? Oppure punta al voto con l'attuale sistema elettorale proporzionale, quello disegnato dalla Consulta? L'incertezza sotto il cielo è ancora tanta.

martedì 21 gennaio 2014

I dubbi del costituzionalista Ainis

Michele Ainis
Italicum: bene, con due dubbi
Corriere della Sera, 21 gennaio 2014


C’è differenza tra un illusionista e un prestigiatore? Sì che c’è: il primo ti fa credere a una realtà che non esiste, il secondo rende invisibile la realtà visibile, quella che avresti sotto gli occhi, se non t’abbagliasse il trucco del prestigiatore. E che cos’è la nuova legge elettorale, un’illusione o un gioco di prestigio? Davvero Renzi ha tirato fuori dal cappello il coniglio che la politica cerca da tre legislature?
Per scoprirlo, non resta che guardare nel cappello. Fin qui ne avevamo osservato soltanto la réclame , con il sospetto che si trattasse di pubblicità ingannevole. Perché aleggiava la promessa d’azzerare i veto players , il potere d’interdizione dei piccoli partiti, ma con l’assenso dei piccoli partiti. Di non ripetere le malefatte del Porcellum , ripetendo tuttavia liste bloccate e premi inventati dal Porcellum . E infine una promessa di governi stabili; anche se per afferrare la Chimera non basta una buona legge elettorale, serve la riforma della Costituzione. Con due Camere gemelle però espresse da elettorati differenti, non ci riuscirebbe neppure mago Zurlì.
E allora interroghiamo il coniglietto su tre parole chiave, cominciando per l’appunto dalla domanda di governabilità. L’avrebbe forse saziata il sistema spagnolo, che non impedisce tuttavia la divisione della torta in tre fettone uguali, replicando il presente per tutti i secoli dei secoli. Ma l’Italicum va meglio, molto meglio. Un doppio turno «eventuale»: se prendi il 35% diventi maggioranza con il premio, altrimenti ballottaggio fra le due coalizioni più votate. Bravo il prestigiatore, bene, bis. Sia per essere riuscito a ipnotizzare Berlusconi, che del doppio turno non ne voleva sapere. Sia per la soglia di sbarramento (5%), un antidoto contro la frantumazione della squadra di governo. Sia perché al ballottaggio il premio te lo mettono in tasca gli elettori, non la legge.
Secondo: la rappresentatività del Parlamento. È il punto su cui batte e ribatte la Consulta, nella sentenza con cui ha arrostito il Porcellum . Significa che i congegni elettorali non possono causare effetti troppo distorsivi rispetto alle scelte dei votanti, come accadeva con un premio di maggioranza senza soglia. E il premio brevettato da Renzi? 18%, mica poco: fanno quattro volte i seggi della Lega, recati in dono a chi vince la lotteria delle elezioni. Crepi l’avarizia, ma in questo caso rischia di crepare pure la giustizia.
Terzo: la sovranità. Spetta al popolo votante, non certo al popolo votato. Da qui l’incostituzionalità delle pluricandidature, dove il plurieletto decideva l’eletto; ma su questo punto Renzi tace, e speriamo che non sia un silenzio-assenso. Da qui, soprattutto, l’incostituzionalità delle liste bloccate. Tuttavia la Consulta ha acceso il verde del semaforo quando i bloccati siano pochi, rendendosi così riconoscibili davanti agli elettori. Quanto pochi? Secondo la scuola pitagorica il numero perfetto è 3; qui invece sono quasi il doppio. Un po’ troppi per fissarne a mente i connotati.
C’è infatti un confine, una frontiera impercettibile, dove la quantità diventa qualità. Vale per il premio di maggioranza, perché il 40% dei consensi sarebbe di gran lunga più accettabile rispetto al 35%. E vale per le liste bloccate, che si sbloccherebbero aumentando i 120 collegi elettorali. In caso contrario, il prestigiatore rischia di trasformarsi in un illusionista. Ma gli sarà difficile illudere di nuovo la Consulta, oltre che gli italiani.