giovedì 17 dicembre 2015
Il dono
Marino Niola
Cent’anni fa l’antropologo Malinowski scoprì una società aborigena fondata sulla generosità
Quando il dono diventò la base dell’economia
la Repubblica, 17 dicembre 2015
Chi fa regali alla fine ci guadagna sempre. E non solo in gratitudine. Perché il dono è un investimento sul futuro. Un contratto a lungo termine. E a insegnarcelo non è stato nessun guru dell’economia ma gli aborigeni delle isole Trobriand, che del dare a piene mani hanno fatto un’arte della convivenza, nonché la base della loro dottrina politica. Anticipando, e di fatto ispirando, le teorie contemporanee del convivialismo e dell’antiutilitarismo. A scoprire i segreti di questa economia della generosità è stato, giusto un secolo fa, Bronislaw Malinowski, il celebre antropologo polacco, professore alla London School of Economics. Che, per uno scherzo del destino, si trovava in Australia per studiare gli aborigeni, quando scoppiò la prima guerra mondiale. Come suddito dell’impero austroungarico, e quindi cittadino di un paese nemico, gli sarebbe toccato l’internamento in un campo. Ma il giovane Bronislaw riuscì a convincere le autorità australiane a confinarlo nell’arcipelago delle Trobriand, oggi isole Kiriwina, dal quale non c’era pericolo che fuggisse. Ma in compenso avrebbe potuto continuare le sue ricerche sugli usi e costumi delle tribù di questi atolli corallini che si trovano nel Pacifico occidentale, tra la Nuova Guinea e le isole Salomone.
Il 1915 fu un annus horribilis per l’Europa, ma per l’antropologia fu un anno fortunato. Perché appena mise piede su quelle spiagge, dove il vento mormora tra le palme, Malinowski fu subito colpito da un’usanza che ai suoi occhi di occidentale nutrito di economia politica, sembrava priva di qualsiasi logica. Gli indigeni affrontavano traversate oceaniche lunghissime e piene di pericoli a bordo delle loro piroghe per portare doni agli abitanti di isole lontane. Una generosità incomprensibile e un coraggio ai limiti dell’incoscienza, visto che a viaggiare su quelle acque tempestose e infestate di squali era una bigiotteria senza valore. Collane e braccialetti di conchiglia. Cose futili e non beni necessari. E, come se non bastasse, questi monili da poveri venivano regolarmente rigirati da coloro che li avevano ricevuti agli abitanti dell’isola più vicina. Che a loro volta li indossavano un po’ di tempo per farsi belli e poi prendevano il mare per andare a farne omaggio agli abitanti di altre terre. Creando così un circuito di scambi che chiamavano kula. Apparentemente un circolo vizioso per cui il cadeau, prima o poi, finiva per tornare nelle mani del primo proprietario. Un po’ come certi regali, riciclati di Natale in Natale, che alla fine tornano al mittente come un boomerang. Ma per i Trobriandesi questa sorta di sbolognamento sistematico era un valore aggiunto. Perché ogni passaggio di mano in mano caricava il dono di prestigio. Per dirla con parole nostre, ne impreziosiva il pedigree. Che stava in buona parte in un plusvalore relazionale. Come certi diamanti leggendari di cui si sciorina sistematicamente la cronologia di coloro che li hanno posseduti.
Il caso trobriandese, raccontato da Malinowski nel suo capolavoro Gli argonauti del Pacifico occidentale, divenne subito un rompicapo per gli economisti che non riuscivano a trovare senso in un comportamento tanto irrazionale. Così alla fine molti esponenti di questa scienza che noi moderni ci ostiniamo a ritenere esatta – e che i Greci, con maggior prudenza, definivano semplicemente “governo della casa” (da oikos abitazione e nomia regola) – conclusero che si trattava di un’assurdità. Un comportamento da tribù primitiva, economicamente immatura che, incapace di calcolare costi e benefici, sprecava il tempo a fare regali, per di più senza guadagnarci nulla. Ma l’imperturbabile polacco non fece una piega e restituì colpo su colpo, sbattendo in faccia agli scettici la soluzione del rebus, l’algoritmo segreto che governava quella strana giostra di regali e regalini. In realtà la ragione di quella fatica, apparentemente inutile, non stava nel valore d’uso degli oggetti, bensì nel loro valore di scambio. Che si fondava soprattutto sulle alleanze e partnership prodotte da quel circuito di reciprocità. Il dono insomma funzionava come un contratto sociale, facendo di tante popolazioni straniere, lontane e potenzialmente nemiche, un vero e proprio sistema. Ordinato e coordinato. Una federazione che metteva in moto una rete di relazioni sovralocale. Dalla quale non si usciva mai. Infatti i Trobriandesi dicevano con orgoglio che «l’appartenenza al kula è per sempre».
Questa sorta di mercato globale primitivo era insomma capace di connettere genti e paesi separati da migliaia chilometri di mare, a dispetto dei loro fragili mezzi. Basti pensare che nelle capanne dei cacciatori di teste della Nuova Guinea indonesiana e delle isole Molucche sono state trovate preziose porcellane cinesi d’epoca Ming. Insomma lo scambio di doni era una pensata geniale per fare uscire quelle isole dal loro isolamento e farne un solo grande arcipelago.
Il che in fondo vale anche per noi, utilitaristi disincantati, quelli che “nessuno ti regala niente per niente”. E si vede chiaramente in momenti come il Natale. Con la sua girandola di doni e controdoni, che non a caso gli americani chiamano big swap, il grande scambio. Un circuito cerimoniale che tiene in equilibrio reciprocità e gratuità, generosità e socialità, obbligo e piacere. Col risultato di riaffermare il principio dell’utile, ma proiettandolo su un piano più generale, e soprattutto meno egocentrico. Perché quel che regaliamo oggi ci verrà restituito in qualche modo con gli interessi. E non necessariamente da chi ha ricevuto. Come dire che il dono è la forma più sottilmente disinteressata del profitto, perché è l’origine stessa del legame sociale, il gesto primario, incondizionato e gratuito che fa uscire l’individuo da se stesso e lo lega agli altri in una rete che assicura scambio protezione, solidarietà. E di conseguenza anche guadagno. Non è un caso che le religioni nascano tutte da un dono fatto al dio. E che il dio ricambia. Ecco perché, perfino il nostro Natale consumistico, continua ad essere animato da quell’energia collettiva messa in moto dallo spirito del dono. Che anche se per pochi giorni all’anno, fa di quelle isole che noi siamo un solo arcipelago.
https://palomarblog.wordpress.com/2015/08/04/famiglia-e-mercato-che-cosa-vuol-dire-naturale/
mercoledì 16 dicembre 2015
Mucha, i fiori e le ragazze
Fu il più grande creatore di manifesti di tutta Europa e fu soprattutto il cartellonista ufficiale di Sarah Bernardt, la Divina del teatro francese. Fu lui ad alimentarne il mito elaborando poster carichi di charme e fine voluttà per le sue storiche Medea e Gismonda alla fine dell'Ottocento. E per lei disegnò gioielli e progettò scenografie come mai s'erano viste sui palcoscenici della belle époque. Ed è da questa liaison che Alphonse Mucha, pittore ceco formatosi tra Vienna e Monaco e maturato a Parigi, esteta filosofo, ha codificato l'essenza del suo "stile" segnando la nascita dell'Art Nouveau. La sua grazia grafica instradò l'epopea del nuovo linguaggio decorativo, forgiando un'estetica seducente, carica di erotismo e aura glamour che faceva leva con estro visionario sui temi floreali abbinati a suggestioni di natura slavo-orientale. (Laura Larcan)
Il ritorno di Mucha
(Alfons Mucha, Ivančice, 24 luglio 1860 – Praga, 14 luglio 1939)
La sinuosa bellezza di splendide ragazze in fiore con lui invade il quotidiano e si fa segno inconfondibile di un’intera epoca, la Belle Epoque, che credeva nel progresso prima di precipitare nel gorgo della prima guerra mondiale. Quelle atmosfere dalle linee di serpente, che in Italia declinarono in Liberty e in Francia e Belgio come Art Nouveau e in Germania Jugendstil e il Modern Style inglese trovarono un interprete unico nel ceco Alfons Mucha.
I suoi manifesti dedicati alla più celebre artista del momento Sarah Bernardt, la Berma di proustiana memoria, creeranno la cifra di un nuovo linguaggio che da allora in poi sarà simbolo di eleganze supreme.
Con oltre 220 opere la raffinata mostra “Alfons Mucha e le atmosfere Art Nouveau” è al Palazzo Reale di Milano fino al 20 marzo 2016. (Stefano Biolchini)
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| Salammbô |
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| Salomè |
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| primavera |
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| estate |
lunedì 14 dicembre 2015
Recalcati, il desiderio dell'Altro
"Dovrebbe
leggere L’ideologia tedesca" gli dico a quel cretino in
montgomery verde bottiglia. Per capire Marx, e per capire perché ha
torto, bisogna leggere L’ideologia tedesca. È lo zoccolo
antropologico sul quale si erigeranno tutte le esortazioni per un
mondo migliore e sul quale è imperniata una certezza capitale: gli
uomini, che si dannano dietro ai desideri, dovrebbero attenersi
invece ai proprio bisogni. In un mondo in cui la hybris del desiderio
verrà imbavagliata potrà nascere un’organizzazione sociale nuova,
purificata dalle lotte, dalle oppressioni e dalle gerarchie
deleterie.
Muriel
Barbery, L'eleganza del riccio
Il
desiderio dell'Altro
Il
desiderio come desiderio dell'Altro mostra che il desiderio umano ha
una struttura relazionale. Esso proviene dall'Altro e si dirige verso
l'Altro. Non esiste desiderio senza l'Altro. Il circuito del
desiderio passa necessariamente dall'Altro perché il desiderio non
può bastare a se stesso. Per questa ragione il desiderio di essere
genitori di se stessi è un'illusione narcisistica onnipotente che
sfida l'originaria dipendenza dell'uomo dall'Altro e la sua
insufficienza strutturale. La partenogenesi di se stessi è un mito
del nostro tempo: negare il vincolo, il debito, l'alterità della
propria provenienza. Diversamente, il desiderio come desiderio
dell'Altro non è mai autotrofico, non si soddisfa di se stesso, ma
ci obbliga ad assumere come un dato incontrovertibile la dipendenza
dell'essere umano dall'Altro. Il desiderio non può portare con sé
il suo oggetto, in quanto il suo oggetto è situato nell'Altro, nel
desiderio dell'Altro, in quanto, più precisamente, il suo oggetto
s'identifica al desiderio dell'Altro in quanto tale, è il desiderio
dell'Altro. Ma allora cosa può essere davvero soddisfacente, che
cosa può soddisfare il desiderio umano? In questo secondo ritratto
il desiderio umano non si soddisfa con l'appropriazione violenta
dell'oggetto del desiderio dell'Altro, non si soddisfa nella lotta a
morte per l'oggetto del desiderio. Questo desiderio non è più il
desiderio in preda all'invidia. La soddisfazione simbolica del
desiderio spezza l'altalena immaginaria del desiderio e mostra che la
soddisfazione dell'uomo non può essere ridotta alla soddisfazione
dei bisogni cosiddetti primari. Diversamente da una pianta, l'essere
umano non necessita solo di caldo, di acqua e di luce per crescere
bene. È necessario un altro alimento. "Non di solo pane vive
l'uomo", recita la parola di Gesù. Il desiderio, insiste Lacan,
non può essere confuso con il bisogno. Se il bisogno si dirige verso
un oggetto capace di soddisfarne l'urgenza (l'acqua annulla la sete),
il desiderio non si nutre di oggetti ma di segni. Si nutre del segno
del riconoscimento, della parola che viene dall'Altro.
Un
vecchio studio di René Spitz sugli orfanotrofi di Londra dopo la
seconda guerra mondiale aveva evidenziato a suo modo questa
eccentricità del campo del desiderio rispetto a quello dei bisogni.
Bambini accuditi con solerzia da infermiere particolarmente
efficienti si lasciavano inspiegabilmente morire d'inedia o di
anoressia, sviluppando gravi sintomi depressivi. Sindrome di
"deprivazione primaria" l'aveva battezzata Spitz. Che cosa
gettava nel marasma e nella derelizione questi bambini? Di cosa
mancavano se le cure dei loro bisogni primari venivano ampiamente
soddisfatte? Mancava loro la presenza dell'Altro dell'amore,
l'ossigeno del desiderio dell'Altro, il dono della presenza
dell'Altro come dono che trascende la dimensione anonima e
protocollare delle cure, mancava loro il segno d'amore.
Ritratti
del desiderio, Raffaello Cortina, Milano 2012.
venerdì 11 dicembre 2015
Giotto e Francesco d'Assisi
Tomaso Montanari
Così Giotto tradì la missione di San Francesco
In un saggio di Chiara Frugoni la vicenda del Poverello d’Assisi. E come la sua figura fu poi manipolata dalla Curia
la Repubblica, 11 dicembre 2012
... la domanda centrale del libro parla invece a tutti: ed è difficile staccarsi dal filo della narrazione, dalla malìa di strepitose fotografie di dettaglio che permettono di vedere il ciclo di Giotto come forse non lo si è mai visto prima. E quella domanda è: se Francesco (morto nel 1226) avesse potuto guardarsi nello specchio di Giotto (1288-92 circa), si sarebbe riconosciuto? La risposta della Frugoni è no: ed è un no profondamente convincente.
Emblematico è il caso del presepe di Greccio: un grande evento popolare, in cui Francesco fece celebrare la messa natalizia della notte alla presenza di un bue e di un asino in carne ed ossa, viene invece raffigurato come una specie di rappresentazione simbolica, con gli animali ridotti a piccole statue di terracotta, con i poveri fuori della porta, con lo stesso Francesco rivestito da una improbabile dalmatica diaconale dorata. Un Francesco prigioniero del suo stesso ordine, insomma: e Francesco prigioniero sarebbe un perfetto sottotitolo per il libro. Specie pensando ancora al Testamento, dove il santo si fa povero fino a spogliarsi della sua stessa volontà, e con essa del radicalismo del suo progetto: «E fermamente voglio obbedire al ministro generale di questa fraternità e a quel guardiano che gli piacerà di assegnarmi. E così voglio essere prigioniero nelle sue mani».
Uno dei tradimenti contro il vero Francesco riguarda da vicino i nostri giorni. Nella quarta campata della parete nord, i committenti chiedono a Giotto di dipingere un Francesco pronto a gettarsi nel fuoco per sbugiardare e umiliare il Sultano, e i musulmani in genere. Ma la Frugoni ricorda che il fondatore aveva ordinato ai suoi frati di vivere anche tra i non cristiani «senza liti, senza dispute », «non con l’abituale criterio della contesa dottrinale contro Ebrei od eretici, ritenendosi soggetti a ogni creatura umana per amore di Dio, dunque anche ai musulmani ... Solo se si fosse creato un clima di reciproco rispetto, se fosse piaciuto a Dio, i frati avrebbero potuto parlare di Cristo e della loro fede». Ma – continua la Frugoni – «quando la ritroviamo negli affreschi di Assisi, da una predica per convertire siamo passati a una sfida per vincere ».
Mai come oggi, capire quale Francesco significa decidere quale futuro.
Negli affreschi della Basilica superiore viene celebrato fra cavalieri, cardinali e pontefici
IL LIBRO Quale Francesco? di Chiara Frugoni (Einaudi, pagg. 608, euro 80)
Così Giotto tradì la missione di San Francesco
In un saggio di Chiara Frugoni la vicenda del Poverello d’Assisi. E come la sua figura fu poi manipolata dalla Curia
la Repubblica, 11 dicembre 2012
... la domanda centrale del libro parla invece a tutti: ed è difficile staccarsi dal filo della narrazione, dalla malìa di strepitose fotografie di dettaglio che permettono di vedere il ciclo di Giotto come forse non lo si è mai visto prima. E quella domanda è: se Francesco (morto nel 1226) avesse potuto guardarsi nello specchio di Giotto (1288-92 circa), si sarebbe riconosciuto? La risposta della Frugoni è no: ed è un no profondamente convincente.
Emblematico è il caso del presepe di Greccio: un grande evento popolare, in cui Francesco fece celebrare la messa natalizia della notte alla presenza di un bue e di un asino in carne ed ossa, viene invece raffigurato come una specie di rappresentazione simbolica, con gli animali ridotti a piccole statue di terracotta, con i poveri fuori della porta, con lo stesso Francesco rivestito da una improbabile dalmatica diaconale dorata. Un Francesco prigioniero del suo stesso ordine, insomma: e Francesco prigioniero sarebbe un perfetto sottotitolo per il libro. Specie pensando ancora al Testamento, dove il santo si fa povero fino a spogliarsi della sua stessa volontà, e con essa del radicalismo del suo progetto: «E fermamente voglio obbedire al ministro generale di questa fraternità e a quel guardiano che gli piacerà di assegnarmi. E così voglio essere prigioniero nelle sue mani».
Uno dei tradimenti contro il vero Francesco riguarda da vicino i nostri giorni. Nella quarta campata della parete nord, i committenti chiedono a Giotto di dipingere un Francesco pronto a gettarsi nel fuoco per sbugiardare e umiliare il Sultano, e i musulmani in genere. Ma la Frugoni ricorda che il fondatore aveva ordinato ai suoi frati di vivere anche tra i non cristiani «senza liti, senza dispute », «non con l’abituale criterio della contesa dottrinale contro Ebrei od eretici, ritenendosi soggetti a ogni creatura umana per amore di Dio, dunque anche ai musulmani ... Solo se si fosse creato un clima di reciproco rispetto, se fosse piaciuto a Dio, i frati avrebbero potuto parlare di Cristo e della loro fede». Ma – continua la Frugoni – «quando la ritroviamo negli affreschi di Assisi, da una predica per convertire siamo passati a una sfida per vincere ».
Mai come oggi, capire quale Francesco significa decidere quale futuro.
Negli affreschi della Basilica superiore viene celebrato fra cavalieri, cardinali e pontefici
IL LIBRO Quale Francesco? di Chiara Frugoni (Einaudi, pagg. 608, euro 80)
mercoledì 9 dicembre 2015
Il sogno del labirinto
Gaston Bachelard
La terra e il riposo
Un viaggio tra le immagini dell'intimità
Red, Milano 2007 [ed. or. francese 1948]
Traduttrici Mariella Citterio, Anna Chiara Peduzzi
... Ci rendiamo conto innanzi tutto che il sogno del labirinto, vissuto in un sonno talmente particolare che potrebbe essere chiamato sinteticamente 'sonno labirintico', è un'associazione costante di sensazioni profonde. Esso può fornire un buon esempio degli archetipi evocati da C.G. Jung. Robert Desoille ha precisato questa nozione di archetipo affermando che, se si riduce l'archetipo a un'unica immagine, non lo si può comprendere appieno, poiché un archetipo è piuttosto una serie di immagini «che riassumono l'esperienza ancestrale dell'uomo di fronte a una situazione tipica, cioè in circostanze in cui può venirsi a trovare non un solo individuo, ma chiunque...» Camminare nel bosco oscuro o nella grotta tenebrosa, perdersi, smarrirsi, ecco delle situazioni tipiche che forniscono innumerevoli immagini e metafore all'attività più conscia dello spirito, sebbene nella vita moderna le esperienze reali a questo riguardo siano, tutto sommato, molto rare. Pur amando molto le foreste, non ricordo di essermi mai smarrito in esse. Temiamo di perderci senza esserci mai persi.
Quale strana concrezione del linguaggio ci induce a usare la stessa parola per due esperienze tanto differenti: smarrire un oggetto, smarrire noi stessi! Come possiamo meglio renderci conto che alcune parole sono cariche di associazioni? Chi ci spiegherà le possibilità dell' essere smarrito? L'anello, forse, o la felicità o la moralità? E che consistenza psichica quando sono sia l'anello sia la felicità sia la moralità! Allo stesso modo, l'essere nel labirinto è contemporaneamente soggetto e oggetto conglomerati nell' esserre smarrito. Nel sogno labirintico riviviamo questa situazione tipica dell' essere smarrito. Smarrirsi, con tutte le emozioni che questo fatto implica, è dunque una situazione palesemente arcaica. Alla minima complicazione, concreta o astratta che sia, l'essere umano può ritrovarsi in questa situazione. «Quando cammino in un luogo oscuro e uniforme,» racconta George Sand, «mi interrogo e mi rimprovero...» Invece certe persone pretendono di possedere il senso dell'orientamento e ne fanno l'oggetto di una vanità che forse maschera un'ambivalenza.
Insomma, nei nostri sogni notturni riprendiamo inconsciamente la vita dei nostri avi viaggiatori. Si è detto che nell'uomo «tutto è cammino»; riferendosi agli archetipi più remoti, bisogna aggiungere: nell'uomo tutto è cammino smarrito. Associare sistematicamente la sensazione di essere smarrito a ogni avanzare inconscio vuol dire ritrovare l'archetipo del labirinto. Camminare a fatica in sogno significa essersi smarriti e vivere quindi la sofferenza dell'essere smarrito. Questo semplice elemento del cammino difficile diventa la sintesi delle sofferenze. Facendo un'analisi accurata, sentiremo che ci smarriamo alla minima svolta, che ci facciamo prendere dall'angoscia alla più piccola strettoia. Nelle cantine del sonno ci stiriamo sempre: pigramente o dolorosamente.
Si possono comprendere meglio alcune sintesi dinamiche considerando le immagini consce. Così, nella vita da svegli, seguire una lunga gola o trovarsi all'incrocio di diverse strade suscita due angosce in qualche modo complementari. Ci si può addirittura liberare di una tramite l'altra. Iniziamo questo angusto cammino, così non esiteremo più; ritorniamo all'incrocio, così non saremo più trascinati. L'incubo del labirinto, però, somma queste due angosce e il sognatore vive una strana esitazione: esita nel mezzo di un unico cammino e diviene materia esitante, una materia che dura esitando. Sembra che la sintesi data dal sogno labirintico riunisca l'angoscia di un passato di sofferenza e l'ansietà per un avvenire di infelicità. L'essere è preso fra un passato bloccato e un avvenire ostruito, è imprigionato lungo il proprio cammino. Infine, strano fatalismo del sogno del labirinto, si ritorna talvolta allo stesso punto, ma non si ritorna mai sui propri passi.
La terra e il riposo
Un viaggio tra le immagini dell'intimità
Red, Milano 2007 [ed. or. francese 1948]
Traduttrici Mariella Citterio, Anna Chiara Peduzzi
... Ci rendiamo conto innanzi tutto che il sogno del labirinto, vissuto in un sonno talmente particolare che potrebbe essere chiamato sinteticamente 'sonno labirintico', è un'associazione costante di sensazioni profonde. Esso può fornire un buon esempio degli archetipi evocati da C.G. Jung. Robert Desoille ha precisato questa nozione di archetipo affermando che, se si riduce l'archetipo a un'unica immagine, non lo si può comprendere appieno, poiché un archetipo è piuttosto una serie di immagini «che riassumono l'esperienza ancestrale dell'uomo di fronte a una situazione tipica, cioè in circostanze in cui può venirsi a trovare non un solo individuo, ma chiunque...» Camminare nel bosco oscuro o nella grotta tenebrosa, perdersi, smarrirsi, ecco delle situazioni tipiche che forniscono innumerevoli immagini e metafore all'attività più conscia dello spirito, sebbene nella vita moderna le esperienze reali a questo riguardo siano, tutto sommato, molto rare. Pur amando molto le foreste, non ricordo di essermi mai smarrito in esse. Temiamo di perderci senza esserci mai persi.
Quale strana concrezione del linguaggio ci induce a usare la stessa parola per due esperienze tanto differenti: smarrire un oggetto, smarrire noi stessi! Come possiamo meglio renderci conto che alcune parole sono cariche di associazioni? Chi ci spiegherà le possibilità dell' essere smarrito? L'anello, forse, o la felicità o la moralità? E che consistenza psichica quando sono sia l'anello sia la felicità sia la moralità! Allo stesso modo, l'essere nel labirinto è contemporaneamente soggetto e oggetto conglomerati nell' esserre smarrito. Nel sogno labirintico riviviamo questa situazione tipica dell' essere smarrito. Smarrirsi, con tutte le emozioni che questo fatto implica, è dunque una situazione palesemente arcaica. Alla minima complicazione, concreta o astratta che sia, l'essere umano può ritrovarsi in questa situazione. «Quando cammino in un luogo oscuro e uniforme,» racconta George Sand, «mi interrogo e mi rimprovero...» Invece certe persone pretendono di possedere il senso dell'orientamento e ne fanno l'oggetto di una vanità che forse maschera un'ambivalenza.
Insomma, nei nostri sogni notturni riprendiamo inconsciamente la vita dei nostri avi viaggiatori. Si è detto che nell'uomo «tutto è cammino»; riferendosi agli archetipi più remoti, bisogna aggiungere: nell'uomo tutto è cammino smarrito. Associare sistematicamente la sensazione di essere smarrito a ogni avanzare inconscio vuol dire ritrovare l'archetipo del labirinto. Camminare a fatica in sogno significa essersi smarriti e vivere quindi la sofferenza dell'essere smarrito. Questo semplice elemento del cammino difficile diventa la sintesi delle sofferenze. Facendo un'analisi accurata, sentiremo che ci smarriamo alla minima svolta, che ci facciamo prendere dall'angoscia alla più piccola strettoia. Nelle cantine del sonno ci stiriamo sempre: pigramente o dolorosamente.
Si possono comprendere meglio alcune sintesi dinamiche considerando le immagini consce. Così, nella vita da svegli, seguire una lunga gola o trovarsi all'incrocio di diverse strade suscita due angosce in qualche modo complementari. Ci si può addirittura liberare di una tramite l'altra. Iniziamo questo angusto cammino, così non esiteremo più; ritorniamo all'incrocio, così non saremo più trascinati. L'incubo del labirinto, però, somma queste due angosce e il sognatore vive una strana esitazione: esita nel mezzo di un unico cammino e diviene materia esitante, una materia che dura esitando. Sembra che la sintesi data dal sogno labirintico riunisca l'angoscia di un passato di sofferenza e l'ansietà per un avvenire di infelicità. L'essere è preso fra un passato bloccato e un avvenire ostruito, è imprigionato lungo il proprio cammino. Infine, strano fatalismo del sogno del labirinto, si ritorna talvolta allo stesso punto, ma non si ritorna mai sui propri passi.
domenica 6 dicembre 2015
Marine e Marion
Leonardo Martinelli
Marine la laica, Marion la cattolica
I due volti della stessa medaglia
Così zia e nipote stanno guidando il Front National che spera nel trionfo
La Stampa, 6 dicembre 2015
Se oggi vittoria sarà per il Front National (e sembra proprio di sì), al primo turno delle regionali francesi, i militanti dovranno ringraziare il duetto formato da Marine e Marion, emanazioni del patriarca, Jean-Marie Le Pen.
Ma anche un’accoppiata improbabile: ruspante Marine Le Pen, con quel vocione che sembra il padre e le foto che la ritraggono mentre aspira un sigaro o svuota un bicchierone di birra; eterea Marion Maréchal le Pen, con la voce delicata e un fisico da mannequin («ma sotto un’apparenza dolce nasconde un carattere e una determinazione d’acciaio», dixit la zia e ha perfettamente ragione). Le differenze sono pure di sostanza: laica e «moderna» Marine, cattolicissima e tradizionalista Marion.
La prima è la candidata a presidente nella regione del Nord (Nord-Pas-de-Calais e Picardia). La seconda nel Sud, nella Provenza-Alpi-Costa Azzurra. Sono date come superfavorite e da settimane stanno facendo da traino al partito. Entrambe sono passate dalla magione di Jean-Marie, il palazzotto antico sulle alture di Saint-Cloud (che lui ereditò da un imprenditore strambo, in condizioni ancora oggi oscure). Vi hanno trascorso molta della loro infanzia e adolescenza e anche oltre, in epoche diverse: Marine ha 47 anni, Marion quasi 26.
L’ascesa della zia
La prima ha vissuto lì gli alti e bassi dei genitori, compresa la fuga della mamma con l’amante e le foto della signora su Playboy per tirare su qualche soldo. Con la sua corazza psicologica, ha resistito tutto sommato bene. Più tardi, studentessa universitaria, in seguito avvocato e poi dirigente del Front National, la chiamavano «la night-clubbeuse», perché, appena poteva, scappava in discoteca, spesso con la sorella Yann. Lei partorisce Marion nel 1989 e manco si sa chi sia il padre. Poi Yann si sposerà con Samuel Maréchal, che la riconoscerà. Solo a tredici anni la ragazzina scoprirà le vere generalità del padre, che ha frequentato regolarmente (è morto nel frattempo). Da piccola Marion si ritrovava soprattutto da sola con il nonno nella magione, ad ascoltare in silenzio i suoi sproloqui. Con lui non ha mai rotto i ponti, neanche dopo la mediatica litigata di Jean-Marie con Marine.
Il gioco delle parti
Oggi le due donne sono il prodotto dei loro due distinti passati. La «night-clubbeuse» dice di essere cattolica ma non praticante. Prende sempre posizione a favore della laicità ed è una repubblicana convinta. Nel 2013 mai mise piede nelle manifestazioni contro il matrimonio gay. Anzi, il suo direttore di campagna attuale è Sébastien Chenu, omosessuale dichiarato, nel passato anche attivista per i diritti dei gay. Un altro dei suoi consiglieri, Julien Odoul, fece nudo nel 2009 la copertina della rivista gay Tetu, eletto migliore fisico dai lettori. Marine Le Pen è priva di qualsiasi remora cattolica che le impedisca di dire che «il sistema penale senza la pena di morte non tiene». Marion, invece, alle manifestazioni del 2013 si fece vedere, eccome. Lì si avvicinò ai cattolici più reazionari. Anche per quello è contraria alla pena di morte. Ha promesso, se sarà eletta, di eliminare i sussidi regionali ai centri di pianificazione familiare «perché banalizzano l’aborto» (la zia l’ha subito criticata). Marine si è presa un colpo anche quando Marion ha iniziato a esprimere simpatie monarchiche. E quando ha puntato il dito contro un progetto consolidato «per sostituire i francesi di origine con quelli musulmani in certi quartieri»: affermazioni liquidate da Marine come complottiste.
C’è chi dice che sia tutta una montatura. Più probabile, invece che la furba Marine sfrutti la bella Marion per captare un elettorato cattolico che di lei non si fida per niente. Speriamo per loro che i nodi non vengano mai al pettine.
sabato 5 dicembre 2015
Un popolo di navigatori (a vista)
Marco RevelliLimbo italiano
Siamo un popolo di navigatori (a vista)
il manifesto, 5 dicembre 2015
È «la società del resto». Una buona formula per fotografare l’Italia di oggi. «È come quando – scrive De Rita -, girando per il Paese, tu chiedi a qualcuno come va: lui ti dice che va tutto male, il lavoro, la macchina, la moglie. E allora tu chiedi: e il resto? E la risposta è sempre: il resto va bene».
Una risposta non propriamente rassicurante, perché «il resto» è ciò che sta fuori dall’asse centrale delle priorità assorbenti, dei pensieri dominanti, nella quotidianità privata come nella vita pubblica. In effetti, da questo ultimo Rapporto Censis, non escono propriamente squilli di fanfara per il governo, né conferme alla sua narrazione sull’«Italia che riparte». Emerge piuttosto l’immagine in bianco e nero di un Paese in difficoltà – «in letargo esistenziale collettivo», come consegnato in «un limbo».
Un Paese che cerca di difendersi come può, mettendo in campo strategie individuali o di piccolo gruppo, frammentate e locali, in assenza di un “progetto generale di sviluppo” che non si aspetta più da nessuno, men che meno da chi gli racconta di averlo e di pazientare perché presto si vedrà. Un Paese che comunque stenta a immaginare un futuro, subendo il proprio arretramento. O giocando mosse prevalentemente difensive (l’esatto opposto di ciò che si proporrebbero le terapie psicologiche dopanti somministrate dall’alto).
Lo dicono quei 3,1 milioni di famiglie che negli ultimi 12 mesi hanno dovuto intaccare i propri risparmi pregressi “per fronteggiare gap di reddito rispetto alle spese mensili”. Ma anche, paradossalmente, gli altri 10 milioni e mezzo (un po’ meno della metà delle famiglie italiane, che sono in tutto 24 milioni e 512 mila), che sono riuscite, anche negli anni della crisi, nonostante tutto, a mettere un po’ di fieno in cascina e a risparmiare qualcosa, ma lo tengono lì, disponibile – “a scopo cautelativo”, dice il Censis, “per finanziare la formazione dei figli, per i bisogni della vecchiaia, per paura di perdere il posto di lavoro” -, stoccato in contanti e depositi (che infatti sono saliti di più di sette punti tra il 2007 e il 2014, dal 23,6% al 30,9).O tutt’al più in assicurazioni e in fondi pensione (passati dal 14,8% al 20,9), anziché, “rischiarli”, come ai bei tempi della finanza creativa, in azioni e obbligazioni (crollate infatti di più di otto punti percentuali, dal 31,8% al 23,7).
Un popolo di navigatori a vista, dunque, preoccupati e ricondotti alla sobrietà e a una sacrosanta prudenza da un orizzonte percepito indubbiamente come incerto e non rassicurante. In primo luogo sul terreno – costitutivo di ogni progetto di vita – del lavoro, dal momento che l’unico, reale aumento dell’occupazione (un milione netto) si è registrato tra i “lavoratori anziani”, a cavallo dei sessant’anni, trattenuti “per decreto” nel recinto della “popolazione attiva” dall’innalzamento dell’età pensionabile.
Mentre per gli altri, soprattutto per i giovani, il quadro resta nerissimo, con quasi due milioni e mezzo di “scoraggiati”, e tre milioni e mezzo di sottoccupati e di part-time involontari. E con un welfare in costante restringimento (quasi otto milioni gli italiani si sono “indebitati o hanno chiesto un aiuto economico per far fronte a spese sanitarie private”, e un 68% di famiglie a basso reddito ha al suo interno almeno un membro che ha dovuto rinunciare alle cure per mancanza di mezzi).
Non stupisce che in un contesto strutturale così spaventosamente liquido e deprivato, l’azione collettiva scivoli fuori dall’orizzonte esistenziale. Che il “collettivo” stesso appaia come categoria obsoleta, d’altro secolo, d’altro universo sociale, e in primo piano domini, in un mondo di solitudini, l’istinto di sopravvivenza nella sua forma più elementare del “serba te ipsum”: ciò che don Milani, in un altro tempo, chiamava l’”avarizia” in contrapposizione con la “politica (uscire dai guai “tutti insieme” anziché “da soli”).
E’ questo, forse, l’elemento più inquietante del Rapporto Censis di quest’anno: quest’appassimento della fiducia nell’azione comune, che rende tutto più opaco e dimidiato: una società non più “di mezzo”, ricca di corpi intermedi, aggregazioni e gruppi coesi, com’era nell’idea deritiana di struttura virtuosa, ma una società “dimezzata” o, come scrive citando Turati, a “mezze tinte, mezze classi, mezzi partiti, mezze idee e mezze persone”… In cui la gente continua la propria vita quotidiana, fuori da un’emergenza conclamata: ha ripreso a consumare, a stipulare mutui, a pensare di comprar casa o cambiare l’auto. Ma a basso regime, lungo le infinite sfumature di grigio, nel segno di un piccolo cabotaggio. Cosicché si può dire che questa nuova lettura del Censis non è più da “tempo di crisi”. Sta già nel post: dice che questo tono basso sarà la normalità futura, perché la crisi non è stata una “parentesi” – dopo la quale si riparte alla grande, o come prima -, ma una metamorfosi il cui risultato è questo, qui fotografato.
E il “resto”, di cui si parlava all’inizio? Dove sta il resto, che evidentemente non è solo l’irrilevante. O il marginale inerte. De Rita conclude quella frase in questo modo: “Ecco, l’Italia è così: il resto ha dentro di sé un’energia misteriosa…”. E l’energia misteriosa è l’”ibridazione”: la rete lenticolare di saperi e di mestieri che le (finte) politiche di governo, o le atroci “leggi obiettivo”, o i famigerati “sblocca Italia” non vedono nemmeno, ma che lavora sotto traccia nell’iniziativa di una molteplicità di atomi laboriosi che coniugano “qualità, saper fare artigiano, estetica, brand”. O nel rianimarsi di quello “scheletro contadino” che sembra rinverdire nelle pratiche di “ritorno” e di “resilienza” di territori fino a ieri considerati “ai margini”. I segni, appena deboli tracce, di un possibile “collettivo” del futuro.
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