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domenica 12 aprile 2026

L' uguaglianza, la Bibbia e Platone


Nel 1916, in piena guerra mondiale, Henri Barbusse pubblica "Il fuoco", un romanzo per il quale ottiene il premio Goncourt. Oggetto centrale del testo è l'esperienza di una squadra formata da una ventina di soldati schierati al fronte agli ordini di un caporale che si chiama Bertrand. Nel sottotitolo figura la parola "diario", ma in realtà si tratta di una rassegna per situazioni ed episodi, senza un vero ordine cronologico. C'è il fatto che le parti narrative sono scritte al presente e danno quindi una sensazione di immediatezza, di presa diretta. E tuttavia abbiamo a che fare con il resoconto fittizio di un'esperienza fittizia. Nel libro è presente un ampio sviluppo discorsivo con accenti profetici. Alla guerra come evento straordinario viene associato un messaggio sulle sorti future del mondo. La solennità dell'approccio traspare anche dal ricorso a una immagine biblica, tratta dall'Esodo (13, 21-22, traduzione di Giovanni Diodati): "E l'Eterno andava davanti a loro, di giorno in una colonna di nuvola, per guidarli nella via, e di notte in una colonna di fuoco per far loro luce, affinché potessero camminare giorno e notte. La colonna di nuvola non si ritirava mai davanti al popolo di giorno, né la colonna di fuoco la notte".
Torniamo a Barbusse e al suo libro del 1916. Qui siamo solo al prologo del racconto vero e proprio (La visione): "Questi grandi feriti consumati da una piaga interiore abbracciano con lo sguardo la furia degli elementi: guardano sulla montagna le esplosioni del tuono che sollevano la distesa delle nubi come un mare
 con ciascuna che proietta ad un tempo nel crepuscolo una colonna di fumo e una colonna di bruma". Poco più in là si passa al secondo capitolo che si apre con queste parole: "Il vasto cielo pallido si anima di colpi di tuono: ogni esplosione mostra ad un tempo, mentre si staccano da un lampo rossastro, una colonna di fuoco nel resto della notte e una colonna di bruma in quello che c'è già del giorno". Come se non bastasse l'immagine ritorna nel corso della narrazione a proposito di un bombardamento: "Sono veramente la colonna di fuoco e la colonna di bruma che turbinano e tuonano all'unisono".
La parte discorsiva del romanzo ha un andamento corale. Gli scambi tra i soldati della squadra "si rinnovano, si prolungano, si approfondiscono rediprocamente" (Philippe Baudorre). un tema che ritorna è la dura realtà della guerra, tanto necessaria quanto luttuosa, esecrabile e orrenda. Alla fine il racconto sconfina nell'utopia. Dopo una pioggia torrenziale che fa pensare al diluvio biblico, i combattenti approdano a una terra di nessuno dove si trovano anche, disarmati, i nemici. Prefigurazione di ciò che il mondo potrà essere o diventare dopo la guerra: "Tutti gli uomini dovrebbero mettersi d'accordo, attraverso la pelle e sul ventre di quelli che in un modo nell'altro li sfruttano. Tutte le moltitudini dovrebbero mettersi d'accordo. Tutti gli uomini dovrebbero essere uguali". È chiara l'ispirazione socialista dell'auspicio che promana dai soldati e che l'autore commenta in questi termini: "Questa presa di parola sembrava venire a noi come in soccorso". Sulla scia dell'uguagianza vengono richiamate le altre due parole della triade repubblicana, la fratellanza e la libertà. L'autore commenta dicendo che la fratellanza è un sogno, su di essa non si costruisce niente e la stessa cosa vale per la libertà "un concetto troppo relativo in una società in cui tutte le presenze si spezzettano a vicenda": "Ma l'uguaglianza è sempre valida. La libertà e la fraternità sono delle parole, mentre l'uguaglianza è una cosa".  Così il coro delle opinioni trova una direzione unica, quella della parola che "è una risposta a tutto". Ed ecco che il riferimento supremo ritorna in una sorta di esclamazione generale: - L'uguaglianza!...


A questo punto la successione delle battute in replica assume un diverso aspetto, lo sfondo biblico del diluvio e del ricorso celeste si allontana e ci si ritrova in un quadro che irresistibilmente fa pensare ai dialoghi di Platone. Entra in scena la kalogakathia*, la stretta associazione della bellezza e della bontà. 
Queste le sentenze formulate via via dagli aninimi interlocutori: 
"Sarebbe bello! dice l'uno.
Troppo bello per essere vero! dice l'altro.
Ma un terzo dice:
È bello perché è vero. Quindi non ha altre bellezze!... E il fatto che sia bello non garantisce che si avvererà. La bellezza è fuori corso quanto lo è l'amore. Proprio perché è vera agisce in modo fatale". 
La profezia si mantiene su un tono di ambiguità che ne garantisce la forza senza legame con una scadenza o una previsione definita. 

(*) È nota la rilevanza che ha nella filosofia platonica la καλοκαγαθία. In greco antico, il termine  kalokagathìa è una parola composta che fonde la bellezza [καλός (kalòs): "bello"] e [καί (kài)] la bontà [ἀγαθός (agathòs): "buono"]. Per un greco dell'età classica (e per Platone in particolare), queste due qualità non potevano essere separate: la bellezza si presentava come il riflesso di una bontà interiore, mentre la bontà rifulgeva tranquilla nella bellezza.

https://machiave.blogspot.com/2026/04/l-esistenza-labile.html

lunedì 7 febbraio 2022

Steinbeck e la crisi: Furore



Alessandro Casiccia, Narrare le grandi crisi. Tempeste finanziarie, paura e rovine sociali nella letteratura e nel cinema, Mimesis, Sesto San Giovanni 2014

Di Steinbeck si ricorda in primo luogo Furore, sebbene l'intensificarsi delle lotte sindacali venisse narrato forse più direttamente in altre opere come La battaglia. L'ampio scenario di Furore era dato dall'estendersi della crisi nelle campagne, e dal suo aggravarsi per l'arrivo di una grande siccità [Lo spunto e i materiali per il romanzo Steinbeck li trasse da una serie di articoli pubblicati nell'ottobre 1936 nel "San Francisco News", per documentare le condizioni di vita di una popolazione che, attratta da offerte di lavoro, a centinaia di migliaia, aveva abbandonato il Midwest per raggiungere la California. Si trattava dei nuovi poveri, bianchi e protestanti, espropriati dalle banche delle loro fattorie, non più redditizie dopo che il cataclisma delle tempeste di polvere (Dust Bowl) aveva disperso l'humus coltivabile. Wikipedia] L'opera di Steinbeck descrive in modo incisivo - sullo sfondo di grandi scenari storici - lo sradicamento di intere famiglie dai terreni che avevano coltivato da sempre e che sentivano propri anche se la proprietà era di banche, le quali ora (anche "avvalendosi" della crisi) introducevano metodi diversi e nuovi strumenti meccanici in grado di sostituire l'intervento umano. La famiglia Joad, come molte migliaia di altre famiglie, intraprendeva un esodo forzato verso ovest e veniva spinta verso nuove esperienze di lavoro e di sfruttamento. E poi di forzato nomadismo, di delusione, di almeno iniziale disperazione.
L'atteggiamento degli imprenditori locali, di fronte a questa ondata di migranti, è ostile e miope. Quell'atteggiamento lo troviamo ad esempio in "un tizio di nome Hines, uno che ha trentamila acri a pesche e uva, e ha pure un conservificio e una cantina". E che parla sempre dei "maledetti rossi" che portano il paese alla rovina e vanno cacciati a pedate. A un ragazzo appena arrivato, che gli chiede chi siano questi rossi, ecco la risposta: "Un rosso è qualsiasi figlio di puttana che vuole trenta centesimi l'ora quando noi ne paghiamo venticinque!".
Il lavoro precario e mal pagato non dura a lungo e le condizioni meteorologiche aggravano la situazione. Nel penultimo capitolo, vediamo nuvole grigie che vengono dall'Oceano, scavalcano le montagne costiere e irrompono nelle valli. Vediamo i campi diventare "grandi laghi grigi" e le tende dei migranti cedere alla pioggia. E poi vediamo gruppi di uomini gracili per la fame, vestiti di stracci, che escono dagli attendamenti e si trascinano nel fango alla volta dei paesi o dei negozi di campagna, per mendicare cibo o ricevere qualche sussidio. O anche per cercare di rubare. E in quella estrema umiliazione comincia a fermentare la rabbia. Da un lato, la compassione degli abitanti comincia a tramutarsi in paura e rabbia contro gli affamati. E gli sceriffi reclutano e armano nuovi agenti. Dall'altro lato, la fame e la disperazione generano infine il vero furore: quello di chi non ha più nulla da perdere. E va a rubare anche rischiando le pallottole. "Le donne guardavano gli uomini, li guardavano per capire se stavolta sarebbero crollati. E quando gli uomini erano in gruppo, la paura spariva dai loro volti e la rabbia prendeva il suo posto. E le donne sospiravano di sollievo, perché capivano che andava tutto bene: il crollo non c'era stato; e non ci sarebbe stato nessun crollo finché la paura fosse riuscita a trasformarsi in furore". [John Steinbeck, Furore, 1939, orig. The Grapes of Wrath = i frutti dell'ira, alla lettera i grappoli, trad. S.C. Perroni, Bompiani, Milano 2013].
°°°
La nuova traduzione del libro, La Stampa, 12 novembre 2013
Si presenta come un evento editoriale la nuova traduzione italiana di “Furore” di John Steinbeck. Viene proposta dall’editore Bompiani nella collana Grandi Tascabili. Il capolavoro della narrativa è tradotto da Sergio Claudio Perroni e l’edizione si avvale di una introduzione di Luigi Sampietro. La ritraduzione del libro è un evento atteso da sempre, dato che la prima e unica traduzione di Carlo Coardi fu fortemente condizionata dal contesto storico (era il 1940). La nuova traduzione, fatta da Sergio Claudio Perroni (non solo scrittore ma traduttore di Houellebecq, Ellroy, Foster Wallace, etc) rilancia, come per la prima volta, un romanzo tutto da riscoprire. Pietra miliare della letteratura americana, “Furore” è un romanzo mitico, pubblicato negli Stati Uniti nel 1939 e coraggiosamente proposto in Italia da Valentino Bompiani l’anno seguente. Il libro fu perseguitato dalla censura fascista e solo ora, dopo più di 70 anni, vede la luce la prima edizione integrale, nella nuova traduzione di Sergio Claudio Perroni. Una versione basata sul testo inglese della Centennial Edition dell’opera di Steinbeck, che restituisce finalmente ai lettori la forza e la modernità della scrittura del Premio Nobel per la Letteratura 1962. Nell’odissea della famiglia Joad sfrattata dalla sua casa e dalla sua terra, in penosa marcia verso la California, lungo la Route 66 come migliaia e migliaia di americani, rivive la trasformazione di un’intera nazione. L’impatto amaro con la terra promessa dove la manodopera è sfruttata e mal pagata, dove ciascuno porta con sé la propria miseria “come un marchio d’infamia”. Al tempo stesso romanzo di viaggio e ritratto epico della lotta dell’uomo contro l’ingiustizia, Furore è forse il più americano dei classici americani, da leggere oggi per la prima volta in tutta la sua bellezza. Con Furore, nel 1940, Steinbeck vinse il Premio Pulitzer e il National Book Award. Dal romanzo, anche l’omonimo capolavoro di John Ford interpretato da Henry Fonda. John Steinbeck (1902-1968) è uno dei massimi esponenti della letteratura americana e mondiale. Nel 1962 venne insignito del Premio Nobel per la Letteratura con la seguente motivazione: «Per le sue scritture realistiche e immaginative, unendo l’umore sensibile e la percezione sociale acuta». Nel 1964 il Presidente Lyndon B. Johnson gli conferì inoltre la Medaglia presidenziale della libertà. Le nuove edizioni di tutte le opere di John Steinbeck sono in corso di pubblicazione presso Bompiani, a cura di Luigi Sampietro.

lunedì 7 novembre 2016

Montale, Piccolo testamento



Fine millennio  è il tema del concerto che chiuderà la serie dedicata all'Orologio del Novecento. L'appuntamento è alle ore 19 di giovedì 10 novembre in via del Carmine 14. 
Pierre Boulez è uno dei massimi rappresentanti in musica del secondo Novecento. Figlio della guerra, rivoluziona completamente il linguaggio musicale per arrivare ad uno stile compositivo acuto e sofisticato. Il piemontese Alberto Colla è tra i più interessanti compositori di oggi, con una visione rigorosa e complessa sul piano strutturale quanto fluida ed immaginifica. Il violino solo chiude questo ciclo d’ascolto al Polo del ‘900. Marc Daniel van Biemen, primo violino della prestigiosa Royal Concertgebouw Orchester di Amsterdam ci proporrà di Boulez l’Anthemes n.1 e di Colla le Rapsodie piemontesi. Il Piccolo testamento di Montale figura tra i testi che saranno richiamati quela sera.  

Questa poesia, composta nel 1953, occupa (con Il sogno del prigioniero del 1954) l’ultima sezione de La Bufera e altro (1956), sintomaticamente intitolata Conclusioni provvisorie. Il testo riassume alcune delle costanti della raccolta montaliana: la crisi e la sfiducia nella Storia, che nel periodo recente ha solo causato dolori e lutti all’umanità, che si risolve in prefigurazioni apocalittiche; la rivendicazione di una propria coerenza personale (anche a costo di solitudini e sofferenze) e soprattutto l'esplicitazione della funzione indispensabile della poesia; l’appello ad una figura femminile salvifica, e ai piccoli simboli della memoria che combattono strenuamente contro l’oblio e la fine di tutto.
Metro: versi liberi.
  1. Questo che a notte balugina
  2. nella calotta del mio pensiero,
  3. traccia madreperlacea di lumaca
  4. o smeriglio di vetro calpestato 1,
  5. non è lume di chiesa o d'officina 2
  6. che alimenti
  7. chierico rosso, o nero 3.
  8. Solo quest'iride posso
  9. lasciarti a testimonianza
  10. d'una fede che fu combattuta,
  11. d'una speranza che bruciò più lenta
  12. di un duro ceppo nel focolare 4.
  13. Conservane la cipria nello specchietto 5
  14. quando spenta ogni lampada
  15. la sardana 6 si farà infernale
  16. e un ombroso Lucifero scenderà su una prora
  17. del Tamigi, dell'Hudson, della Senna
  18. scuotendo l'ali di bitume semi-
  19. mozze dalla fatica, a dirti: è l'ora.
  20. Non è un'eredità, un portafortuna
  21. che può reggere all'urto dei monsoni
  22. sul fil di ragno della memoria 7,
  23. ma una storia non dura che nella cenere
  24. e persistenza è solo l'estinzione.
  25. Giusto era il segno 8: chi l'ha ravvisato
  26. non può fallire nel ritrovarti.
  27. Ognuno riconosce i suoi: l'orgoglio
  28. non era fuga, l'umiltà non era
  29. vile, il tenue bagliore strofinato
  30. laggiù non era quello di un fiammifero 9.
     


http://www.oilproject.org/lezione/piccolo-testamento-
testo-parafrasi-eugenio-montale-bufera-3427.html

giovedì 6 agosto 2015

Hiroshima, un sommesso ricordo

Giuseppe Ceretti 
Hiroshima, cronaca della moderna Apocalisse 
Il Sole 24ore, 7 febbraio 2008  
 



Non è solo il sonno della ragione che genera mostri, non è solo l'odio razziale che spinge l'umanità verso il baratro. C'è anche una cupa e agghiacciante razionalità che percorre le vie del Male e semina morte in nome di un Bene presunto. Tale fu l'olocausto nucleare scatenato il 6 agosto 1945 quando un bombardiere americano scaricò l'atomica su Hiroshima. Kenzaburo Oe, premio Nobel per la letteratura nel 1994, ripercorre il cammino della moderna apocalisse. Note su Hiroshima è un saggio che si presenta sotto la forma di un racconto rivolto a tutti noi, al mondo, che non solo ha dimenticato, ma che pensa all'incubo nucleare come a qualcosa scacciato per sempre dall'orizzonte dell'umanità. Oe si è recato più volte a Hiroshima tra il 1963 e il 1965. Gli appunti di viaggio ricavati sono stati poi pubblicati a puntate dalla rivista Sekai e raccolti ora in un volume.
Le cronache di quel tempo ci restituiscono intatta la memoria dei dimenticati, gli hibakusha. Chi sono costoro? Letteralmente "coloro che sono stati colpiti dal bombardamento". I giapponesi coniarono il neologismo preferendolo a sopravvissuti o superstiti, termini che potevano suonare offensivi nei confronti dei defunti. Perché l'autore si decise a radunare i suoi scritti? C'era una ragione evidente: farsi parte attiva nella lotta al riarmo nucleare e promuovere la realizzazione di un libro bianco sui danni della bomba atomica. Quel mobilissimo intento si è trasformato in uno straordinario percorso dentro l'uomo:
"A Hiroshima sono riuscito per la prima volta a impugnare una chiave che mi ha permesso di scrutare a fondo l'autenticità umana. E, sempre a Hiroshima, ho avuto modo di cogliere gli aspetti più imperdonabili della mistificazione di cui l'essere umano è capace".
C'è una specificità che fa dell'olocausto giapponese un unicum nella storia. Hiroshima evoca la catastrofe finale causata dalla mutazione delle cellule e dunque degli esseri umani in qualcosa di mostruoso; è l'avvisaglia della fine del mondo e dell'estinzione della razza umana in quanto tale. In un libro pubblicato nel 1950, e di fatto boicottato, sono raccolte le straordinarie testimonianze della condizione umana dopo il bombardamento. Il titolo è l'unione di due parole giapponesi, pika, ovvero il bagliore e don, ovvero il fragore. Oe trascrive da Pikadon la testimonianza di una giovane donna, una hibakusha.
"Il muro di cemento che si ergeva davanti ai miei occhi era pieno di grossi squarci. Mi ci avvicinai perché mi sembrava che alla sua base vi stessero accoccolate delle persone scure come ombre… Erano quasi completamente nude e se ne stavano immobili una accanto all'altra; avevano la faccia e il corpo tutti gonfi e dello stesso colore brunastro, come lo avessero fatto apposta per assomigliarsi. Tra queste persone ce n'era una che non ci vedeva più. E poi ne notai subito un'altra che teneva in grembo un bambino dalla schiena con la pelle che pendeva tutta staccata, simile a una nespola marcita e privata della buccia. D'istinto tolsi lo sguardo. Quelle persone non accennavano a muoversi e continuavano a restarsene in silenzio, quasi che esse fossero sospese fra la vita e la morte".
Sono proprio gli hibakusha, i dimenticati del 6 agosto 1945, i veri protagonisti. Kenzaburo Oe squarcia il velo su un'umanità dolente, stretta tra il diritto al silenzio e il bisogno di testimonianza: "Hiroshima è un unico, immenso sepolcro a ogni angolo di strada". Nella città martire l'autore incontra quanti, con il loro eroismo quotidiano, hanno permesso di costruire basi medico-scientifiche alla lotta contro un mostro che si era presentato quella mattina d'estate con la mortale perfidia di corpi intatti, ma giù svuotati dalle radiazioni.
Gli eroi di Kenzaburo Oe sono i medici come Shigeto Fumio, direttore dell'ospedale della Croce Rossa, anch'egli colpito dalle radiazioni, instancabile non solo nell'opera di soccorso, ma nella costruzione della memoria scientifica di questa moderna e sconosciuta peste: "Ci vollero sette anni di scrupolose ricerche solo per determinare le prime certezze statistiche riguardo al legame tra radiazioni e leucemia".
Gli eroi di Kenzaburo Oe sono le persone comuni, lavoratori e intellettuali, come il vecchio filosofo Maritaki che, morente, pronuncia parole di speranza, poi tradite, in una moratoria mai davvero realizzata. Il racconto riflette l'immagine di una città sconvolta nel normale ciclo della vita, ma proprio qui, confessa Oe "ho scoperto il significato pieno dei concetti di umiliazione, vergogna e dignità".
Tutti noi che siamo scampati solo per caso all'olocausto atomico, è l'invito dell'autore, impariamo a considerare Hiroshima come parte intrinseca del Giappone e del mondo intero, cioè di noi stessi: "L'immane potenza di quell'arma malefica è stata mitigata dagli sforzi di quanti non hanno mai smesso di lottare alla ricerca di una pur minima speranza in un mare di disperazione, intravedendo il bene al di là dei confini del male".
E quindi uscimmo a riveder le stelle. L'ultimo verso dell'Inferno della Divina Commedia chiude la prefazione dell'appassionato libro di Kenzaburo Oe. E' una nota di speranza dell'autore, nonostante ogni evidenza contraria, arricchita da un singolare quanto toccante elogio all'edizione italiana. "La pubblicazione di Note su Hiroshima in italiano, una lingua che sa esprimere la speranza dopo il dolore in un modo così incantevole, costituisce per me un motivo di straordinaria gioia".






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Kenzaburo Oe
Note su Hiroshima
Traduzione di Gianluca Coci
Editrice Alet
pagg. 224




mercoledì 26 marzo 2014

La forma romanzata del terrorismo

Bruno Pischedda
Terrorismo senza romanzo
Il Sole 24 ore, 17 marzo 2014

È un giovane studioso proveniente dall'università di Trento, Gabriele Vitello; e non si può dire che il suo Album di famiglia: gli anni di piombo nella narrativa italiana scansi taluni fraseggi acerbi e riduzionismi parapolitici. Tuttavia l'indagine che egli conduce ha un sicuro valore storiografico; si esercita su un corpo di testi singolarmente vasto, compone riflessioni psicosociali con una serrata analisi tematica e figurale. Soprattutto dispone la materia su un doppio versante cronologico: da un lato i precursori del romanzo a sfondo terroristico (la Ginzburg di Caro Michele, Sciascia del Contesto, Moravia con La vita interiore, Parise per L'odore del sangue). Dall'altro, facendo data agli anni Novanta, una profluvie di opere che rendono la violenza settaria un pimento quasi obbligato nel quadro delle patrie lettere: Consolo, Tabucchi, Ortese, Carlotto, Genna, e ancora Givone, Sartori, fino a Culicchia, Lidia Ravera, Walter Veltroni e altri molti.
Validamente introdotto da Raffaele Donnarumma, il volume insiste invero su un particolare e frequentatissimo sottotipo, il romanzo terroristico di angolatura familiare. Nonostante l'argomento trascelto, esso sarebbe caratterizzato da un moto a ritroso, che procede dagli istituti di convivenza collettiva verso un'angusta intimità borghese e piccolo borghese. Un rinculo valido senz'altro a occultare le inquietudini seminate dai gruppi combattenti tra il popolo e settori non infimi di classe operaia. Ma che in ogni caso favorisce alcune costanti compositive: il primato drammaturgico accordato ai terroristi anziché alle vittime; l'ellissi o la trasfigurazione nel ricordo delle loro gesta cruente, ovviando agli estremi di un "realismo traumatico" più consono al noir; l'aggirarsi in queste storie di tanti intellettuali-scrittori, costantemente alle prese con difficoltà cognitive e crisi di ruolo; la sovrabbondanza delle figure femminili, infine, latrici di un perturbante che ha nel sesso la sua metafora maggiore (un sesso concepito dapprima come liberazione, Marcuse, Reich, e ora veicolo di fantasie mortuarie, autodistruttive, in sintonia con il rapido declinare dei movimenti di protesta).
Sono molte le questioni sollevate da Vitello, inteso a vagliare il ricco immaginario che in questi romanzi si esprime. Tra di esse, una ha però valore strategico, e riguarda l'obsolescenza dello schema edipico che per lungo tempo ha sovrinteso alla chiarificazione di simili fenomeni. Le scelte dei terroristi, se esaminate in prospettiva parentale, non valgono più come rivolta contro un padre autoritario e castratore; si presentano anzi come reagente alla sua "evaporazione", alla sua assenza o fondamentale inettitudine. È insomma su una pista lacaniana, ravvivata dalle ricerche di Luigi Zoja e Massimo Recalcati, che il giovane autore s'incammina con maggior convinzione. Edipo – spiega – poteva ben fungere da grimaldello per autori modernisti come Kafka, Pirandello, Tozzi o Svevo; la cui aggressione nei confronti dell'imago paterna consentiva un'efficace sintesi di "contenuto" e "forma del contenuto".
Ora una simile opportunità espressiva sembra perduta, e ci restano dozzine di testi impegnati a ricucire con una buona dose di nostalgia i legami infranti. Eccettuando i lavori di Parise* o di Sartori**, per i quali è spesa qui qualche parola di apprezzamento, ne viene una visione di tipo consolatorio, quando non decisamente regressivo.
D'accordo, nessuno dei romanzi in esame, familista o noir, si è poi affermato come il romanzo del terrorismo. E mancando un capostipite prestigioso, la galassia dei testi affini non ha poi dato luogo a un vero e riconosciuto genere. Andrebbe tuttavia segnalato un più ricco plesso di problemi: affinché si stabilisca un genere, non basta la presenza di un tema potentemente sentito, di grande importo simbolico; e neppure è prefigurabile in alcun modo l'insorgere di un capolavoro che funga da elemento catalizzatore. Necessita allo scopo un talento d'eccezione, quindi l'apporto non secondario del pubblico leggente, della critica; occorre che sia fausto il contesto in cui esso si inscrive. Nel secondo Ottocento mancò a questo obiettivo il romanzo cosiddetto parlamentare; lo stesso si può osservare negli anni Settanta del Novecento per il romanzo apocalittico, pure di lì in poi prediletto dai nostri scrittori. Vitello porta ad esempio positivo il tema della lotta antifascista, che certamente parve suscitare la costituzione di un genere, perché implicava collettività, epos. Tuttavia i manuali preposti prendono in considerazione la letteratura resistenziale, non il romanzo resistenziale.
I moti che nell'universo del romanzo conducono a sottospecie ben identificabili e dotate di prestigio restano in realtà per buona parte oscuri: conosciamo le leggi generali della gravitazione letteraria, non le dinamiche minute da cui emergono o non emergono singoli agglomerati planetari. Ci manca, per così dire, una teoria unificata, e nemmeno sembra che oggi siano in molti a cercarla.
D'altronde – ultima questione degna di nota –, Vitello chiede molto al romanzo terrorista. Vuole che abbia un significato analitico, conoscitivo, così da «influire sulla nostra percezione del passato». A indisporlo non è soltanto il tragicismo degradato, o la «figuralità nebulosa e narcisisticamente autoreferenziale» a cui tanto spesso si concede. Il punto è il travisamento sistematico di ciò che il terrorismo è stato in termini storici. Vuole insomma il romanzo realista, nella fattispecie del romanzo sociale: ahimè, uno tra i sottotipi più misconosciuti della nostra tradizione recente; ma unico, a suo avviso, in grado di preservare il retaggio letterario dall'invadenza mediatica, filmica, televisiva. È un'ipotesi diffusa, e gravata di alquanto massimalismo deprecatorio. Occorreva in ogni caso articolarla più nitidamente, per discuterne meglio, se non altro.

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(*) Qui il riferimento è a L'odore del sangue, su cui si può vedere http://www.italialibri.net/opere/odoredelsangue.html
(**) 
La “guerra” è la protagonista del romanzo di Giacomo Sartori (Anatomia della battaglia), incarnata dalla figura di un nonno forse colpevole di deportazioni di prigionieri e forse anche di ebrei, un padre fascista, “soldato” in battaglia contro gli altri e contro se stesso per tutta la sua vita, e un figlio che all’età di quindici anni entra a far parte di un gruppo di estrema sinistra e partecipa alla lotta armata.
Il figlio ormai quarantenne racconta la storia della sua famiglia, racconta la sua esperienza di terrorista che si inserisce tra le tante esperienze vissute nel corso della vita nel tentativo di costruire la sua identità, di formarsi come individuo che vuole sradicare l’odio tramandatogli dal padre e dal nonno.
Solo il desiderio di scrivere, vivo in lui fin da bambino, e la sua realizzazione in età adulta riesce, in parte, a farlo uscire da quella sorta di torpore e di passività che lo hanno caratterizzato nelle sue scelte di vita anche quella di partecipare alla lotta armata. Il racconto si costruisce su una continua alternanza di passato e presente, spiazzando a volte il lettore che non capisce bene dove si trova. (Sabina Gola)

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 l’Unità 4.4.14
Che cosa è successo veramente durante gli «anni di piombo»?
risponde Luigi Cancrini


Ripropongo alcune domande sugli «anni di piombo». Com’è possibile che, in un mondo dominato da Gladio, Cia, P2 etc, si siano potuto costituire organizzazioni tipo Brigate rosse e Prima linea? I pentiti muoiono in carcere. E gli irriducibili dove sono sistemati? MICHELE SCHIAVINO
Un romanzo di Alberto Garlini, La legge dell’odio, ricostruisce in modo a mio avviso molto efficace quello che accadde in quel periodo. Brigate Rosse e Prima Linea erano organizzazioni di estrema sinistra infiltrate e manovrate, come i loro avversari dell’estrema destra, dai servizi segreti. Che usavano le loro follie per organizzare attentati e rapimenti utili ad alimentare un clima di tensione e a eliminare o intimidire i protagonisti di un cambiamento politico in atto nel tempo in cui i successi elettorali del Pci facevano paura all’ortodossia della guerra fredda e dei blocchi contrapposti. Il caso Moro in cui il fanatismo di un gruppo di pazzi venne utilizzato per evitare che i comunisti partecipassero al governo del Paese è esemplare da questo punto di vista. I gruppi eversivi erano tutti infiltrati da agenti dei servizi segreti, d’altra parte, come confessò a me l’ufficiale della Digos che mi avvertiva di un possibile attentato contro la mia persona nel ’79. Senza spiegarmi perché i componenti del gruppo che mi aveva «messo in lista» insieme ad altri (giudici ed esponenti politici) non venivano semplicemente arrestati e solo «sorvegliati». Come accadeva allora in modo sistematico con tutti gli utili idioti dell’estremismo. Viene da qui il «perdonismo» del dopo? Probabilmente sì. A non capirlo o a non volerlo capire sono stati solo gli «irriducibili» che stanno ancora in carcere o che non hanno comunque mai patteggiato con chi li aveva usati e condannati.