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mercoledì 28 agosto 2024

Le capre ci guardano

 


 Calvino ambientalista non è una sorpresa. Lo scrittore che si schiera dalla parte del mondo animale è un tratto presente nella sua opera fin dall'inizio. Il pezzo che segue stava dentro la rubrica "Gente nel tempo" da lui curata. Vi si parla di una logica animale "che pure esiste", una logica che, per un rovesciamento di prospettiva, viene elevata al rango di "umana" nel senso più nobile della parola.    

 Italo Calvino, Le capre ci guardano, l'Unità edizione piemontese, 17 novembre 1946

     In California l'associazione degli allevatori di bestiame caprino della vallata di San Fernando ha celebrato una commemorazione delle capre di Bikini, sacrificate "per il bene dell'umanità". E' stata ammainata una bandiera a mezz'asta con rulli di tamburi, sono stati intessuti elogi funebri delle bestie defunte.
    Qualcuno osserverà che non si son mai fatte commemorazioni dei bambini, delle donne, dei vecchi morti a Yroshima, a Torino, a Milano, che ne sapevano quanto le capre di Bikini del perché morivano, e che pure sono stati sacrificati sull'altare della necessità di guerra.
    Ma il senso di questa commemorazione caprina è da ricercarsi, io credo, in un segreto rimorso del genere umano verso gli animali unito a un'ipocrisia caratteristica del genere umano. Vi siete mai chiesto che cos'avranno pensato le capre a Bikini? e i gatti nelle case bombardate? e i cani in zona di guerra? e i pesci allo scoppio dei siluri? Come avranno giudicato noi uomini in quei momenti, nella loro logica che pure esiste, tanto più elementare, tanto più - stavo per dire - umana?
    Sì, noi dobbiamo una spiegazione agli animali, se non una riparazione. Loro possono capire quando noi li uccidiamo per mangiarli, quando li mettiamo a tirare un carro, forse anche quando li torturiamo per divertirci nelle corride, o quando li vivisezioniamo per esperimento. sono cose che succedono più o meno anche tra loro. Ma la guerra? Sì, noi  dobbiamo una spiegazione agli animali, dobbiamo chieder loro scusa se ogni tanto mettiamo a soqquadro questo mondo che è anche il loro, se li tiriamo in ballo in affari che non li riguardano. 
    Ecco allora che entra in gioco l'ipocrisia umana. Facciamo degli animali morti o reduci non delle vittime ma degli eroi, tutti dediti alla nostra causa, caduti gridando evviva, li facciamo nostri complici, corresponsabili delle rovine che abbiamo causato: e commemoriamo le capre morte per il bene dell'umanità, erigiamo monumenti ai muli, diamo onorificenze ai piccioni. E, nella nostra ipocrisia, di quello che sarebbe un motivo di rimorso facciamo un motivo di orgoglio: "Ecco, vedete - diciamo - anche le capre, anche i piccioni sono con noi!".
    Però, se ci pensate bene, questo succede anche tra uomini: quanti monumenti dedicati agli eroi di una o di un'altra guerra non sarebbero più giusti, più reverenti, più morali, insomma meno ipocriti, se fossero dedicati alle vittime dell'una o dell'altra guerra.  

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 I bambini ci guardano è un film del 1943 diretto da Vittorio De Sica.
La serie di test nucleari denominati operazione Crossroads si riferisce alle detonazioni nucleari prodotte dagli Stati Uniti d'America nell'atollo di Bikini (Isole Marshall) nell'estate del 1946.

Serenella Iovino, Gli animali di Calvino, Doppiozero, 23 ottobre 2023

 Di recente ho pubblicato un libro che si intitola Gli animali di Calvino. Il sottotitolo però è un po’ bizzarro: Storie dall’Antropocene. “Che c’entra Calvino con l’Antropocene?”, vi chiederete. Domanda legittima. Sicuramente non lo aveva mai sentito nominare: in fondo, se ne parla solo da una ventina d’anni. Il fatto, però, che il nome non esistesse quando Calvino scriveva non significa che non esistesse l’Antropocene. E secondo me lui se n’era accorto benissimo: pensiamo alle città continue (Leonia!), o all’inquinamento industriale e nucleare della Nuvola di Smog o di Marcovaldo

Ora, l’Antropocene ha molti volti: riguarda i paesaggi, gli habitat naturali, l’atmosfera, i cambiamenti climatici, le infinite disuguaglianze che dividono le popolazioni umane di fronte ai rischi ambientali. Però a soffrire nell’Antropocene è in generale la vita planetaria, la biosfera: tutta, dai microrganismi alla “megafauna carismatica”. Non si tratta solo di estinzioni, quella è solo la punta dell’iceberg. La vita nell’Antropocene è sfruttata, dislocata, manipolata, confinata—ed è anche, spesso, incontrollabile: pensiamo alle invasioni di specie “aliene” come i granchi blu o le formiche di fuoco. Calvino queste dinamiche le vede e ce lo fa vedere, e nel libro seguo la sua traiettoria narrativa per mostrare come alcuni dei suoi animali (la formica argentina dell’omonima novella, i gatti e il coniglio di Marcovaldo, il gorilla albino di Palomar, la gallina “di reparto” degli Idilli difficili) siano personaggi esemplari attraverso cui si rivela l’Antropocene. 

Il libro voleva parlare della vita umana e non umana nell’Antropocene facendo parlare Calvino, e perciò si concentrava su quei cinque animali. Ognuno di loro costituiva uno spunto per far luce su fenomeni che viviamo tutti noi, a volte senza nemmeno accorgercene. Però gli animali di Calvino sono tanti, e mica tutti ci danno un messaggio geologico. Calvino è pieno di animali. Pensa animali, scrive animali, li sogna, li evoca. E allora, anche invitata da Marco Belpoliti, ho provato a fare un esperimento mentale che vi invito a fare con me. 

L’esperimento è questo: immaginiamo Italo Calvino senza animali. Che cosa succede? Per primi spariscono i suoi libri d’esordio, a cominciare dai titoli: I sentieri dei nidi di ragno e Ultimo viene il corvo. Li seguono a ruota La formica argentina e una buona parte di Fiabe italianeMarcovaldo e Cosmicomiche, incluso Ti con zero. I cavalli araldici e variamente bardati del Visconte dimezzato e del Cavaliere inesistente forse non sono così essenziali (anche se lo è Gurdulù, che in tutte le cose viventi si perde e si trova). Però senza animali Il barone rampante, storia di un uomo che vola, Cosimo, seguito da un cane che striscia, il bassotto Ottimo Massimo, si sfarina alle premesse: quel piatto di lumache. Le città invisibili smarriscono la felicità inconsapevole di Raissa, trainata da cani cavalli e uccelli, vivi e miniati; i pascoli, noti solo alle capre, di Cecilia, la «molto illustre città» in cui si mescolano i luoghi; le sfingi, le chimere, i draghi, le arpie, i liocorni, gli ircocervi, le idre, i basilischi e tutta la fauna immaginaria che sopravvive a Teodora, dove il dominio della specie umana passa per lo sterminio di tutte le altre; la natura una e bina di Marozia, città del topo e della rondine. Ma fermiamoci qui. Sotto il sole giaguaro non si illumina più, e perduti per sempre sono un bel numero di saggi, articoli di giornale, canzoni, traduzioni, reportage. Più di tutti però ci mancherebbe Palomar, dove animali troviamo dappertutto – e sono volanti, striscianti, ruminanti, fischianti, migranti, scacazzanti, dormienti, interi, squartati, liberi, rinchiusi, fraterni, simbolici, allegri, depressi, succubi, pronubi. Insomma, l’esperimento mentale ha dato un risultato chiaro e inequivocabile: non è possibile immaginare Calvino senza animali. Calvino è uno scrittore zoologico.

Lo stesso esperimento, è vero, lo si può fare con le pietre, le piante, la muta materia (in lui così inarrestabilmente parlante), i paesaggi e le città. Se «la fantasia è un posto dove ci piove dentro», nella fantasia di Calvino ci piovono dentro queste e infinite altre cose: la sua opera è per definizione e propensione «fuori del self» (Calvino 1988, p. 697; p. 733). Però qui si tratta di animali, e i suoi hanno una caratteristica particolare. Calvino infatti non si limita a parlarne o a farceli vedere, ma ci invita a vedere come loro vedono: come loro vedono se stessi e come vedono noi. Il che spesso ci aiuta anche a riflettere sugli animali che siamo. 

La sua avventura zoologica inizia presto. È il 1946 quando scrive alcuni articoli sull’Unità. “Le capre ci guardano” è il più noto: nell’estate del 1945 la Marina americana aveva deciso di fare test atomici al largo dell’Atollo di Bikini, e lui – giovanissimo ma al solito lucido e spiazzante – si chiede che cosa abbiano pensato le capre fatte saltare in aria sulle navi bersaglio, e aggiunge: «Come avranno giudicato noi uomini in quei momenti, nella loro logica che pure esiste, tanto più elementare, tanto più – stavo per dire – umana?» (Calvino 2001, vol. II, p. 2131). È già tutto qui l’umanesimo di Calvino: un umanesimo di lotta e non antropocentrico, dove l’antropomorfismo c’è, ma a ben guardare è una tattica di avvicinamento, una cerimonia di benvenuto in una terra comune, perché le differenze, in fondo, contano meno delle analogie. Lo dice soprattutto nel “Marxismo spiegato ai gatti”. È qui che viene fuori, dolcemente lapidaria, la sua filosofia: «Propendo – scrive – per una concezione dell’uomo come non staccato dal resto della natura» (Calvino 2001, vol. II, pp. 2133-2134). Sarà pure (e qui il suo darwinismo è imperfetto) un «animale più evoluto in mezzo ad altri animali» (Calvino 2001, vol. II, p. 2134), ma questo, ne deduce, ci obbliga a vedere una volta e per tutte quello che non vogliamo vedere. Per esempio, che gli animali che vivono con noi sono degli sfruttati. Però il cane e il gatto possono liberarsi e tornare a essere amici: basta riconoscere che il mito della loro “naturale” incompatibilità non è che un grande racconto volto a impedirne l’unione e l’emancipazione. Occorre un’educazione marxista anche per loro, sostiene: ed ecco qui il suo marxismo, più evoluto di quello di Marx.

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Ma avrebbe senso compilare un bestiario calviniano? Alla luce di quanto detto, la risposta è no. Un bestiario infatti presuppone un sistema di simboli, una morale, un metalinguaggio e una cosmologia. Nei bestiari gli unicorni simboleggiano la castità e i conigli fertilità e lussuria, i cani la fedeltà e i gatti l’inganno. In Calvino non è così. Anche gli animali che diciamo fantastici per lui sono presenze concrete, come a Teodora la «fauna dimenticata» nelle biblioteche, a contrastare l’estinzione con l’immaginazione. Ma in Calvino gli unicorni sono né più né meno che unicorni: animali altrettanto bizzarri di quelli che vivono fuori dai libri. Anche i conigli, lo abbiamo visto, sono conigli: piccole persone che ti guardano negli occhi, direbbe Anna Maria Ortese. 

Natalia Ginzburg riporta una delle ultime frasi di Calvino. Colpito dall’ictus, la testa fasciata, in ospedale a Siena, la figlia Giovanna gli chiese: «Chi sono io?» – «Tu sei la tartaruga», rispose (Ginzburg 2001, p. 109). No, Antropocene o meno, non è possibile immaginare Calvino senza animali. 

https://www.academia.edu/108337996/Italo_Calvino_e_altri_animali?email_work_card=view-paper


giovedì 6 agosto 2015

Hiroshima, un sommesso ricordo

Giuseppe Ceretti 
Hiroshima, cronaca della moderna Apocalisse 
Il Sole 24ore, 7 febbraio 2008  
 



Non è solo il sonno della ragione che genera mostri, non è solo l'odio razziale che spinge l'umanità verso il baratro. C'è anche una cupa e agghiacciante razionalità che percorre le vie del Male e semina morte in nome di un Bene presunto. Tale fu l'olocausto nucleare scatenato il 6 agosto 1945 quando un bombardiere americano scaricò l'atomica su Hiroshima. Kenzaburo Oe, premio Nobel per la letteratura nel 1994, ripercorre il cammino della moderna apocalisse. Note su Hiroshima è un saggio che si presenta sotto la forma di un racconto rivolto a tutti noi, al mondo, che non solo ha dimenticato, ma che pensa all'incubo nucleare come a qualcosa scacciato per sempre dall'orizzonte dell'umanità. Oe si è recato più volte a Hiroshima tra il 1963 e il 1965. Gli appunti di viaggio ricavati sono stati poi pubblicati a puntate dalla rivista Sekai e raccolti ora in un volume.
Le cronache di quel tempo ci restituiscono intatta la memoria dei dimenticati, gli hibakusha. Chi sono costoro? Letteralmente "coloro che sono stati colpiti dal bombardamento". I giapponesi coniarono il neologismo preferendolo a sopravvissuti o superstiti, termini che potevano suonare offensivi nei confronti dei defunti. Perché l'autore si decise a radunare i suoi scritti? C'era una ragione evidente: farsi parte attiva nella lotta al riarmo nucleare e promuovere la realizzazione di un libro bianco sui danni della bomba atomica. Quel mobilissimo intento si è trasformato in uno straordinario percorso dentro l'uomo:
"A Hiroshima sono riuscito per la prima volta a impugnare una chiave che mi ha permesso di scrutare a fondo l'autenticità umana. E, sempre a Hiroshima, ho avuto modo di cogliere gli aspetti più imperdonabili della mistificazione di cui l'essere umano è capace".
C'è una specificità che fa dell'olocausto giapponese un unicum nella storia. Hiroshima evoca la catastrofe finale causata dalla mutazione delle cellule e dunque degli esseri umani in qualcosa di mostruoso; è l'avvisaglia della fine del mondo e dell'estinzione della razza umana in quanto tale. In un libro pubblicato nel 1950, e di fatto boicottato, sono raccolte le straordinarie testimonianze della condizione umana dopo il bombardamento. Il titolo è l'unione di due parole giapponesi, pika, ovvero il bagliore e don, ovvero il fragore. Oe trascrive da Pikadon la testimonianza di una giovane donna, una hibakusha.
"Il muro di cemento che si ergeva davanti ai miei occhi era pieno di grossi squarci. Mi ci avvicinai perché mi sembrava che alla sua base vi stessero accoccolate delle persone scure come ombre… Erano quasi completamente nude e se ne stavano immobili una accanto all'altra; avevano la faccia e il corpo tutti gonfi e dello stesso colore brunastro, come lo avessero fatto apposta per assomigliarsi. Tra queste persone ce n'era una che non ci vedeva più. E poi ne notai subito un'altra che teneva in grembo un bambino dalla schiena con la pelle che pendeva tutta staccata, simile a una nespola marcita e privata della buccia. D'istinto tolsi lo sguardo. Quelle persone non accennavano a muoversi e continuavano a restarsene in silenzio, quasi che esse fossero sospese fra la vita e la morte".
Sono proprio gli hibakusha, i dimenticati del 6 agosto 1945, i veri protagonisti. Kenzaburo Oe squarcia il velo su un'umanità dolente, stretta tra il diritto al silenzio e il bisogno di testimonianza: "Hiroshima è un unico, immenso sepolcro a ogni angolo di strada". Nella città martire l'autore incontra quanti, con il loro eroismo quotidiano, hanno permesso di costruire basi medico-scientifiche alla lotta contro un mostro che si era presentato quella mattina d'estate con la mortale perfidia di corpi intatti, ma giù svuotati dalle radiazioni.
Gli eroi di Kenzaburo Oe sono i medici come Shigeto Fumio, direttore dell'ospedale della Croce Rossa, anch'egli colpito dalle radiazioni, instancabile non solo nell'opera di soccorso, ma nella costruzione della memoria scientifica di questa moderna e sconosciuta peste: "Ci vollero sette anni di scrupolose ricerche solo per determinare le prime certezze statistiche riguardo al legame tra radiazioni e leucemia".
Gli eroi di Kenzaburo Oe sono le persone comuni, lavoratori e intellettuali, come il vecchio filosofo Maritaki che, morente, pronuncia parole di speranza, poi tradite, in una moratoria mai davvero realizzata. Il racconto riflette l'immagine di una città sconvolta nel normale ciclo della vita, ma proprio qui, confessa Oe "ho scoperto il significato pieno dei concetti di umiliazione, vergogna e dignità".
Tutti noi che siamo scampati solo per caso all'olocausto atomico, è l'invito dell'autore, impariamo a considerare Hiroshima come parte intrinseca del Giappone e del mondo intero, cioè di noi stessi: "L'immane potenza di quell'arma malefica è stata mitigata dagli sforzi di quanti non hanno mai smesso di lottare alla ricerca di una pur minima speranza in un mare di disperazione, intravedendo il bene al di là dei confini del male".
E quindi uscimmo a riveder le stelle. L'ultimo verso dell'Inferno della Divina Commedia chiude la prefazione dell'appassionato libro di Kenzaburo Oe. E' una nota di speranza dell'autore, nonostante ogni evidenza contraria, arricchita da un singolare quanto toccante elogio all'edizione italiana. "La pubblicazione di Note su Hiroshima in italiano, una lingua che sa esprimere la speranza dopo il dolore in un modo così incantevole, costituisce per me un motivo di straordinaria gioia".






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Kenzaburo Oe
Note su Hiroshima
Traduzione di Gianluca Coci
Editrice Alet
pagg. 224