domenica 12 aprile 2026

L' uguaglianza, la Bibbia e Platone


Nel 1916, in piena guerra mondiale, Henri Barbusse pubblica "Il fuoco", un romanzo per il quale ottiene il premio Goncourt. Oggetto centrale del testo è l'esperienza di una squadra formata da una ventina di soldati schierati al fronte agli ordini di un caporale che si chiama Bertrand. Nel sottotitolo figura la parola "diario", ma in realtà si tratta di una rassegna per situazioni ed episodi, senza un vero ordine cronologico. C'è il fatto che le parti narrative sono scritte al presente e danno quindi una sensazione di immediatezza, di presa diretta. E tuttavia abbiamo a che fare con il resoconto fittizio di un'esperienza fittizia. Nel libro è presente un ampio sviluppo discorsivo con accenti profetici. Alla guerra come evento straordinario viene associato un messaggio sulle sorti future del mondo. La solennità dell'approccio traspare anche dal ricorso a una immagine biblica, tratta dall'Esodo (13, 21-22, traduzione di Giovanni Diodati): "E l'Eterno andava davanti a loro, di giorno in una colonna di nuvola, per guidarli nella via, e di notte in una colonna di fuoco per far loro luce, affinché potessero camminare giorno e notte. La colonna di nuvola non si ritirava mai davanti al popolo di giorno, né la colonna di fuoco la notte". Qui siamo nel prologo del racconto vero e proprio (La visione): "Questi grandi feriti consumati da una piaga interiore abbracciano con lo sguardo la furia degli elementi: guardano sulla montagna le esplosioni del tuono che sollevano la distesa delle nubi come un mare con ciascuna che proietta ad un tempo nel crepuscolo una colonna di fumo e una colonna di bruma". Poco più in là si passa al secondo capitolo che si apre con queste parole: "Il vasto cielo pallido si anima di colpi di tuono: ogni esplosione mostra ad un tempo, mentre si staccano da un lampo rossastro, una colonna di fuoco nel resto della notte e una colonna di bruma in quello che c'è già del giorno". Come se non bastasse l'immagine ritorna nel corso della narrazione a proposito di un bombardamento: "Sono veramente la colonna di fuoco e la colonna di bruma che turbinano e tuonano all'unisono".
La parte discorsiva del romanzo ha un andamento corale. Gli scambi tra i soldati della squadra "si rinnovano, si prolungano, si approfondiscono rediprocamente" (Philippe Baudorre). un tema che ritorna è la dura realtà della guerra, tanto necessaria quanto luttuosa, esecrabile e orrenda. Alla fine il racconto sconfina nell'utopia. Dopo una pioggia torrenziale che fa pensare al diluvio biblico, i combattenti approdano a una terra di nessuno dove si trovano anche, disarmati, i nemici. Prefigurazione di ciò che il mondo potrà essere o diventare dopo la guerra: "Tutti gli uomini dovrebbero mettersi d'accordo, attraverso la pelle e sul ventre di quelli che in un modo nell'altro li sfruttano. Tutte le moltitudini dovrebbero mettersi d'accordo. Tutti gli uomini dovrebbero essere uguali". È chiara l'ispirazione socialista dell'auspicio che promana dai soldati e che l'autore commenta in questi termini: "Questa presa di parola sembrava venire a noi come in soccorso". Sulla scia dell'uguagianza vengono richiamate le altre due parole della triade repubblicana, la fratellanza e la libertà. L'autore commenta dicendo che la fratellanza è un sogno, su di essa non si costruisce niente e la stessa cosa vale per la libertà "un concetto troppo relativo in una società in cui tutte le presenze si spezzettano a vicenda": "Ma l'uguaglianza è sempre valida. La libertà e la fraternità sono delle parole, mentre l'uguaglianza è una cosa".  Così il coro delle opinioni trova una direzione unica, quella della parola che "è una risposta a tutto". Ed ecco che il riferimento supremo ritorna in una sorta di esclamazione generale: - L'uguaglianza!...


A questo punto la successione delle battute in replica assume un diverso aspetto, lo sfondo biblico del diluvio e del ricorso celeste si allontana e ci si ritrova in un quadro che irresistibilmente fa pensare ai dialoghi di Platone. Entra in scena la kalogakathia*, la stretta associazione della bellezza e della bontà. 
Queste le sentenze formulate via via dagli aninimi interlocutori: 
"Sarebbe bello! dice l'uno.
Troppo bello per essere vero! dice l'altro.
Ma un terzo dice:
È bello perché è vero. Quindi non ha altre bellezze!... E il fatto che sia bello non garantisce che si avvererà. La bellezza è fuori corso quanto lo è l'amore. Essendo vero è perciò fatale". 
La profezia si mantiene su un tono di ambiguità che ne garantisce la forza senza legame con una scadenza o una previsione definita. 

(*) È nota la rilevanza che ha nella filosofia platonica la καλοκαγαθία. In greco antico, il termine  kalokagathìa è una parola composta che fonde la bellezza [καλός (kalòs): "bello"] e [καί (kài)] la bontà [ἀγαθός (agathòs): "buono"]. Per un greco dell'età classica (e per Platone in particolare), queste due qualità non potevano essere separate: la bellezza si presentava come il riflesso di una bontà interiore, mentre la bontà rifulgeva di una bellezza palese.

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