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martedì 14 ottobre 2025

Pasolini poeta riscoperto

Amaury da Cunha
"Trasumanar e organizzar": Pasolini dà stile al caos

Le Monde, 8 ottobre 2025

È sorprendente che Transhumaner et Organiser , l'ultima raccolta di poesie di Pier Paolo Pasolini (1922-1975) , pubblicata in Italia nel 1971, non fosse mai apparsa in francese prima di questa edizione di Lanskine, tradotta e riccamente annotata da Florence Pazzottu, una pubblicazione che celebra il cinquantesimo anniversario dell'assassinio del suo autore . Come si spiega questo? Probabilmente perché in Francia Pasolini è noto soprattutto per essere il grande regista di Accattone (1961),  Teorema (1968) e  Medea (1969), e la sua poesia, dedicata a mantenere "un rapporto disperato e teso con la realtà" , rimane poco conosciuta.

Tuttavia, nell'avventura artistica di Pasolini, la pratica della poesia precede l'esperienza del cinema. Iniziò a scrivere poesie negli anni Quaranta. Prima in friulano, un dialetto regionale, poi in italiano, in particolare con la pubblicazione di Le ceneri di Gramsci nel 1957 (Gallimard, 1973 e 2017; nuova traduzione Ypsilon, marzo 2025) .  Alla fine degli anni Cinquanta, la sua opera poetica, segnata da un rapporto sensuale con il linguaggio, mescolava violentemente l'intimo e il politico, il sacro e il profano. Fu elogiata dall'amico Alberto Moravia (1907-1990) , che lo considerava il più grande scrittore della sua generazione, un "poeta della sensibilità del mondo moderno " .

Nei primi anni '60, pur dedicandosi con passione al cinema, Pasolini non abbandonò la poesia. Questa compariva spesso nei suoi film. Una sequenza del cortometraggio  La Ricotta (1963) mostra Orson Welles (1915-1985) che legge questi versi da una raccolta di Pasolini, Poesia in forma di rosa (1964; Gallimard, 1973 e 2017; nuova traduzione Rivages poche, 2015): "Sono una forma del Passato/ Tutto il mio amore va alla tradizione/ Vengo dalle rovine, dalle chiese...". Nella copiosa opera di Pasolini, è difficile separare i testi dalle immagini cinematografiche. Il loro dialogo non è mai cessato.

Un periodo di intensa attività artistica e intellettuale

Eppure, quando  Transhumaner et Organiser apparve nel 1971, Pasolini non pubblicava poesie da quasi otto anni. "Avevo esaurito un certo universo linguistico, il piacere di certe scelte, di certe parole ", spiegò al traduttore Jean-Michel Gardair . "Ho cercato innanzitutto di rinnovarmi a tutti i costi, ma la forza di volontà non basta. Non c'è rinnovamento esteriore senza rinnovamento interiore. Ci voleva tempo".

Scritte tra il 1968 e il 1970, le oltre sessanta poesie che compongono questa raccolta si inseriscono in un periodo di intensa attività artistica e intellettuale, sullo sfondo di una crisi personale. Pasolini aveva appena terminato le riprese di  Teorema e dell'omonimo romanzo; stava lavorando al suo successivo lungometraggio, Medea , con la grande cantante Maria Callas (1923-1977) , mentre pubblicava una rubrica settimanale ("Caos") sulla rivista  Tempo . Transumano e organizzatore segnò il suo grande ritorno alla poesia e costituì una svolta nella sua opera letteraria.

Ormai "disilluso dalla poesia ", Pasolini non crede più nella bella lingua né nei miti classici che lo avevano esaltato da adolescente. "È giunto il momento della separazione ", scrive nel preambolo del libro. Scherzosamente, lo scrittore paragona la poesia a una "macchina" che trasporta il lettore da un argomento all'altro, pubblico o privato, al capriccio di una scrittura imprevedibile come il vento. "Per questo parlerò, non a nome mio, perché sono un poeta dell'aria / Quando, come una carezza sul corpo, e con il solo fatto di vivere, ci fa parlare". Pasolini cerca di dare "stile al caos". Nella rabbia o nella gioia, dà al lettore tutto ciò che può strappare al tumulto del mondo, o alla confusione della propria esistenza.

Ancorate all'attualità italiana, le poesie di Pasolini testimoniano gli "Anni di Piombo". Una delle più suggestive, "Patmos", fu scritta dopo l'attentato neofascista di Piazza Fontana a Milano, il 12 dicembre 1969, che causò la morte di 16 persone. In questa poesia, la voce di Pasolini accoglie quella di San Giovanni. Intreccia citazioni dall'Apocalisse con brevi necrologi delle vittime. "Carlo Garavaglia, 67 anni, presente! / Morta la moglie, era andato a vivere con la figlia sposata / la sua voce era come il fragore delle grandi acque". Di fronte alla brutalità della storia immediata, Pasolini trasforma il disastro in un canto liturgico. Il titolo del suo libro lo esprime chiaramente: "transumano", "trasumanar" in italiano, riprende un termine inventato da Dante (1265-1321), che designa il superamento mistico della condizione umana, associato a "organizzare", verbo frequentemente utilizzato dal filosofo marxista Antonio Gramsci (1891-1937) nella sua azione politica.

Messo da parte

Questi ultimi versi del "poeta-buffone" rivelano anche una vena più intimista. Pasolini appare solo, emarginato dal mondo quanto da se stesso: "Per natura sono nella mischia / per età sono fuori". La rottura con l'amante e attore Ninetto Davoli lo ispira a scrivere testi toccanti sull'affetto, su questo "sentirsi aperto alla vita dell'altro" che lo scrittore contrappone all'illusione fusionale dell'amore. "Sono insaziabile della nostra vita / perché una cosa unica al mondo non si esaurisce mai ", scrive all'uomo che ama di più.

Il poeta cercò a tutti i costi di preservare questa vitalità sentimentale attraverso la scrittura. A Maria Callas, con la quale intrattenne un'intensa amicizia romantica, dedicò otto poesie: visioni barocche in cui la diva, fino ad allora muta, si trasforma in mendicante, cantando ancora una volta sotto il cielo del Pireo: "Una gioia semplice fluttua sopra la disperazione".

Ci sono molte ombre e pesantezze in Transhumaner et Organiser. La voce profetica di Pasolini sembra tesa verso l'idea stessa della sua scomparsa. Lo scrittore evoca i suoi vagabondaggi sessuali nelle periferie delle città: abbracci ripetuti che non riescono mai a placarlo. "Il mio corpo è attratto dal pieno / dove già regna la morte". E poi emerge questa luminosa evocazione di Ostia, nella periferia costiera di Roma – proprio il luogo dove, il 2 novembre 1975, Pasolini sarebbe stato picchiato a morte e poi schiacciato da un'Alfa Romeo, in un sordido terreno abbandonato.

Versi tratti da Trasumanar e organizzar

Bisogna essere molto forti
per amare la solitudine; bisogna avere buone gambe
e una resistenza fuori dal comune; non si deve rischiare
raffreddore, influenza e mal di gola; non si devono temere
rapinatori o assassini; se tocca camminare
per tutto il pomeriggio o magari per tutta la sera
bisogna saperlo fare senza accorgersene; da sedersi non c'è;
specie d'inverno; col vento che tira sull'erba bagnata,
e coi pietroni tra l'immondizia umidi e fangosi;
non c'è proprio nessun conforto, su ciò non c'è dubbio,
oltre a quello di avere davanti tutto un giorno e una notte
senza doveri o limiti di qualsiasi genere.

Il sesso è un pretesto. Per quanti siano gli incontri
- e anche d'inverno, per le strade abbandonate al vento,
tra le distese d'immondizia contro i palazzi lontani,
essi sono molti – non sono che momenti della solitudine;
più caldo e vivo è il corpo gentile
che unge di seme e se ne va,
più freddo e mortale è intorno il diletto deserto;
è esso che riempie di gioia, come un vento miracoloso,
non il sorriso innocente, o la torbida prepotenza
di chi poi se ne va; egli si porta dietro una giovinezza
enormemente giovane; e in questo è disumano,
perché non lascia tracce, o meglio, lascia solo una traccia
che è sempre la stessa in tutte le stagioni.

https://www.lemonde.fr/livres/article/2025/10/08/transhumaner-et-organiser-pier-paolo-pasolini-donne-du-style-au-chaos_6645395_3260.html?search-type=classic&ise_click_rank=1

mercoledì 30 ottobre 2024

Pasolini com'era


 


Aldo Cazzullo  Roberta Scorranese, Io, Moravia e le voci che scrivesse per me
Corriere della Sera, 30 ottobre 2024
Intervista a Dacia Maraini 


«Per anni, in tanti hanno sostenuto che l’autrice dei miei libri non fossi io». Dacia Maraini si racconta. «Pasolini si ritraeva se una donna lo toccava. Vanoni una grande amica».


Lei scrive il suo romanzo d’esordio, «La vacanza», dopo la separazione da Pozzi e nel dolore per il figlio perduto.

«E con i pregiudizi che all’epoca accompagnavano una donna aspirante scrittrice. Finii La vacanza e cominciai a proporlo agli editori. I commenti erano sempre del tipo “bravina, ma perché non se ne sta a casa invece di scrivere?”. Solo l’editore Lerici rispose, ma pose una condizione: che la prefazione fosse firmata da uno scrittore famoso».

E il più famoso di tutti, Alberto Moravia, accettò.

«Stendhal diceva che ci si innamora delle persone che fanno bene il mestiere che ci appassiona. Fu questa la prima impressione che ebbi di Alberto. Serio, attento, generoso. Non ha aiutato soltanto me, ma molti altri giovani. Purtroppo per decenni in tanti hanno sostenuto che i libri me li scriveva lui».

Lei era bellissima, e questo forse con Moravia la aiutò.

«Non andò così, il primo approccio fu al contrario puramente letterario. Insomma, non ci provò».

Lei aveva poco più di vent’anni. Quando vinse il Premio Formentor, il Corriere scrisse che la somma del riconoscimento assegnato «alla bella esordiente a qualcuno sono parsi un riconoscimento eccessivo».

«Ma non erano solo gli uomini ad attaccarmi. Maria Bellonci, madre del Premio Strega, commentò: “Questa ragazza ne deve mangiare di minestre prima di diventare una scrittrice”. Ma io sentivo di vivere dentro una grande famiglia, fatta di scrittori, registi, poeti. Ci vedevamo a Roma da Rosati. Ci trovavi Garboli, Citati, Bassani. Si andava a cena con Fellini, lui mi chiamava Dacina. Tutti pensavamo che fosse solo lui a tradire Masina, ma poi più tardi abbiamo scoperto che anche lei ha avuto vari amori».

In effetti Valentina Cortese ha raccontato che suo marito la tradiva con Giulietta.

«Giulietta e Federico erano alla pari». 
Com'era la vita con Moravia?

«Aveva una vitalità inesauribile. Una volta andammo in Africa con Pasolini. Avevamo viaggiato tutto il giorno sulla jeep, arrivammo stanchissimi e impolverati in un villaggio. Alberto non volle sentire ragioni e ci trascinò a ballare».

Con Pasolini siete stati in Africa altre volte.

«Arrivammo in un luogo remoto, eravamo io, Alberto, Pier Paolo, Franco Citti, Ninetto Davoli. Si sparse la voce che in quel villaggio viveva una tribù di cannibali che si nutriva del cervello per appropriarsi dell’intelligenza. Eravamo tutti spaventati. A un certo punto Citti disse a Davoli: “A Nine’, prima se magneranno Moravia, Pasolini, Dacia. Arriveranno a noi che so’ sazi...”. Ridemmo molto».

Moravia e Pasolini.

«Alberto era tutta ragione, Pierpaolo tutta sensualità. Andammo in India. Al ritorno uno scrisse Un’idea dell’India, l’altro L’odore dell’india».

Pasolini.

«Affettuosissimo. Ma senza contatto fisico, perché lui si ritraeva davanti al tocco di una donna. Una volta, in osteria al ghetto, cadde a terra. Ulcera. Perdeva sangue. Lo presi tra le braccia e non dimenticherò mai il suo sguardo: era come se stesse guardando sua madre. Non è vero che non si sia mai innamorato delle donne. Ha amato Maria Callas, ma era un amore senza fuoco, di testa. Lei ne soffrì, avrebbe voluto di più. Però lui nel corpo femminile ritrovava sua madre».
Cercava i ragazzi.

«Ma per sedurli, non per usare violenza. Eravamo in Africa, io lui e Alberto. Pier Paolo uscì, cercava amore. Tornò che era tardi, sconsolato. Ci disse che un giovane lo aveva rifiutato quasi con terrore, facendosi il segno della croce, come per allontanare un demonio. Ne era rimasto colpito, non capiva perché altri vedessero violenza nella sua ricerca dell’altro. Lui, che era profondamente cristiano e mai avrebbe voluto fare del male a qualcuno».

Lei collaborò alla sceneggiatura de «Il fiore delle mille e una notte», il penultimo film di Pasolini.

«Sul set avevamo bisogno di un leone. L’animale arrivò con il domatore, ci assicurarono che era innocuo. Ma a un certo punto piantò le zampe sulle spalle di Ninetto Davoli, lo ferì in modo abbastanza serio. Ci prendemmo un grande spavento. Ninetto urlava. E il domatore: “Tranquilli, vuole solo giocare!”».

Dov’era quando le dissero che Pasolini era morto?

«A Rimini, a un incontro femminista. Non volevo crederci, aveva appena 53 anni, era sano, pieno di progetti. Non toccava alcol, beveva solo latte, anche a tavola: suo padre era diventato alcolista dopo essere stato in un campo di concentramento in Africa e usava violenza contro la moglie. L’amore di Pier Paolo per la madre nasce da questo».

Che idea si è fatta di quella notte del 2 novembre 1975, a Ostia?
«Se finora non è emersa una verità chiara, qualcosa dietro deve esserci. Un mistero più grande di noi».

...

Moravia ha influenzato la sua scrittura?
«No, semmai l’ha fatto mio padre. Moravia si rifiutava di rivedere i miei scritti, per me non voleva essere un maestro».

Lo sogna spesso?

«Sogno spesso Pasolini. Ed è sempre giovane e bello».






domenica 30 ottobre 2016

Pasolini secondo Moravia



 Alberto Moravia
Ma che cosa aveva in mente?
“L’Espresso”,
9 novembre 2015

Chi era, che cercava Pasolini? In principio c’è stata, perché non ammetterlo?, l’omosessualità, intesa però nella stessa maniera dell’eterosessualità: come rapporto con il reale, come filo di Arianna nel labirinto della vita. Pensiamo un momento solo alla fondamentale importanza che ha sempre avuto nella cultura occidentale l’amore; come dall’amore siano venute le grandi costruzioni dello spirito, i grandi sistemi conoscitivi; e vedremo che l’omosessualità ha avuto nella vita di Pasolini lo stesso ruolo che ha avuto l’eterosessualità in quella di tante vite non meno intense e creative della sua.
Accanto all’amore, in principio, c’era anche la povertà. Pasolini era emigrato a Roma dal Nord, si guadagnava la vita insegnando nelle scuole medie della periferia. È in quel tempo che si situa la sua grande scoperta: quella del sottoproletariato, come società rivoluzionaria, analoga alle società protocristiane, ossia portatrice di un inconscio messaggio di ascetica umiltà da contrapporre alla società borghese edonista e superba.
Questa scoperta corregge il comunismo, fino allora probabilmente ortodosso di Pasolini; gli dà il suo carattere definitivo. Non sarà, dunque, il suo, un comunismo di rivolta, e neppure illuministico; e ancor meno scientifico; né insomma veramente marxista. Sarà un comunismo populista, “romantico”, cioè animato da una pietà patria arcaica, un comunismo quasi mistico, radicato nella tradizione e proiettato nell’utopia. È superfluo dire che un comunismo simile era fondamentalmente sentimentale (do qui alla parola “sentimentale” un senso esistenziale, creaturale e irrazionale). Perché sentimentale? Per scelta, in fondo, culturale e critica; in quanto ogni posizione sentimentale consente contraddizioni che l’uso della ragione esclude. Ora Pasolini aveva scoperto molto presto che la ragione non serve ma va servita. E che soltanto le contraddizioni permettono l’affermazione della personalità. Ragionare è anonimo; contraddirsi, personale.
Le cose stavano a questo punto quando Pasolini scrisse Le ceneri di Gramsci, La religione del nostro tempo, Ragazzi di vita, Una vita violenta e esordì nel cinema con Accattone. In quel periodo, che si può comprendere tra gli anni Cinquanta e gli anni Sessanta, Pasolini riuscì a fare per la prima volta nella storia della letteratura italiana qualche cosa di assolutamente nuovo: una poesia civile di sinistra.
La poesia civile era sempre stata a destra in Italia, almeno dall’inizio dell’Ottocento a oggi, cioè da Foscolo, passando per Carducci su su fino a D’Annunzio. I poeti italiani del secolo scorso avevano sempre inteso la poesia civile in senso repressivo, trionfalistico ed eloquente. Pasolini riuscì a compiere un’operazione nuova e oltremodo difficile: il connubio della moderna poesia decadente con l’utopia socialista. Forse una simile operazione era riuscita in passato soltanto a Rimbaud, poeta della rivoluzione e tuttavia, in eguale misura, poeta del decadentismo. Ma Rimbaud era stato assistito da tutta una tradizione giacobina e illuministica. La poesia civile di Pasolini nasce invece miracolosamente in una letteratura da tempo ancorata su posizioni conservatrici, in una società provinciale e retriva.

Questa poesia civile, raffinata, manieristica ed estetizzante che fa ricordare Rimbaud e si ispirava a Machado e ai simbolisti russi, era tuttavia legata all’utopia di una rivoluzione sociale e spirituale che sarebbe venuta dal basso, dal sottoproletariato, quasi come una ripetizione di quella rivoluzione che si era verificata duemila anni or sono con le folle degli schiavi e dei reietti che avevano abbracciato il cristianesimo. Pasolini supponeva che le disperate e umili borgate avrebbero coesistito a lungo, vergini e intatte, con i cosiddetti quartieri alti, fino a quando non fosse giunto il momento maturo per la distruzione di questi e la palingenesi generale: pensiero, in fondo, non tanto lontano dalla profezia di Marx secondo il quale alla fine non ci sarebbero stati che un pugno di espropriatori e una moltitudine di espropriati che li avrebbero travolti. Sarebbe ingiusto dire che Pasolini aveva bisogno, per la sua letteratura, che la cosa pubblica restasse in questa condizione; più corretto è affermare che la sua visione del mondo poggiava sull’esistenza di un sottoproletariato urbano rimasto fedele, appunto, per umiltà profonda e inconsapevole al retaggio di un’antica cultura contadina.
Ma a questo punto è sopravvenuto quello che, in maniera curiosamente derisoria, gli italiani chiamano il “boom” , cioè si è verificata ad un tratto l’esplosione del consumismo. E cos’è successo col “boom” in Italia, e per contraccolpo nella ideologia di Pasolini? È successo che gli umili, i sottoproletari di Accattone e di Una vita violenta, quegli umili che nel Vangelo secondo Matteo Pasolini aveva accostato ai cristiani delle origini, invece di creare i presupposti di una rivoluzione apportatrice di totale palingenesi, cessavano di essere umili, nel duplice senso di psicologicamente modesti e di socialmente inferiori, per diventare un’altra cosa. Essi continuavano naturalmente ad essere miserabili, ma sostituivano la scala di valori contadina con quella consumistica. Cioè, diventavano, a livello ideologico, dei borghesi.
Questa scoperta della borghesizzazione dei sottoproletari è stata per Pasolini un vero e proprio trauma politico, culturale e ideologico. Se i sottoproletari delle borgate, i ragazzi che attraverso il loro amore disinteressato gli avevano dato la chiave per comprendere il mondo moderno, diventavano ideologicamente dei borghesi prim’ancora di esserlo davvero materialmente, allora tutto crollava, a cominciare dal suo comunismo populista e cristiano. I sottoproletari del Quarticciolo erano, oppure aspiravano, il che faceva lo stesso, ad essere dei borghesi; allora erano o aspiravano a diventare borghesi anche i sovietici che pure avevano fatto la rivoluzione nel 1917, anche i cinesi che avevano lottato per più di un secolo contro l’imperialismo, anche i popoli del Terzo mondo che una volta si erano configurati come la grande riserva rivoluzionaria del mondo.

Non è esagerato dire che il comunismo irrazionale di Pasolini non si è più risollevato dopo questa scoperta. Pasolini è rimasto, questo sì, fedele all’utopia, ma intendendola come qualche cosa che non aveva più alcun riscontro nella realtà e che di conseguenza era una specie di sogno da vagheggiare e da contemplare ma non più da realizzare e tanto meno da difendere e imporre come progetto alternativo e inevitabile.
Da quel momento Pasolini non avrebbe più parlato a nome dei sottoproletari contro i borghesi, ma a nome di se stesso contro l’imborghesimento generale. Lui solo contro tutti. Di qui l’inclinazione a privilegiare la vita pubblica, purtroppo borghese, rispetto alla vita interiore, legata all’esperienza dell’umiltà. Nonché una certa ricerca dello scandalo non già a livello del costume ma a quello della ragione. Pasolini non voleva scandalizzare la borghesia, troppo consumistica ormai per non consumare anche lo scandalo. Lo scandalo era diretto contro gli intellettuali, che, loro sì, non potevano fare a meno di credere ancora nella ragione. Di qui pure un continuo intervento nella discussione pubblica, basato su una sottile e brillante ammissione, difesa e affermazione delle proprie contraddizioni.
Ancora una volta Pasolini si teneva alla propria esistenzialità, alla propria creaturalità. Solo che un tempo l’aveva fatto per sostenere l’utopia del sottoproletariato salvatore del mondo; e oggi lo faceva per criticare la società consumista e l’edonismo di massa. Aveva scoperto che il consumismo era penetrato ormai ben dentro l’amata civiltà contadina. Ciononostante, questa scoperta non l’aveva allontanato dai luoghi e dai personaggi che un tempo, grazie ad una straordinaria esplosione poetica, l’avevano così potentemente aiutato a crearsi la propria visione del mondo. Affermava in pubblico che la gioventù era immersa in un ambiente criminaloide di massa; ma in privato, a quanto pare, si illudeva pur sempre che ci potessero essere delle eccezioni a questa regola.
La sua fine è stata al tempo stesso simile alla sua opera e dissimile da lui. Simile perché egli ne aveva già descritto, nei suoi romanzi e nei suoi film, le modalità squallide e atroci, dissimile perché egli non era uno dei suoi personaggi bensì una figura centrale della nostra cultura, un poeta che aveva segnato un’epoca, un regista geniale, un saggista inesauribile.

Fonte: http://www.centrostudipierpaolopasolinicasarsa.it/molteniblog/pasolini-un-ricordo-di-moravia-del-novembre-1975/

lunedì 2 novembre 2015

Moravia, Orazione funebre per Pasolini



Poi abbiamo perduto anche il simile. Cosa intendo per simile: intendo che lui ha fatto delle cose, si è allineato nella nostra cultura, accanto ai nostri maggiori scrittori, ai nostri maggiori registi. In questo era simile, cioè era un elemento prezioso di qualsiasi società.

Qualsiasi società sarebbe stata contenta di avere Pasolini tra le sue file. Abbiamo perso prima di tutto un poeta. E poeti non ce ne sono tanti nel mondo, ne nascono tre o quattro soltanto in un secolo (applausi).

Quando sarà finito questo secolo, Pasolini sarà tra i pochissimi che conteranno come poeta. Il poeta dovrebbe esser sacro.

Poi abbiamo perduto anche un romanziere. Il romanziere delle borgate, il romanziere dei ragazzi di vita, della vita violenta. Un romanziere che aveva scritto due romanzi anch’essi esemplari, i quali accanto a un’osservazione molto realistica, c’erano delle soluzioni linguistiche, delle soluzioni, diciamo così, tra il dialetto e la lingua italiana che erano anch’esse stranamente nuove.

Poi abbiamo perso un regista che tutti conoscono no? Pasolini fu la lezione dei giapponesi, fu la lezione del cinema migliore europeo. Ha fatto poi una serie di film alcuni dei quali sono così ispirati a quel suo realismo che io chiamo romanico, cioè un realismo arcaico, un realismo gentile e al tempo stesso misterioso. Altri ispirati ai miti, il mito di Edipo per esempio. Poi ancora al grande suo mito, il mito del sottoproletariato, il quale era portatore, secondo Pasolini, e questo l’ha spiegato in tutti i suoi film e i suoi romanzi, era portatore di una umiltà che potrebbe riportare a una palingenesi del mondo.

Questo mito lui l’ha illustrato anche per esempio nell’ultimo film, che si chiama Il Fiore delle Mille e una notte. Lì si vede come questo schema del sottoproletariato, questo schema dell’umiltà dei poveri, Pasolini l’aveva esteso in fondo a tutto il Terzo mondo e alla cultura del Terzo mondo. Infine, abbiamo perduto un saggista. Vorrei dire due parole particolari su questo saggista. Ora il saggista era anche quello una nuova attività e a cosa corrispondeva questa nuova attività? Corrispondeva al suo interesse civico e qui si viene a un altro aspetto di Pasolini. Benché fosse uno scrittore con dei fermenti decadentistici, benché fosse estremamente raffinato e manieristico, tuttavia aveva un’attenzione per i problemi sociali del suo paese, per lo sviluppo di questo paese. Un’attenzione diciamolo pure patriottica che pochi hanno avuto. Tutto questo l’Italia l’ha perduto, ha perduto un uomo prezioso che era nel fiore degli anni. Ora io dico: quest’immagine che mi perseguita, di Pasolini che fugge a piedi, è inseguito da qualche cosa che non ha volto e che è quello che l’ha ucciso, è un’immagine emblematica di questo paese. Cioè un’immagine che deve spingerci a migliorare questo paese come Pasolini stesso avrebbe voluto (applausi).

mercoledì 5 novembre 1975
  
 
Pasolini e Moravia

domenica 15 marzo 2015

Dacia Maraini su Moravia

Antonio Gnoli
Dacia Maraini
"Ho vissuto di amori e di successi ora fuggo dal vortice delle passioni"













 ... Otto anni a Palermo. Alla fine decisi di raggiungere mio padre a Roma, dove viveva in un misero appartamento di piazza Bologna.
Ma suo padre non insegnava?
No, faceva ricerca, scriveva. Ma la cattedra l'avrebbe avuta solo anni dopo, a Firenze. Insomma non ce la passammo bene. I primi soldi cominciai a guadagnarli come segretaria. Poi divenni hostess della Pan Am. Stava cambiando il vento. Il boom economico allontanò definitivamente lo spettro della povertà. Mi sposai con un pittore, Lucio Pozzi. Un matrimonio durato quattro anni. Ero incinta quando Lucio decise di andarsene. E io persi il figlio. Al settimo mese. Crollò il mondo.
Cosa si prova in quelle circostanze?
Si crea un grande vuoto. Pensavo di non avere più scopo nella vita. Mi sentivo inutile. Mi svegliavo la mattina nella spernza che fosse già notte. Fu dura rimettermi. Cominciai a vivere da sola e a scrivere. Scrissi il mio primo romanzo di esordio e lo portai all'editore Lerici. Mi disse: bimba mia, se vuoi che te lo pubblichi, devi procurarti la prefazione di un grande scrittore. Un giorno, in un bar, mi presentarono Alberto Moravia. Gli chiesi timidamente se voleva leggere il mio manoscritto. Gli piacque. Da lì cominciò la nostra lunga storia di tenerezza e amore.
Quanto durò?
All'incirca quindici anni. Quando ci mettemmo insieme era già separato da Elsa Morante che in quel momento viveva una passione travolgente per Luchino Visconti. Era attratta dall'ambiguità sessuale. Nonostante ciò, non volle mai divorziare da Moravia.
Non era una donna semplice.
No, non lo era. La mia conoscenza di lei cincise in parte con il dramma della morte di Bill Morrow. Un artista che Elsa conobbe alla fine degli anni Cinquanta e di cui si innamorò disperatamente. Bill si gettò da un grattacielo di New York. Forse era drogato. Non si seppe mai se volle suicidarsi o se pensava di poter volare. Era il 1962. Appresi della sua fine una sera. Insieme ad Alberto c'era Pier Paolo.
Intende Pasolini?
Sì, con Alberto erano molto amici. Ci vedevamo spessissimo. Cene, discussioni, viaggi.
C'erano differenze importanti tra Moravia e Pasolini?
Alberto era cartesiano, mentre Pier Paolo era a suo modo un sensitivo, credeva nell'intuito. Aveva spesso un tono profetico. In comune c'era uno sguardo profetico sulla società italiana. Tra l'altro, le cose che Pasolini avrebbe sostenuto - la mercificazione e l'omologazione dell'individuo - Moravia le aveva scritte molto prima nel saggio L'uomo come fine che uscì nel 1946.
... Moravia cosa pensava di sé scrittore?
Non aveva nessuna sicurezza e non si mai sentito superiore agli altri. Era come se ogni volta ricominciasse da capo.
In che senso?
Odiava ripetere certe formule narrative. Per uno che aveva fatto un esordio folgorante con Gli indifferenti poteva apparire come comodo ripeterne gli schemi e le tematiche. Lui non l'ha fatto. Ha sempre camminato su un campo minato.
... Era curioso di tutto e di tutti. Disponibile alla vita. Meno alla letteratura.
La giudicava un territorio privatissimo?
Forse. Ricordo che quando a Parigi incontravamo Calvino, Sciascia, Ripellino erano cene bellissime. Si chiacchierava di tutto. Ma i romanzi restavano quasi sempre fuori dalla porta di casa. Alberto parlava un francese perfetto. Certe sere vedevamo Michel Butor e Marguerite Duras. E tutta l'attenzione della conversazione era per il mondo e le cose che vi accadevano. 



mercoledì 26 marzo 2014

La forma romanzata del terrorismo

Bruno Pischedda
Terrorismo senza romanzo
Il Sole 24 ore, 17 marzo 2014

È un giovane studioso proveniente dall'università di Trento, Gabriele Vitello; e non si può dire che il suo Album di famiglia: gli anni di piombo nella narrativa italiana scansi taluni fraseggi acerbi e riduzionismi parapolitici. Tuttavia l'indagine che egli conduce ha un sicuro valore storiografico; si esercita su un corpo di testi singolarmente vasto, compone riflessioni psicosociali con una serrata analisi tematica e figurale. Soprattutto dispone la materia su un doppio versante cronologico: da un lato i precursori del romanzo a sfondo terroristico (la Ginzburg di Caro Michele, Sciascia del Contesto, Moravia con La vita interiore, Parise per L'odore del sangue). Dall'altro, facendo data agli anni Novanta, una profluvie di opere che rendono la violenza settaria un pimento quasi obbligato nel quadro delle patrie lettere: Consolo, Tabucchi, Ortese, Carlotto, Genna, e ancora Givone, Sartori, fino a Culicchia, Lidia Ravera, Walter Veltroni e altri molti.
Validamente introdotto da Raffaele Donnarumma, il volume insiste invero su un particolare e frequentatissimo sottotipo, il romanzo terroristico di angolatura familiare. Nonostante l'argomento trascelto, esso sarebbe caratterizzato da un moto a ritroso, che procede dagli istituti di convivenza collettiva verso un'angusta intimità borghese e piccolo borghese. Un rinculo valido senz'altro a occultare le inquietudini seminate dai gruppi combattenti tra il popolo e settori non infimi di classe operaia. Ma che in ogni caso favorisce alcune costanti compositive: il primato drammaturgico accordato ai terroristi anziché alle vittime; l'ellissi o la trasfigurazione nel ricordo delle loro gesta cruente, ovviando agli estremi di un "realismo traumatico" più consono al noir; l'aggirarsi in queste storie di tanti intellettuali-scrittori, costantemente alle prese con difficoltà cognitive e crisi di ruolo; la sovrabbondanza delle figure femminili, infine, latrici di un perturbante che ha nel sesso la sua metafora maggiore (un sesso concepito dapprima come liberazione, Marcuse, Reich, e ora veicolo di fantasie mortuarie, autodistruttive, in sintonia con il rapido declinare dei movimenti di protesta).
Sono molte le questioni sollevate da Vitello, inteso a vagliare il ricco immaginario che in questi romanzi si esprime. Tra di esse, una ha però valore strategico, e riguarda l'obsolescenza dello schema edipico che per lungo tempo ha sovrinteso alla chiarificazione di simili fenomeni. Le scelte dei terroristi, se esaminate in prospettiva parentale, non valgono più come rivolta contro un padre autoritario e castratore; si presentano anzi come reagente alla sua "evaporazione", alla sua assenza o fondamentale inettitudine. È insomma su una pista lacaniana, ravvivata dalle ricerche di Luigi Zoja e Massimo Recalcati, che il giovane autore s'incammina con maggior convinzione. Edipo – spiega – poteva ben fungere da grimaldello per autori modernisti come Kafka, Pirandello, Tozzi o Svevo; la cui aggressione nei confronti dell'imago paterna consentiva un'efficace sintesi di "contenuto" e "forma del contenuto".
Ora una simile opportunità espressiva sembra perduta, e ci restano dozzine di testi impegnati a ricucire con una buona dose di nostalgia i legami infranti. Eccettuando i lavori di Parise* o di Sartori**, per i quali è spesa qui qualche parola di apprezzamento, ne viene una visione di tipo consolatorio, quando non decisamente regressivo.
D'accordo, nessuno dei romanzi in esame, familista o noir, si è poi affermato come il romanzo del terrorismo. E mancando un capostipite prestigioso, la galassia dei testi affini non ha poi dato luogo a un vero e riconosciuto genere. Andrebbe tuttavia segnalato un più ricco plesso di problemi: affinché si stabilisca un genere, non basta la presenza di un tema potentemente sentito, di grande importo simbolico; e neppure è prefigurabile in alcun modo l'insorgere di un capolavoro che funga da elemento catalizzatore. Necessita allo scopo un talento d'eccezione, quindi l'apporto non secondario del pubblico leggente, della critica; occorre che sia fausto il contesto in cui esso si inscrive. Nel secondo Ottocento mancò a questo obiettivo il romanzo cosiddetto parlamentare; lo stesso si può osservare negli anni Settanta del Novecento per il romanzo apocalittico, pure di lì in poi prediletto dai nostri scrittori. Vitello porta ad esempio positivo il tema della lotta antifascista, che certamente parve suscitare la costituzione di un genere, perché implicava collettività, epos. Tuttavia i manuali preposti prendono in considerazione la letteratura resistenziale, non il romanzo resistenziale.
I moti che nell'universo del romanzo conducono a sottospecie ben identificabili e dotate di prestigio restano in realtà per buona parte oscuri: conosciamo le leggi generali della gravitazione letteraria, non le dinamiche minute da cui emergono o non emergono singoli agglomerati planetari. Ci manca, per così dire, una teoria unificata, e nemmeno sembra che oggi siano in molti a cercarla.
D'altronde – ultima questione degna di nota –, Vitello chiede molto al romanzo terrorista. Vuole che abbia un significato analitico, conoscitivo, così da «influire sulla nostra percezione del passato». A indisporlo non è soltanto il tragicismo degradato, o la «figuralità nebulosa e narcisisticamente autoreferenziale» a cui tanto spesso si concede. Il punto è il travisamento sistematico di ciò che il terrorismo è stato in termini storici. Vuole insomma il romanzo realista, nella fattispecie del romanzo sociale: ahimè, uno tra i sottotipi più misconosciuti della nostra tradizione recente; ma unico, a suo avviso, in grado di preservare il retaggio letterario dall'invadenza mediatica, filmica, televisiva. È un'ipotesi diffusa, e gravata di alquanto massimalismo deprecatorio. Occorreva in ogni caso articolarla più nitidamente, per discuterne meglio, se non altro.

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(*) Qui il riferimento è a L'odore del sangue, su cui si può vedere http://www.italialibri.net/opere/odoredelsangue.html
(**) 
La “guerra” è la protagonista del romanzo di Giacomo Sartori (Anatomia della battaglia), incarnata dalla figura di un nonno forse colpevole di deportazioni di prigionieri e forse anche di ebrei, un padre fascista, “soldato” in battaglia contro gli altri e contro se stesso per tutta la sua vita, e un figlio che all’età di quindici anni entra a far parte di un gruppo di estrema sinistra e partecipa alla lotta armata.
Il figlio ormai quarantenne racconta la storia della sua famiglia, racconta la sua esperienza di terrorista che si inserisce tra le tante esperienze vissute nel corso della vita nel tentativo di costruire la sua identità, di formarsi come individuo che vuole sradicare l’odio tramandatogli dal padre e dal nonno.
Solo il desiderio di scrivere, vivo in lui fin da bambino, e la sua realizzazione in età adulta riesce, in parte, a farlo uscire da quella sorta di torpore e di passività che lo hanno caratterizzato nelle sue scelte di vita anche quella di partecipare alla lotta armata. Il racconto si costruisce su una continua alternanza di passato e presente, spiazzando a volte il lettore che non capisce bene dove si trova. (Sabina Gola)

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 l’Unità 4.4.14
Che cosa è successo veramente durante gli «anni di piombo»?
risponde Luigi Cancrini


Ripropongo alcune domande sugli «anni di piombo». Com’è possibile che, in un mondo dominato da Gladio, Cia, P2 etc, si siano potuto costituire organizzazioni tipo Brigate rosse e Prima linea? I pentiti muoiono in carcere. E gli irriducibili dove sono sistemati? MICHELE SCHIAVINO
Un romanzo di Alberto Garlini, La legge dell’odio, ricostruisce in modo a mio avviso molto efficace quello che accadde in quel periodo. Brigate Rosse e Prima Linea erano organizzazioni di estrema sinistra infiltrate e manovrate, come i loro avversari dell’estrema destra, dai servizi segreti. Che usavano le loro follie per organizzare attentati e rapimenti utili ad alimentare un clima di tensione e a eliminare o intimidire i protagonisti di un cambiamento politico in atto nel tempo in cui i successi elettorali del Pci facevano paura all’ortodossia della guerra fredda e dei blocchi contrapposti. Il caso Moro in cui il fanatismo di un gruppo di pazzi venne utilizzato per evitare che i comunisti partecipassero al governo del Paese è esemplare da questo punto di vista. I gruppi eversivi erano tutti infiltrati da agenti dei servizi segreti, d’altra parte, come confessò a me l’ufficiale della Digos che mi avvertiva di un possibile attentato contro la mia persona nel ’79. Senza spiegarmi perché i componenti del gruppo che mi aveva «messo in lista» insieme ad altri (giudici ed esponenti politici) non venivano semplicemente arrestati e solo «sorvegliati». Come accadeva allora in modo sistematico con tutti gli utili idioti dell’estremismo. Viene da qui il «perdonismo» del dopo? Probabilmente sì. A non capirlo o a non volerlo capire sono stati solo gli «irriducibili» che stanno ancora in carcere o che non hanno comunque mai patteggiato con chi li aveva usati e condannati.